A CIASCUNO IL SUO
Ricordo di Luigi Cosattini, deportato


 

QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.49

di Bruno Vasari

A CIASCUNO IL SUO
Ricordo
di Luigi Cosattini, deportato


Prefazione di Anna Bravo



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Quaderni della FIAP, n.49

 
A ciascuno il suo
Ricordo di Luigi Cosattini, deportato


di Bruno Vasari

Quaderno n.49



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Prefazione di Anna Bravo

Di solito è chi ha esperienza diretta e lunga conoscenza di una realtà a presentare il lavoro di chi ci si è avvicinato dopo e dall’esterno. Chiedendomi di introdurre questo suo libro, Bruno Vasari capovolge i termini del rapporto, con uno spirito simile a quello con cui in questi anni ha promosso e sostenuto varie iniziative dell’associazione nazionale ex deportati: si sente anche qui la stessa volontà di rivedere la propria storia con lo sguardo di chi non c’era, di far nascere accanto ai testimoni oculari figure di supporto che forse si potrebbero definire testimoni mentali.

Di questo invito sono felice e orgogliosa: perché mi riconosco totalmente in una scelta che può moltiplicare i canali del ricordo; perché nella natura e nell’andamento di questo libro si ripropongono problemi essenziali, ieri come oggi, per la ricerca sulla deportazione.

Sono passati quarant’anni dalla fine della guerra, e si può sicuramente dire che i sopravvissuti hanno vinto la loro battaglia contro il progetto nazista di cancellare i Lager dalla storia. Ai roghi di documenti hanno risposto con la mobilitazione di quell’arma immateriale e potentissima che è la memoria, ai tentativi di far leva sulla distruzione delle tracce per minimizzare o negare lo sterminio hanno saputo contrapporre una mole straordinaria di prove C’era precisamente questa determinazione nello sforzo dei tanti che durante la prigionia cercano di imprimersi nella mente quel che vedono e sentono, e dei pochissimi che sono riusciti a tradurlo in una sia pure minima documentazione scritta.

Ma se il quadro di insieme è oggi un patrimonio acquisito, i suoi contorni sono ancora provvisori, un’infinità di particolari ancora oscuri o sconosciuti, e destinati probabilmente a rimanerlo: come succederebbe - è stato detto - dopo un gigantesco terremoto che avesse distrutto, insieme alle persone e alle cose, gli strumenti per riportarle alla luce e gli apparecchi per misurare l’ampiezza degli sconvolgimenti.

Nasce da qui, e continua a ripresentarsi, la difficoltà preliminare connaturata a ogni ricerca sui Lager. Che si tratti di una situazione, di un avvenimento o di un singolo destino, tentare di decifrarne la fisionomia significa mettersi alla caccia di indizi molto più incerti e fragili di quelli su cui si fonda normalmente la conoscenza del passato; significa preventivare piste senza sbocco e ombre senza rimedio. La competenza allora non basta, se non la accompagnano ostinazione, fiducia e amore.

Con questo stato d’animo si è posto l’autore di fronte alla vicenda di Luigi Cosattini, giovane giurista e dirigente del Partito d’Azione, deportato a Buchenwald nel giugno del ’44 e inghiottito l’aprile successivo nel caos degli ultimi giorni: una fine che lo accomuna tanto strettamente agli innumerevoli altri dispersi nella notte e nebbia di Himmler da fare di questo libro anche un atto di riconoscimento dedicato a tutti i prigionieri sconosciuti di cui è rimasto solo un nome negli elenchi degli scomparsi, e spesso neppure quello.

L’intenzione di Bruno Vasari viene da anni lontani, e si precisa durante una visita a Buchenwald, vissuta in un andirivieni tra ieri e oggi tra l’esperienza diretta e la sua eco letteraria, ma soprattutto fra impegno di denuncia e nostalgia dell’amico. Forse è proprio questa per i sopravvissuti, la sostanza del ricordare un bisogno di giustizia che guarda alla legge e alla storia, un rimpianto che non può accontentarsene perché guarda al compagno e continua a tenerne viva l’assenza.

Premessa alla storia di Luigi Cosattini, il racconto del viaggio si allarga così al modo in cui la sua immagine sta nella memoria dell’amico, lasciando affiorare di riflesso una sorta di autoritratto scarno nel suo subordinarsi alla figura del protagonista, denso della sofferenza che accompagna questa riemersione nel passato.

Ci si può vedere anche un cambiamento significativo rispetto agli altri contributi di Bruno Vasari sulla deportazione, in particolare al suo libro su Mauthausen, una testimonianza dell’estate ’45 tanto fitta di notizie quanto prosciugata di elementi personali. Certo i momenti sono diversi, al tempo della denuncia si è sovrapposto a poco a poco quello della rievocazione. Ma in questo caso deve aver contato soprattutto un affetto per l’altro capace di dare corpo e legittimità a parole negate a se stessi, a un racconto carico di riflessioni e di emozioni altre volte lasciate in ombra. Comprese certe amarezze del presente, compreso quel senso di colpa di cui parlano tutti i sopravvissuti, anche se nessuno più di loro sa quanto sia immotivato, e quanto irrisolvibile l’interrogativo che lo sostiene: perché io e non tanti altri simili a me, perché io e non il mio compagno.

Perché - si chiede Vasari - non Luigi Cosattini, giovane e sorretto dalla coscienza politica, sano, irrobustito dall’esercizio fisico, certamente aiutato dal pur fragile rapporto con l’esterno che il coraggio di due giovani donne riesce a conservargli. È più una pena che una domanda. La sopravvivenza dipendeva troppo pesantemente dal caso perché anche la coincidenza più favorevole di buona fortuna e doti personali potesse garantirla, e possa oggi spiegarla.

Meglio allora - come fa questo libro - prendere un’altra strada che parte all’indietro nel tempo attraversando pubblico e privato, lotta politica e spazio quotidiano, lavoro e affetti: quasi a compensare l’oscurità della fine col racconto di una vita che oscura non è stata affatto.

Lo mostrano i profili di Luigi Cosattini presenti nella letteratura dell’antifascismo; lo confermano le parole dei compagni di militanza e prigionia, di amici, di persone incontrate per caso e per poco. Forse qualche testimonianza potrà sembrare scarna, in particolare tra quelle che vengono da ex deportati non è così se si pensa che la memoria dei Lager si forma in un continuo bombardamento di immagini e sensazioni dominate dalla fatica di sopravvivere, in un caos ininterrotto dove trattenere un volto o un nome è già moltissimo. In altri casi, si colgono toni che oggi possono sembrare rituali: oggi, appunto, quando i linguaggi e i riti di un tempo ancora vicino hanno ormai perso, insieme al compito di nascondere il vuoto, quello di dare forma a un pieno di sentimenti che altrimenti non riuscirebbero a esprimersi.

L’iniziativa familiare che sta alla base di un parte importante di questa documentazione fa riflettere anche su un altro punto. Mentre nello scenario del dopoguerra è fortissima l’immagine dell’attesa, con le stazioni affollate di parenti che mostrano una fotografia o ripetono un nome, resta invece ben poco dell’enorme somma di energie e sentimenti spesa negli anni successivi per rintracciare i dispersi o accertarne il destino. Forse perché il dramma collettivo è vissuto per lo più in solitudine, perché gli strumenti accessibili sono pochi, le vie confuse, le tracce delle iniziative presto cancellate.

Già la sola esistenza di una documentazione basta dunque a indicare che qui la ricerca ha potuto nascere e andare avanti in altro modo. Quella di cui Luigi Cosattini fa parte è una rete ampia di solidarietà e di affetti che ha capacità e mezzi non consueti per un rapporto più diretto con la propria storia: per esempio una tradizione che conserva diari, lettere, fonti significative dell’identità familiare; una cerchia di amicizie e un ambiente consapevole che rendono il dolore meno solitario; più tempo, più forza, più canali per comunicare. È facile intuire, dietro certi documenti, la lunga ricerca che li ha resi possibili, l’impegno necessario a tenere aperto quel legame tra presente e passato, tra persone lontane e tra mondi diversi.

Che all’uno e all’altro capo, spesso a tutti e due, si trovino nomi di donne, è una conferma del loro ruolo centrale nella custodia della memoria familiare. Che tanti sforzi lascino aperto l’ultimo interrogativo ribadisce l’essenza del Lager come voragine fatta per inghiottire e disperdere.

Il libro di Bruno Vasari raccoglie questa archivio familiare, aggiunge nuove testimonianze e nuovi documenti ostinatamente sollecitati negli anni, li combina in una trama che ora si addensa, ora è costretta a rarefarsi di fronte alla povertà delle tracce; li accompagna infine verso il lettore con un corredo di commenti in cui il tono alto dell’impegno etico-politico non soffoca l’amore per il dettaglio, e il bisogno di chiarezza non forza la natura frammentaria dei materiali.

Chi percorre queste pagine avrà l’impressione di guardare alla vita di Luigi Cosattini attraverso un succedersi di spiragli; e non poteva essere altrimenti. Ma sono spiragli vividissimi. Alla loro luce prende forma, dentro un’epoca e una cultura, quel di più rappresentato dall’impronta del protagonista: che è la passione della battaglia politica, la fiducia nella forza dello spirito, la capacità di farsi grand frère di chi soffre; e insieme la tenerezza sobria del lessico familiare, la capacità di sorridere al peggio, un gusto per la vita che si rallegra dei suoi piccoli regali, un libro, un paesaggio, una bottiglia di vino, la grazia di una parola in dialetto.

Naturalmente Luigi Cosattini doveva essere molte altre cose: una persona non sta mai tutta in un libro, tanto più quando, come in questo caso, l’autore sceglie con totale evidenza il coraggio dell’incompletezza piuttosto che le scorciatoie dell’improbabilità. A maggior ragione non può stare in una breve premessa: ma a me è rimasta, prima di ogni altra, questa immagine di gentilezza calpestata eppure resistente, di determinazione a trarre una briciola di bene da qualsiasi esperienza; e di una consapevolezza di sé senza ombra di arroganza.

Per questo c’è nel libro di Bruno Vasari qualcosa che può comunicare anche al lettore di oggi la voglia di sporgersi sull’abisso dei Lager per cercare la figura che è scomparsa; c’è come un germoglio verso il futuro che porta il protagonista al di là della genealogia dell’antifascismo e lo fa parlare anche a chi ne è ormai lontano.

Credo che aver contribuito a colmare questa distanza sia una ricompensa tra le più care all’autore; e spero di non averne tradito lo spirito sottolineando la forza evocativa delle sensazioni, delle riflessioni, dei ricordi personali che il dialogo di mente e cuore con l’amico ha sollecitato. La resistenza a farli entrare nel discorso non è solo di Bruno Vasari; come lui, tanti altri ex prigionieri si sono sforzati a lungo di tenere divisi dati ed emozioni, di produrre una testimonianza «oggettiva», indipendente dalla pena individuale. È facile capire quanto abbia pesato, insieme al timore di offrire pretesti a una lettura di parte, la necessità di certificare innanzitutto la realtà dei fatti nel loro spessore materiale, misurabile e confrontabile.

I sentimenti hanno un’altra sostanza; ma non per questo sono meno reali. Ed è anche per loro tramite, in questo libro dove i fatti via via sfumano nell’incertezza, che il passato si riaffaccia sul presente: sentimenti custoditi nel racconto - quelli del protagonista, dell’autore, della famiglia, degli amici; sentimenti che vanno loro incontro - quelli con cui il lettore risponde, e comincia a immaginare.

ANNA BRAVO





Buchenwald in un freddo

e piovoso mattino di settembre


Tutte queste cose non sono spente, si

Alimentano anzi si accrescono

Nel mio pensiero e nel mio ricordo …

Cicerone, «De Amicitia»




Un mattino freddo e piovoso del settembre 1984, a Buchenwald per la prima volta. Ricordi, sensazioni, pensieri s’intrecciano e sovrappongono tumultuosamente, e più incisiva ritorna la memoria di Luigi Cosattini, uno degli innumerevoli deportati che da quei Lager non ritornarono.

Faccio parte della delegazione italiana di ex deportati politici in visita ufficiale nella DDR per intervenire alla giornata in onore delle vittime della guerra imperialista e del nazismo.

Nella guida, un anziano operaio tedesco in campo di concentramento dal ’33 al ’45, è ancora vivo il ricordo di Ilse Koch, la famigerata moglie del comandante del Lager, a cavallo con le rosse chiome sciolte al vento, personaggio dell’Apocalisse, incarnazione del sadismo e della ferocia nazista.

All’ingresso del campo la scritta «Jedem das Seine», a ciascuno il suo. Non l’inganno dell’«Arbeit macht Frei», il lavoro rende liberi, che sovrasta altri ingressi di altri campi di sterminio, ma la sfrontata ammissione del carattere punitivo della deportazione. Rimossa ogni falsa pretesa educativa, essa lascia intendere che i prigionieri, colpevoli di chissà quali gravissimi reati, devono espiare. Non giustizia, ma persecuzione. Non reati, ma facoltà di calpestare brutalmente diritti umani fondamentali.

Certamente il giurista Luigi Cosattini si sarà sentito offeso e avrà sofferto per l’uso stravolto e staccato dal contesto giustinianeo della frase «Jedem das Seine», traduzione del «Suum cuique tribuere»[1].

Sostiamo nello stretto corridoio del Bunker, prigione nella prigione, con le celle di rigore incredibilmente piccole a destra e a sinistra, chiuse da cancelli che lasciano completa visibilità verso l’interno e l’esterno. In ogni cella dove innumerevoli prigionieri patirono sadiche torture e feroci violenze, una targa ricorda la vittima di cui è stato possibile tramandare il nome, e mani memori e pietose hanno deposto fiori freschi.

I delegati italiani sono scossi da brividi di orrore al racconto della guida: in un locale annesso alla scuderia il prigioniero, ignaro, al termine di una finta visita medica, si metteva in posizione sotto lo strumento per misurare l’altezza con la testa appoggiata al muro che dissimulava un piccolo foro attraverso il quale il boia nascosto faceva partire il colpo alla nuca. L’impianto ha funzionato 8483 volte[2].

Continua il catalogo dei morti: 78.562 dal luglio ’37 al marzo ’45, ivi compresi gli 8.483 massacrati nella scuderia e 1.100 impiccati, le cui ombre oscillanti sembrano proiettarsi su di noi. Ci sono ancora 85.000 prigionieri sovietici non presi in carico nei registri di Buchenwald, sterminati nel settembre 1941 in impianti di assassinio di massa allestiti appositamente.

Il nome di Buchenwald suona sinistro. All’inizio di aprile del ’45, quando la guerra non era ancora conclusa, la rivelazione dei crimini perpetrati in quel Lager aveva dato al mondo un fremito di raccapriccio, un senso di stupore ed incredulità.

Il generale Eisenhower[3] così aveva ricordato la scoperta di un campo nazista di annientamento:

«Lo stesso giorno (12 aprile 1945) vidi per la prima volta un campo di orrori. Era vicino alla città di Gotha. Non sono mai stato capace di esprimere la mia reazione quando per la prima volta mi trovai dinanzi all’indiscutibile prova della brutalità nazista e allo spietato disprezzo di ogni parvenza di dignità. Fino allora la conoscevo soltanto genericamente o da fonti secondarie. Sono certo di non aver mai, in nessun’altra occasione, provato un simile senso di ripugnanza.

Visitai ogni angolo e ogni buco del campo, perché ritenevo mio dovere di essere in grado, d’allora in poi, di testimoniare io stesso queste cose, nel caso nascesse in patria la persuasione che “le storie della brutalità dei nazisti non erano che propaganda”. Alcuni membri tra i visitatori non poterono sopportare la prova fino alla fine. Io non soltanto la sopportai, ma quella sera, appena giunto al Quartier Generale di Patton, ne mandai notizia a Washington e a Londra, insistendo perché i due Governi mandassero immediatamente in Germania un gruppo di direttori di giornali scelti a caso e rappresentanze delle legislature nazionali. Ritenevo che la prova andava subito messa dinanzi al pubblico americano e inglese, in modo che non rimanesse luogo a dubbio alcuno».

Così, durante il rapido passaggio per il Revier di Mauthausen di una missione alleata subito dopo la liberazione del campo, anche io avevo potuto cogliere sul volto degli ufficiali in divisa, reduci da sanguinose campagne di guerra, i segni visibilmente impressi dello stupore, dello sdegno, dell’orrore e della nausea.

Un mese più tardi, nel viaggio di rimpatrio in autoambulanza da Mauthausen con un gruppo di compagni, durante una breve sosta in una piazza di Brescia, una ragazza in mezzo ad una piccola folla di curiosi, considerato il nostro aspetto, aveva esclamato stupita: «Ma allora non era propaganda il film che ci hanno fatto vedere!».

Eppure - pensavo quella mattina a Buchenwald - c’è ancora oggi chi, travisando i fatti, tende a minimizzare gli orrori dei campi di annientamento nazisti: le camere a gas servivano per la disinfestazione; i delitti che vi venivano perpetrati erano opera dei deportati che reciprocamente si rendevano la vita invivibile esasperando le difficoltà dell’affollamento; delle malattie e della penuria di cibo, mentre le SS ignare erano lontane; gli ebrei massacrati non furono sei milioni, ma seicentomila... ecc. ecc. E questi autori menzogneri hanno trovato anche chi li ha difesi in nome di una malintesa libertà di esprimere la propria opinione, così travolgendo la deontologia del cronista valida anche per lo storico: i fatti sono sacri e il commento è libero. I fatti sono confermati da un tal cumulo di documenti che in altezza e in peso superano le piramidi egizie.

Tuttavia - continuavo a pensare - l’ex deportato non può esser tranquillo, perché conosce i meccanismi di rimozione dei ricordi inquietanti e la difficoltà per la gente comune di annoverare tra i mondi riconoscibili il campo di eliminazione, questo mondo fuori dal mondo per la dismisura delle atrocità che vi furono compiute. A tutto ciò si aggiunge il ricorrente invito a dimenticare, che subdolamente maschera il tentativo di mettere le aberrazioni del fascismo e del nazismo sullo stesso piano dei principi sacri per i quali i resistenti e i deportati combatterono e soffrirono.

Ogni lettura recente, ogni ricordo di letture passate che riguardino i sopravvissuti ad un immane cataclisma prodotto dalla natura o dagli uomini, fanno affiorare nell’ex deportato nei campi nazisti di annientamento (Vernichtungslager) un sentimento quasi di colpa per essere uno dei pochi vivi mentre innumerevoli sono stati i morti.

Ricordavo che lo psicologo Massimo Martini[4], nel riferire i risultati di un’indagine su un gruppo di ex deportati italiani, così aveva descritto questo sentimento: «Alcuni dei superstiti si soffermano inoltre sull’esiguo numero di compagni che sono ritornati in Patria. Traspare in queste ultime testimonianze ancora una volta un vago sentimento di colpa per aver lasciato nel Lager la maggior parte dei deportati, tra cui molti amici e spesso alcuni famigliari. Il far parte di una piccola schiera di persone che “se la sono cavata” viene vissuto da molti ex deportati in modo colpevole, tanto da procurare veri e propri stati depressivi, in quanto si sentono inconsciamente responsabili di aver abbandonato i propri compagni nelle mani dei persecutori...».

Lo scrittore Primo Levi, ex deportato ad Auschwitz, in un suo recente romanzo[5] aveva fatto dire ad un personaggio sopravvissuto alla deportazione:

«Vergogna di non essere morti [...] ce l’ho anch’io: è stupido ma ce l’ho. È difficile spiegarla. È l’impressione che gli altri siano morti al tuo posto, di essere vivi gratis, per un privilegio che non hai meritato, per un sopruso che hai fatto ai morti. Essere vivi non è una colpa, ma noi la sentiamo come una colpa».

E Benedetto Croce[6]:

«Noi abbiamo rimorso di vivere, ci sembra di rubare qualcosa che è di proprietà altrui, vorremmo morire con i nostri morti: codesti sentimenti, chi non li ha, purtroppo, sofferti o amaramente assaggiati?».

Il sentimento di colpa sembrava esser presente anche in coloro la cui sopravvivenza era esente da ogni sospetto di collaborazione con gli aguzzini e da ogni ombra di sopraffazione, anche lieve o lievissima, a danno dei compagni.

Questo sentimento si alimentava nei contatti con i famigliari che avevano perduto un congiunto nei campi nazisti. Anche all’accoglienza più gentile o addirittura affettuosa, materna o paterna, l’ex deportato ipersensibile, temendo di rendere più acuti con la sua presenza il dolore e la tristezza nei famigliari del caduto, provava un profondo disagio.

In occasione di un Convegno, un gruppo di ex deportati, non spensierati come accade di solito quando ci si ritrova tra compagni, avevano evocato a tavola dolorosi episodi. A.T., ritornato al suo piccolo paese dopo la liberazione, aveva sentito il dovere di avvicinare i genitori di un compagno morto nel Lager. Essi lo avevano ricevuto una prima volta con gelida freddezza. Alla loro domanda: «perché tu sì e lui no?» non aveva saputo che cosa e come rispondere. In seguito, nonostante i suoi reiterati tentativi, non era stato più ricevuto. Quando passava sotto le loro finestre, essi avevano facce impietrite ed evitavano d’incontrarne lo sguardo. A.T. era ancora scosso da quel ricordo. Altri non avevano avuto il coraggio di avvicinare i famigliari dei compagni scomparsi. Altri ancora erano stati sottoposti ad estenuanti ripetuti interrogatori alla ricerca da parte dei familiari di eventuali contraddizioni.

Un episodio narrato da Erodoto poteva far pensare che il senso di colpa avesse lontana origine nel timore di una reazione violenta dei familiari alla delusione per il mancato ritorno del congiunto, quasi che il sopravvissuto fosse per loro la causa, con la sua semplice presenza, del rinnovarsi di un insopportabile dolore.

L’unico superstite della spedizione di Atene contro Egina, raccontava Erodoto[7], così aveva trovato la morte: «Raggiunta Atene, egli annunciò il disastro e a questa notizia le donne dei combattenti inviati contro Egina, indignate che egli soltanto si fosse salvato, lo circondarono e lo straziarono con i fermagli delle loro vesti, chiedendogli dove si trovavano i loro mariti».

Non tutti i ricordi delle letture che mi turbinavano nella mente a Buchenwald si muovevano nella medesima direzione. Alcuni, di senso contrario, sottolineavano la gioia del sopravvissuto, non offuscata da sentimenti di colpa.

Daniel Defoe[8] aveva conchiuso il resoconto della peste di Londra del 1665 con una «stanza» che esprimeva l’eccesso di gioia, la felicità senza ombra del sopravvissuto:

A dreadful plague in London was

In the year sixty-five

Which swept an hundredthousand souls

Away; yet! alive![9]

Più moderatamente Tucidide[10], nella celebre descrizione della peste che colpì Atene nel 430 a.C.:

«… quelli che erano scampati compiangevano in maggior grado chi moriva e chi stava male, perché ne avevano già fatto esperienza ed erano ormai al sicuro: il morbo non colpiva la stessa persona una seconda volta in modo mortale. Ed erano considerati felici dagli altri, e loro stessi, per la gioia del momento, avevano la vana speranza di non poter essere più uccisi da nessun’altra malattia».

Alessandro Manzoni[11] aveva fatto dire a Padre Felice nella predica agli ex appestati in procinto di tornare alle loro case: «Dio non voglia che possano vedere in noi una gioia rumorosa, una gioia mondana d’aver scansato quella morte, con la quale essi stanno ancora dibattendosi».

Per lo scrittore Elias Canetti[12] «la soddisfazione di sopravvivere è una sorta di piacere» e, parlando della battaglia: «il sopravvissuto è il privilegiato, il favorito della sorte. È portentoso che egli conservi la sua vita, mentre tanti che un istante prima erano con lui l’hanno perduta. I morti giacciono inermi; egli si erge fra di essi, e pare quasi che la battaglia sia stata combattuta affinché egli sopravvivesse. Ha stornato da sé, sugli altri, la morte. Non che egli abbia sfuggito il pericolo. In mezzo ai suoi compagni egli ha affrontato la morte. Essi sono caduti. Egli vive e trionfa. Chiunque sia stato in guerra conosce questa sensazione di superiorità sui morti. Magari può essere mascherata sotto l’afflizione per i compagni caduti... La sensazione di forza che scaturisce dal sopravvivere è fondamentalmente più forte di ogni afflizione: è la sensazione di essere eletti fra molti che hanno un comune destino».

Peste e guerra erano situazioni diverse dal Lager nazista, dove si perpetrava l’assassinio di massa, che tuttavia era più vicino alla peste che non alla guerra. L’analogia emergeva chiara dal romanzo di Camus[13].

Il senso di colpa dell’ex deportato, il quale ha vissuto una situazione «estrema» e certo non meno terribile della peste, non avrebbe dunque dovuto esistere o avrebbe dovuto essere radicalmente distrutto dalla gioia della sopravvivenza.

Ed invece no.

Anche il deportato aveva provato e vissuto un’intensa gioia al momento della liberazione. Per descriverla non avrei trovato espressione più aderente dell’«unaussprechlich süsses Glück»[14] del finale del «Fidelio» di Beethoven. Non una sensazione d’invulnerabilità, non un eccesso di gioia, non una gioia rumorosa, nessuna sensazione di superiorità. Ma gioia che si era espressa talvolta con un pianto irrefrenabile, in cui l’abissale tristezza per il continuo contatto con la morte, la schiacciante oppressione, l’imperversante violenza, la riduzione a cosa, lo svuotamento progressivo delle risorse vitali, erano sembrate sciogliersi in una nuova speranza di risurrezione.

Era questa un’impressione soggettiva o trovava un riscontro oggettivo?

Rispondendo alla domanda: «Quale fu il suo stato d’animo all’annuncio della Liberazione? Che cosa provò in quegli attimi?», 111 dei 292 ex deportati interrogati dalla Doxa nel 1970[15] avevano parlato di «gioia», «felicità», «contentezza». E la gioia per molti di loro era stata «enorme», «indicibile», «grande», «immensa», «indescrivibile». Alcune risposte, lette e rilette, mi risuonavano ancora nella mente: «Il momento più bello...», «la più grande emozione...», «il più bel giorno... della mia vita». «Mi sembrava di veder sorgere il sole», «era rinascere», «come un risveglio da un incubo”, «come essere tornato al mondo per la seconda volta», «mi pareva un sogno», «il respiro della libertà», «si passava dalla morte alla vita».

Ma era stata una gioia bagnata di lacrime.

Nel 1945, in un rapporto dettato appena tornato dal Lager, questa era stata la mia testimonianza: «Fu un momento di intensa commozione: i volti di tutti erano rigati di lacrime; e mentre le voci si levavano in coro a cantare gli inni della Resistenza di tutta Europa, ci stringemmo in un fraterno abbraccio»[16]. Nel 1970, la mia risposta all’indagine Doxa era stata più diffusa, di carattere più personale, ma aveva confermato la testimonianza del ’45:

«… questa fu una tempesta terribile. Tutte quelle dighe che avevo eretto in me stesso per impedire al mio sentimento di straripare crollarono tutte. Fu un senso di gioia indicibile, malgrado il disastro che avevo sotto gli occhi: cumuli di morti, malati in una maniera atroce e orribile... episodi... il ricordo di episodi tremendi.... Mi sembrava proprio di vivere il giudizio finale nella valle di Giosafat. “Si scopron le tombe si levano i morti”.... Molto difficile esprimere questi sentimenti... diciamo così: fui veramente travolto dal sentimento, che mi inondò tutto. Io non mi vergogno a dire che piansi tutto il giorno».

Primo Levi in una recente intervista televisiva aveva detto: «Non è stato un momento di gioia, ma di riflessione, di ripensamento».

Il complesso di colpa non era nato al momento della Liberazione per il fatto di essere uno dei pochi sopravvissuti mentre tanti non sarebbero tornati; esso era maturato più tardi, una volta sedato il tumulto del cuore, allentata la tensione dello sforzo per sopravvivere, nella quiete, se quiete poteva chiamarsi, del ritorno, in presenza dei familiari dei caduti, e si era attenuato poi fin quasi a scomparire con il tempo, che tutto scolora, assorbe, inghiotte e travolge.

Nell’affollarsi dei pensieri in quel grigio mattino a Buchenwald mi tornavano alla memoria il romanzo «Se non ora, quando?», il mio commento siglato con le iniziali B.V. su «Lettera ai Compagni»[17] e la risposta in versi di Primo Levi.

Scrivendo del romanzo, mi ero soffermato soprattutto su quanto aveva in esso attinenza con il sentimento di colpa degli ex deportati: «Con il tempo questo sentimento può essersi affievolito, ma al deportato sensibile e dotato di immaginazione, appena rimesso piede in Patria un rossore invincibile saliva alle guance quando doverosamente avvicinava, per cercare di confortarli, i famigliari di un compagno rimasto lassù. Ciò anche con la più pura coscienza di non aver da rimproverarsi nessuna azione a danno e di non aver goduto di nessun privilegio […]. Certo esser vivi è una grande gioia, un’inesprimibile felicità, offuscate però a momenti e rese amare dal ricordo dei compagni morti in modo atroce e dall’espressione del dolore dei parenti in lutto senza una tomba su cui piangere».

Aveva risposto Primo Levi con la poesia[18]:

IL SUPERSTITE

a B.V.

Since then at an uncertain hour,

Dopo di allora, ad ora incerta,

Quella pena ritorna,

E se non trova chi lo ascolti

Gli brucia il petto in cuore.

Rivede i visi dei suoi compagni,

Lividi nella prima luce,

Grigi di polvere di cemento,

Indistinti per nebbia,

Tinti di morte nei sonni inquieti:

A notte menano le mascelle

Sotto la mora greve dei sogni

Masticando una rapa che non c’è.

«Indietro, via di qui, gente sommersa,

Andate. Non ho soppiantato nessuno,

Non ho usurpato il pane di nessuno,

Nessuno è morto in vece mia. Nessuno.

Ritornate alla vostra nebbia.

Non è mia colpa se vivo e respiro.

E mangio e bevo e dormo e vesto panni».

La suggestione di questa splendida poesia era nel suono, nel ritmo e nel sapiente mosaico di citazioni (Coleridge, Heine, Dante) che davano luce, colore e rilievo al pensiero.

L’«indietro», il «via di qui» non intendevano respingere il ricordo dei morti, ma un culto esagerato e bigotto che rendesse incerta, impedisse e frenasse la libertà di azione del sopravvissuto nell’attuale contesto. Si proponevano, cioè, in nome della ragione, di dare tranquillità e serenità agli animi dei sopravvissuti perché non scivolassero nella patologia del ricordo.

Corrispondeva a questo invito la conclusione di Benedetto Croce: «Che cosa dobbiamo fare degli estinti, delle creature che ci furono care e che erano come parte di noi stessi? “Dimenticarli”, risponde, se pure con vario eufemismo, la saggezza della vita. “Dimenticarli” conferma l’Etica. “Via dalle tombe” esclama Goethe, e a coro con lui altri spiriti magni».

A Buchenwald queste reminiscenze di richiamo alla ragione mi provocarono un momentaneo turbamento, un senso quasi di rigetto, finché non riportò chiarezza nella mia mente il giuramento dei deportati in quel Lager, riprodotto sull’alta parete interna della torre campanaria, che è stata eretta a perenne memoria del brutale annientamento e della luminosa resistenza che colà si svolsero per oltre un decennio:

«L’annientamento del nazismo

nelle sue radici

è il nostro impegno.

L’edificazione di un mondo

nuovo di pace e di libertà

è il nostro scopo».

A quarant’anni di distanza, non una parola che esprimesse concetti superati, non una parola che potesse essere sostituita.

E ripensando con animo più sereno a Benedetto Croce, mi tornarono alla mente le parole:

«Essi che sono morti, noi che morremo, non vogliamo se non il bene dei nostri cari, e poiché quel bene sembra a noi inseparabile dalla migliore continuazione, che è trasformazione».

La lotta per la sopravvivenza: le cause di sopravvivenza riferite dai superstiti, studiate dagli psicologi, analizzate dagli storici sono innumerevoli, e per semplificare molti si rifugiano nel caso o nella fortuna. Cercavo di rispondere alla domanda: perché sono sopravvissuto? Forse perché allora avevo l’età più idonea, né troppo giovane né troppo vecchio, non ero rimasto a lungo in prigionia, sapevo qualche rudimento di tedesco, ero motivato moralmente e politicamente, sapevo prima dell’arresto e della deportazione quale mostro sfidavo, vedevo con chiarezza nel Lager l’espressione concreta dei caratteri peculiari del nazismo e non mi guardavo intorno smarrito, sebbene la realtà superasse ogni più pessimistica previsione. Avevo cercato di mantenere viva la curiosità, di acquisire una più ampia conoscenza conversando, ove possibile, con i compagni, e di non passare da entusiasmi per una presunta prossima liberazione alle cocenti delusioni per il protrarsi della prigionia. Nei momenti rari di relativa tregua avevo tentato di sollevare il pensiero dal cupo inferno del Lager a più alte sfere. Pur rassegnato a morire, desiderando ardentemente vivere per ritornare a testimoniare, non mi ero lasciato sopraffare dalla disperazione. In due circostanze avevo fatto la scelta forse più appropriata: lavorare nel Revier, anziché rimanere inerte nei castelli scivolando insensibilmente sul piano inclinato della morte, e continuare a lavorare anche quando mi fu detto dal Kapo che non avrei più avuto il supplemento di zuppa. Probabilmente così ero sfuggito alla selezione per la camera a gas.

E in negativo potevo affermare di essermi scrupolosamente attenuto all’«alterum non ledere». Nella massima parte dei casi, la morte di uno è indipendente dalla salvezza dell’altro. All’inverso, la determinazione di uno che accetta di morire in sostituzione di un altro, ed è Padre Kolbe, è la gloria degli altari.

Ma Luigi Cosattini, che ai miei occhi aveva avuto tutti i requisiti morali per sopravvivere, un corpo irrobustito dalla pratica sportiva e una conoscenza del tedesco molto migliore della mia, perché?

Forse anche nella mia sopravvivenza era entrata la fortuna, che non mi aveva coinvolto in situazioni senz’altra via di uscita se non quella «per il camino» del crematorio.

«Continuazione che è trasformazione»: l’ex deportato deve continuare a testimoniare, deve assolvere al «dovere di testimoniare» e, come dice Edith Bruck,

«Perché sarei sopravvissuta

se non per testimoniare

con la mia vita

con ogni mio gesto

con ogni mia parola

con ogni mio sguardo

…»[19]

Il concetto di «continuazione che è trasformazione» mi permeava profondamente, e la tempesta di Buchenwald, passato il turbamento momentaneo, non fece che rafforzare la mia determinazione. Questo avveniva un giovedì, e la domenica successiva (9 settembre) così avrei parlato a Erfurt all’inaugurazione della Dankstätte in memoria delle vittime del nazismo e della guerra imperialista[20]:

«Sono qui nella mia qualità di ex deportato politico italiano nei campi nazisti e la mia matricola è 114.119 di Mauthausen. Agli ex deportati riesce difficile, procura dolore, suscita emozione ricordare, ma è necessario vincere ogni ritrosia e parlare. Il primo dovere degli ex deportati è quello di testimoniare perché non si affievolisca la memoria dei campi nazisti di annientamento (Vernichtung), culmine della criminale dottrina nazista, perché il nazismo non diventi una favola.

Sono infatti in atto vari ripetuti tentativi di presentare alle giovani generazioni, speculando sulla loro ingenuità ed inesperienza un nazismo mondato dei peggiori delitti.

A mio avviso, anche il tentativo di spacciare i falsi diari di Hitler, di cui al processo di Amburgo, va visto in questa ottica. C’è infatti chi ha ritenuto che la storia si dovesse riscrivere, ma la storia è già stata scritta e ha condannato senza appello.

Un criminale nazista, il governatore generale della Polonia Franck, disse al processo di Norimberga - in un momento di resipiscenza: “Mille anni passeranno e le colpe della Germania non saranno annullate”[21].

Che cosa resta da fare agli ex deportati?

Essi hanno un dovere da assolvere verso se stessi, verso i compagni che non sono ritornati, il loro paese, le giovani generazioni e, mi sia concesso, l’umanità intera.

Il nostro particolare destino di essere tra i pochi sopravvissuti di un’immane catastrofe, di essere sfuggiti alla tremenda e purtroppo tanto efficiente macchina di morte - vera catena di montaggio della morte - c’impone obblighi ai quali nessuno di noi desidera o può sottrarsi.

Primo di essi quello di testimoniare rilevando la perfetta concordanza tra la dottrina nazista e la prassi. Chiunque abbia letto, vincendo la ripugnanza, gli scritti di Hitler può confermare che la sua dottrina aveva come fondamento la disuguaglianza tra gli uomini e rappresentava una netta rottura del faticoso cammino dell’umanità per arricchire di sempre nuovi attributi il concetto di uguaglianza: dal cristianesimo, al liberalismo, alla democrazia, al socialismo.

Il nazismo ha prosperato in un humus di odio, di revanscismo, d’irrazionalismo. E noi dobbiamo combattere la diffusione di questi veleni e tendere

- alla reciproca comprensione tra i popoli, alla distensione, alla convivenza pacifica;

- al disarmo, alla riduzione degli armamenti, al bando delle armi atomiche per ridurre la tensione internazionale e liberare enormi risorse da destinare ad usi pacifici;

- alla formazione senza paternalismi dei giovani cui nessun Fuhrer-prinzip può togliere la responsabilità delle loro azioni né sostituirsi alle leggi del vivere civile.

A questi compiti i miei compagni ed io cerchiamo di attenerci: i risultati dipendono dalla capacità di lottare e di persuadere, non dal grado dell’impegno sempre massimo».

La nostra missione continuava la visita al Lager di Buchenwald sotto la pioggia che si faceva più insistente. Un pensiero angoscioso mi pervase: tutto ciò avrebbe potuto ripetersi? Spesso nel sonno (non vero incubo, ma struggente sensazione di angoscia) avevo creduto di trovarmi in libertà provvisoria e di dover rientrare nel KZ. Proiezione di problemi esistenziali nell’inconscio o segreto timore che i crimini nazisti potessero ripetersi?

A livello razionale avevo sempre sostenuto sia l’unicità del nazismo, la cui prassi è manifestazione coerente con la dottrina quale si evince dal Mein Kampf di Hitler, sia la differenza tra Lager nazista ed ogni altro campo di concentramento. Tutto ciò in una visione del mondo e della storia ottimistica per quanto riguarda il futuro.

Questa opinione aveva resistito al confronto con non lontane rivelazioni di altre stragi - ancorché di smisurata ampiezza - che avevo attribuito, non già ad una dottrina come le stragi naziste, ma piuttosto a deviazioni da una dottrina. Aveva resistito alle notizie di crudeli repressioni in varie parti del mondo. Aveva resistito alle gravi violazioni delle norme di comportamento alle quali anche i belligeranti dovrebbero sottostare e alle atroci vendette di massa su persone inermi e incolpevoli.

Avevo seguito con orrore queste notizie, sempre schierato dalla parte delle vittime, respingendo indignato ogni tentativo di giustificazione, ma la mia speranza di un futuro migliore non aveva vacillato.

Una incrinatura si era verificata nell’apprendere la terrificante strage o suicidio collettivo dei seguaci del reverendo Jones in Guyana e la forza distruttiva dell’irrazionale, avvenimento sconvolgente, episodico e non tale da uguagliare altri gravi misfatti, che tuttavia mi aveva fatto un’impressione profonda.

Poi la storia recentissima aveva offerto esempi di capi invasati e crudeli che non avevano da invidiare a Hitler se non il fatto di agire su palcoscenici secondari rispetto a quello del III Reich. Ma come superare la difficoltà, se non l’impossibilità di confrontare situazioni ed eventi di paesi tanto distanti per tradizioni, cultura e anche geograficamente? Perché proprio la civilissima Germania, considerata moderna Ellade?

E la riflessione critica più recente[22] aveva conchiuso come tutto il male inflitto e subito nei Lager era insito nel sistema, il quale aveva una prevalenza assoluta sulla qualità delle persone. Queste erano portate a diventare strumenti criminali di un disegno che le sorpassava, e ciò per meschine ambizioni, per arrivismo, per viltà - l’assegnazione al Lager era per loro preferibile all’invio sul campo di battaglia - per eccesso di conformismo, per ignoranza infarcita di luoghi comuni, per pregiudizi e stereotipi diffusi ed inculcati da una martellante propaganda manichea, per la rinuncia a pensare, per l’educazione all’obbedienza cieca ed assoluta, all’«entusiastica intolleranza», al disprezzo per chiunque non appartenesse alla razza dei signori, per condizionamento dell’ambiente.

C’era chi andava più oltre, e dall’osservazione che gli aguzzini nazisti non erano stati né pazzi, né mostri deduceva che in futuro altri uomini avrebbero potuto subire simili condizionamenti con perfezionate tecniche di manipolazione delle coscienze. Ma sarebbe possibile selezionare e preparare un così gran numero di aguzzini? Purtroppo, i nazisti avevano trovato nei paesi occupati miriadi di collaborazionisti già mentalmente predisposti a servire da seviziatori, da assassini, da boia.

Infine il mio tenace ottimismo veniva sradicato dal pensiero (e non potevo non ammetterlo, sebbene mi costasse uno sforzo indicibile) che non c’era garanzia alcuna che il passato non si ripetesse. Tanto più avremmo corso questo rischio se non avessimo meditato sulla nostra storia.

Tuttavia le cause dell’affermarsi del nazismo, interne ed esterne alla Germania, erano state innumerevoli, così come era Stato di eccezionale varietà e complessità il terreno di cultura del nazismo. Perciò la ripetizione appariva improbabile più che difficile. Inoltre l’esplosione atomica dell’agosto ’45 aveva impresso una svolta alla nostra storia che in futuro non avrebbe più potuto assomigliare a quella del passato rendendo impossibili guerre mondiali del tipo che avevamo conosciuto: o si conservava la pace o la storia sarebbe finita.

Nel turbinare dei miei ricordi di letture, si affacciavano due scenari:

— quello di Camus[23]:

«Ascoltando le grida di allegrezza che salivano dalla città, Rieux pensava che questa allegrezza era minacciata. Poiché egli sapeva ciò che la folla gioiosa ignorava, ma che si può leggere nei libri, che il bacillo della peste non muore né sparisce giammai, e che può per dozzine d’anni rimanere addormentato nella biancheria o nei mobili e attendere pazientemente nelle camere, nelle cantine, nei bauli, nei fazzoletti e tra le carte e che, può darsi, venga il giorno in cui per il malanno e l’insegnamento degli uomini, la peste risvegli i suoi ratti e li mandi a morire in una città felice».

- e quello di Svevo[24]:

«Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà una esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie».

Di fronte a questi terribili scenari, l’unica linea di condotta possibile per noi ex deportati, in un mondo senza certezze, ma non del tutto imprevedibile, era continuare la lotta, senza risparmio di forze, per individuare a tempo ed estirpare ogni gramigna nazista, per preservare la pace ed impedire la catastrofe nucleare. Coerentemente con il giuramento di Buchenwald, i nostri morti sarebbero stati con noi, presenti come «esempio, come simbolo e come ammonimenti».

Anche durante la cerimonia, a Erfurt, mi trovavo con i pensieri ed i sentimenti a Buchenwald dove, durante gli spostamenti da un punto all’altro del Lager, avevo riflettuto sull’enorme numero dei morti, sui pochi sopravvissuti e sul rapporto che questi mantengono con i morti. Con particolare insistenza mi era tornato alla memoria l’amico Gigi Cosattini, deportato a Buchenwald e scomparso poi senza lasciar traccia di sé nella bufera dell’offensiva alleata nel cuore della Germania e dell’evacuazione dei campi.

Chi era Luigi Cosattini l’aveva già detto magistralmente Norberto Bobbio commemorandolo all’Università di Padova[25]. Che cosa avrei aggiunto di più, se non che la propensione e l’intensità con cui si era dedicato agli studi non gli avevano impedito di essere un giovane aperto alle gioie della vita, disposto a scherzare e sensibile all’umorismo?[26].

Un caleidoscopio d’immagini, nelle quali mi trovavo insieme a Gigi, si proiettava sullo schermo della mia memoria.

La prima immagine era l’incontro con Gigi a Trieste, nel quadro che Giani Stuparich[27] così aveva delineato:

«Una mattina (penso che fosse intorno al 1980) il nostro “Dante” fu invaso da un’ondata festosa; l’atrio risuonò di allegri schiamazzi: erano gli studenti del liceo “Marco Polo” di Venezia che venivano a fare ai nostri un’improvvisata. Le lezioni furono interrotte. I nostri uscirono dalle aule, scesero a precipizio le scale e nell’atrio spazioso fraternizzarono tumultuosamente con gli ospiti graditi. Li conduceva un professore non più giovanissimo d’età, ma gioviale e vivace come loro; meglio che un pedagogo appariva come un loro compagno: a lui infatti essi si rivolgevano, senza mancargli di rispetto, con disinvolta familiarità e gli si serravano intorno. Scesi anch’io e Diego Valeri, uscito con qualche sforzo dal centro della folla, mi si fece intorno tendendomi le braccia oltre quel mareggiare di giovani teste».

Gli studenti del “Dante” e quelli del “Marco Polo” si erano quindi recati a San Giusto in visita alla città. Nella schiera degli allievi di Diego Valeri c’era Gigi, in quella di Giani Stuparich c’ero io: avevamo simpatizzato sul piazzale soleggiato e all’ombra dei maestosi lodogni.

Qualche tempo più tardi Gigi ed io ci eravamo rivisti accanto alle bacheche in cui erano esposti i nomi dei promossi all’esame di maturità classica, che noi allievi del “Dante” avevamo sostenuto al “Petrarca”, in viale XX Settembre (l’Acquedotto), a Trieste, nella sessione estiva del 1980.

Gigi aveva dato la maturità a Venezia e trasferitosi con la famiglia a Trieste, era venuto ad informarsi dei voti conseguiti dai compagni triestini che aveva incontrato nell’atrio del “Dante” e a San Giusto.

Tutti e due ci eravamo iscritti a legge a Padova e spesso ripassavamo assieme le lezioni nello studio del padre, nella grande casa poi abbattuta, che sorgeva sull’area del cantiere Pamphili - un antico squero - di fronte al “Dante” ed aveva nel cortile un grande sarcofago egizio di granito rosa. Noi allievi posavamo ogni anno per la foto-ricordo accanto alla «mummia».

Altri incontri con Gigi avevano lasciato in me tracce indimenticabili. La gita in auto a Pirano in una tersa giornata di settembre, con la veduta sorridente di Trieste dalla terrazza del Duomo a picco sul mare, quel Duomo a sua volta ben visibile da Trieste, che tante volte ci eravamo indicato l’un l’altro passeggiando per la strada napoleonica sul ciglio del Carso.

Molti anni dopo, un fine settembre, ero tornato a Pirano e avevo rivissuto quel momento, ma Trieste avvolta nella foschia si era negata alla vista.

In un dolce crepuscolo di luglio a Padova, gli esami di diritto civile si tenevano all’aperto nel cortile dell’Università per evitare l’eccessivo calore delle aule. Da una parte del tavolo c’ero io, l’esaminando, dall’altra il titolare della cattedra e l’assistente Gigi che mi aveva sorpassato negli studi, ai quali io, impiegato EIAR[28] avevo potuto dedicarmi meno regolarmente e intensamente.

Tante altre volte eravamo già stati insieme.

A Padova per dare gli esami, ed il Caffè Pedrocchi era il nostro quartier generale. A Milano, in Piazza del Duomo, con un altro inseparabile amico, Guido Steidler. A Venezia, alla Giudecca, in una trattoria sulla riva di un canale con un gruppo di universitari ragazzi e ragazze triestini, veneziani e lussignani: atmosfera di amicizia e congenialità. Sempre a Venezia, nel 1935, all’inaugurazione della stagione lirica con il «Don Carlos» diretto dal Maestro Guarnieri al Teatro La Fenice restaurato: erano stati con noi Nini Valeri, la figlia di Diego, e Salvatore Satta, allora assistente universitario e più tardi avvocato, professore, scrittore. Dove? Quando? Non ricordo, ma indimenticabile la sua accorata indignazione per l’invasione dell’Albania, il 7 aprile 1939, venerdì santo. A Torino l’11 giugno ’40, il giorno dopo la dichiarazione di guerra, attraversando Piazza San Carlo, mentre uno sparuto gruppo di studenti cantava a squarciagola «Ca custa l’on ca custa viva l’Austa». Ancora a Lucca con Nanni, nell’estate ’43, davanti alla statua d’Ilaria, sepolta una seconda volta sotto i sacchi di sabbia, durante il richiamo di Gigi in servizio militare; aveva comandato allora una batteria sulla spiaggia di Migliarino e portava i capelli tagliati a zero con la macchinetta per non esser diverso dai suoi soldati.

Sebbene fosse poco più giovane di me, la sua influenza sul mio modo di pensare e di vedere il mondo era stata particolarmente profonda, sicché l’avevo considerato uno dei miei maestri. Gigi, figlio di un ex deputato socialista perseguitato dal fascismo ed alieno da ogni compromesso, e di una madre sinceramente e profondamente cattolica, aveva amalgamato in sé con armonico equilibrio l’influenza di entrambi i genitori.

Dopo il tentativo non riuscito di resistenza militare seguito all’8 settembre ’43, l’ultima volta che l’avevo visto era stato agli inizi di ottobre, quando ero andato a prenderlo con il gasogeno a Firenze, e lui aveva sostato a Montecatini dove erano ancora sfollati gli uffici dell’EIAR in procinto di rientrare a Torino. Aveva dormito in casa di un mio collaboratore per non lasciare traccia di sé. Da Montecatini si era diretto verso una destinazione allora sconosciuta, le Alpi Apuane, dove più tardi l’aveva trovato il cognato Giovanni Enriques.

Poi, fino all’arresto, poche notizie frammentarie di lui, una toccante pagina di diario, testimonianze, corrispondenze, una lettera ai genitori di alto contenuto morale, degna di antologia.

Sul comportamento di Gigi nel tetro carcere del Coroneo a Trieste e durante il trasporto verso il campo nazista aveva riferito l’ex deportato de Manzini[29].

Gigi aveva mantenuto un contegno sereno, ripetendo la frase «keep smiling», sii sorridente, con cui cercava d’infondere ai compagni un senso di calma.

E a proposito del suo «keep smiling» ricordavo il sommario di un articolo di Carlo Levi per una rivista americana:

«Il vero coraggio sorride. Non ci si può esprimere diversamente. Il coraggio è la prima virtù, l’elemento necessario per esistere, l’origine di tutto. Poiché è totalmente positivo, e non può disgiungersi dall’amore e dalla creazione, il coraggio è in se stesso felice - l’unica felicità - e il sorriso è l’unica forma umana che esso possa prendere. L’arcaico sorriso degli antichi dei ed eroi s’identifica con essi. In tempi meno mitologici, come gli attuali, il medesimo sorriso si ripropone nelle fattezze di milioni di donne e uomini sconosciuti, quando essi ritrovano in se stessi la base del loro coraggio: il coraggio di vivere. Tutti abbiamo incontrato grandi eroi, uomini che coscientemente sono vissuti e morti per la libertà. Ma l’infinita massa di uomini oscuri che accettano e sono creatori di vita con un sorriso che scintilla nei loro occhi, afferma ulteriormente il segreto potere che rende possibile la realtà e degna di essere amata».

Il sorriso di Gigi era stato il sorriso di quegli eroi.

°  °  °

Per parlare di Gigi ho parlato molto di me, ma non so come avrei potuto esprimere altrimenti la profondità del solco che la sua memoria ha lasciato nel mio animo.

Come dissi a Erfurt, parlare del campo, di quanto ha attinenza con il campo, dà sofferenza all’ex deportato, e quindi egli affronta l’argomento nei limiti e nelle circostanze che ritiene necessari.

C’era un altro motivo di sofferenza: l’insistente ricordo di un’amara constatazione di Dostojewski che suona pressappoco così: quando muore un uomo notevole per il suo valore il numero degli amici si moltiplica.

Ciò spiega perché soltanto ora parlo di Gigi. Da anni meditavo di farlo, ma non riuscivo a superare quelle sofferenze ed ero intimidito dalla commemorazione di Bobbio. È stata la visita a Buchenwald e gli incoraggiamenti e i consigli di Manlio Magini che mi hanno fatto vincere ogni remora. Le tesi sostenute e confrontate, i pensieri, i riferimenti a letture recenti ed antiche, erano in me presenti e dibattuti da sempre, ma Buchenwald li richiamò tutti assieme in un contrasto doloroso ed affaticante, decisivo per la nascita di questo scritto.

Ora seguiamo i movimenti di Gigi in Toscana nel 1943, dei quali abbiamo qualche traccia, e, dopo il suo ritorno all’insegnamento universitario, seguiamolo al Coroneo di Trieste, dal Coroneo a Buchenwald e al campo satellite di Aschersleben, e soffermiamoci poi a considerare le ipotesi della sua fine quali emergono dalle appassionate ricerche della famiglia e dalle testimonianze dei compagni di prigionia.


 



[1] Frammento della massima: «Juris praecepta sunt haec: honeste vivere, alterum non ledere, suum cuique tribuere». Cioè «vivere onestamente, non danneggiare gli altri, dare a ciascuno il suo». Ulpiano.

[2] Questi ed i dati che seguono sono tratti dall’opera Buchenwald - Mahnung und Verpflichtung (ammonimento e impegno), VEB Deutscher Verlag. Sotto la direzione di Walter Bartel, Copresidente del Comitato Internazionale Buchenwald-Dora.

[3] Dwigt D. Eisenhower, Crociata in Europa, Mondadori 1949

[4] M. Martini, Il dramma della Deportazione, ANED - Mondadori, Milano 1983.

[5] Primo Levi, Se non ora, quando?, Einaudi 1982.

[6] Benedetto Croce, Etica e politica, Laterza 1931.

[7] Erodoto, Le Storie, Libro V-87.

[8] Daniel Defoe, A Journal of the Plague Year (1722).

[9] «Una tremenda peste epidemica colpì Londra nel ’65 che spazzò via un centinaio di migliaia di anime; eppure io sono vivo!».

[10] Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 51.

[11] A. Manzoni, I promessi sposi, cap. XXXVI.

[12] ) Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano 1981.

[13] Albert Camus, La peste, Gallimard, 1951.

[14] Indicibile dolce gioia.

[15] Un mondo fuori dal mondo. Indagine Doxa fra i reduci dai campi nazisti, La Nuova Italia, Firenze 1971.

[16] Bruno Vasari, Mauthausen bivacco della morte, La Fiaccola, Milano 1945.

[17] Lettera ai compagni, periodico della FIAP, Anno XIV, n. 5, maggio ’82.

[18] La Stampa, 26 febbraio 1984.

[19] Edith Bruck, Il Tatuaggio, Guanda ’75.

[20] L’onore dell’invito da parte delle Autorità della DDR a parlare in questa solenne circostanza era tributato non alla mia persona, ma ai deportati italiani della cui delegazione facevo parte.

[21] William L. Shirer, The rise and fall of the Third Reich, Simon and Schuster, New York, 1960.

[22] Langbein, Uomini ad Auschwitz, Mursia, 1984.

[23] Albert Camus, La peste, Gallimard, 1951.

[24] Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Dall’Og1io, 1954

[25] Così Norberto Bobbio nella commemorazione di Luigi Cosattini - Italia civile, Lacaita Editore, Manduria, 1964.

[26] Senza tentare di rifarne la biografia, riporto in appendice le date significative della breve esistenza di Luigi Cosattini.

[27] Giani Stuparich, Trieste nei miei ricordi, Garzanti 1948.

[28] EIAR - Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, poi RAI.

[29] Lettera ai compagni, 1977, V, 5; VII-VIII, 5.

 [La versione integrale del testo è disponibile nel formato pdf]