Noè Foà. Recensione al volume di

Alberto Berti, Viaggio nel pianeta nazista. Trieste Buchenwald Langenstein, FrancoAgeli, 2000.

Nello scorso mese di aprile è mancato un valoroso resistente il compagno Alberto Berti che ha lasciato un libro di memorie, il cui contenuto fresco ed immediato ha fatto rivivere l’atroce esperienza della deportazione.Nel testo vengono rievocate le lotte dolorosissime con la fame, contro la demoralizzazione che colpiva tutti gli internati, contro le ingiustizie e le prepotenze di cui si facevano portatori i reclusi di altre nazionalità. Ci furono anche testimoni che rievocavano gli enormi ed incredibili sacrifici di Alberto Berti senza un attimo di tregua, senza riposare, senza mangiare, senza mai abbattersi per aiutare i suoi amici e compagni di prigionia di qualsiasi origine e nazionalità.Alberto Berti sopravvisse ai patimenti del lager e alla stessa malattia che en aveva insidiata la salute a seguito delle privazioni e delle torture subite. Berti è un deportato politico, fortemente politicizzato e consapevole di ciò che può significare sopravvivere.

Nel lager non è capitato per caso, non è una delle tante vittime anonime delle razzie naziste. Berti capta le modalità della sopravvivenza, le cui regole sono rappresentate dalla volontà di non darsi per vinto, di non riconoscersi sconfitto neppure nel momento in cui essere prigioniero del nemico non sembrava lasciar spazio ed adito a nessuna via d’uscita. Nel vedere ridotti nelle più misere condizioni i compagni di sventura, Berti era costretto a riconoscere che la triade messa in atto dal nazismo e cioè persecuzione, deportazione e annientamento è giunta trionfante al suo compimento.
Nel lager i nazisti si erano impossessati di tutto ciò che formava l’essere dei reclusi: la personalità, l’intelligenza, la fratellanza, la libertà, il coraggio, la dignità: rimaneva negli infelici l’amore per i propri cari e la grande memoria di quanto sofferto.

Le annotazioni di Berti hanno acquistato un valore documentario e sono nate da una esigenza di informazione per il futuro. Teneva in piedi un canale di comunicazioni. Su dei fogliettini ricavati dai sacchi di cemento continuava quel lavoro che consisteva nel prendere appunti sulla vita e sugli episodi del lager, ma nel riportare anche giorno per giorno i nomi degli italiani con a fianco il numero, il paese e la data di morte. Le angherie e le umiliazioni erano tali per cui difficile era sentirsi in qualche modo vivere (parlare, pensare), una delle più istintive forme di reazione alla "non vita" che lo stato delle SS voleva infliggere come condanna ai suoi prigionieri. Soltanto i fattori umani e culturali eccezionali potevano consentire che non si venisse sopraffatti dall’orrore e dalla rassegnazione. Berti mette in evidenza il sadismo con il quale i nazisti si proponevano di degradare l’umanità che condannavano ad essere inferiore.Berti percepì inoltre che uno dei modi per non lasciarsi andare e non darla vinta ai tedeschi era quello di appoggiarsi agli altri, di non isolarsi. 

Berti diceva che per sopravvivere cercava compagnia, cercava di stare con qualsiasi compagno pur di non star solo con i suoi pensieri. Comunque Berti si considerava privilegiato perché aveva gli strumenti per leggere la situazione politica al di fuori e al di là del generico odio contro il nazismo ed il fascismo. Si doveva odiare il sistema che aveva inventato gli strumenti di morte e di oppressione.Una parte notevole del libro di Berti riprende il tema dell’organizzazione del lavoro forzato nel lager. L’esperienza direttamente vissuta a Langenstein fu una delle più dure realtà del lavoro forzato nelle fabbriche di guerra allestite in caverne per proteggerle dai bombardamenti angloamericani e per conservare il segreto del tipo di fabbricazione belliche, ivi sviluppate. Lì si doveva resistere e sopravvivere, anche per sconfiggere il tentativo di ridurre l’uomo alla pura bestialità come era nei voti ? dei nazisti. La parola d’ordine di non lasciarsi andare, l’esigenza di conservare la propria dignità erano tutt’uno con l’esigenza di non fare sfigurare la propria identità: questa tornava ad essere ancora una volta una delle motivazioni essenziali, se non la motivazione, della capacità di resistere. Il lager fu una grande scuola di solidarietà sviluppatasi in una direzione esattamente opposta all’integrazione forzata che i nazisti volevano imporre alle loro vittime sulla base dei loro principi di discriminazione razziale sino all’annientamento fisico. Ma non è pensabile fosse solo scuola di solidarietà. 

La Tragedia del lager fu proprio quella di far correre il rischio che la condizione umana si lasciasse degradare al rango di bestialità, cui i nazisti volevano condannare i loro prigionieri. Comunque il lager esaltò le qualità umane al livello più elevato così come esasperò al livello più basso gli istinti meno nobili. Il Berti autore di questo libro mette in evidenza le circostanze che spingevano a rompere gli impulsi alla solidarietà per far privilegiare gli istinti della conservazione, accettando, come "extrema ratio" anche la collaborazione del nemico. Ovviamente vi era differenza tra forma e forma di collaborazione, però ben pochi furono quelli che non collaborarono in alcun modo.Lo stesso Berti, quando si prestava a seppellire i propri compagni morti, per senso di pietà e per preservare i sopravvissuti dal pericolo di epidemie, poteva essere sfiorato dal dubbio di rendersi strumento e complice dell’oppressione. Comunque la vicenda narrataci da Berti è un’alternanza continua di chiaro-scuri, di speranze e di delusioni, di viltà e di dignità, di annientamento e di vitalità, senza cedere al peso schiacciante dell’orrore né all’oscuro fascino dell’assurdo.Nel libro Berti parla dei luoghi in cui fu tormentato, Buchenwald, il campo dove per circa otto anni si praticò con piacere sadico ogni tipo di orrore conosciuto dall’uomo. Il criterio seguito era sempre lo stesso sia che si trattasse di puro e semplice sterminio o di sterminio per mezzo del lavoro a morte. Il motto adottato dai nazisti era "spezzate il corpo, spezzate lo spirito, spezzate il cuore".

L’altro lager di cui scrive Berti è quello di Langestein. La costruzione di questo avvenuta nella prima metà del 1944, rientrava nella strategia concepita dal nazismo per rendere sicure le fabbriche che lavoravano per l’economia di guerra e per gli armamenti in particolare. In quel periodo sorse la necessità per il nazismo di costruire fabbriche di guerra in località sicure (Baunschweig – Magdeburgo) fuori dalla portata dei bombardamenti aerei alleati e dove si potevano produrre in particolare le V1 e le V2. Nella zona si ebbe la massima concentrazione esistente di lager nazisti e si consumò (Langenstein) l’eccidio in massa dei deportati ivi concentrati. Attraverso questo terribile lager passarono diecimila deportati, ivi ne morirono cinquemila, duemilacinquecento vennero massacrati dalle S.S. durante la terribile marcia della morte dal 9 al 21 aprile perché non in grado di proseguire. Molti morirono nel giorno della Liberazione del campo ed altri nei giorni successivi. Quelli che riuscirono a tornare alle loro case non furono più di otto-novecento.Berti, ricoverato in un ospedale gestito dagli americani il 18 aprile 1945, risultò di peso non superiore ai 35 Kg ed affetto da tubercolosi polmonare bilaterale.