LE ORIGINI DEL MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO (1941-1946)


 

QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.16

Raffaele D'Agata

Le origini del movimento federalista europeo
(1941-1946)

Presentazione di Luciano Bolis


© I Quaderni della FIAP 
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Quaderni della FIAP, n.16
Le origini del Movimento Federalista Europeo (1941-1946)

di Raffaele D'Agata

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Presentazione di Luciano Bolis


Questi ultimi tempi hanno visto in Italia un lodevole rifiorire di studi sul federalismo e specialmente sulle sue origini resistenziali.

In questa serie, aperta con particolare autorità e competenze da Norberto Bobbio col discorso pronunciato in occasione delle cerimonie celebrative del 30° anniversario della fondazione dell’organizzazione federalista italiana, s’inserisce ora con «spregiudicatezza» ed acume anche il giovane studioso romano Raffaele D’Agata.

Trattandosi del lavoro di uno studioso della nuova generazione, Lamberto Mercuri ha ritenuto opportuno di farlo presentare da un vecchio «testimonio» di quelle vicende. Ne sono tanto più onorato che la F.I.A.P. ha già dedicato proprio il numero precedente di questa collana dei quaderni a un importante contributo del prof. Bobbio sull’ideologia del fascismo.

Momento più opportuno dell'attuale per illustrare i nessi tra resistenza e federalismo non poteva effettivamente trovarsi, data la recente decisione del Consiglio europeo di promuovere, di qui a due anni, le prime elezioni europee, che porranno ben presto l'insieme dei nostri popoli nella situazione, dai più considerata ancora imprevista, di doversi convenientemente preparare a un siffatto evento, da cui dipenderà in larga misura il nostro stesso avvenire di uomini e di cittadini europei. E quale migliore preparazione ideale, per noi italiani, di questo ritorno ai testi della resistenza al fascismo?

A tale risveglio d’interesse per la tematica europea non poteva più mancare la partecipazione attenta e impegnata della sinistra, chiamata così a colmare la grave lacuna accumulatasi nel corso degli ultimi trent’anni, durante i quali l’europeismo è stato, anche se a torto, da essa sempre considerato come un fenomeno inequivocabilmente di destra e in quanto tale ostinatamente trascurato.

Bene quindi ha fatto la F.I.A.P. a prendere l’iniziativa di questa pubblicazione per mantenersi nel giro degli sviluppi di un pensiero politico moderno veramente degno di questo nome e farne così partecipare i propri iscritti e affezionati lettori; i quali, oltre tutto respireranno, in questo opuscolo, aria di famiglia, perché la concezione federalista qui presa in esame è stata inizialmente portata avanti con particolare lucidità e accanimento proprio da uomini dei partiti socialista, repubblicano e d'azione, che alla lotta di liberazione hanno dato il meglio di sé: citerò per tutti Colorni nel cui nome ben si compendiano le qualità straordinarie del teorico geniale e del resistente che pagherà fino all'estremo sacrificio la fedeltà alle proprie idee.

D’Agata è uno studioso del marxismo, quindi qualificato ad indagare il pensiero di un cultore come Spinelli, che dal marxismo proviene, scandagliandone le fonti, analizzandone il processo di sviluppo e mettendone a nudo le eventuali contraddizioni, proprio alla luce di quella particolare dottrina.

L’interpretazione che il D’Agata sotto questo profilo ci fornisce, mi pare quindi senz’altro originale e non mancherà pertanto di suscitare consensi e anche dissensi nella cerchia ormai relativamente ampia degli studiosi che hanno dimestichezza con questi problemi, siano essi di provenienza o appartenenza socialista o federalista. Almeno lo auguro, perché sarebbe questa certo la migliore ricompensa che possa spettare alla sua disinteressata fatica.

Ma se il nostro autore concentra prevalentemente la propria attenzione sulle analogie, ispirazioni e critiche di parte socialista, ciò non deve però lasciare intendere che non vi siano state, seppure altrettanto vaghe, anche altre manifestazioni di un pensiero tendenzialmente federalista di segno ideologico diverso se non opposto, per esempio liberali e cattoliche.

Esiste poi davvero un pensiero «federalista» morandiano? Sarebbe allora interessante che l’autore ce ne fornisse più sicure prove. O non si tratta semplicemente del solito ideale internazionalista, sempre riaffiorante nella tradizione delle sinistre, ma che separa dal federalismo un netto salto di qualità?

In attesa che il dibattito di fondo sulle tesi sostenute in questo libro possa svolgersi convenientemente in sede critica, mi limiterò personalmente ad alcune precisazioni di dettaglio riferentisi alla parte storica dell’esposizione, che il D’Agata svolge, del resto, in termini, a mio giudizio, anche troppo brevi, cioè solo nella misura che gli pare indispensabile per fornire al suo ragionamento teorico l’indispensabile inquadramento e il necessario supporto. 

Per cominciare dal titolo, l’autore parla di «origini» del M.F.E., ma avrebbe potuto specificare che suo intendimento era di illustrarne soprattutto gli aspetti ideologici.

Quanto all’altro termine del titolo, che è il M.F.E., si deve intendere, ad evitare ogni equivoco, che si tratta del solo movimento italiano. Esistono infatti anche in altri paesi europei dei movimenti analoghi che, in traduzione italiana, suonano allo stesso modo; senza contare che tale dizione si presta anche ad essere scambiata con lo stesso movimento considerato nella sua dimensione europea. Sottolineo la distinzione, non per un inutile puntiglio di natura filologica, ma per evitare all’autore, che certo non la merita, l’accusa di provincialismo, che spetterebbe invece a chi avesse effettivamente la pretesa di coprire, con un titolo europeo, un'esperienza puramente nazionale, il che succede più spesso che non si creda,in paesi a tradizione nazionalista profondamente radicata come il nostro. Del resto la modestia, in termini quantitativi, delle citazioni fatte dall'autore a proposito della «Vrije Nederland» e della «Weisse Rose» sembrano confermare che il mio scrupolo non è eccessivo. 

A proposito di quest’ultima, almeno se ci si attiene alla testimonianza del Lipgens, certo fondamentale almeno per quanto riguarda la Germania, non mi pare ancora storicamente provato che si tratti effettivamente del più «importante» movimento antinazista tedesco (se non in senso puramente ideale, ma allora bisognava dirlo), né che il suo orientamento fosse proprio «esplicitamente» federalista. 

Certo, il contributo personale di Spinelli alla determinazione del pensiero federalista italiano di quel periodo è stato fondamentale, ma tale supposto primato non doveva esimere il nostro studioso dall'impegno di estendere con pari diligenza la propria ricerca anche ai contributi di altri autori, come per esempio Ernesto Rossi e Mario Rollier, i cui lavori non risultano neanche citati, né nel testo né nelle relativamente abbondanti indicazioni bibliografiche poste in nota. 

Sempre in tema di bibliografia, neppure mi spiego la mancata citazione dello studio di Chiti Batelli, che è in circolazione già da tre anni e tocca la stessa materia da un angolo visuale non necessariamente contrastante. 

Un’altra omissione meraviglia; ed è che in questo studio del D’Agata non trovi poste quella che passa per una delle idee centrali del manifesto di Ventotene, cioè la nuova, e in questo caso veramente «rivoluzionaria», linea di demarcazione che, secondo i suoi autori, dovrebbe ormai permetterci di sceverare tra la vera destra e la vera sinistra, sostituendosi così al ben noto tradizionale classico criterio di distinzione. Come è potuto sfuggire all’autore l’interesse, anche solo concettuale, di una siffatta definizione? O forse ha inteso, passandola sotto silenzio, darla semplicemente per scontata? 

Il D’Agata va invece particolarmente ringraziato per avere rinverdito del Manifesto, ancor’oggi di abbastanza difficile reperimento, tutta quella parte, anche quantitativamente importante, che sviluppa la polemica, il più delle volte soltanto implicita, dei suoi autori con la sinistra classica in genere e col pensiero marxiano in particolare. Per evidenti considerazioni di ordine pratico, tale parte è stata infatti per tutto questo trentennio passata ugualmente sotto silenzio, sia dai suoi autori che dagli stessi rappresentanti qualificati della sinistra, allora, purtroppo, in altre faccende affaccendati. 

Nella lista dei partecipanti alla riunione costitutiva del Movimento, di cui l’autore lascia intera la responsabilità alla fonte da cui l'ha egli stesso ripresa, figura tra gli altri anche il nome di Guglielmo Usellini, che sarebbe poi stato per lunghi anni Segretario Generale dell’Unione Europea dei Federalisti. Ora lo stesso Spinelli mi ha fornito recentemente la testimonianza diretta e quindi indiscutibile che Usellini a quella riunione non poteva esserci per la semplice di per sé sufficiente ragione che, in quello stesso periodo, egli si trovava nella prigione romana di Regina Coeli, dove l’aveva fatto rinchiudere la polizia badogliana. 

Vedo poi anche citato tra i presenti, ma questa volta con ragione, il nome di Vittorio Foa. Ciò mi suggerisce un ricordo personale che ho la debolezza di raccontare, anche perché non l’ho mai fatto prima d’ora. 

Sono stato rilasciato dal penitenziaria di Castelfranco Emilia, dove stavo purgando la pena, propria la vigilia di quella riunione, assieme con Vittorio Foa. All’uscita dal carcere fummo festeggiati da un gruppo di antifascisti locali che ci portarono in una casa e ci offrirono molto cordialmente da bere, nel quadro di un’ospitalità che a me allora era parsa addirittura sontuosa, comparativamente alle abitudini di morigeratezza cui la lunga detenzione m’aveva ormai condotto. Sapevo i miei genitori sfollati a causa dei bombardamenti, e in realtà neanche ero sicuro che la stessa loro casa, dove avrei dovuto dirigermi in un primo tempo, non fosse crollata. Per evitare di capitare a Milano nella notte, preferii pernottare da quegli improvvisati ma sicuri amici e arrivarvi, a un'ora più decente, solo l’indomani. Così feci, mentre Foa volle invece proseguire subito il viaggio, ciò che doveva permettergli trovarsi poi effettivamente a quella riunione. Ma suppongo che di essa egli sia stato solo casualmente informato al suo stesso arrivo a Milano, perché se quando ci lasciammo a Castelfranco fosse già stato al corrente che essa si doveva tenere, me ne avrebbe sicuramente parlato. Preciso ciò non già per diminuire il valore di una partecipazione dovuta forse principalmente al caso, ma anzi proprio per spiegare il clima fortunoso di quei giorni, che se ha giocato in favore di Foa per quanto riguarda la riunione in questione, ha giocato invece sfavorevolmente per altri che avevano forse gli stessi titoli intellettuali e morali per parteciparvi (e qui non faccio nomi, perché dovrei farne troppi!). Certo è che tutta la vita ha portato in bocca l’amaro di quell'assenza.

Ancora a proposito di Spinelli, vorrei precisare che il periodo della sua segreteria al Partito d'Azione non è da ricercarsi nel ’47, ma tra la seconda metà del ’45 (il governo Parri va da giugno a dicembre) e l’inizio del febbraio ’46, quando ebbe luogo a Roma il famoso congresso della scissione del Partito d’Azione, da cui si staccarono allora, tra gli altri, gli stessi Parri e Spinelli, ma per prendere poi direzioni diverse (Spinelli aderirà successivamente allo PSLI). Ho un ricordo preciso di quella data perché il caso (ancora lui!) ha voluto che proprio a me, che in qualche modo gli subentravo alla segreteria del Partito d’Azione, Spinelli facesse, partendo, le sue consegne. 

Per la verità, mi verrebbe la pena di precisare ch’egli fu cosegretario e non segretario di detto partito, in quanto membro di una segreteria collegiale (a cinque) di cui facevano parte, con lui, anche Lussu, La Malfa, Oronzo Reale e non so più chi altri ancora. 

Quanto alla posizione politica tenuta da Spinelli nell’organizzazione federalista di quegli anni, tutto gli si può rimproverare, ma non certo di essere stato una specie di precursore del «funzionalismo», che è proprio la peste nera del federalismo! Suppongo che, con questo termine, l’autore abbia solo voluto indicare, ma impropriamente, la tendenza al realismo politico, allora imperniata sul Piano Marshall, della quale Spinelli si è sempre fatto l’acuto interprete, in contrapposizione aperta can l'astrattismo dottrinario e il demagogismo verbale di taluni dei suoi contraddittori del tempo. 

La posizione di Spinelli era del resto allora meno «trionfalistica» di quanto la successiva evoluzione del movimenta e le fortune dell’uomo lascerebbero credere oggi. Al congresso costitutivo dell’UEF nell’agosto 1947 a Montreux il suo intervento passò quasi inosservato e al successivo congresso di Roma del dicembre 1948, che Rossi aveva organizzato e al quale intervennero anche Sforza e Einaudi, egli non riuscì neppure a farsi eleggere nel Comitato Centrale, alle cui riunioni partecipò quindi per un certo periodo solo come supplente del titolare Carandini. Se lo ricorda qui, a parte un certo gusto del paradosso di cui non riesco a disfarmi, è per sottolineare le difficoltà che incontrano talvolta le idee nuove per affermarsi, e per rendere nel contempo omaggio ai caratteri che, come Spinelli, tali difficoltà sanno superare con la loro testardaggine. Ma queste osservazioni cadono ormai fuori dell’arco di tempo imposto alla propria ricerca dal nostro autore. 

Come si vede, sono solo cose di poco conto che non diminuiscono per nulla il pregio d’insieme del lavoro, specie se si tenga presente che si tratta, secondo l’evidente scelta fatta dal prof. D'Agata, di un saggio di storia ideologica e non di storia tout court. 

Non tutti i giudizi politici espressi dall’autore nel corso della sua densa e documentata trattazione mi trovano del resto consenziente. Ad esempio, perché «reazionario» il disegno carolingio adenaueriano? A me pare ch’esso fosse più volto verso il futuro che verso il passato (malgrado la polemica reminiscenza storica richiamata in quell’aggettivo) e che in quanto tale meritasse effettivamente attenzione, come dimostra oggi lo stesso, sia pure ritardato, inserimento dei comunisti italiani in uno sviluppo storico che trova indubbiamente in quel periodo le proprie origini e motivazioni. E perché poi ricordare solo il vecchio cancelliere tedesco e non anche Robert Schumann e De Gasperi, che a quello validamente si affiancarono per tutta la sua impostazione di politica europea?

Il quadro delle peripezie di quel tempo risulterebbe del resto più comprensibile se contenesse anche un accenno all’esistenza di una politica staliniana in URSS e ai pericoli che essa obiettivamente comportava per l’Occidente.

La materia, in sede storica ma direi anche politica, non cessa di essere scottante e dobbiamo quindi essere grati a Raffaele D’Agata per averci fornito l'occasione di un così opportuno ripensamento.



di Luciano Bolis



LE ORIGINI DEL MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO
(1941-1946)


All’inizio dell’ultimo quarto di secolo, ampliandosi la prospettiva, non sembra fuori luogo mettere in evidenza - anche con la circospezione che è sempre richiesta in osservazioni di questo tipo - la singolare analogia che intercorre tra il lungo e violento periodo di convulsioni belliche che va sotto il nome di guerra dei trent’anni e il periodo delle due guerre mondiali, tra il diciassettesimo secolo e il nostro. Perfino le date (1618-1648 e 1914-1945) vengono quasi a coincidere in modo impressionante. Vi fu anche allora un inizio di secolo influenzato dall’azione di prudenti e moderate diplomazie (aventi la loro teorizzazione in quell’ideologia che Giorgio Spini designa come «pacifismo aulico») infine soccombenti di fronte alla determinazione di risolvere con il ferro e con il fuoco le tensioni accumulate; e un fremere di movimenti popolari e religiosi, di nuove forze sociali e di nuove o rinnovate concezioni della vita e del mondo, tra loro inconciliabili e tese ad affermarsi in forma universale e totalizzante, tragicamente preparate a misurarsi in una lotta mortale. L’Europa intera, allora, fu avvolta dall’incendio della guerra totale, senza distinzione tra popolazioni e combattenti, e conobbe lo sterminio di massa e il rogo indiscriminato di intere città e province. E dal grande rogo risultò totalmente cancellata ogni traccia visibile di quella repubblica cristiana che era stata il cemento e il riferimento millenario dell’idea d’Europa: onde, infine, restando battute ed esauste le stesse implacabili «internazionali» religiose, riuscì affermata e consolidata la sovranità assoluta degli Stati superiorem non recognoscentes, e quella norma non scritta del nuovo diritto pubblico europeo che va sotto il nome di «equilibrio» o «concerto» delle Potenze. Norma talmente solida e condivisa da resistere e sopravvivere all’uragano delle guerre napoleoniche, traendo anzi ulteriore sostanza e conforto dall’affermazione stessa del principio di nazionalità, attraverso il quale venne a prendere corpo l’ideale democratico nell’età delle rivoluzioni liberali; a prendere corpo, ma dunque anche a ricevere in qualche modo un limite, gravido di asperità e di tensioni contraddittorie.

Le convulsioni belliche di questo secolo, che abbracciano un unico periodo trentennale - giacché una vera tregua, e per di più armata, non vi fu che tra il ’20-21, con la fine delle guerre civili in Russia e nell’Europa centrale, e il ’36, con l’inizio della guerra civile spagnola, che già fu guerra civile europea - hanno segnato anch’esse la fine di una determinata idea d’Europa - appunto quella che era emersa trecento anni prima a Westfalia - e l’inizio di una nuova epoca1. Già nel ’14, infatti, l’esplodere della conflagrazione generale tra gli Stati, per la mobilitazione di passioni e di miti collettivi che essa comportava e presupponeva, si caratterizzava per essere una certa risposta ai problemi posti da un nuovo universalismo etico-politico, quello dell'Internazionale operaia, il cui spettro minacciava ovunque, con l’avanzare della democrazia, gli assetti del potere e i rapporti tra le classi. Sicché, in quel primo sanguinoso episodio dell’agonia della vecchia Europa di Westfalia, l’urto delle nazioni si produsse con tale violenza e intensità proprio in quanto la realtà della nazione - espressa ma anche costretta entro i termini e le forme che la classe borghese le aveva dettato – era vittoriosamente agitata dalla borghesia medesima come un vero e proprio mito collettivo, anzi, come l’unico mito capace di sottrarre le masse al richiamo dell’Internazionale operaia e di garantire dunque la sopravvivenza del proprio potere. Ne venne di conseguenza che nella pace di Versailles - la quale fu poi, come presto fu chiaro, una semplice tregua - mancò ogni margine per una nuova interpretazione del principio dell’equilibrio, giacché le classi dirigenti degli Stati vincitori - che la mitologia patriottarda, per esse indispensabile al fine di conciliare l’avanzata delle masse con il mantenimento del proprio dominio, teneva ormai prigioniere - si vedevano chiusa per principio ogni via di sapiente accortezza di stampo metternichiano. E fu dunque la «pace cartaginese», dalla quale non poteva non ricevere nuovo alimento lo sviluppo di ulteriori mitologie eversive (fossero queste «antiplutocratiche», «antimassoniche», o infine «antigiudaiche») in seno a nazioni vinte o di cui la vittoria militare era stata fatta apparire «mutilata» a quelle stesse masse di combattenti che già erano state scagliate al fronte sotto un bombardamento, oltre che di granate, di suggestioni e promesse non meno irrazionali.

Tutta questa mitologia esercitò un’influenza senza dubbio decisiva nella genesi e nello sviluppo delle tirannidi fasciste; questa constatazione - ormai generalmente condivisa - ne mette in chiara luce la continuità rispetto all’esperienza della guerra guerreggiata, e insieme ne svela il più vero e profondo carattere di reazione rispetto all’incalzare dell’idea e della realtà (misurata e sconfitta nel ’14, e tuttavia risorgente su nuove basi) dell’universalismo proletario. Reazione che tuttavia, proprio per essere adeguata all’avversario da combattere, venne a risultare intollerabilmente costosa per la classe borghese, la quale, nel consegnare tutte le proprie fortune all’irrazionalità eversiva del mito nazionalitario, rinunciava a qualunque residuo del proprio originario universalismo, e dunque ancora una volta - quanto meno nelle nazioni che il precario equilibrio di Versailles aveva messo in condizione di subalternità – «per salvare la borsa» - come ebbe ad esclamare Marx a proposito del ’48 francese – «rinunciava alla corona»2. Ma proprio questo duplice carattere del fascismo - cioè il suo carattere di reazione ma non di conservazione, il suo stare in luogo di una rivoluzione mancata eppur matura, il suo essere reazione affidata a un processo per sua natura irrazionale ed eversivo - doveva fondare il carattere universale dell’epopea dell’antifascismo e domandarne imperiosamente la profonda unità. Se, infatti, nell’antifascismo e nella Resistenza fu presente un denominatore comune, capace di unificare in modo non contingente uomini e partiti così diversi tra loro, appare impossibile rintracciarlo altrove che nei valori universalistici dell’umanesimo: di quell’umanesimo, cioè, che la cultura europea aveva tratto come qualità distintiva dal proprio humus giudaico-cristiano, e che l’esclusivismo primitivo e barbarico della nazione-mito (e poi della razza) attaccava alla radice in modo mortale.

Dunque lo stesso carattere intimamente aggressivo e bellicistico del fascismo, la sua originaria e strutturale tensione verso la guerra, ponevano l’esigenza ineludibile, per tutte le forze che cospiravano e lottavano, in Italia come in Germania, contro le rispettive tirannidi, di dare un respiro internazionale alla propria iniziativa. E indubbiamente la prospettiva internazionale fu aspetto determinante del problema politico che le forze della Resistenza dovettero impostare e risolvere, in ciascun paese, durante la seconda guerra mondiale. Ora, vi fu in Italia un gruppo di cospiratori antifascisti che andò oltre su questa strada, individuando nella soluzione del problema europeo su basi federali il solo modo di uscire dalla spirale catastrofica avviata nel ’14 e di garantire un futuro alla civiltà, e facendo anzi di questa indicazione la ragione di essere del loro movimento. Essi videro con lucidità che il quadro di riferimento nazionale non bastava per formulare e affrontare la vastità di problemi che sarebbero comparsi dopo la sconfitta del fascismo; e stimolando (anzi talvolta coinvolgendo) uomini e partiti più influenti e più vasti, formularono analisi e proposero linee d’azione a ciò conformi. Con il che, malgrado il non vasto seguito, e malgrado la tendenza, che era in molti di loro, a tenere gli occhi fissi sulla meta senza troppo badare agli inciampi e ai pericoli della strada (ovvero, più semplicemente, senza badare a ciò che di più grave e di più delicato poteva essere perduto o sciupato nell'imboccarla) essi fecero senza dubbio opera utile e necessaria, perché le idee generose – astratte o no - hanno sempre influenza positiva sul corso della storia; e può infine accadere che quelle “astratte” riprendano nuova vita per opera di quel grande mediatore che è il tempo, onde idee e programmi che troppo unilateralmente forzavano il corso delle cose e il peso della storia si trovino rivendicati e rilanciati da coloro stessi che, non senza ragioni, li osteggiarono in una fase precedente.

La singolarità dell’esperienza intellettuale e politica di questo gruppo di cospiratori sta nel fatto che essa maturò nel cuore di una crisi lacerante e tragica in seno all’antifascismo, e che in essa, peraltro, venivano a trovare un punto d’incontro diverse e complesse eredità ideali.

Altiero Spinelli, comunista della prima ora, e tra i primi che caddero nella rete della repressione fascista, «studente studiosissimo» come lo ricorda Camilla Ravera, dall’«impegno di lavoro semplice e serio» aveva definitivamente abbandonato il partito nel ’39, in un momento in cui l’identificazione delle fortune della rivoluzione socialista con quelle dello Stato sovietico - che la severa milizia rivoluzionaria allora richiedeva - comportava conseguenze non facilmente tollerabili per ogni coscienza. Ernesto Rossi portava la fiera e tenace protesta di uno spirito borghese che non si era rassegnato alle conseguenze della scelta suicida del ’14, e che dalle fonti originarie dell’illuminismo e dell’economia politica classica si sforzava di assorbire nuova linfa e capacità di resistenza e riscossa contro la barbarie distruggitrice. Eugenio Colorni, appassionato ricercatore di verità anima profondamente religiosa, aveva travasato nella scelta socialista - dopo una giovanile infatuazione per il sionismo - il pensoso fermento utopico della spiritualità ebraica.

L’incontro tra Spinelli e Rossi, sullo sfondo della prima fase della guerra - prima, cioè, dell’intervento dell’America e dell’invasione dell’URSS - assume un senso particolarmente rilevante. In sostanza, la seconda guerra mondiale, tra il ’39 e il ’41, non poteva apparire troppo diversa dalla prima, o meglio non poteva apparire molto più che un ulteriore episodio della stessa guerra dopo una lunga tregua. La stessa propaganda del Comintern, apparentemente non faceva che ribadirlo: caduta infatti, per l’opportunismo e le doppiezze di Londra e Parigi, ogni apertura verso l’Occidente sulla linea del VII congresso dell’I.C. e della diplomazia di Litvinov, la politica dell’URSS aveva ormai posto l’accento sulle «contraddizioni imperialistiche», senza riconoscere alcun significato «ideologico» allo scontro tra l’espansionismo fascista e le democrazie occidentali. E un uomo come Spinelli, che alla milizia comunista era pervenuto innanzitutto in risposta all’appello antisciovinistico di Lenin e in odio alla catastroficità del mito nazionalitario3, era tra coloro che più fortemente dovevano esser colpiti da quella che appariva come una nuova disfatta dell’internazionalismo (la vicenda di un Valiani, del resto, si presenta quasi analoga per le stesse ragioni). L’identificazione tra Stato, partito e movimento, insomma - tanto più se vissuta nell’atmosfera di teso rigore «dogmatico» che regnava tra i prigionieri comunisti di Civitavecchia e di Ponza, non sempre toccati a fondo, come testimonia Terracini, dalle parole d’ordine del ’35 - finiva per produrre conseguenze dottrinali e politiche insopportabili per una personalità fondamentalmente illuministica come quella di Spinelli, di cui sempre la Ravera ricorda l’insofferenza per le «affermazioni smentite dai fatti». E i fatti, in quell'oscuro biennio, sembravano indicare un puro e semplice ritorno alla situazione del ’14, e la Terza Internazionale, come la Seconda, soccombente alla ragion di Stato. Nel momento cioè in cui il paese dei Soviet si presentava come uno Stato tra gli altri Stati, che di fatto agiva secondo i criteri della Machtpolitik, si poteva anche tirare la conclusione che la risposta data da Lenin alla sfida dell’imperialismo non era risultata storicamente sufficiente, e di qui non vi era che un passo per giudicare insufficiente la stessa teoria leninista dell’imperialismo. Certo, una tale conclusione tagliava in modo troppo netto la complessa dialetticità della politica staliniana, e in particolare sorvolava sul fatto che lo Stato sovietico andava giocando la sua partita sul terreno della Machtpolitik – né diversamente poteva, in quanto Stato - proprio al fine di mantenersi «fuori dalla guerra», e dunque fuori dalle «contraddizioni imperialistiche» nelle quali il mondo capitalistico, per principio, era condannato a dibattersi fino alla sua crisi definitiva. In Spinelli prevaleva comunque l’impazienza nei confronti di quella che appariva come una nuova disfatta dell’internazionalismo, e ciò non poteva non renderlo attento nei confronti di altre ipotesi, diverse da quella leninista, circa la natura stessa dell’imperialismo.

Di qui, secondo la testimonianza dello stesso Spinelli, la decisività del suo incontro con Rossi, il quale conosceva assai bene Lionel Robbins e la scuola federalista inglese, ovvero quella che Pistone designa come l’«interpretazione politica» dell’imperialismo4. Secondo Spinelli, del resto, la tradizione radicale è essenziale al federalismo. E il radicalismo anglosassone, per l’appunto, aveva visto nel prevalere politico dell’irrazionale - soprattutto attraverso l’azione di ceti e istituzioni estranei a una rigorosa logica borghese - le radici di ogni politica imperialistica5. Essendo cioè un fenomeno che ha per protagonisti gli Stati sovrani e i formidabili apparati attraverso i quali si esercita il loro monopolio della violenza, l’imperialismo non può essere spiegato - secondo questa scuola - attraverso le categorie di una dialettica puramente sociale, ma richiede la chiamata in causa di soggetti storici essenzialmente politici. Ora Rossi, che riconosceva in Pareto e Salvemini i propri maestri, e nel liberismo radicale la propria fondamentale eredità di battaglie civili, era naturalmente predisposto a ricevere questi suggerimenti. Salvemini, De Viti, De Marco, e ancor prima (prima cioè che le preoccupazioni conservatrici lo portassero a civettare con l’irrazionale) lo stesso Pareto, non avevano forse individuato nel nesso tra protezionismo spese militari il fondamento del dominio della «classe politica» sulla società?

Per l’appunto, un peculiare concetto di «classe politica» è senza dubbio rintracciabile nel Manifesto federalista che Spinelli, Rossi e Colorni redassero a Ventotene nell’estate del 1941. Ove le «forze conservatrici» vengono così definite ed enumerate:

«… i dirigenti delle istituzioni fondamentali degli stati nazionali; i quadri superiori delle forze armate, culminanti, là dove esistono, nelle monarchie ; quei gruppi del capitalismo monopolista che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli stati; i grandi proprietari fondiari e le alte gerarchie ecclesiastiche che solo in una stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro entrate parassitarie; ed al loro seguito tutto l’innumerevole stuolo di coloro che da essi dipendono o che anche sono abbagliati dalla loro tradizionale potenza …».

Il problema dello Stato- e specificamente dello Stato nazionale prodotto dalle rivoluzioni borghesi in Europa – è visto insomma come nodo centrale, anzi come dato di partenza, di ogni strategia rivoluzionaria, secondo una prospettiva che qui sembra da riconnettere (piuttosto che al Lenin di Stato e rivoluzione) al pensoso e problematico Marx del Diciotto brumaio, ove l’attenta analisi della realtà effettuale - svelando la dialettica oscillazione della borghesia tra «borsa» e «corona», dimensione corporativa ed egemonia – sembra quasi pervenire al nodo dell’autonomia della politica6.

Il passo appena citato si trova non a caso nella parte II del Manifesto di Ventotene, quella cioè che fu redatta da Spinelli, il quale non poteva non avere familiarità con questi aspetti della problematica leniniana e marxiana. Sicché egli sembra qualificare il suo peculiare «revisionismo», su questo punto, quasi come una critica postuma all’indifferenza verso il problema dello Stato che era stato proprio della Seconda Internazionale; la qual cosa - in un momento che, occorre sottolineare ancora una volta, sembrava aver definitivamente misurato come insufficiente anche la nuova Internazionale leninista, e ancora una volta a causa del prevalere del momento nazionale - poteva anche essere qualcosa più dell’accanimento sopra un cadavere. In effetti, la vicenda bellica, fino all’estate del ’41 poteva apparire per molti versi analoga alla situazione del 1914. Vero è che, nel momento in cui il manifesto veniva redatto – nel luglio 1941 - l’invasione hitleriana aveva infine portato l’Unione Sovietica dentro la guerra; ma il dramma dei due anni precedenti era stato intensamente vissuto dai confinati e dai resistenti (soprattutto comunisti), e aveva ormai prodotto e consolidato interpretazioni e scelte politiche definitive, vertenti sul rapporto tra Stato e movimento, Machtpolitik e politica rivoluzionaria7. I passi del Manifesto di Ventotene in cui viene abbozzata una critica della concezione marxista della politica rivoluzionaria sorprendono per l’intreccio compatto di affermazioni che suonano come critiche postume al socialismo della Seconda Internazionale e di affermazioni antistaliniste, cioè rivolte a criticare il nesso tra gli interessi della rivoluzione socialista e quelli dello Stato sovietico:

«Il principio secondo il quale la lotta di classe è il termine cui van ridotti tutti i problemi politici, ha costituito la direttiva fondamentale specialmente degli operai delle fabbriche, ed ha giovato a dare consistenza alla loro politica, finché non erano in questione le istituzioni fondamentali; ma si converte in uno strumento di isolamento del proletariato, quando si imponga la necessità di trasformare l’intera organizzazione della società. Gli operai, educati classisticamente, non sanno allora vedere che le loro particolari rivendicazioni di classe, o addirittura di categoria, senza curarsi del come connetterli con gli interessi degli altri ceti; oppure aspirano alla unilaterale dittatura della loro classe, per realizzare l’utopistica collettivizzazione di tutti gli strumenti materiali di produzione, indicata da una propaganda secolare come il rimedio sovrano di tutti i loro mali. Questa politica non riesce a far presa su nessun altro strato, fuorché sugli operai, i quali così privano le altre forze del loro sostegno, e le lasciano cadere in balia della reazione che abilmente le organizza per spezzare le reni allo stesso movimento proletario».

Affermazioni, queste, che sembrano veramente pensate in funzione del vecchio massimalismo, e che in definitiva - salva una frettolosa riduzione del materialismo storico a economicismo, che è poi, per l’appunto, una tipica fallacia massimalistica – echeggia alcuni temi della riflessione gramsciana e non pochi ripensamenti che i partiti comunisti occidentali avrebbero poi sviluppato nei fatti, ma con sempre crescente consapevolezza teorica, fino al momento attuale. Tuttavia Spinelli, che nel PCI aveva militato per lunghi anni, non ignorava certo la peculiarità del leninismo, e aggiungeva che «i comunisti hanno riconosciuta la difficoltà di ottenere un seguito di forze sufficienti per vincere, e per ciò si sono - a differenza degli altri partiti popolari - trasformati in un movimento rigidamente disciplinato». Di questo movimento, illuministicamente, si dice che esso «sfrutta il mito russo per organizzare gli operai, ma non prende legge da essi e li utilizza nelle più disparate manovre».

«Questo atteggiamento - conclude il Manifesto su questo punto - rende i comunisti, nelle crisi rivoluzionarie, più efficienti dei democratici; ma, tenendo essi distinte quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie - col predicare che la “vera” rivoluzione e ancora da venire - costituiscono, nei momenti decisivi, un elemento settario che indebolisce il tutto. Inoltre, la loro assoluta dipendenza dallo stato russo, che li ha ripetutamente adoperati per il perseguimento della sua politica nazionale, impedisce loro di svolgere alcuna politica con un minimo di continuità».

L’ultima affermazione è quella decisiva nella scelta politica di Spinelli - quella precedente essendo ancora un riflesso di accanimento contro tendenze sostanzialmente secondointernazionaliste - e riporta al cuore della crisi, vale a dire al rapporto tra Machtpolitik (ragion di Stato) e politica rivoluzionaria, alla peculiarità del processo rivoluzionario nell’Occidente europeo e a quella contraddittoria realtà - che fu poi alla base dello scontro tra Stalin e Trotskij, non a caso fautore della parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa - per cui l’avamposto dell’avanzata rivoluzionaria del proletariato coincideva con il “punto più basso” dello sviluppo economico e civile del Vecchio Mondo.

Si può dunque riconoscere che il fondamentale nodo politico della rivoluzione in Occidente è in qualche modo implicato, oggettivamente, nella ricerca e nell’iniziativa politica del gruppo di Ventotene. In Colorni, che dopo il 25 luglio parteciperà attivamente alla riorganizzazione del partito socialista italiano, questa implicazione fu chiara e consapevole; non a caso egli sostenne sempre decisamente, all’interno del gruppo, la tesi secondo cui l’Unione Sovietica non avrebbe potuto non appoggiare, nella sistemazione post-bellica, la prospettiva dell’unificazione europea8. Per gli altri si trattava comunque di realizzare un profondo rivolgimento politico, politiche essendo per l’appunto nella loro analisi, secondo l’interpretazione di Robbins - e di Schumpeter - le radici dell’imperialismo; si trattava cioè di instaurare in Europa un nuovo assetto del potere politico che, rimuovendo il peso degli apparati industriali e militari, delle protezioni e dei parassitismi ad esse collegati, liberasse tutte le energie progressive e assicurasse ai popoli la pace, il benessere e le libertà civili. Da questo punto di vista si può dire che l’egemonia culturale, all’interno del gruppo, spettava all’empirismo e all’illuminismo di Rossi, e attraverso lui alle correnti di «Giustizia e Libertà”. Non a caso, come vedremo, l’intreccio dei rapporti tra il Movimento Federalista Europeo e il Partito d’Azione sarà ben presto molto intenso.

Tipicamente illuministica è l’apertura della parte terza del manifesto - dovuta soprattutto alla penna di Rossi - per cui «un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era farà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza e i privilegi sociali. Tutte le vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano l’attuazione saranno crollate o crollanti; e questa loro crisi dovrà essere sfruttata con coraggio e decisione». Immediatamente appresso, tuttavia, si afferma che «la rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista». Ora per i federalisti di Ventotene, «rivoluzione socialista» non significa altro che instaurazione delle condizioni politiche omogenee ai fini del socialismo («l’emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita») e rimozione di quelle che li avversano. Del resto, tanto nell’analisi del capitalismo quanto nella definizione del socialismo, il manifesto risente della premessa liberistica per cui non le classi fondano il sistema economico e gli assetti del potere politico, ma viceversa un certo assetto e un certo ceto politico (parassitario) è quello che determina il consolidamento feudalistico delle classi (non a caso indistintamente confuse con ogni sorta di corpi e di categorie che limitano la mobilità e la concorrenza). Il peso teorico di queste premesse – indubbiamente decisive, ad esempio, per Rossi – dà luogo nel manifesto a una polemica piuttosto ambigua nei confronti di «sindacati monopolisti che trasportano semplicemente nel campo operaio i metodi sopraffattori caratteristici innanzitutto del grande capitale», come anche porta a una menzione del non meno ambiguo tema dell’«azionariato operaio»; sono qui senza dubbio i punti più deboli e confusi del programma federalista di Ventotene. Più robusta è invece la differenziazione critica rispetto al «modello» comunista sovietico, la quale, senza dubbio, pecca non poco di antistoricismo, ma non in modo imperdonabile, se è vero che la storica validità dell’esperienza sovietica, a sua volta, era convertita tuttora compattamente, nei partiti comunisti, in ideologia; ciò che poi – è bene qui sottolineare, sia pure incidentalmente – dialetticamente risultava in una loro maggior forza di organizzazione e di lotta rivoluzionaria, conservandosi in quel dogmatismo e in quel rigore l’interna verità che è comunque la classe - anche attraverso l’ideologia, e anche, ove occorra, attraverso il mito – quella forza che incide sulla storia e trasforma le condizioni del lavoro e della vita associata.

Ora, nei confronti dell’ideologia del movimento comunista, il manifesto di Ventotene afferma:

«Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che un’affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma - come avviene per forze naturali - essere da loro sottomesse, guidate controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime. Le gigantesche forze di progresso che scaturiscono dall’interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica routinière per trovarsi poi di fronte all’insolubile problema di resuscitare lo spirito d’iniziativa con le differenziazioni nei salari e con altri provvedimenti del genere; quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore opportunità di sviluppo e di impiego, e contemporaneamente vanno consolidati e perfezionati gli argini che le convogliano verso gli obiettivi di maggiore vantaggio per tutta la collettività.

La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente e in linea di principio. Questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocratismo nazionale. La soluzione razionale deve prendere il posto di quella irrazionale, anche nella coscienza dei lavoratori».

Non si può affermare seccamente che in queste tesi sia semplicemente delineato, in alternativa a quello sovietico, un classico programma socialdemocratico. Vi sono indubbiamente alcune proposizioni che, prese singolarmente, risultano far parte del tradizionale bagaglio dottrinale della socialdemocrazia. Tuttavia non va dimenticato che nel manifesto di Ventotene sono contenuti almeno due principi che sono a questa del tutto estranei: il primo di carattere generale, è quello della rivoluzione politica, vale a dire dell’abbattimento del potere statale costituito; il secondo è quello della finalizzazione consapevole del processo produttivo da parte della comunità reale. Nella parte I si legge infatti:

«È salvato, nelle sue linee essenziali, un sistema economico in cui le riserve materiali e le forze di lavoro, che dovrebbero essere rivolte a soddisfare i bisogni fondamentali per lo sviluppo delle energie vitali umane, vengono invece indirizzate alla soddisfazione dei desideri più futili di coloro che sono in grado di pagare i prezzi più alti; un regime economico in cui, col diritto di successione, la potenza del denaro si perpetua nello stesso ceto, trasformandosi in un privilegio senza alcuna corrispondenza al valore sociale dei servizi effettivamente prestati».

E allora, sulla base di queste premesse, non sorprende il fatto che gli ultimi paragrafi del manifesto arrivano a porre il problema del «partito rivoluzionario», organico alla rivoluzione europea. Fin dall’inizio - ovunque nel testo se ne faccia menzione - un tale partito non risulta pensato come un organizzazione a sé stante, concorrente rispetto alle altre nelle singole realtà nazionali; piuttosto si parla in generale della dimensione del partito come uno degli aspetti del processo rivoluzionario ipotizzato, e lungo questa dimensione - ciò che rappresenta senza dubbio, a nostro avviso, uno degli aspetti più validi e più ricchi d’avvenire nel contributo del gruppo Ventotene - viene presupposto lo sviluppo di un concorso pluralistico di forze politiche diverse.

«Un vero movimento rivoluzionario - si legge nella parte II - dovrà sorgere da coloro che han saputo criticare le vecchie impostazioni politiche; dovrà saper collaborare con le forze democratiche, con quelle comuniste, e in genere con quanti cooperino alla disgregazione del totalitarismo; ma senza lasciarsi irretire nella prassi politica di nessuna di esse».

È da notare che il testo di Ventotene oscilla su questo punto tra le due denominazioni di «movimento» e di «partito». Questa ambiguità sarà risolta nel primo senso due anni dopo, all’atto della fondazione ufficiale del Movimento Federalista Europeo. In ogni modo, nel passo appena riprodotto è già implicito il nodo di quelle che saranno poi le oscillazioni politiche del movimento, per molti versi non dissimili da quelle che travaglieranno il Partito d’Azione9, anch’esso costitutivamente sospeso tra politica e «metapolitica», e anch’esso in larga misura dipendente, per l’attuazione effettiva delle sue ipotesi, dalla volontà degli altri partiti, e cioè dalla loro disponibilità a ricevere quegli inviti e quegli stimoli che assai spesso non potevano suonare, oggettivamente, che come ammaestramenti veri e propri.

Negli ultimi paragrafi, dunque, l’identità del soggetto politico della rivoluzione europea (anche qui denominato ancora, indistintamente, volta per volta «partito» oppure «movimento») viene faticosamente ricercata e delineata. Si afferma innanzitutto che esso «non deve rappresentare una massa eterogenea di tendenze, riunite solo negativamente e transitoriamente, cioè per il loro passato antifascista e nella semplice attesa della caduta del regime totalitario, pronte a disperdersi ciascuna per la sua strada, una volta raggiunta quella meta. Il partito rivoluzionario sa invece che solo allora comincerà veramente la sua opera; e deve perciò essere costituito da uomini che si trovano d’accordo sui principali problemi del futuro».

Si precisa tuttavia che a questo movimento spetterà il compito, durante la crisi rivoluzionaria di «organizzare e dirigere le forze progressive, utilizzando tutti quegli organi popolari che si formano spontaneamente come crogioli ardenti in cui vanno a mischiarsi le masse rivoluzionarie, non per emettere plebisciti ma in attesa di essere guidate».

Impossibile, sembra, non pensare anche qui a una sorta di analogia rispetto a quello che sarà l’atteggiamento degli azionisti nei confronti dei CLN. Rispetto agli azionisti, tuttavia - e vedremo più avanti una puntuale polemica tra i due movimenti - i federalisti rivendicheranno sempre a sé una maggiore decisione, una maggiore concretezza e anche un maggiore coraggio politico. Non a caso il manifesto conclude senza esitazione menzionando la prospettiva di una «dittatura del partito rivoluzionario», il quale «attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto non da una preventiva consacrazione da parte dell’ancora inesistente volontà popolare, ma dalla coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle informi masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato, e con esso la nuova democrazia».

Attraverso i canali segreti della clandestinità, il manifesto di Ventotene raggiunse i circoli dell’opposizione, e in particolare quel centro di aggregazione di energie intellettuali antifasciste che la casa editrice Einaudi ormai rappresentava10. Così, prima ancora che la caduta del fascismo e la liberazione del gruppo di Ventotene creasse le condizioni per la fondazione ufficiale del movimento, il primo numero dell’organo di stampa del M.F.E., Unità europea, comparativa a Milano nel maggio del 1943, per opera di Mario Alberto Rollier e di Guglielmo Usellini - che ne fu il direttore - riportando ampi stralci del manifesto e alcune dichiarazioni programmatiche. Il giornale ribadiva innanzitutto la scelta pluralistica del movimento11 e nel contempo ne professava il carattere rivoluzionario, non soltanto sulla base del fine del superamento dei poteri statali sovrani, ma anche attraverso alcune discriminanti più determinate:

«Siamo d’altra parte avversari irriducibili di qualsiasi forma di reazione e quindi:

Siamo antimonarchici, perché la monarchia e gli interessi che gravitano intorno ad essa sono uno sgangherato fortino del nazionalismo;

Siamo contro il grande capitale e la grande industria in mani private, perché soltanto attraverso le protezioni imposte al nazionalismo essi vivono come vampiri;

Siamo avversari di quelle soluzioni socialistiche che solo si preoccupano di realizzarsi entro l’ambito nazionale (...).

Vogliamo la morte dell’Italia provinciale, nazionalista e chiusa all'Europa, per la risurrezione di un’Italia libera e aperta nell’Europa unita».

Ma sarà con la liberazione del gruppo di Ventotene, riannodandosi i legami diretti e i rapporti e gli scambi con le varie forze antifasciste organizzate, che l’identità del M.F.E. potrà essere più concretamente definita e affermata. Così nell’agosto del 1943 Unità europea pubblicava un corsivo dal titolo Movimento o Partito?

«Questa domanda - si premetteva - ci è stata posta più volte in ambienti diversi, da uomini di ogni tendenza e colore politico. Vogliamo qui rispondere e chiarire una volta per tutte la nostra posizione, le nostre intenzioni, la nostra azione e il punto del suo inserimento nel travaglio attuale per la formazione di una nuova coscienza politica capace di risolvere i problemi che l’avvenire impone.

(...) Il federalismo (...) è un’esigenza che può essere sentita come lo è, da uomini di ogni partito, classe, nazione, razza o religione e come tale esce dagli schemi tradizionali dei partiti politici propriamente detti. Meglio dunque gli si addice, in questa che per lui è la stagione della semina, il nome di movimento politico anziché quello di partito in quanto pone tale esigenza ai partiti stessi come istanza prima e urgentissima, e consente ai suoi membri, come avviene di fatto, d’appartenere a qualunque partito purché gli scopi di questo non siano in contrasto col suo presupposto fondamentale (…)

Movimento, e non partito, perché, data la sua concezione rivoluzionaria, posta la sua esigenza unificatrice, svolge la sua attività su un piano diverso, non in contrasto, ma parallelo a quello dei vari partiti che, per tradizioni e per struttura, conducono la loro lotta sul terreno nazionale. La disciplina quindi che il federalismo impone ai suoi aderenti non è meno impegnativa di quella di un vero e proprio partito. Il suo carattere è dunque squisitamente politico perché, in ordine al suo obiettivo - altrimenti vasto e complesso - mira alla mobilitazione di tutte le energie capaci di operare per esso, ovunque si trovino, sotto qualunque bandiera progressista esse militano. Mira a creare una sua organizzazione atta a diffondere l’idea federalista e ad agire risolutamente in senso rivoluzionario nella vita politica illegale di oggi (...)».

Finalmente, il 28 agosto 1943, in casa di Rollier a Milano, si tenne la riunione di fondazione del movimento con la partecipazione di poco più di una ventina di persone, tra cui sicuramente «oltre al padrone di casa, Spinelli, Rossi, Colorni, Leone Ginzburg, Ursula Hirschmann, Vittorio Foa, Franco Venturi, Guglielmo Jervis, Enrico Giussani, Arialdo Banfi, Ada Rossi, Dino Roberto, Manlio Rossi Doria, Guglielmo Usellini, Gigliola Spinelli, Vindice Cavallera, Giorgio Braccialarghe e Buleghin”12. Dalla riunione uscì una serie di tesi politiche, subito pubblicate sul numero 3 di Unità europea (settembre 1943), la prima delle quali conteneva cinque precise rivendicazioni nei confronti del regime badogliano:

«a) l’abolizione totale di tutti i residui fascisti comunque mascherati;

b) la formazione di un governo costituito da uomini e movimenti che diano una sicura garanzia di voler combattere il fascismo ovunque e comunque si presenti;

c) la conclusione immediata della pace con le Nazioni Unite;

d) l’attiva cooperazione, con tutti i mezzi di cui il popolo italiano pub disporre, alla guerra contro il nazismo fino alla sua totale distruzione;

e) la partecipazione volenterosa alla creazione di una pace sana e vitale».

La quinta tesi è la più importante al fine della definizione dell’identità del movimento, di cui viene ribadito il carattere «aperto» rispetto alle altre forze politiche «progressiste», anche con una ulteriore accentuazione rispetto al precedente corsivo già citato:

«Il Movimento Federalista Europeo (M.F.E.) non si presenta come un’alternativa alle politiche che desiderano l’indipendenza nazionale, la libertà politica, la giustizia economica. Ai dirigenti e ai seguaci di questi movimenti, che abbracciano quasi tutto quel che vi è di vivo e di progressivo nella nostra civiltà, esso non dice: l’indipendenza nazionale, la libertà, il socialismo sono ideali che occorre metter da parte per occuparsi solo dell’unità europea. Il M.F.E. è anzi composto esclusivamente di uomini seguaci di queste correnti; ed intende vederne realizzati i fini che sono consoni con i valori supremi della nostra civiltà. Ma mentre patrioti, democratici, socialisti pensano di solito che occorre anzitutto provvedere in ogni singolo paese alla realizzazione di quei fini, e che solo come conseguenza ultima sorgerebbe, quasi spontaneamente, una situazione internazionale in cui i popoli si affratellerebbero, il M.F.E. mette in guardia contro questa illusione. L’ordine di importanza degli obiettivi è precisamente l’opposto. Indipendenza nazionale, libertà, socialismo, saranno cose vitali e benefiche solo se avranno come premessa - e non semplicemente come conseguenza - la federazione...».

È chiaro che, sulla base di queste premesse politiche, nella specifica situazione che si andava determinando, il M.F.E. doveva essere necessariamente portato a schierarsi in modo netto sul problema della «continuità dello Stato»; e cioè esso farà su una linea destinata a rafforzare ulteriormente le sue affinità e i suoi legami con la posizione azionista e ad approfondire specialmente, come è ovvio, a partire dall’aprile del ’44, il solco rispetto alla posizione comunista. È da notare, però, che negli uomini del M.F.E. questa scelta non aveva niente da vedere con qualunque sorta di pregiudiziale antimachiavellica, o comunque moralistica, se è vero che negli ultimi giorni di febbrile attesa prima dell’armistizio, malgrado il deciso attacco nei confronti delle tergiversazioni del governo, Unità europea dichiarava comunque che «se il maresciallo Badoglio si metterà a capo della guerra di liberazione saremo pronti tutti ad obbedire, anche se la guerra sarà fatta in nome di S.M. Vittorio Emanuele III. Ubbidiremo anche al diavolo pur di aiutare ad abbattere l’obbrobrioso regime di Hitler e di Himmler, onde aprire la strada a un nuovo ordine di pace e di libertà in Europa».

E infatti - distinguendosi in ciò dalle posizioni azioniste – i federalisti non erano contrari alla «continuità» sulla base di un giudizio sulla specifica natura dell’organismo statale e burocratico ereditato dal fascismo (e, per gli azionisti, anche da prima); lo Stato nazionale stesso - quali che fossero le tradizioni di democraticità che esso potesse vantare - era per essi un dato da superare. E non a caso, fin dall’inizio, i federalisti non condivisero nemmeno la forte accentuazione dell’autonomia e della dignità nazionale, anche nei confronti delle Potenze della coalizione antifascista, che contraddistingueva - coerentemente con la sua ispirazione risorgimentale – il Partito d’Azione. «Per costruire la federazione europea – scriveva infatti l’organo del M.F.E. in quegli stessi giorni - noi dobbiamo necessariamente puntare sull’iniziativa delle nazioni vincitrici»: i federalisti sono consapevoli del pericolo della profezia disarmata e si sforzano di ancorare gli scopi perseguiti a un’analisi concreta dei rapporti di forza. Rispetto a quelle che saranno le future manifestazioni di europeismo generico e ambiguo, che pulluleranno negli anni della guerra fredda, la distinzione è netta, e non a caso il M.F.E. saprà valutare con molta lucidità il senso degli accordi di Yalta - senza nulla concedere, almeno in un primo momento, all’atteggiamento vittimistico e querulo che alimenterà poi il terzaforzismo europeo - mentre del resto la sua stampa operava, fin da quel I943, chiare distinzioni politiche all’interno della coalizione antifascista: «Diciamo subito - scriveva infatti Unità europea nell’agosto di quell’anno - negli attuali dirigenti della politica inglese abbiamo scarsa fiducia (...) pur riconoscendo che l’imperialismo inglese è cosa completamente diversa dall’imperialismo nazionalista (...) siamo decisi a combattere ogni forma di imperialismo». Ma, inoltre, va anche sottolineato che i federalisti non fecero propria la posizione critica che gli azionisti avevano assunto nei confronti della linea della «resa incondizionata» stabilita dalla coalizione, per tenace volontà di Roosevelt, alla conferenza di Casablanca; e non a caso, del resto, quella linea era passata solo dopo aver vinto un’altrettanta tenace resistenza del primo ministro britannico. Né mancava, negli uomini dell’M.F.E., la consapevolezza di ciò che quella linea implicava di fatto in senso positivo nella situazione italiana:

«Se Badoglio avesse premesso l’interesse dell’Italia all'interesse della dinastia, non avrebbe tardato un momento a firmare l’armistizio (...). Se le Nazioni Unite avessero potuto garantire la monarchia, Badoglio sarebbe stato disposto a concludere l’armistizio: siccome non hanno potuto dare questa garanzia Badoglio ha continuato la guerra13».

Ma l’accusa di idealismo generico nei confronti del Partito d’Azione - il partito «federalista per eccellenza», secondo il giudizio di Collotti14 - fu mossa nel modo più esplicito in relazione all’ultimo dei suoi sette punti programmatici; quello, cioè, che definiva il carattere dell’orientamento federalista del partito. Si trattava anche, in una certa misura, di una polemica interna in aggiunta alle altre che travagliavano il nuovo partito (non bisogna infatti dimenticare che Spinelli e Rossi, coerentemente con la dichiarazione di apertura del M.F.E. alla duplice appartenenza dei suoi membri, si riconoscevano anche all’interno dell’esperienza azionista); tanto è vero che l’impostazione europeistica della sua linea veniva giudicata insufficiente anche dai suoi esponenti dell’Alta Italia, in contrasto su questo punto con quelli romani e meridionali15.

Stabiliva dunque il punto settimo che il Partito d’Azione intendeva dare «il massimo contributo alla formazione di una coscienza unitaria europea, premessa indispensabile alla realizzazione auspicata di una federazione europea di liberi paesi democratici nel quadro di una più vasta collaborazione mondiale», ponendo in primo piano «la necessità di una stretta e continua collaborazione con tutte le democrazie, di una revisione dei rapporti e dei valori internazionali che neghi decisamente il principio dell’assoluta sovranità statale e sancisca il ripudio di ogni questione meramente territoriale, della costituzione di una comunità giuridica di Stati, che abbia organi e mezzi adeguati ad adottare un regime di sicurezza collettivamente organizzata e di tutela internazionale delle minoranze, di una applicazione più equa e progressiva del mandato coloniale».

Riferendosi a queste affermazioni, Unità europea commentava:

«Molti sono coloro che verso il problema dell’unità europea hanno un atteggiamento confuso e diffidente. Ne parlano e scrivono senza mettere nel dovuto rilievo la sua importanza. Per esempio: non dicono che la soluzione di tale problema in senso federale costituisce la conditio sine qua non di ogni ulteriore progresso e salvezza della civiltà occidentale; non affermano, come dovrebbero, che le meglio congegnate riforme costituzionali economiche e sociali nell’ambito dei singoli stati nazionali sarebbero castelli di sabbia, se gli stati europei non arrivassero ad associarsi in un saldo patto federale. Ciò che ad essi sembra veramente importante sono codeste riforme, e le presentano come obiettivi conseguibili e valevoli qualunque possa essere l'ordinamento internazionale in Europa. L’obiettivo federale lo aggiungono in ultimo, tanto per fare omaggio a un “nobile ideale” destinato a non tradursi in realtà almeno in quel periodo interessante per l’azione politica a cui oggi ci prepariamo; tanto per non scontentare troppo le “anime generose” che in quell’ideale ancora ingenuamente credono.

Stando così le cose, si capisce come, sull’argomento, essi adoperino formule prudenti, moderate, poco impegnative, tali da poter essere sottoscritte da chicchessia...».

E anche in questa occasione i federalisti rovesciano la possibile accusa di agitare programmi e obiettivi astratti, mettendo in luce una connessione tra la prospettiva dell’unificazione europea e quella di una politica estera italiana più robustamente realistica e consapevole dei rapporti di forza.

«Occorre su questo punto avere le idee ben precise. O si ritiene che gli Stati Uniti d’Europa debbano nascere “spontaneamente” dal libero accordo di tutti i popoli europei - e in tal caso occorre limitarsi a un’opera di propaganda e di educazione a lunghissima scadenza, a difendere il principio del “non intervento” opponendosi all’intromissione dei governi stranieri negli affari interni di qualsiasi paese; - oppure si ritiene che gli Stati Uniti d’Europa debbano sorgere nell’immediato dopoguerra essenzialmente per opera delle potenze vincitrici (c.n.) ed in tal caso bisogna proporsi di far precipitare al più presto la situazione internazionale nel senso da noi auspicato, provocare gli interventi ed appoggiare le classi dirigenti di questa o quella delle potenze vincitrici che daranno più affidamento, perché col nostro aiuto realizzino il massimo possibile del programma federale».

La stessa lezione del Risorgimento - continua l’articolo, rincarando la dose - avrebbe dovuto insegnare appunto ciò. Forse che in Italia, al tempo di Cavour, esisteva qualcosa come una «diffusa coscienza italiana»? Certamente no; ché anzi non è male ricordare che i plebisciti tenuti dopo l’unificazione «furono cosa meno seria delle elezioni in regime fascista». Ma dunque, «se ancora non esiste una diffusa coscienza europea, esistono però in tutti i paesi del nostro continente degli europei, come esistevano, durante il Risorgimento, degli italiani nelle diverse regioni della penisola. E il compito di questi europei è oggi analogo al compito che quegli italiani allora seppero assolvere».

Appunto questa decisa volontà di capovolgere l’ordine consueto delle questioni - ponendo la dimensione internazionale e sovranazionale della politica al di sopra di ogni altro interesse - è ciò che specifica la posizione del gruppo di Ventotene - e, soprattutto, di Spinelli - rispetto a tutti gli orientamenti europeistici e federalistici espressi dalle diverse correnti politiche della Resistenza. Una passione analoga si può forse riscontrare, infatti, solo nel nucleo azionista triestino raccolto intorno alla figura di Gabriele Foschiatti, che però scomparve prematuramente sotto i colpi della repressione nazista senza lasciare dietro di sé continuatori altrettanto decisi e convinti16. Nelle altre correnti federaliste, infatti - e dunque non solo nel settimo punto del Partito d’Azione - il superamento dello Stato nazionale sovrano è sempre visto come momento di un più vasto disegno di rifondazione dello Stato e della politica (o meglio come sua conseguenza); e questo in una prospettiva che recuperava gran parte degli elementi della tradizione libertaria, a cominciare da Proudhon. Vi è insomma un peculiare elemento «machiavellico» o «scientifico», la cui ricerca è costante nel federalismo di Spinelli, e che lo distingue da un’impostazione puramente ideologica o giusnaturalistica del problema della federazione; sebbene proprio un esponente della corrente «infrazionale» del federalismo, Umberto Campagnolo, abbia rivendicato proprio per essa la definizione di «federalismo scientifico» in contrapposizione al «federalismo utopistico» del ventennio tra le due guerre17. Il carattere scientifico e machiavellico che il discorso spinelliano intende assumere si riflette soprattutto nell’insistenza sul ruolo delle «potenze vincitrici», come anche nel riconosciuto carattere rivelatore dell’invasione hitleriana quanto al carattere continentale ormai rivestito dai problemi sociali e politici. Da cui - come rileva Bobbio - l’assai minore interesse per la dimensione «intrastatale» del federalismo, e cioè per l’orientamento rivolto a superare lo Stato nazionale «dal di sotto» oltre che «dal di sopra», che trovò espressione soprattutto nel pensiero di Silvio Trentin18 e di Umberto Campagnolo19; mentre il Progetto di costituzione federale europea redatto da Duccio Galimberti e Antonio Repaci non sembra rappresentare più che un esempio di pensiero non altrettanto limpido quanto l’azione e l’impegno di lotta. Si trattava infatti di un saggio dove l’atteggiamento antiparlamentaristico finiva per risultare in una critica ai partiti - la cui costituzione, malgrado l’assoluta libertà di pensiero, sarebbe stata addirittura «vietata» - in favore della diretta sovranità di uno Stato risolto nella società civile, a sua volta organizzata secondo la rappresentanza (veritiera finalmente, e non «ideologica») delle «categorie» dei produttori20.

Dal punto di vista dell’M.F.E., comunque, lo stesso problema del federalismo «infranazionale» veniva in gran parte recuperato a partire da un’esigenza innanzitutto internazionalistica, quale era il problema delle minoranze nazionali e delle zone mistilingui: che era poi la stessa strada per cui Foschiatti era pervenuto al federalismo sovranazionale, e che guidava nella stessa direzione il martire valdostano Emilio Chanoux. Proprio in relazione al nesso tra autonomie locali e federalismo, Rollier scriveva su Unità europea (maggio-giugno 1944):

«che il processo di disgregazione del mito della “nazione” sia giunto alla sua fase culminante è dimostrato dalla guerra in corso, che da imperialistica qual’era nata si è trasformata in guerra civile europea e rivoluzionaria, in cui ogni nazione europea ha trovato da una parte i suoi Quisling, Laval, Mussolini, asserviti al più feroce dei nazionalismi, e dall’altra i suoi veri patrioti e i suoi martiri, combattenti tutti per un’unica causa: la libertà d’Europa».

Il problema, data la definitiva crisi del mito della nazione, era dunque quello di «adeguare la vita internazionale a nuove unità di misura» (oggettivamente adeguate) «che siano multipli e sottomultipli della nazione stessa».

In ogni modo, la sforzo più aperto e sistematico di fondare su basi «scientifiche» - preventivamente difese da ogni possibile accusa di «astrattismo» - la prospettiva federalista, si trova in due scritti teorici di Spinelli, comparsi nel gennaio del ’44 (ma elaborati anch’essi a Ventotene) sotto il titolo Problemi della federazione europea, con una prefazione di Colorni e con la riproduzione del Manifesto. Il primo scritto ha per titolo Gli stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche; vi si afferma che al problema, attuale e ineludibile, della garanzia della pace in Europa, vengono proposte di fatto tre possibili soluzioni.

La prima è quella «razzista» (vale a dire l’unificazione imperiale dell’Europa ai piedi dello Herrenvolk hitleriano, che comporterebbe un regresso dell’umanità già civile a un assetto primordiale fondato sul rapporto signore-servo); la seconda è quella «democratica» (vale a dire, secondo Spinelli, la «restaurazione» democratica nazionale, secondo i principi sui quali poggiava la civiltà europea del diciannovesimo secolo); la terza è quella «comunista».

Bisogna osservare che l’uso del termine «restaurazione» è molto significativo per quanto riguarda il rapporto tra il federalismo di Spinelli e l'azionismo, in quanto - venendo a mancare il salto di qualità in senso federalista - l’intero schieramento dell’antifascismo detto «democratico» - distinto appunto, nella terminologia condivisa da Spinelli, da quello comunista - viene qui considerato subalterno all'egemonia della posizione liberale crociana per cui il fascismo non sarebbe che una «parentesi” nella «storia della libertà». I «democratici», cioè, pur contestandola in sede teorica, non fanno che subire di fatto quella posizione, e sono dunque dei «restauratori», poiché continuano a perseguire l’obiettivo del ritorno agli ordinamenti politici esistenti in Europa prima della conquista hitleriana, cioè agli Stati nazionali, sia pure «democratizzati». Ora si dice - secondo quella che Spinelli non esita a qualificare come «mitologia» democratica - che questi Stati, fondandosi pienamente sul principio della sovranità popolare, non potranno perciò essere militaristi. Ma, per l'appunto, è mitologico sostenere che «le guerre siano dovute solo a loschi interessi di piccole minoranze, che le grandi masse siano fondamentalmente pacifiche». Qui Spinelli si separa nettamente da qualunque suggestione illuministica, e adegua la sua prospettiva alla lezione hegeliana e marxiana secondo cui i rapporti tra gli uomini si modellano e si delineano secondo una fondamentale dialettica di relazioni di forza. Del resto, come ben dimostra l’irruzione della barbarie hitleriana, «l’uomo civile che sa rispettare la liberta altrui e cooperare liberamente con gli altri», pur essendo senza dubbio «la più elevata creazione che lo spirito umano sia riuscito ad elaborare», resta tuttavia «un prodotto complicato e fragile», o per meglio dire «un frutto possibile solo se c’è come premessa un quadro di istituzioni disciplinatrici dei suoi impulsi». Da cui il carattere di «guerra di civiltà» della guerra odierna, diversa anche da un mero scontro di imperialismi economici, diversa soprattutto da una guerra tra nazioni; la posta in gioco è decidere se l’umanità debba soggiacere al «ricorso atavistico» comportato dalla soluzione razzista (soluzione non impossibile, è bene ripetere, secondo l’analisi di Spinelli) del problema europeo. E tuttavia, se è vero che il nazionalsocialismo porta alle estreme conseguenze - o, per meglio dire, riporta alle sue primordiali premesse - la dialettica della forza, questa medesima dialettica non cessa di operare in nessuna situazione, e non può non farsi valere in modo distruttivo ogni volta che venga a mancare una superiore e concreta mediazione. Giacché «pacifisti sono i deboli che sanno a priori di essere battuti, o di essere impiegati come strumenti dei più forti per fini non loro, e che deplorano, come si può ben comprendere, questo stato di cose. Coloro che dispongono della forza, se non c’è una legge superiore ad imporre una disciplina, sono sempre inclini ad adoperarla per difendersi o per offendere».

I nuovi Stati sorti dalle rivoluzioni francese e russa non hanno forse ripreso in pieno la politica estera difensiva e offensiva dei rispettivi anciens régimes, solo mascherandola con nuove parole21? Così essi hanno fatto e così non potevano non fare, poiché la forza resta unica legge finché una legge superiore (superiore anche perché più forte) non pervenga ad affermarsi. E su questa identificazione della dimensione dello Stato con quella della potenza Spinelli non dice, in fondo, molto più di quanto già dicesse il Croce del ’16, salvo ritenere, e dichiarare, che una siffatta legge superiore è ormai un’idea convenientemente dotata, o dotabile, di mani e di piedi, e che la sua affermazione è possibile in un’Europa ormai unificata dal «rullo compressore» dell’invasione hitleriana e dalla comune resistenza contro di essa. Sul carattere di «catastrofe epocale» della invasione e della dominazione nazifascista in Europa, i federalisti non ebbero mai dubbi. La presero innanzitutto molto sul serio, come risoluzione regressiva storicamente possibile di quel nodo di tensioni che noi riteniamo possa e debba essere designate con la classica definizione di «contraddizioni imperialistiche» e la videro come indicazione della necessità ineludibile di una svolta radicale nella storia d’Europa. Da cui, come abbiamo visto, la critica alle posizioni dell’antifascismo «democratico»; e da cui. anche - come ora bisogna vedere e discutere - la critica all’ideologia del movimento comunista e a una quantità di aspetti della sua politica . In sostanza, la posizione «democratica» e quella «comunista» sono criticate da Spinelli sulla base dello stesso fondamentale rilievo: l’insufficiente impostazione del problema dell’anarchia internazionale. «L’internazionalismo socialista e comunista - egli scrive infatti – è dello stesso tipo di quello democratico. Come questo crede che i popoli andranno d’accordo spontaneamente purché si eliminino i regimi dispotici, così i comunisti credono che i proletari aboliranno imperialismo e guerre per il solo fatto di abolire nei loro paesi il capitalismo». Su questo punto Spinelli pone esplicitamente il tema - cui veniva fatto riferimento alcune pagine più sopra in questo scritto - degli elementi di continuità che malgrado tutto esisterebbero tra l’esperienza della Seconda internazionale e quella della Terza (dal punto di vista, naturalmente, dell’internazionalismo). Egli sostiene infatti che la «collettivizzazione» all’interno di uno Stato determinato rappresenta una prospettiva, e un punto di riferimento, comune tanto alla vecchia socialdemocrazia quanto all’esperienza leninista la quale, in ultima istanza, non avrebbe fatto altro che prospettare e mettere in atto – «a ritmo acceleratissimo, e attraverso una catastrofe» - la realizzazione dello stesso processo pensato e perseguito dai socialisti riformisti, vale a dire l’uso in senso socialistico della tendenza alla collettivizzazione già operante nello Stato moderno, così come Karl Kautsky lo aveva teorizzato in Der Weg zur Macht. È appunto questo il tema che viene sviluppato nel secondo scritto teorico, Politica marxista e politica federalista, dove la collettivizzazione viene senz’altro definita come la «segreta tendenza dello Stato moderno sovrano»; mentre i socialisti, in fondo, dovrebbero ammettere di essere stati a loro volta «affascinati dal gigantesco macchinario». La qualcosa, a nostro avviso, spinge un po’ troppo avanti le conseguenze del pur importante tema della continuità tra Kautsky e Lenin, se è vero che il grande rivoluzionario russo è anche l’autore di un testo come Stato e rivoluzione e che la componente utopica del marxismo restò sempre presente sullo sfondo della sua prospettiva; sicché proprio al rilievo di questa componente, semmai, sarebbe necessario scendere con l’analisi, se pur si vuole fare i conti in modo pieno con la lezione marxiana e intenderne tutto il valore permanente, sceverandolo dal limite dogmatico in cui essa venne espressa e fissata. Ma questa è opera filosofica e non politica; o, se si vuole, è l’opera di una politica pienamente filosofica, qual è quella che può essere espressa e riassunta nell’ideale della «pazienza rivoluzionaria». E qui, per l’appunto, siamo di fronte a un pensiero e a un’azione politica tesi piuttosto a forzare i tempi e le cose, a troncare seccamente le contraddizioni piuttosto che a mediarle e a risolverle organicamente.

In ogni modo, ciò che a Spinelli preme rilevare è che quel «gigantesco macchinario» non può essere considerato neutro rispetto al suo finalismo intrinseco, il quale consiste nell’accrescimento della potenza; da ciò la conseguenza immediata, per quanto riguarda il «comunismo» - vale a dire il «collettivismo» è che questo non può essere se non «comunismo di guerra», che «serve solo a vincere la guerra» mentre non vale a «far vivere civilmente gli uomini». Ma, appunto, la rilevata oscillazione terminologica tra «comunismo» e «collettivismo» è non poco significativa: essa rivela infatti come l’autore sia qui incerto tra l’analisi concreta di un processo storico e la disamina di modelli dottrinali disincarnati; ché se non vi fossero altri elementi per conoscere i motivi della sua rottura con il movimento comunista, questa potrebbe perfino apparire - da qui - del tutto contraddittoria. La guerra, per l’appunto, non era forse un dato? E il «primo Stato socialista» – sorto nel corso di una guerra, e cresciuto in un costante pericolo di guerra - non era forse impegnato a vincere appunto quella guerra che già aveva cercato in ogni modo - come allora semplicemente veniva detto - di «evitare»? E se Spinelli - con lucidità – riconosceva come realisticamente possibile la catastrofica «soluzione razzista» del problema europeo, non era forse decisivo, al fine di scongiurarla, il peso della potenza di questo singolare Stato, in apparenza tanto simile alla santa Russia dell’imperatore Alessandro, e tuttavia praticamente impensabile senza una qualche forma di connessione con quel moderno universalismo che aveva presieduto alla sua rivoluzionaria formazione?

Ora, in realtà, i federalisti non mancavano di riconoscere questa ultima realtà; anzi, si deve aggiungere che la loro specificità nei confronti di qualunque altra ideologia anticomunista - almeno fino alla svolta che sarà rappresentata dalle scelte intorno al piano Marshall - sta appunto nel fatto che essi videro nella grande alleanza anti-hitleriana un dato non contingente ma permanente, e anzi tale da garantire il fondamento di una nuova organizzazione della pace mondiale22. Da un lato, pero, essi erano convinti che – una volta cessato il poderoso aiuto sovietico e americano - le due grandi potenze extraeuropee sarebbero rientrate nei loro confini, e che l’Europa avrebbe «fatto da sé» ancora una volta23; dall’altro, proprio la specifica forma di connessione che si era stabilita tra la politica dell’URSS e l’universalismo proletario era da essi respinta in modo pregiudiziale. Al di là del mito del «primo Stato socialista», e -dunque al di là della cristallizzazione dogmatica del marxismo che questo mito tuttora implicava nell’iniziativa del movimento operaio internazionale, essi si sforzavano di elaborare e di indicare risposte e soluzioni nuove, adeguate al problema rivoluzionario che la fine delle ostilità avrebbe aperto - o, per meglio dire, rivelato - in Europa. Di una tale ricerca, indubbiamente, grande era l’urgenza, e proprio in relazione alle prospettive nuove che l’incontro sovietico-americano (l’incontro, cioè, tra i massimi prodotti storici dell’opera della borghesia e del travaglio del proletariato) andava delineando per il Vecchio Mondo, dove non a caso, al momento della liberazione, si sarebbe assistito ben presto al breve ma intenso sbocciare dei «cento fiori» della «democrazia progressiva».

In altre parole, nell’impaziente rifiuto dei «dogmi» - di quei «dogmi» che pure avevano tenuto deste e temprato alla lotta, in tempi di crisi e di disorientamento, tante decisive energie rivoluzionarie - trovava espressione l’indiscutibile verità che il problema del socialismo in Europa non era risolvibile negli stessi termini in cui si era svolta l’esperienza solitaria, eccezionale e drammatica, del proletariato russo. In particolare - ad esempio - i federalisti, con la loro critica del «collettivismo», mettevano in luce con notevole chiarezza che una pianificazione centralizzata era inconcepibile senza l’unico strumento che l’aveva resa storicamente possibile, vale a dire la «dittatura del proletariato»; sicché ogni proposito di separare le due cose (come volevano i laburisti inglesi in quel periodo, e come più tardi avrebbero pensato alcuni teorici del «centro-sinistra» italiano) era illusione sterile e dannosa. Negli scritti citati, Spinelli sviluppa alcune importanti osservazioni sui problemi del socialismo nei «punti più alti» dell’Occidente europeo: dal problema del consumo improduttivo24 a quello di una più rigorosa distinzione, rispetto a quella appena sfumata da Marx, tra le due figure dell’imprenditore, quella di «funzionario del capitale» e quella di puro consumatore di quote di reddito meramente appropriate25.

Tutto ciò è vero; ma non meno vero è che, su questo terreno, le ricerche dei federalisti non sono altrettanto immuni dalla presa di un’altra forma di schematismo ideologico, il cui peso è particolarmente grave, proprio in quanto porta infine a negare il ruolo centrale e decisivo delle classi - e dunque, in particolare, della classe operaia - nella fondazione e nella trasformazione di qualsivoglia sistema o assetto sociale determinato. II liberismo, cioè, costituisce il residuo ideologico più resistente nel pensiero dei federalisti; e, data la prospettiva rivoluzionaria in cui essi si inserivano, finiva per costituirne il vero e proprio idolum fuorviante. Si trattava infatti del limite che in definitiva avrebbe impedito loro di contribuire in modo pieno, dall’interno, alla soluzione del reale problema rivoluzionario ormai squadernato dal trentennale periodo della catastrofe borghese in Europa: il problema, cioè, della costruzione dell’egemonia del proletariato in luogo di quella, morente, della borghesia. A ciò avrebbero provveduto faticosamente altre forze, seguendo altre strade, meno rettilinee ma più profonde.

Nella primavera del ’44 i federalisti italiani si volsero alla ricerca di quelle forze che, altrove in Europa, condividessero l’obiettivo prioritario della federazione. I risultati non mancarono; già da tempo, anzi, esisteva in Olanda un gruppo - raccolto intorno al giornale Vrije Nederland - che promuoveva il programma federalistico in forma organizzata; ed esplicitamente federalista era stato l’orientamento del più importante movimento antinazista tedesco, quello del coraggioso gruppo di giovani monacensi della Weisse Rose.

Sul quinto numero di Unità europea (luglio-agosto 1944) questi contatti venivano riferiti con un breve comunicato che faceva da preambolo al «progetto di risoluzione» per un auspicato convegno di rappresentanti di tutti i movimenti di resistenza europei:

«Quelques militants des mouvements de résistance du Danemark, de France, d’Italie, de Norvège, des Pays-Bas, de Pologne, de Tchécoslovaquie et de Yougoslavie, et le représentant d’un groupe de militants antinazis en Allemagne, se sont réunis dans une ville d’Europe occupée les 31 mars, 29 avril, 20 mai et 7 juillet».

Il progetto di risoluzione conteneva, al primo punto, una rivendicazione del tutto nuova, in cui sembra di riconoscere un’influenza soprattutto francese: si affermava cioè che, essendo la Resistenza un importante contributo positivo allo sforzo militare delle Nazioni Unite, i resistenti europei potevano reclamare che essa

«justifie pour leurs pays le droit de participer à l’édification de la paix et à la reconstruction de l’Europe au même titre que les autres puissances victorieuses».

Veniva del resto ribadita una concezione del ruolo mondiale dell’Europa come centro dell’equilibrio internazionale: «la paix européenne est la clé de voûte de la paix mondiale». Si rilevava infatti che il primo e fondamentale problema della sistemazione postbellica sarebbe stato quello del trattamento da adottare nei confronti della nazione tedesca, e su questo punto si affermava che «solo un’Unione Federale» avrebbe permesso «la partecipazione del popolo tedesco alla vita europea senza che esso fosse un pericolo per gli altri popoli».

Ma, in una sede effettivamente internazionale, doveva anche, necessariamente, venire affrontata la poco definita questione dei limiti geografici concreti in cui bisognava intendere come reale il concetto di «Europa». Il progetto di risoluzione rispondeva semplicemente che, per il momento, non era possibile definirli. Tuttavia precisava che l’Unione Federale «devra être dès le début assez forte et assez large pour qu’elle ne courre pas le risque de n’être qu’une zone d’influence d’un Etat étranger ou de devenir l’instrument de la politique hégémonique de l’un des Etats membres. De plus, elle devra être ouverte dès le début aux pays appartenant entièrement ou en partie à l’Europe, qui pourront et qui voudront en devenir membres».

L’ultima proposizione non può essere letta che in relazione all’URSS, la quale, peraltro, è toccata anche dall’ipotesi dello «Stato straniero» che potrebbe trasformare la federazione in «zona d’influenza»; ipotesi, questa, che ben rifletteva la presenza tra i firmatari di esponenti legati a pregiudiziali ideologiche anticomuniste, o comunque antisovietiche; mentre la formula dell’apertura a «paesi appartenenti interamente o parzialmente all’Europa» era molto adatta a comprendere le complesse esigenze di movimenti di resistenza come quello cecoslovacco, oltre che le istanze della componente classista delle correnti federaliste.

Questa componente aveva perduto un appassionato sostenitore con la morte di Colorni, che i mitra fascisti avevano falciato in una strada di Roma proprio alla vigilia della liberazione della città. Tuttavia nel partito socialista italiano - che aveva inviato, come del resto anche i comunisti, degli «osservatori» ai lavori preparatori del progettato convegno europeo dei movimenti di resistenza26 - esisteva un altro importante centro di stimolo e iniziativa in senso europeista e federalista, rappresentato dall’attività di Rodolfo Morandi, che alla «missione d’Europa» rivolse alcune dense riflessioni, comparse su Politica e classe: riflessioni tutte interne al problema di una nuova fondazione dell’internazionalismo proletario, su cui il Comitato Centrale del PSIUP per l’Alta Italia si sarebbe espresso di lì a poco con una mozione. Scongiurare la divisione dell’Europa in due opposte sfere d’influenza, una sovietica e l’altra anglosassone, era per Morandi un’esigenza essenziale. L’Europa doveva unirsi proprio al fine di favorire l’indispensabile unità delle due grandi forze vincitrici, nessuna delle quali poteva bastare senza l’altra a garantire la pace e lo sviluppo nel futuro. Infatti «dietro le bandiere della libertà democratica d’occidente stanno le immense ricchezze d’oltre oceano e le loro imponenti strutture economiche, mentre le bandiere rosse dell’URSS portano con sé, oltre al fascino delle vittorie della rivoluzione e della guerra, la potenza di un continente che è divenuto un gigantesco organismo unitario. Ma le due civiltà non dovranno accamparsi in Europa dietro una bandiera che le divida»27.

Le stesse preclusioni antisovietiche di una parte del movimento socialista non potevano del resto non cadere dopo la guerra, in quanto «l’Unione Sovietica già traduceva in forme più democratiche il proprio originario rigore statale»; ciò che rappresentava insieme una constatazione e una speranza, la speranza cioè che lo scioglimento del Comintern e la politica di tolleranza ideologica adottata dal governo sovietico in funzione del grande sforzo della «guerra patriottica» potessero rappresentare l’occasione per aprire una pagina nuova nel senso dell’unità del movimento operaio internazionale. Ma d’altra parte, e innanzitutto, «fra l’Oriente e l’Occidente esiste l’Europa, con la sua civiltà che non può spegnersi,coi 450 milioni di uomini civili che hanno ancora una parola da dire. Fra le Democrazie che promettono e l’Unione Sovietica che realizza, esiste, come realtà in potenza, il socialismo europeo e mondiale. L’Europa socialista e con essa il socialismo degli altri continenti saranno la risultante necessaria delle due forze che fatalmente confluiscono in essa per le vie della terra e per le vie del pensiero. Il destino europeo è ancora quello di fondere due civiltà».

Su questa linea, la mozione del Comitato Centrale del PSIUP per l’Alta Italia affermava l’aspirazione dei socialisti alla costruzione di «un’unica Internazionale dei lavoratori, come presidio della pace nel mondo e forza promotrice del socialismo nei vari paesi», giungendo ad auspicare la convocazione di una conferenza internazionale operaia che avesse «mandato ed autorità ad intervenire nella conclusione della pace e nelle trattative per il nuovo ordinamento dell’Europa». A ciò i socialisti riconnettevano una loro adesione di massima alla prospettiva federalista, in quanto «il partito socialista è persuaso che l’intervento diretto di questa conferenza internazionale operaia verrà a favorire la costituzione di una federazione di nazioni europee, che i socialisti hanno sempre propugnato ritenendo che i popoli europei soltanto in una stretta solidarietà potranno risollevarsi dalla rovina in cui sono caduti per colpa delle forze reazionarie. I socialisti danno quindi il loro appoggio ai movimenti che agitano, senza mire interessate, l’idea di una Federazione dei popoli europei, fondata sulla esigenza popolare di stabilire un’unità economica e politica superiore agli stati e ad ogni forma di autarchia nazionale».

Questo passo della risoluzione socialista veniva riportato e commentato favorevolmente dall'organo dell’M.F.E., che in esso vedeva una vera e propria «adesione socialista» alle proprie posizioni. I federalisti rilevavano infatti che il partito socialista «riconosce (...) che è possibile raggiungere l’unificazione dell’Europa prima che il socialismo sia realizzato integralmente e ovunque in tutti i suoi postulati classici. Infatti lungi dal limitarne gli sviluppi e da affievolirne le energie, l’instaurazione di una federazione europea schiude al movimento operaio le più ampie opportunità di affermarsi. Benché sia fondamentale nel sistema federale che i problemi interni dei vari stati federati debbano continuare a rimanere nella cerchia delle loro autonomie, si accentuerà però la tendenza fra le varie correnti politiche, a considerare tutto quanto il territorio federale come una sola entità. Mentre il nazionalismo vizia costantemente la vera discussione politica perché nei vari stati sovrani rivali fra loro le differenze di opinioni politiche finiscono col venire a patti o coincidere con la rivalità degli interessi nazionali, nella federazione le suddivisioni di partito nei vari stati aderenti saranno sempre più basate sopra una diversità di opinioni e di interessi che si estendono a tutto quanto il territorio federale. Non soltanto le posizioni ideologiche, ma le posizioni tattiche contingenti dei vari partiti (...) saranno più nette e maggiormente libere da compromessi...».

E, da questa constatata convergenza, i federalisti traevano occasione e stimolo per riformulare i concetti già espressi dal manifesto di Ventotene circa la natura e il ruolo del loro movimento. Il manifesto aveva pur affermato che «la rivoluzione europea dovrà essere socialista»; tuttavia era compito del M.F.E., «senza irrigidirsi in una posizione troppo intransigente sull’ordinamento politico, purché sia essenzialmente democratico», quello di operare affinché «tutti i problemi particolari, di categoria, di classe, di partito e nazionali» (e non si può fare a meno di notare ancora una volta l’identificazione tra «classi» e «categorie», tipica dell’ideologia liberistica) fossero prospettati in funzione della prospettiva dell’unificazione europea, assunta come punto di riferimento. Questo proprio al fine, di evitare che nuovi pericoli di guerra venissero poi a spazzare via ogni possibile conquista. E qui, di nuovo, l’organizzazione della pace risulta concepita come un problema essenzialmente europeo, cioè come un problema la cui soluzione sarebbe stata in mani europee. Per l’appunto, le fasi immediatamente successive della vicenda dei federalisti sarebbero state condizionate innanzitutto dalla modificazione di queste valutazioni: sia di quelle relative alla disponibilità delle altre forze politiche, sia di quelle relative al ruolo dell’Europa.

Da entrambi i punti di vista - aggiungendosi alla già accennata polemica con il partito d’Azione28 - fondamentale è la polemica con Sforza sviluppatasi sulle colonne di Unità europea a proposito della politica estera italiana. Lo spunto era dato dall'intervista concessa da Sforza al New York Times il 3 marzo 1944, in cui egli aveva prospettato per l’Italia condizioni di pace comprendenti la restituzione delle colonie libica, eritrea e somala, e la cessione alla Jugoslavia della sola città di Fiume, con la clausola che essa avrebbe dovuto diventare sede di «una rinnovata Società delle Nazioni», mentre per la restituzione alla Grecia del Dodecaneso aveva avanzato l’idea di un plebiscito. Unità europea bollava questa posizione come vecchia e debole al tempo stesso, e come tale da favorire, all’interno delle Nazioni Unite, le forze meno disponibili al rinnovamento: «Gli uomini che vogliono veramente rappresentare la nuova Italia (...) non devono lasciarsi trascinare al rimorchio dei ceti reazionari delle nazioni unite che vogliono riforgiare l’Europa nei vecchi stampi degli stati nazionali». Ed è significativo che questo tema emergeva proprio in relazione al problema della definizione di quegli aspetti territoriali della pace intorno ai quali stava per essere giocata (soprattutto per la frontiera orientale) una partita decisiva per le fondamentali scelte di politica estera dell’Italia democratica nei confronti delle grandi potenze vincitrici. Sulla divisione del mondo in «blocchi», infatti, i federalisti ebbero, per tutto il corso della guerra, un atteggiamento tutt’altro che fatalistico; e lo si vide quando si trattò di valutare i risultati delle conferenze di Dumbarton Oaks, di Yalta e di San Francisco, dal punto di vista delle prospettive della futura organizzazione della pace mondiale. Era vero infatti, commentava Unità europea (settembre-ottobre 1944) che il principio della sovranità assoluta degli Stati non era stato messo in discussione dagli accordi di Dumbarton Oaks sulle strutture fondamentali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite; e tuttavia di quegli accordi bisognava dare un giudizio largamente positivo, poiché «i delegati delle nazioni unite avevano cercato soprattutto la soluzione di un problema di potenza che la vecchia Società delle Nazioni non dava neppure, e questa soluzione l’avevano cercata su scala mondiale, cioè intercontinentale». La soluzione, secondo i federalisti, stava proprio nel sapiente «artificio» del Consiglio di Sicurezza, attraverso il quale veniva formalmente sanzionata la sola base reale su cui poteva affermarsi come effettivo il ruolo di governo mondiale che la nuova organizzazione si proponeva di rivestire: «Siamo di fronte a una coalizione vittoriosa che trova un modo elegante, ed anche simpatico, di far uso della colossale potenza che è a sua disposizione, permettendo alle minori nazioni una compartecipazione anche più che formale all’esercizio del potere. Di ciò ci rallegriamo grandemente»29. Quanto all’Europa e all’Italia, il primo problema doveva essere quello di «una collaborazione piena e leale», aliena cioè da ogni ripresa di nazionalismo - e da ogni disegno terzaforzistico, come dovrà dirsi poi - in chiave di politica di potenza:

«Di fronte ad una coalizione si può o collaborare al suo mantenimento o speculare sugli inevitabili screzi con la segreta speranza di far crollare tutto l’edificio: la seconda politica sarebbe suicida per l’Europa, il cui interesse è che la coalizione duri più a lungo che sia umanamente possibile. D’altra parte è certo che un’Europa profondamente unita per interiore consenso, cioè attraverso l’adesione a un sistema federalistico, sarebbe a sua volta uno dei più potenti fattori di permanenza di quell’armoniosa collaborazione, che Izwestia reclamano nel seno della coalizione medesima».

Era l’unità europea, infatti, il fattore che poteva neutralizzare e risolvere i due principali problemi suscettibili di ostacolare il buon funzionamento del nuovo sistema di direzione e di coordinamento degli affari mondiali, vale a dire «il problema di potenza della nazione britannica, che è Europa», e «la tranquillità della Federazione delle Repubbliche socialiste sovietiche». Anzi, spettava proprio a queste, che erano «le più europee» delle potenze facenti parte delle Nazioni Unite, di non creare ostacoli a una libera federazione di popoli democratici in Europa. Non a caso, era nelle tendenze della politica britannica (non era stato forse Churchill, solo, a trattare con Stalin in termini di «percentuali» di rispettive influenze in Europa?) che veniva individuato il principale rischio di sclerotizzazione della situazione europea nei vecchi termini della politica dell’equilibrio continentale30. Era invece nell’interesse dell’Italia e dell’Europa cooperare nell’attuazione delle prospettive veramente nuove, e di un più ampio respiro, che lucidamente i federalisti individuavano nei principi ispiratori del disegno politico di Roosevelt, la cui figura essi ammiravano e riconoscevano:

«Bisogna riconoscere che l’intelligenza, l’energia e l’acume spiegati da Roosevelt per cercare di evitare gli errori del 1919 e il realismo illuminato e la larga e comprensiva visione di esigenze costruttive, politiche, sociali ed umane, di cui egli fa costantemente prova perché si superino i concetti fatali di sfera d’influenza e di accordi bilaterali della diplomazia europea tradizionale in favore della creazione di una vera comunità internazionale, sono uno spettacolo mirabile, in cui si rivela una tempra di uomo di Stato veramente grande su scala mondiale e veramente all’altezza del suo compito, certo assai più del suo predecessore di cinque lustri or sono».

Ma, appunto, sarebbe stata la vecchia politica dell’equilibrio (e delle sfere d’influenza) - e non quella di Roosevelt, fermato dalla morte - quella che avrebbe dominato il riassetto dell’Europa dopo il crollo definitivo del nazismo; e i particolarismi nazionalistici (francese, italiano, jugoslavo), giocando su termini della nuova politica di rottura e di confronto con l’URSS adottata dall’Amministrazione Truman, sarebbero emersi prepotentemente a occupare il quadro dei problemi europei.

Così, a due mesi dalla fine della guerra, Spinelli doveva constatare, sulle colonne dell’Italia libera, che le speranze riposte dal M.F.E. nelle prospettive di sviluppo della Resistenza europea in senso unitario e federalista erano andate deluse, e che una riformulazione dei programmi e delle linee d’azione si imponeva:

«Anche nei casi di rinnovamento più profondo, è rimasto immutato lo schema fondamentale dell’azione concepita essenzialmente in termini nazionali. È difficile ad esempio trovare in Francia uomini che sappiano prospettarsi con coerenza il compito di stabilire una convivenza pacifica con una Germania rinnovata e non quello della semplice occupazione della Renania o delle miniere della Ruhr; o in Italia ed in Jugoslavia chi tenda a valutare l’importanza delle frontiere comuni anziché riscaldarsi per il destino di Trieste ed elevarlo a pomo di discordia. Ancor più difficile è trovare uomini che si prospettino una ricostruzione economica in termini internazionali anziché, più o meno inconsapevolmente, nei termini di una ricostruzione puramente nazionale, cioè tendente verso forme autarchiche (...). Al terremoto che ha sconvolto tutta la vita materiale ed istituzionale del continente non ha corrisposto un uguale terremoto negli spiriti»31.

Occorreva dunque, ormai, proporsi un compito di più lungo termine e di più paziente quotidianità; e, quasi sconfessando la polemica di due anni prima sul settimo punto del programma del Partito d’Azione, questo compito veniva individuato nel «dissodamento della coscienza politica moderna, tutta irrigidita nelle tradizioni nazionalistiche», giacché «finché questa coscienza nuova non sia diffusa, le opportunità che potranno presentarsi svaniranno inutilmente così come sono svanite quelle offertesi nel passato».

Questi orientamenti trovarono il loro momento di traduzione pratica nel convegno nazionale italiano dei federalisti europei, svoltosi a Milano nel settembre del ’45, in cui Spinelli, contro gli entusiasmi attivistici di molti tra i convenuti, sostenne la necessità di ridimensionare gli obiettivi del movimento, di rinunciare al proposito di creare un’organizzazione su vasta scala, e di concentrare le forze sulle attività proprie di un vero e proprio «centro studi»32. Il relativo disimpegno di Spinelli si accrebbe poi in un vero e proprio distacco dal M.F.E., al cui successivo convegno di Firenze (gennaio 1946) egli si limitò a inviare una lettera di chiarimento delle proprie posizioni, impegnandosi poi esclusivamente all’interno del Partito d’Azione. Il movimento - arricchito peraltro dalla confluenza, nel convegno di Milano, del gruppo toscano raccolto nell’Associazione dei Federalisti Europei, fondata da Paride Baccarini e comprendente tra gli altri Giacomo Devoto - visse in quell’anno di un cozzare di tendenze, definite da Devoto con i termini classici di «massimalista» e «minimalista», favorevole quest’ultima ai «tentativi parziali di limitazione della sovranità» che per l’altra erano da criticare e da respingere; e denominata, poi, con il termine anglosassone di «funzionalismo». Momentaneamente sconfitta al congresso di Venezia del M.F.E. (5-7 ottobre 1946) - che fu peraltro «confinato poco più che nella cronaca dei giornali di Venezia», come annotava amaramente Devoto33 (33) - questa tendenza, e questa scelta, dovevano finire per prevalere con il rientro di Spinelli nell’attività del movimento, in occasione del congresso di Montreux dell’Unione Europea dei Federalisti. Qui Spinelli pronunciò un discorso che sarebbe risultato fondamentale per definire le linee della politica dei federalisti fino alla costituzione della Comunità economica europea e oltre.

Gli elementi di integrazione delle economie europee che il Piano Marshall produceva e richiedeva dovevano costituire, da allora in poi, il quadro .di riferimento dell’iniziativa federalista. Si trattava, in definitiva, proprio di ciò che sopravviveva, nella politica americana verso l’Europa, dell’eredità rooseveltiana, sebbene trasformato - nelle mani dell’Amministrazione Truman - in strumento di un’esclusivistica e autosufficiente egemonia dell’America, nel quadro di una politica non più rivolta alla collaborazione con l’Unione Sovietica ma al «contenimento» della sua influenza. Tuttavia, nel discorso di Montreux, Spinelli sottolineava l’esistenza di un interesse europeo alla permanenza di quanto restava di «rooseveltiano» nella politica degli Stati Uniti d’America, e cioè la strategia del sostegno allo sviluppo economico dell’Europa occidentale, cui si accompagnava un oggettivo interesse americano al mantenimento del quadro democratico (malgrado le eccezioni greca e iberica) nei suoi vari paesi. Ma egli avvertiva inoltre che solo uno sforzo autonomo dell’Europa nel senso della propria unificazione avrebbe potuto contribuire a rendere permanente questa scelta americana, e a tenere in scacco le tendenze rivolte a interpretare il ruolo dell’America in termini di mera politica di potenza. Una previsione, questa, che venticinque anni più tardi doveva essere in qualche modo verificata dalla svolta economica in senso protezionista compiuta dall’amministrazione Nixon e dall’avvento del «machiavellismo» kissingeriano; anche se - occorre pur dire - furono altre forze, e ben più decisive, quelle che seppero sbarrare il passo su scala mondiale alle tendenze esclusivistiche e prevaricatorie della politica americana quando queste si manifestarono, in forma chiaramente dispiegata, per la prima volta, con la politica di Dulles. Anzi, allora, le ambiguità del «funzionalismo» finirono per portare le forze federaliste in un poco chiaro allineamento con le forze europee che a quella politica diedero la loro alleanza e anche la loro surenchère, al tempo in cui l’«europeismo» passava soprattutto attraverso il reazionario disegno «carolingio» del personale politico adenaueriano.




BIBLIOGRAFIA MINIMA

Per una visione complessiva degli aspetti fondamentali della tematica federalista, è fondamentale oggi il volume, edito dalla Fondazione Einaudi, a cura di Sergio Pistone, L’idea dell’unificazione europea dalla prima alla seconda guerra mondiale, con contributi di Arduino Agnelli, Norberto Bobbio, Dino Cofrancesco, Lucio Levi, Walter Lipgens, Renato Monteleone, Sergio Pistone e Francesco Rossolillo. Oltre al saggio di Bobbio, già citato in questo scritto, è opportuno tenere conto - dal punto di vista dei temi qui affrontati - del saggio di Pistone su L’interpretazione dell’imperialismo e del fascismo, in cui, oltre che la stretta connessione tra i due fenomeni, vengono sottolineati il loro peculiare carattere «europeo» e i loro costi - tuttora da scontare - nella presente situazione storica dell’Europa. Sulla questione dei rapporti tra l’unità dell’Europa e la prospettiva della «rivoluzione in Occidente» dal punto di vista del movimento operaio, è da segnalare anche il saggio di R. Monteleone su Le ragioni teoriche del rifiuto della parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa nel movimento comunista internazionale, da cui risulta abbastanza chiaramente come la vera discriminante della linea leninista — sviluppata poi nell’era staliniana con gli adattamenti propri della «guerra di posizione» - è la scelta in favore della questione nazionale e coloniale come motore principale e decisivo del processo della rivoluzione socialista mondiale.

Importanti osservazioni si trovano anche in: J. Brugmans, L’idée européenne, 1918-1966, Bruges, 1968, soprattutto a proposito della strumentalizzazione del concetto di «Europa» nella propaganda dell’Asse e da parte degli intellettuali e del personale politico del collaborazionismo (da Laval a De Man); a proposito di ciò Brugmans suggerisce la presenza di elementi di continuità rispetto all’ideologia dei movimenti di estrema destra nell’Europa postbellica e della cosiddetta «internazionale nera».

Il contributo più ricco d’informazione, pur nella sua brevità, sembra essere quello di Charles F. Delzeli, The European Federalist Movement in Italy: First Phase, 1918-1947, in The Journal of Modern History, vol. XXXII, n. 3, sept. 1960; mentre nella Storia del federalismo europeo di M. Albertini, A. Chiti-Batelli, ed E. Paolini (Roma, ERI, 1965) la parte dedicata specificamente al M.F.E. in Italia risulta alquanto ridimensionata nell’insieme.

Sull’atteggiamento delle potenze della coalizione anti-hitleriana nei confronti della prospettiva dell’unificazione europea, è molto importante il saggio di W. Lipgens, European Federation in the Thought of Resistance Movements during World War II, in Central European History, vol. I, n. 1, march 1968, assai ricco d’informazione specialmente per quanto attiene al comportamento dell’URSS, per cui è anche da vedere, dello stesso autore: Europas Föderationspläne der Widerstands-Bewegungen, 1940-1945 - Eine Dokumentation; il primo scritto, anzi, riprende in gran parte l’introduzione a questo volume, in cui è da rimpiangere la scelta, «come esempio delle posizioni est-europee» dei documenti polacchi in luogo di quelli cecoslovacchi, che pure vengono ricordati come manifestazioni di «antifederalisrno», espressione a sua volta della linea di «cedimento» adottata fin dall’inizio da Benes; sono giudizi, del resto, perfettamente coerenti con la polemica antiroosveltiana sulla quale Lipgens tende ad allinearsi. Inaccettabile, ad esempio, appare il giudizio secondo cui «nel 1945 le potenze mondiali, incontrandosi sulle rovine di un’Europa distrutta, non fecero niente più che mettersi d’accordo per la restaurazione del sistema degli Stati nazionali».

Per i rapporti tra Sforza e l’M.F.E., si deve richiamare C. Sforza, O federazione europea o nuove guerre, Firenze 1948, in cui è riprodotta la lettera a lui fatta pervenire, nel 1942, dal gruppo di Ventotene.

Tra le opere dei fondatori dell’M.F.E. non citate in questo scritto, è doveroso richiamare E. Rossi, L’Europa di domani, Lugano 1944 (riprodotto in: Federazione europea, Firenze 1948), in cui si può leggere tra l’altro una valutazione dei futuri rapporti tra Europa e URSS che sembra accogliere pienamente le istanze attribuite da Spinellli a Colorni «... I governanti sovietici, se si trovassero davanti alla decisa volontà di federarsi dei popoli europei, potranno ben rendersi conto che una Unione federale europea, distruggendo radicalmente il militarismo delle grandi potenze, assicurando l’ordine giuridico sul continente, ed essendo, per sua natura, un organismo non militarista, costituirebbe la miglior garanzia di pace anche per l’URSS, e le darebbe la possibilità di attuare quei principi della costituzione del 1936 che sono rimasti finora sulla carta, in parte proprio per le necessità militari della sua difesa. Sarebbero così gettate le basi più sicure per una convivenza pacifica tra la civiltà europea e quella sovietica, e per una loro mutua, crescente comprensione». I documenti richiamati da Lipgens dicono chiaramente che il governo sovietico ebbe di fatto notizia di una tale volontà e vi si oppose; ma è anche vero che ne ebbe notizia soprattutto nella versione churchilliana - che era poco credibile in sé, come vedevano anche gli uomini del M.F.E. - ; ed è anche vero che nessun aspetto della politica estera sovietica tra il giugno del ’41 e il giugno del ’44 può risultare comprensibile se non lo si mette in rapporto col problema fondamentale - e vitale - riguardante i tempi e l’ubicazione dell’apertura del «secondo fronte», rispetto al quale tutti gli altri dovevano necessariamente assumere l’aspetto di manovre diversive.

Per un più dispiegato esame dei rapporti tra prospettiva federalista e autogoverno è poi fondamentale il libro di Rollier, comparso clandestino nel 1944 per i Quademi dell’Italia libera (sotto lo pseudonimo di E. Monroe) e ristampato nel 1950 (Milano, Domus) Stati Uniti d’Europa.


1. Questi giudizi sono confortati dalle argomentazioni, in gran parte analoghe, fatte da Norberto Bobbio nel discorso su federalismo e Resistenza pronunciato a Milano il 21 ottobre 1973 in occasione del trentesimo anniversario del Movimento Federalista Europeo. Il discorso è ora pubblicato nel volume, a cura di S. Pistone - edito dalla Fondazione Einaudi - L’idea dell’unificazione europea dalla prima alla seconda guerra mondiale. In particolare, a p. 224 si legge: «Al sistema del diritto pubblico europeo corrisponde sul piano politico il sistema dell’equilibrio tra i grandi Stati che domina i rapporti internazionali per alcuni secoli. Non è il caso di ripercorrere la storia del resto ben nota della crisi di questo sistema giuridico e politico, che si scompone continuamente per ricomporsi subito dopo. Tutti gli storici sono concordi nel ritenere che la prima guerra mondiale ne rappresenta la rottura, la seconda la fine». In queste pagine, comunque, ci preme soprattutto rilevare e tenere presente lo stretto rapporto che esiste tra la fine di questo sistema e l’esaurimento dell’egemonia borghese.

2. Su questo tema è necessario richiamare: F. SACCONI, La nazione nella grande crisi degli anni tra il '14 e il '45, in La Rivista Trimestrale, n. 13-14 (1965). pp. 106-166.

3. Cfr. Altiero Spinelli, L'Europa non cade dal cielo, Bologna 1960, p. 7: «La mia adesione al partito comunista non era la risposta a una, sia pure iniziale, esperienza politica nazionale. La scena che fin dall’inizio si era imposta alla mia attenzione non era occupata dall’Italia con i suoi problemi, e non lasciava in un’ombra rapidamente crescente tutto il resto del mondo. Era riempita dalla furiosa guerra cui partecipavano popoli di tutta la terra (...). Per molti miei coetanei la guerra mondiale è stata la matrice di un nazionalismo forsennato. Io sono stato invece tra coloro che da essa hanno appreso una insormontabile antipatia per le parole stesse di nazione e di patria e per la loro pretesa di accaparrare l’anima umana. Il comunismo di Lenin e di Trotskij con la sua severa condanna di tutti coloro che avevano tradito l’Internazionale, con il suo appello alla rivoluzione socialista mondiale, di cui quella russa non voleva essere che il preludio, era la grande esperienza sovranazionale che veniva incontro al mio spontaneo cosmopolitismo».

4. Cfr. S. Pistone, Interpretazione marxista e interpretazione politica dell’imperialismo, in: Il politico, 1970, p. 799.

5. Cfr. L. Robbins, Le cause economiche della guerra, Torino, Einaudi, 1944, p. 54: «Veramente, leggendo la letteratura delle teorie dell’imperialismo economico, si è talvolta tentati di chiederci se i loro autori abbiano mai visto un animale della specie “banchiere” (...). La sprezzante descrizione che Asquith fa dei banchieri della City allo scoppio della grande guerra è ben nota. Ugualmente decisivo, e ugualmente deleterio per le assunzioni della teoria marxista è il giudizio di Wolf Metternich espresso non in uno scritto destinato al pubblico, ma in un dispaccio confidenziale a von Bülow “All’alta finanza tremano le ginocchia ogni volta che affiori qualsiasi genere di complicazione politica”». Robbins cita ciò da Kantorowitz, The Spirit of English Policy.

6. Cr. Karl Marx, Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte; in K. Marx, F. Engels, Opere scelte, Roma 1974, p. 526: «... In un paese come la Francia, in cui il potere esecutivo ha sotto di sé un esercito di più di mezzo milione di funzionari, e dispone quindi continuamente in modo assoluto di una massa enorme di interessi e di esigenze; in cui lo Stato, dalle più ampie manifestazioni della vita fino ai movimenti più insignificanti, dalle forme di esistenza più generali sino alla vita privata avvolge la società borghese, la controlla, la regola, la sorveglia e la tiene sotto tutela; in cui questo corpo di parassiti, grazie alla più straordinaria centralizzazione, acquista una onnipresenza, una onniscienza, una più rapida capacità di movimento e una agilità che trova il suo corrispettivo soltanto nello stato di dipendenza e di impotenza e nell’incoerenza informe del vero corpo sociale; si capisce che in un paese simile l’Assemblea nazionale (...) perdesse ogni influenza reale, a meno che non avesse in pari tempo semplificato l’amministrazione (...) in modo che la società civile e l’opinione pubblica si creassero i propri organi, indipendenti dal potere governativo. Ma l’interesse materiale della borghesia francese è precisamente legato nel modo più stretto al mantenimento di quella grande e ramificata macchina statale. Qui essa mette a posto la sua popolazione superflua; qui essa completa, sotto forma di stipendi statali, ciò che non può incassare sotto forma di profitti, interessi, rendite e onorari. D’altra parte il suo interesse politico la spingeva ad aumentare di giorno in giorno la repressione, cioè i mezzi e il personale del potere dello Stato (...). Così la borghesia francese era spinta dalla sua stessa situazione di classe (c.n.), da un lato, ad annientare le condizioni di esistenza di ogni potere parlamentare, e quindi anche del suo proprio, dall’altro a rendere irresistibile il potere esecutivo, che le era ostile».

7. Su questo tema si richiamano le argomentazioni svolte nel saggio Machtpolitik e politica rivoluzionaria: l’Europa da Yalta a Praga, in: Quaderni della Rivista Trimestrale, n. 39-41.

8. Testimonianza resa da Altiero Spinelli in un colloquio con l’autore di questo scritto

9. Del resto lo stesso Spinelli si riconosceva anche all’interno dell’esperienza azionista, e per un breve periodo, nel 1947, fu segretario del Partito d’Azione.

10. Testimonianza resa all’autore da Edmondo Paolini.

11. Cfr. Unità europea, maggio 1943: «Noi, entro ogni partito che voglia la rivoluzione e la rinascita, entro ogni gruppo di uomini consci della gravità della crisi, attraverso ogni patria, non profanata dal nazionalismo, per l’Europa libera e unita, combatteremo e istruiremo».

12. Cfr. Trent’anni di vita del Movimento Federalista Europeo, raccolta di documenti a cura di S. Pistone e L. Levi, 1975, p. 35.

13. Unità europea, agosto 1943.

14. Cfr. E. Collotti, Solidarietà europea e prospettiva di un nuovo ordine internazionale nella Resistenza italiana, in: Annali della Facoltà di lettere e filosofia dell’università Trieste, II (1966) pp. 15-51.

15. Ivi, p. 44

16. Per la figura e l’opera di Foschiatti, cfr. E. Taucer, La ripresa antifascista dopo l’8 settembre nella regione giuliana, in: Rivista storica del movimento di liberazione in Italia, 1958, fasc. II.

17. Cfr. N. Bobbio, Il federalismo nel dibattito politico e culturale della Resistenza, in: L’Idea dell'unificazione europea..., già citato, p. 235.

18. S. Trentin, Stato, Nazione, Federalismo, Milano 1945. Sul pensiero di Trentin cfr. D. Cofrancesco, Il contributo della Resistenza italiana al dibattito teorico sull’unificazione europea, in: L’Idea dell'unificazione europea..., cit., pp. 132-134.

19. U. Campagnolo, Repubblica Federale Europea, Milano 1945, per cui cfr. N. Bobbio, op. cit.

20. D. Galimberti e A. Repaci, Progetto di costituzione confederale europea e interna, Torino 1946, per cui cfr. D. Cofrancesco, op. cit.

21. Per un approfondimento critico di questo tema - e, in particolare, per un’analisi della storica connessione tra le scelte di politica estera dello Stato sovietico e il processo rivoluzionario mondiale -, si richiama ancora il saggio su Machtpolitik e politica rivoluzionaria, cit., in particolare alle pp. 271-277.

22. Vedi più oltre le posizioni del M.F.E. sulle conferenze di Yalta e di San Francisco.

23. «Noi non ci eravamo nemmeno chiesti se dopo la guerra l’Europa avrebbe continuato ad essere il centro del mondo. Era per noi del tutto naturale; era per noi del tutto naturale, ad esempio, pensare al secondo dopoguerra come simile al primo. Naturale perché, dopotutto, si sapeva che da Attila in poi gli europei avevano sempre risolto le loro cose “tra europei”» (da un colloquio di Altiero Spinelli con l’autore).

24. Cfr. Politica marxista e politica federalista, in Problemi della federazione europea, Roma 1944, p. 80: «Nella società capitalistica, fondata sul mercato, non si soddisfano i bisogni sentiti come più urgenti, né quelli che un dato criterio di civiltà impone come più urgenti. Si soddisfano i bisogni che possono essere meglio pagati»

25. ivi, p. 80: «Il sovrappiù dei beni consumati dai lavoratori in un dato periodo resta nelle mani dei capitalisti; ma è da aggiungere che questo sovrappiù si divide in due parti: una parte che è consumata dai capitalisti stessi ed un’altra che è semplicemente accumulata e reinvestita nella produzione. II male non consiste nell’attribuzione di questa seconda parte. Con essa infatti i capitalisti non sottraggono nulla, poiché restituiscono nella produzione quel che hanno trattenuto». È la stessa distinzione, grosso modo, che si ritrova negli «schemi di riproduzione» marxiani.

26. Cfr. Unità europea, luglio-agosto 1944.

27. Il saggio è riprodotto in Mondo operaio, n. 4, 1972, in cui vedi anche E. Gencarelli, Dalla Resistenza l’impegno per un’Europa socialista.

28. A proposito di questa polemica una risposta alquanto corrosiva era data implicitamente da Enriques Agnoletti sul Ponte (1945, II, p. 89), affermando: «Sarebbe inesatto identificare questa politica [di respiro sovranazionale] con una determinata soluzione, per es. con la Federazione Europea, o altra del genere. Questa rottura e apertura dello Stato nazionale verso un riconoscimento e un’organizzazione di quei diritti dell’uomo che la coscienza moderna fa propri e la tecnica moderna rende possibili, può avvenire anche in via empirica - un pezzo alla volta -, via che certamente è l’unica accettabile, per ora, dal mondo anglosassone, contrario alle formulazioni e alle predicazioni razionalistiche, care alla nostra mentalità continentale e illuministica».

29. Cfr. Unità europea, settembre-ottobre 1944.

30. Nel citato articolo di critica all’intervista di Sforza, Unità europea accennava polemicamente ai progetti di «ricostituzione della vecchia Austria», progetti notoriamente caldeggiati da Churchill.

31. Cfr. L’Italia libera, maggio 1945.

32. Cfr. Il Ponte, 1945, p. 664.

33. Cfr. Il Ponte, 1947, p. 94.