Redazionale.

8 SETTEMBRE
Nei giorni del ritorno dall'esilio ecco le colpe del re e di casa Savoia

Dalle leggi razziali del '38, firmate da Vittorio Emanuele III, all'entrata in guerra ("Gli assenti hanno sempre torto"), l'atteggiamento dei reali è stato di piena adesione e connivenza nei confronti del Ventennio fascista
Settembre registra anche un fatto nuovo nella vita repubblicana del nostro Paese: il ritorno dei Savoia in Italia dopo l'esilio, rientro salutato con enfasi persino dal Presidente del Consiglio Berlusconi. Senza entrare nel merito della questione (è la storia che emette giudizi e sentenze definitivi), le responsabilità della Corona nei confronti del regime fascista sono chiare e senza appelli. Vogliamo qui ricordare un episodio di cui fu protagonista e vittima Ferruccio Parri, episodio che evidenzia le pesanti connivenze del re, il quale non solo non si oppose, ma addirittura facilitò la scalata di Mussolini al potere dittatoriale coprendone anche prepotenze e nefandezze.
Il fatto è ricordato da Aldo Aniasi nel libro "Parri, l'avventura umana militare e politica di Maurizio". Annota Aniasi a pagina 35: "Su Il Caffè Parri scrive un articolo di commento al colpo di stato. Viene denunciato all'autorità giudiziaria e riceve anche un mandato di comparizione. Rivolgendosi formalmente al re perché intervenga per ripristinare la legalità e il rispetto dello Statuto, di fatto, gli chiede conto del suo operato in termini molto severi. 'Signor Re, hai sentito questo tuo presidente del Consiglio (Mussolini, ndr), incolpato di un sistema di delinquenza politica, con quale arcadica e facinorosa disinvoltura si è processato da sé, e si è assolto da sé? E si è assunto la responsabilità, che davvero gli spetta intera, del regime di violenza materiale e morale che dilania sempre più minacciosamente la tua nazione?... E come ha parlato questo tuo ministro! In quel giorno tra lui e la Camera, che partecipa con te della podestà legislativa, tu proprio non c'eri: c'era un dittatore che minacciava quarantotto ore oscure per liquidare non i suoi avversari ma i suoi accusatori... O Re. Questa è l'ora nella quale la solidità della tua dinastia e della tua tradizione è chiamata a prova decisiva. Il disordine morale ha generato disordine politico. E questo e quello".
A partire da questo momento Parri, che non si era mai pronunciato contro l'istituzione della monarchia, diventa un deciso e convinto sostenitore della repubblica. Ma anche per questo, i suoi guai e i suoi problemi con il regime si ingigantiscono.
Oggi paradossalmente, mentre noi ricordiamo i giorni della disfatta e della conquistata libertà, assistiamo all'arrivo festoso dei discendenti di coloro che contribuirono a scrivere, per un ventennio, le pagine più buie della nostra storia Patria.
Ricordiamo brevemente le colpe più vistose di Vittorio Emanuele III ( figlio di Umberto I, anche lui, durante il suo regno, distintosi per autoritarismo e spirito antidemocratico): l'accondiscendenza, anzi la connivenza durante la marcia su Roma; l'incarico affidato, sotto ricatto, a Mussolini di formare un nuovo governo; le leggi razziali del 5 settembre1938 (il decreto regio porta la sua firma, quella di Mussolini, di Bottai e di De Revel); l'entrata in guerra a fianco di Hitler; il tradimento e la fuga dopo la disfatta.
Sul colpo di Stato fascista, il Re ha responsabilità pesanti. Sul provvedimento per la difesa della razza nella scuola fascista e la successiva persecuzione degli ebrei le corresponsabilità sono enormi. Val la pena di ricordare che le leggi razziali vennero lasciate in vigore anche dopo il 25 luglio da Vittorio Emanuele III e da Badoglio e furono abrogate soltanto sei mesi dopo.
Quanto all'entrata in guerra, fu proprio il Re a sostenere: "Gli assenti hanno sempre torto", dimenticandosi evidentemente che pochi mesi prima aveva partecipato alla cosiddetta "congiura delle barbette", che prevedeva la destituzione di Mussolini e il varo di un governo Badoglio. Il 10 giugno, invece, il Re diventava comandante supremo e unico responsabile, in base allo Statuto Albertino, delle operazioni. La dichiarazione di guerra a Francia e Inghilterra, infatti, reca la sua firma e non quella di Mussolini. Al duce, poi, viene affidato il comando delle Forze Armate.
Quel 10 giugno del 1940 c'erano le condizioni per frenare la follia della guerra. Lo stesso Mussolini diceva: "Adesso che siamo alla vigilia della guerra tutti desiderano affrettare i tempi e sparare il primo colpo di fucile: il Re, lo stato maggiore, i generali e anche il popolo. Per quanto paradossale possa sembrare, oggi l'unico pacifista sono rimasto io". Parole ridicole se non si trattasse di decisioni tremendamente e tragicamente serie, ma che la dicono lunga sulle responsabilità di casa Savoia e del suo Re.
Del resto Mussolini era stato beffato e umiliato da Hitler più volte. Il dittatore tedesco lo teneva all'oscuro di ogni sua manovra e lo metteva davanti al fatto compiuto. E questo perché Mussolini come alleato era ritenuto poco affidabile. Militarmente inadeguato e quindi non pronto a scendere in campo, era stato incastrato da Hitler con il famoso patto d'acciaio tra Germania e Italia siglato il primo maggio. All'articolo 3 il documento così recitava: "Se malgrado i desideri e le speranze delle parti dovesse accadere che una di esse venisse impegnata in complicazioni belliche con un'altra o altre potenze, l'altra parte contraente si porrà immediatamente come alleato al suo fianco e lo sosterrà con tutte le sue forze militari per terra, per mare e nell'aria".
Mussolini, in pratica, aveva firmato una cambiale in bianco nelle mani di Hitler che poi lo ricompensava firmando, il 23 agosto successivo, il patto di non belligeranza con Mosca (Ribbentrop- Molotov) per avere via libera nell'invasione della Polonia, guardandosi bene dall'informarne l'alleato italiano, dichiaratamente antibolscevico
Il Re avrebbe potuto contestare questa alleanza e invece quando tutto sembrava che fosse conveniente salire sul carro nazista dei vincitori, si pose alla testa dei guerrafondai ("Gli assenti hanno sempre torto"). Oggi tutto questo sembra molto lontano e sono in tanti a far finta che durante il Ventennio non sia accaduto nulla di nefando.
Ma noi, per i nostri morti e i nostri martiri, abbiamo il dovere di non dimenticare, anzi di tenere sempre più vivo il ricordo su quella fase tragica della nostra storia affinché tanto sangue non sia stato versato inutilmente.
I giovani hanno il diritto di sapere come sono andate veramente le cose. Una vera pacificazione si raggiunge soltanto quando colpe e meriti siano stati storicamente riconosciuti e attribuiti. Il perdono è legittimo, a condizione che non si stravolga la storia e non si rovescino le parti.