EMILIO LUSSU. LETTERE (1930-1937)
Corrispondenza inedita con G. Forges, C. Rosselli, G. Salvemini, A. Tarchiani


 

QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.32

A cura di Paolo Bagnoli

Emilio Lussu.
Lettere (1930-1937)
Corrispondenza inedita con G. Forges, C.Rosselli, G. Salvemini, A. Tarchiani



© I Quaderni della FIAP 
È permessa la riproduzione integrale
a fini scientifici e divulgativi del presente articolo
con obbligo di citazione della fonte


Quaderni della FIAP, n.32
EMILIO LUSSU. LETTERE (1930-1937)
Corrispondenza inedita con G. Forges, C. Rosselli, G. Salvemini, A. Tarchiani

A cura di Paolo Bagnoli

Quaderno n.32



[La versione integrale del testo è disponibile nel formato pdf]


Presentazione

Emilio Lussu si spegneva a Roma il 6 marzo 1975. Con lui scompariva una personalità politica di grande rilievo e di ampio respiro dialettico, uno scrittore di vena1 Ricordare queste cose ha quasi il sapore dell’ovvietà ma è fuori discussione che a quattro anni dalla morte, nonostante gli studi apparsi2, la figura e l’opera di Lussu aspettano ancora uno studio complessivo, una ponderata valutazione nella storia politica del nostro paese e, soprattutto, una più precisa collocazione nella storia del pensiero politico italiano.

Di formazione umanista con uno spiccato gusto e vocazione verso il narrare Lussu, al pari di Carlo Rosselli, è stato anche un originale pensatore politico. L’impulso costante all’azione, il gusto della politica come costruzione civile non andarono mai in lui disgiunte da una forte passione teorica. Il presupposto per una convinta azione politica non poteva risiedere che in un chiaro riferimento teorico che in Lussu non è mai standardizzato, meccanico, rifugiantesi nelle formule ma frutto di personale riflessione, valore politico nuovo.

Il suo essere a sinistra3 non si esaurisce in una lunga milizia socialista ma si sostanzia di altri elementi; in primo luogo di una concezione morale della politica non astratta e chiusa in mere affermazioni di principio ma riversata e connotata da un comportamento coerente. La sua teoria è fatta di elementi concreti e ciò lo fa un socialista diverso, innovatore rispetto alla tradizione del socialismo italiano, libero dalle opposte tendenze al pragmatismo o alla sola enunciazione teorica ma ben cosciente che i due momenti vanno saldati e che la saldatura è possibile solo sul terreno di massa, delle esigenze popolari a cui la sua coscienza di militante rivoluzionario rimase sempre fedele. La sua concezione etica della politica la si ritrova in questa costante.

Il suo essere, sentirsi socialista, non è fatto di teorie ma una scelta di classe che nasce, a sua volta, dal suo essere nel popolo, nei minatori e contadini dell’amata Sardegna, nell’esigenza di libertà che le loro lotte esprimono4. Senza la Sardegna non si comprende Lussu ed essa sta in rapporto con lui così come Torino e il Piemonte lo sono con Piero Gobetti.

Il sardismo lussiamo, nonostante vi sia stato scritto molto, è ancora in buona parte da indagare soprattutto come componente culturale, espressione al contempo di tradizione e di valori. La Sardegna è, infatti, il suo punto costante di riferimento negli anni dell’esilio; la fiducia nelle risorse della sua terra non gli viene mai meno; da essa, dai suoi travagli matura una originale concezione autonomistica che non è dato istituzionale ma concetto politico generale, «espressione e conquista delle grandi forze popolari»5.

Così, mentre in «Giustizia e Libertà» porta con forza le esigenze di autonomia che ben si conciliano con le aspirazioni dei gobettiani6 in essa presenti, nel socialismo storicamente organizzato introduce una reale esigenza di fedeltà alle masse non astrattamente ed intellettualmente considerate. In questo egli fu, fino alla morte, uomo del movimento cui era subordinata ogni altra esigenza di tipo particolare e partitico.

La fedeltà alle esigenze del sociale, l’urgenza di dare una risposta alla domanda maturatasi dal basso fu anche un suo modo di vivificare la democrazia e le sue norme; l’anima popolare e libertaria del socialismo italiano non mai offuscata da calcoli meschini, da necessità di salvaguardarsi un ruolo od una collocazione; prima di tutto e su tutto veniva la classe e le sue rivendicazioni; il suo classismo prima che un’ideologia fu un istinto.

Gli elementi di un’esperienza umana e politica ricca e sofferta fino in fondo erano i punti cardinali del suo agire che era quello di una libera coscienza fortemente radicata nel civile e consapevole della necessità di aggiornare, di continuo, i modi dell’iniziativa socialista. Questa passione, tutta razionalmente argomentata, Lussu la esprime anche in «Giustizia e Libertà» in un rapporto continuo con Carlo Rosselli.

Le lettere che qui presentiamo ne sono una conferma. Esse si dividono in due parti: la prima comprende le lettere a Rosselli dal 1930 all’aprile 1937; la seconda contiene tre lettere a Tarchiani da Lisbona tra il luglio ed il novembre 1941, più una lettera a Salvemini del 17 luglio 1931 che pubblichiamo secondo l’ordinazione dell’Archivio G.L., conservato a Firenze presso l’Istituto Storico della Resistenza in Toscana, tra le lettere estratte dai «Carteggi Alberto Tarchiani». Alcune delle lettere sono state parzialmente riportate nel lavoro citato da Manlio Brigaglia; quella del 27 settembre 1935 è stata citata da Tranfaglia nella relazione al convegno su «Giustizia e Libertà» tenutosi a Firenze nel giugno 19777

La pubblicazione integrale del carteggio vuole rappresentare un contributo a meglio valutare il ruolo svolto da Lussu in «Giustizia e Libertà» fino alla morte di Carlo. Essa vuole essere anche un invito a scoprire le motivazioni morali ed intellettuali della sua scelta socialista. Ciò si intreccia, naturalmente, con la vita e la vicenda di «Giustizia e Libertà» ma è dal rapporto con G.L. e dal dibattito serrato con Carlo Rosselli che prende corpo il suo socialismo.

A differenza di Rosselli, che proviene dalle file socialiste, Lussu ha un altro tipo di esperienza con il Partito Sardo d’Azione, espressione delle classi popolari isolane ma, in ogni caso, fuori dal solco del socialismo italiano8. Bisogna, quindi, pregiudizialmente domandarsi cos’era il movimento giellista per Lussu: «Esso era attorno a quei gruppi ha scritto che uscivano, ma non con spirito di rassegnazione e neppure di disfatta, e neppure con psicologia di vinti, ma con volontà offensiva e di liberazione, dalla disfatta del movimento operaio e dei partiti della democrazia e negavano come fatto morale, sociale, politico, il fascismo. Consideravano il fascismo non più un avvenimento caduto all’improvviso e dall’alto ad arrestare lo sviluppo dello stato risorgimentale liberale, ma un prodotto maturato nella stessa società italiana. Si ponevano quindi il problema dell’abbattimento del fascismo, non già condizionandoli ad interventi dall’alto, ma alla formazione di una nuova coscienza popolare e nazionale»9.

«G. L.» è per Lussu la risposta veramente nuova ad una situazione nuova qual è il fascismo che egli considera, gobettianamente, l’insieme dei mali storici del paese che forze politiche tradizionali non sono riuscite a sanare.

«Autobiografia della nazione», secondo la nota definizione del direttore di «Rivoluzione Liberale», il fascismo sposta la lotta politica su un piano diverso cui deve corrispondere una qualità politica d’intervento in termini di massa. Già dalla prima lettera, postulando G.L. come centro di riorganizzazione socialista, Lussu connota il suo socialismo come politica per le grandi masse e, per questo, immersa nel paese non relegata alla sola azione nell’esilio.

La rinascita del partito socialista in Italia deve fare riferimento a G. L. il che significa recuperare i resti del movimento socialista in una dimensione politica ed ideologica di rottura con il passato. Che il versante di classe sia quello su cui deve collocarsi G.L. movimento socialista è confermato dal saggio Orientamenti10. Scegliere le masse significa rompere con le tendenze borghesi o, meglio sarebbe dire, piccolo borghesi del socialismo italiano. Lussu, infatti, condivide il giudizio succitato di Piero Gobetti quale base del proprio modo d’intendere la funzione rivoluzionaria del socialismo. Riferendosi proprio al giudizio di Gobetti ha avuto modo di osservare come «si può discutere su questo giudizio, ma esso esiste. Questa premessa, non dico che spieghi tutto, ma è la sola che contribuisce a chiarire la natura reale dei contrasti e lo spero a concedere parecchie attenuanti a quella che è stata la mia azione in seno a G e L prima, e al PdA dopo, e a quella che anche oggi è la mia posizione nel Partito Socialista Italiano (...). La presenza costante delle masse contadine nel problema del mezzogiorno e delle isole, che è l’essenza della questione meridionale nord-sud, e della reale unità nazionale, così come lo poneva Salvemini nel suo più grande periodo della sua lotta politica in Italia. È, se si vuole, quel classismo congenito alla ricerca di un maggiore chiarimento ed approfondimento che insieme lega e concilia gli operai del Nord ai contadini del Sud, per cui Tasca, prendendomi in giro e paragonandomi a quel borghese di Molière, che faceva della prosa senza saperlo, scriveva che io ero un marxista senza rendermene conto»11.

Del carattere per così dire istintivo del suo classismo Lussu si rende conto; esso infatti «cercava la convalida più che nei testi, nell’esperienza pratica della lotta politica»12. Nel citato saggio Orientamenti abbiamo una conferma del suo schema di lotta litica13 e dell’esigenza di una caratterizzazione marcatamente socialista e, per questo, cosciente di quanto la differenzia dai comunisti14.

L'effetto sortito dall’articolo di Lussu è stato ben illustrato da Santi Fedele15; Lussu, come scrive il 2 dicembre 1934, si sente «il solo socialista di G e L che invoca per G. L. l’acquisizione di una base operaia e contadina».

L’impostazione di Lussu si fa, da questo momento, rigida. Ogni sforzo deve essere indirizzato nella costruzione di un movimento rivoluzionario a base proletaria. Nel gennaio 1935 si dimette dal comitato centrale del movimento; la diversità delle concezioni tra lui e Rosselli si evidenzia con forza. Siamo al momento di maggior crisi tra G. L. e Lussu che rileva con orgoglio e puntigliosità che «la sostanza del nostro pensiero politico (...) è agli antipodi». Si dichiara socialista, classista, rivoluzionario; non condivide le ascendenze caffiane sul movimento16 verso cui manifesta l’esigenza di una ripresa di iniziativa per una sua rinascita su basi di ideologia socialista.

Il suo marxismo, quale problemismo classista e popolare è, in primo luogo, un’esigenza pragmatica di azione che vede un diversivo nel dibattito sulla nuova generazione accompagnato dal timore che G. L. si trasformi in una «setta di intellettuali». G. L. per Lussu ha una funzione di unificazione del proletariato, della massa, di centro di raccolta per tutte le correnti socialiste in grado di ricomporre, nella lotta al fascismo, l’unità della classe lavoratrice. La lettera del 27 settembre 1935 è indicativa di un duplice convincimento: l’identificazione della classe nel socialismo, la sottovalutazione della capacità di presa del comunismo nella classe medesima per cui si differenzia da quanto sostiene Rosselli in merito all’unità di tutte le forze del proletariato17. Non solo, ma si conferma il convincimento che antifascismo è, essenzialmente, un fatto di classe e, perciò, rivoluzionario vale a dire lontano da ogni tentazione borghese. Anche Lussu, tuttavia, entra nell’ordine di idee di una piattaforma più vasta dell’antifascismo cui inserire G. L. insieme al gruppo dei repubblicani-socialisti di Schiavetti e il partito massimalista.

Lussu è convinto che anche Carlo vuole una rifondazione del socialismo italiano sparso in varie branchie ma riunificabili almeno in una federazione mentre con i comunisti registra un maggiore stacco.

Tutta l’azione di Carlo è, indubbiamente, tesa ad un profondo rinnovamento del socialismo che non vuol dire, però, rinnovamento delle strutture tradizionali del partito socialista. Sembra esserci in Carlo quasi il timore di contaminare il nuovo rappresentato da G. L. con il vecchio rappresentato dal partito socialista e, forse, lo anima il convincimento che sia ancora troppo presto per chiudere le esigenze rinnovatrici in una struttura organizzativa.

Lussu, al contrario, è alla ricerca di uno strumento socialista organizzato che permetta un’azione politica più incisiva ed ordinata. «Io dico scrive a Rosselli il 4 aprile 1936 non già di fare un accordo solo con il P.S. ma di fare una federazione immediatamente di tutti i partiti e movimenti proletari. E cioè “G e L” - P.S. - Partito massimalista - Gruppi Schiavetti. Io affermo che tale federazione sarà immancabilmente dominata da “G e L” come spirito ecc.... Tale federazione fatta, stringerà però solida e concreta alleanza con il P.C.».

È animato da un’urgenza di fare, di intervenire militarmente nella lotta. Gli articoli di Rosselli sull’unificazione del proletariato italiano non sembrano convincerlo molto; più che sui comunisti bisogna puntare sui socialisti, prima unificarli e poi stringere all’alleanza con il Pc.

Carlo Rosselli viene assassinato insieme al fratello Nello a Bagnoles il 10 giugno 1937. Con la sua scomparsa si chiudeva un capitolo della storia di G.L. «Dopo la morte di Carlo, che appresi in Spagna, (…) – ha scritto – 18 il liberalsocialismo veniva in un certo senso accantonato e prevalse l’impostazione classista socialista di cui ero stato sempre l’espressione. Prevaleva tanto più che, come eravamo d’accordo con Carlo, negli ultimi mesi della sua vita il movimento repubblicano socialista che faceva capo a Schiavetti, marxista, si fuse con Giustizia e Libertà (il consenso di Carlo era stato dato a questo in modo definitivo in una riunione che avemmo insieme a Parigi, Carlo, Schiavetti e io). Il movimento prende come definizione quella di movimento di unificazione socialista. Cioè era la tesi che io esprimevo negli ultimi tempi e che poi ho portato avanti fino al Partito d’Azione, la tesi che G e L fosse un movimento classista, socialista e sostenesse la unificazione di tutte le correnti e movimenti al partito socialista, classista. Era quindi evidentemente un’intesa necessaria col PSI».

Le lettere dei Carteggi Tarchiani testimoniano dell’impegno organizzativo di Lussu per far espatriare in America i compagni del movimento19. L’idea fissa rimase quella della Legione, di un corpo di antifascisti da far sbarcare in Sardegna per favorire un’insurrezione armata. Nel complesso le lettere qui raccolte costituiscono un piccolo ma probante saggio di una personalità di grande rilievo del socialismo italiano; un protagonista generoso e disinteressato in cui le esigenze della lotta non erano mai disgiunte da un alto senso morale nel fare chiarezza nel pensiero che doveva essere di base all’azione. Per il movimento socialista italiano Emilio Lussu è una personalità che ancora molto può insegnare.

Paolo Bagnoli


Note alla presentazione

1. Cfr. Luigi Russo, Emilio Lussu scrittore, «Belfagor», 1946; Mario Isnenghi, Emilio Lussu, «Belfagor», 1966.

2. Vedi: Manlio Brigaglia, Emilio Lussu e «Giustizia e Libertà», Cagliari 1976; Antonello Mattone, Introduzione a «Riscossa Sardista», in volume VIII Stampa periodica in Sardegna 1943-1949, Cagliari 1975, pp. 143-225

3. «Essere a sinistra consiste nel basare la lotta politica e ogni conquista della classe operaia e dei lavoratori nella lotta autonoma, sindacale, sociale e politica; essere sempre presenti nella lotta delle masse; realizzare la democrazia verso il socialismo con continue conquiste e difenderle, con la lotta». (Destra e sinistra in E. L., Essere a sinistra. Democrazia, autonomia e socialismo in cinquant’anni di lotte, Milano 1976, p. 240

4. Tra le innumerevoli citazioni che potremmo riportare su questo punto preferiamo segnalare un brano del Saluto ai Sardi dai microfoni di «Radio Sardegna» il 1° luglio 1944: «La Sardegna che io sento non è dei boschi di quercia, l’isola del lentischio e dell’asfodelo, ma la dura terra dei contadini, dei pastori, dei minatori, dei pescatori e degli operai, la Sardegna del multiforme lavoro, cui Roma fascista ha tolto pane, libertà e vita, per creare un impero di fumo» in Lussu 1944. I discorsi del rientro, a cura di Adriano Vargiu, prefazione di Michele Colombu, Cagliari 1977, p. 78).

5. Ib., p. 113.

6. Vedi l’articolo di Leone Ginzburg in collaborazione con Carlo Levi, Il concetto di autonomia nel programma di G. L., Quaderno di Giustizia e Libertà, n. 4, settembre 1932, pp. 6-12.

7. In «Giustizia e Libertà nella lotta antifascista e nella storia d’Italia. Attualità dei fratelli Rosselli a quarant’anni dal loro sacrificio», Atti del Convegno Internazionale tenutosi a Firenze il 10–12 giugno 1977, Firenze 1978, p. 200.

8. Cfr. M. Brigaglia, cit., pp. 8-19 e E. Lussu, La Brigata Sassari e il Partito Sardo d’Azione, «Il Ponte», nn. 9-10, 1951.

Noto il giudizio di Piero Gobetti: «La base della nuova vita italiana deve trovarsi nella costituzione di due partiti intransigenti, di opposizione ai programmi riformisti, rivoluzionari nella loro coerenza: il partito operaio e il partito dei contadini. I nuclei iniziali di queste due tendenze stanno operando nella realtà della nazione anche se ancora non si esprimono in termini di parlamentarismo: e sono il partito comunista (....) e le prime organizzazioni agricole del Sud sostenute dal partito sardo d’azione che si sta estendendo ad altre regioni mature ad accoglierlo». (Manifesto, «La rivoluzione Liberale», I, n. 1, 12 febbraio 1922. Ora in Opere complete di Piero Gobetti, I, a cura di Paolo Spriano, Torino 1966, p. 240).

9. E. L., G.L. al partito d’azione, Conferenza tenuta a Firenze al «Circolo F.lli Rosselli», il 21 maggio 1960, p. 2 nel testo dattiloscritto.

10. Su Quaderno di Giustizia e Libertà, n. 3. giugno 1932, pp. 43-50.

11. E. L., Da G.L. al partito d’azione, cit., pp. 3-4.

12. Ivi, p. 4.

13. «Contro il regime fascista stanno solo le classi lavoratrici: operai, contadini, piccola borghesia e, fra gli intellettuali e i giovani, quelli che di queste classi hanno abbracciato la causa. A sostegno sta tutta la borghesia». («Orientamenti, cit., p. 43»)

14. «Quanti in «Giustizia e libertà» sono socialisti hanno per costante aspirazione quella di realizzare il socialismo. La rivoluzione verso cui tende «Giustizia e Libertà» getterà certamente le basi di una civiltà profondamente democratica e quindi anche socialista ma nessuno di noi crede che la rivoluzione possa ipso facto distruggere la struttura sociale della presente società e sovrapporre la organizzazione socialista di tutti i mezzi di produzione e di scambio. Questo è l’a bi ci che differenzia il comunismo dal socialismo ed è superfluo insistere» (Orientamenti, cit., p. 48).

15. Storia della Concentrazione Antifascista 1927-1934, Milano 1976, pp. 168-171.

Scrive Lussu: «Nel 1934 constatammo che il famoso patto con la Concentrazione non aveva servito a niente, perché in sostanza si erano creati dei dualismi, per cui c’era un’azione all’estero e un’azione in Italia e venivano sottratti all’azione in Italia i mezzi per organizzare all’estero. Spiegabile, perché ci si avvicinava a quel periodo da cui prende vita il Fronte popolare, l’unità d’azione, situazione internazionale, e il P.S.I. sentiva il bisogno di organizzarsi in Francia, dov’era la base principale all’estero della sua forza.

La considerazione era quella che era; in fondo l’esperienza era stata negativa, e, a causa di un mio articolo che riconosco troppo vivace pubblicato sui quaderni di Giustizia e Libertà la Concentrazione si sciolse. Ma era un evidente pretesto, perché il fatto dello scioglimento era gradito al P.S.I. e a G. e L.; anche senza quell’articolo, saremmo arrivati alla stessa conclusione.

E qui la nuova impostazione necessaria dopo quei fatti politici, la nuova impostazione di G. e L. che crea un’organizzazione all’estero, che crea un settimanale, e si chiamò: “Movimento socialista per la repubblica socialista”. Era il sottotitolo: “Autonomia operaia, nuovo umanesimo”; autonomia e nuovo umanesimo, per essere parole abbastanza generiche, dicono tutto e dicono niente. Ma “repubblica socialista” voleva dire una cosa seria: ecco la prima impostazione chiara, sviluppo delle precedenti: Giustizia e Libertà che si batte per la repubblica socialista, cioè è essa stessa movimento socialista». (Da G.L. al partito d’azione, cit., p. 14)

16. Cfr. Aldo Garosci, La vita di Carlo Rosselli, 2 voll., Roma-Firenze-Milano, 1945, II, pp. 73-78

17. Emblematico quanto Rosselli scrive nell’articolo ultimo di una serie di cinque iniziata il 19 marzo, Per l’unificazione politica del proletariato italiano («Giustizia e Libertà», 14 maggio 1973): «G.L. è un movimento che ha ormai un netto carattere proletario. Non solo perché il proletariato si dimostra dovunque come l’unica classe capace di operare quel sovvertimento di istituzioni e di valori che si propone; non solo perché nel seno del movimento gli elementi proletari hanno sempre maggior peso; ma perché nell’esperienza concreta della lotta ha misurato tutta l’incapacità, lo svuotamento della borghesia italiana come classe dirigente.

Certo non è facile definire G.L. in base alla terminologia usuale dei partiti proletari. In base a questa terminologia dovremmo definirci ad un tempo e comunisti e libertari (socialisti-rivoluzionari, comunisti-liberali) nel senso che riconosciamo quel che di vitale ciascuna di queste posizioni, in sua pure varia misura contiene. Nel socialismo vediamo l’idea forza animatrice di tutto il movimento operaio. Nel comunismo la prima storica applicazione del socialismo, i1 mito (assai logorato, purtroppo), ma soprattutto l’elemento di utopia, di sogno, di prepotente, anche se rozza e primitiva, religione della persona.

Affermiamo la necessità di una nuova sintesi, e crediamo nei suoi termini essenziali. G.L. si avvii a darla. In ogni caso ci sembra che nessuno dei vecchi movimenti proletari sia capace, da solo, di assolvere ai compiti centrali della lotta contro fascismo.

(...) Ad abbattere il fascismo non saranno né il Fronte Popolare che presuppone la vita democratica e dei forti partiti né l’unità d’azione che sinora ha però favorito l’irrigidimento dei partiti sulle loro posizioni rappresentative formali, che il loro effettivo riavvicinamento.

Che cosa, allora?

Una formulazione nuova, originale, capace di produrre contro il colosso totalitario una lotta ad un tempo pratica, politica, culturale.

Di questa formazione il proletariato sarà il perno. Ma non bisogna pensarla in termini di partito tradizionale. La nozione tradizionale di partito è insufficiente, sorda a troppe esigenze che la lotta contro il fascismo, e lo stesso successo fascista, ci hanno rivelate. È una forma politica nuova quella che si dovrà elaborare; e non già a tavolino, ma nell’esperienza del lavoro comune, attraverso la fusione progressiva delle varie frazioni proletarie e il potenziamento di tutti i motivi vitali di opposizione.

Il partito unico del proletariato, se vorrà essere una forza rinnovatrice autentica, dovrà essere prima che un partito in senso stretto, una larga forza sociale, con la sua organizzazione di compartimento, ma anche con la sua vita intellettuale dal respiro ampio e incitatore».

Cfr. anche Aldo Garosci, Op. cit., pp. 247-259 e Nicola Tranfaglia, Op. cit., pp. 201-204.

18. E. L., Da G.L. al partito d’azione, cit., pp. 15-16

19. Sul soggiorno a Lisbona vedi quanto ha scritto lo stesso Lussu in Diplomazia clandestina ora in Per l’Italia dall’esilio, Cagliari 1976, pp. 194-207.