Bauer Riccardo

Riccardo Bauer

(da Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, La Pietra, Milano, 1968, vol. I, p. 264)


Nato a Milano il 6 gennaio 1896; laureato in scienze economiche. Volontario nella guerra 1915-18, fu più volte ferito e decorato; segretario del Museo sociale della Società Umanitaria in Milano, ne venne cacciato dai fascisti nel 1924. Attivo antifascista, collaborò alla rivista «Rivoluzione Liberale» diretta da Piero Gobetti, per poi fondare con Ferruccio Parri e altri il settimanale «Il Caffè».

Nel 1926, dopo le leggi eccezionali fasciste, con Carlo Rosselli organizzò la fuga di Filippo Turati dall’Italia, e poi quella di Giovanni Ansaldo e Carlo Silvestri. Più volte arrestato, nel 1927 fu confinato a Ustica e a Lipari. Liberato nel 1928, riprese la lotta antifascista clandestina: con Ernesto Rossi e altri organizzò il movimento «Giustizia e Liberta».

Arrestato nuovamente nell’ottobre 1930, nel maggio 1931 fu condannato dal Tribunale speciale a 20 anni di reclusione. Ridotta la pena in seguito ad amnistie, venne confinato a Ponza e a Ventotene. Liberato con la caduta del fascismo (25 luglio 1943), nel settembre prese parte al primo convegno clandestino del Partito d’Azione, svoltosi in Firenze.

Dopo l’8 settembre 1943 fu tra i principali organizzatori della Resistenza, capo della Giunta militare del Partito d’Azione a Roma e membro del Comando generale. All’indomani della liberazione di Roma, si trasferì nell’Italia settentrionale per continuare la lotta come uno dei dirigenti delle formazioni partigiane del Partito d’Azione.

Nel dopoguerra fu Consultore nazionale e presidente dei Comitato consultivo del Partito d’Azione. Ha presieduto la Società Umanitaria a Milano. Collaboratore di riviste politiche e culturali, è autore di diverse opere, tra cui La Società Umanitaria (1958), Alla ricerca della Libertà (1959), Kermesse Italica (1960).

Nel 1931, alla vigilia di essere processato, indirizzò al presidente del Tribunale speciale una coraggiosa lettera, nella quale, tra l’altro, scrisse: «Chiamato a render conto al Tribunale Speciale della mia opera a favore del Movimento Giustizia e Libertà, non intendo presentare una memoria scritta che valga a mia difesa, ché di difendermi non curo, davanti a un Tribunale di natura essenzialmente politica, dopo aver - sin dal primo istante del mio arresto - rivendicata la piena responsabilità delle mie opinioni e della mia attività avverse al regime. Desidero soltanto precisare per sommi capi - ciò che malagevole mi sarebbe forse nel corso del pubblico dibattimento - le ragioni meditate, che mi hanno determinato a considerare deliberatamente indegno di ossequio quel complesso di norme che, nel comune frasario politico odierno, sono definite “contro la mene sovversive ed antinazionali”. ... L’atmosfera di intimidazione che si è costituita nel nostro paese - e della quale non credo necessario portare qui le prove rammentando fatti che a tutti sono pienamente noti - tende a comprimere, a deformare, a paralizzare, a estinguere ogni senso di libertà individuale. Severe - secondo criteri che la moderna coscienza giuridica ha da molto tempo condannati e ripudiati - sono le pene comminate per chiunque non solo contrasti l’opera del governo, ma semplicemente osi discuterla. lo ho sentito imperioso il dovere di infrangere questo cerchio di violenza e di avvilimento che ci è imposto. Di infrangerlo per tentare di dissipare, se non altro con un esempio, con un’affermazione di indipendenza individuale, una minaccia che incombe grave sulla coscienza degli italiani tutti: quella di essere, dalla paura a dalla dilagante retorica, invigliacchita e addormentata; per indicare che non interamente perduta fra noi è la conoscenza delle strade che conducono una nazione al meritato grado di dignità e di grandezza, lungi dalle ingannevoli vie segnate pei suoi componenti, dalla rinunzia alla libertà e dalla mistica esaltazione della servitù, in fondo alle quali è certo un abisso profondo di umiliazioni, di sconfitte e di dolori».

La lettera così si conclude: «L’esito di questa lotta trascende nell’animo mio le sorti della mia persona, minima, povera cosa nell’urto formidabile dei principi che si svolge. Qualunque possa essere il mio destino, so di aver seguita la via del dovere - duro arduo dovere per lo strazio di affetti che mi ha imposto - ma la certezza che anche in Italia non tarderanno a sorgere giorni di libertà e di vera dignità morale, mi è fedele compagna e mi sorride e mi conforta anche in fondo a una cella».

Morì a Milano il 15 ottobre 1982.

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