DISCORSO AI GIOVANI


 

QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.2

Riccardo Bauer

Discorso ai giovani

Guido Marinelli

L'arte e la Resistenza

Riccardo Bauer e Guido Marinelli: un educatore e un critico d’arte. Due uomini della Resistenza che hanno vissuto vicende ed esperienze diverse ma di uguale impegno morale e di sofferenza. Il testo di Bauer è ricavato da un discorso tenuto ai suoi allievi dell’Umanitaria al termine di un corso di studi. Forte è l’impegno ch’egli porta nel trattare i temi di fondo della nostra storia più recente e indicativo per l’insegnamento e l’impegno che da quest’ultima deriva. Particolarmente per le giovani generazioni circa i doveri e i compiti che incombono ai cittadini per la difesa della libertà e della dignità di uomini.
Abbiamo ritenuto utile, anzi opportuno, pubblicare lo scritto del nostro compagno perché pensiamo che le dure prove delle guerre liberatrici mettono profonda radice nell’animo dei popoli e il ricordo di esse è un primo vaccino contro ogni possibile ritorno di barbarie.
Guido Marinelli parla del legame inscindibile tra l’Arte e la Resistenza quale manifestazione ideale, eroica e civile.
Un tema certo impegnativo che egli sviluppa con l’ardore e la passione che gli sono propri.
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[Ferruccio Parri]
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Quaderni della FIAP, n.2
Discorso ai giovani

di Riccardo Bauer

Quaderno n.2


Tra qualche anno ciascuno di voi sarà cittadino di pieno diritto. Avrà cioè la facoltà di prendere parte col proprio voto alla formulazione della volontà con cui un popolo governa se stesso, i propri interessi, i propri affari, i propri destini. 

È questo il più alto privilegio che possa toccare ad un uomo libero e civile. 

Voi direte: è una faccenda di domani, per oggi non ci interessa. 

Ma non è vero. Io non ho intenzione di affliggervi con una lezione di diritto costituzionale o di storia o di storia delle dottrine politiche, che sarebbe certamente intempestiva; dico però che se il problema della vostra partecipazione, in quanto cittadini, al governo della cosa pubblica è problema di domani, è pure problema ad affrontare il quale ci si deve preparare e non è mai troppo presto saper aprire gli occhi sulla società di cui si è parte per capire come è fatta. 

Ciascuno di voi, ad esempio, fa parte di una piccola comunità, la famiglia. Essa è retta da una precisa disciplina che ha la sua sorgente nei genitori, i figli essendo troppo giovani e inesperti per dir la loro in proposito. Essi devono ubbidire e basta, almeno all’inizio; ma non perciò le loro esigenze possono essere trascurate. Solo, ogni decisione spetta a padre e madre. 

Ma ciascuno di voi, avanzando nell’età, entra a far parte anche di un’altra comunità, la scuola. Anche qui la norma che la disciplina è posta da una sola delle parti componenti, dagli insegnanti cioè. Però, già più ampia ed aperta, in molti casi, è la considerazione dell’opinione dell’altra parte, gli allievi, che vengono chiamati a manifestarla in più d’una occasione, ad es. nella scelta delle iniziative libere. Comincia così il loro allenamento ai compiti della maturità. 

Nella società civile e libera, il cittadino adulto è chiamato in ogni occasione a dire la sua, a esprimere la sua volontà circa la soluzione desiderata pei diversi problemi. 

Tale volontà - è ovvio - si incontrerà con quella di tutti gli altri, sia che vi coincida, sia che vi contrasti, e dovrà con quella degli altri ad ogni modo combinarsi, armonizzarsi, che, altrimenti, il vivere comune, l’ordine sociale non sarebbe regolato che dalla prepotenza di chi ha i pugni più solidi e torneremmo così da una condizione barbarica. 

Come tutte le svariatissime volontà individuali possano armonizzarsi lo stabiliscono i diversi sistemi democratici che imparerete a conoscere, cominciando dal sistema rappresentativo che è garantito dalla nostra Costituzione. E che è essenzialmente fondato sul principio del rispetto dovuto a ciascuno da parte di tutti i suoi concittadini e, reciprocamente, dal rispetto che ciascuno deve a tutti i suoi simili. 

Questo principio è il frutto di una lunga lunga storia con cui, presso tutti i popoli, si è venuto lentamente destando e affinando il concetto stesso di libertà, si sono venuti affinando gli strumenti per l’esercizio di questa libertà. 

Per cui libertà non ha più il significato di: «faccio il comodo mio», ma di cosciente voluta limitazione del comodo di ciascuno perché tutti siano egualmente avvantaggiati al massimo nell'affermazione della propria particolare volontà. 

* * *

Supponiamo due persone che infilano, l’una da una parte, l’altra dall'altra, uno stretto corridoio. Avanzano, e a mezzo cammino si incontrano e sembra non vi sia modo di andar oltre. Uno o l’altro deve retrocedere. 

Se il primo dice: io devo andare avanti, ho il diritto di passare, e l’altro dice altrettanto, e nessuno dei due intende decampare dal proprio presunto diritto di aver strada libera, la scena finisce - compatibilmente con la ristrettezza dello spazio - a pugni calci e sergozzoni. 

Cioè nessuno passa fin che non prevalga il più forte (non quello che magari aveva più urgenza di uscire dal corridoio), il più forte, forse anche lui pesto e malconcio; e l’altro si sentirà sempre libero e forte del suo diritto ma lo sarà con la testa rotta, calpestato e dolorante. 

Se, al contrario, nello stretto corridoio si incontrano due persone civili, o insieme discuteranno per decidere chi abbia maggiore urgenza di uscire da quel collo di bottiglia e meriti che l’altro retroceda per cedergli il passo; oppure insieme cercheranno di stringersi contro la parete, di manovrare le rispettive pance, e, magari sacrificando un bottone della giacca, di rigirarsi per passare di buon accordo anche se non proprio comodamente. 

Nel primo caso ha prevalso la cieca passione, la volontà bruta, il concetto barbarico del proprio particolare diritto nel senso del proprio arbitrio cieco all'altrui esigenza; nel secondo ha trionfato la ragione, cioè la libertà illuminata dalla coscienza che libertà deve essere per tutti e cioè regola formulata e accolta con civile considerazione della esistenza, dei bisogni, delle esigenze altrui. 

E questo è democrazia. Ciascuno ha lasciato un po’ di sé all'altro, ma entrambi si sono avvantaggiati raggiungendo il loro scopo personale nel migliore dei modi. 

Solo l’esperienza ha insegnato agli uomini questo, che ci pare ora così logico evidente agevole e utile. 

Ma che cosa significa esperienza? 

Significa conoscere la radice, le origini dei fatti di cui siamo partecipi; significa ricordare e giudicare i precedenti e il modo con cui da una situazione si è passati ad un’altra. Significa cioè far tesoro di quello che abbiamo conquistato perché serva ad un ulteriore progresso, ad un ulteriore avanzamento civile. 

Oggi l’Italia ha un governo democratico. Grosso modo sapete che cosa voglia dire: v’è un Parlamento in cui i rappresentanti del popolo, eletti in elezioni libere nelle quali ciascuno dà il proprio voto fuori di ogni controllo, segnano l’indirizzo politico al governo responsabile verso il Parlamento appunto, cioè verso il paese intero. V’è una stampa libera, non assoggettata ad una preventiva censura; i cittadini si possono muovere senza chiedere il permesso di nessuno, possono dire e fare ciò che vogliono purché ciò non danneggi gli altri, e via dicendo. 

Ma per sapere esattamente, per rendersi conto interamente di che cosa tutto questo significhi, e soprattutto di ciò che sia possibile diventi in un costante progresso, bisogna guardare alle origini di questa nuova situazione, bisogna pensare da dove e come sia scaturita, e a qual prezzo, da una situazione ben diversa. 

Queste origini stanno nei fatti che celebriamo ricordando la data in cui si sono conclusi e che tutti li riassume: il 25 aprile. 
Il 25 aprile 1945, quando voi ancora non eravate nati, ma che non è poi tanto distante da impedirci di rievocare la tensione, l’esplosione, direi, della liberazione traverso la testimonianza diretta di chi l’ha vissuta e che, di poco o di molto più anziano di voi, ben può parlarvene. 

Il 25 aprile segna il giorno in cui Milano fu liberata dai nazisti tedeschi e dai fascisti della repubblica di Salò concludendo una lunga lotta sanguinosa che aveva progressivamente toccato tutto il paese quant’è lungo, seminandovi lutti e rovine infiniti. 

Ma il 25 aprile - e vedremo perché – insieme apriva per il nostro popolo un’era nuova piena di speranze e di possibilità di civile sviluppo. 

Ma come si era giunti allo scatenamento di quella atroce battaglia? Perché il popolo italiano ha dovuto con tanto sangue pagare la gioia di quella liberazione? 

Non può esser data risposta a questa domanda né presto né senza un discorso complesso. Cercherò di essere breve e di dire cose che possano da voi essere facilmente comprese, ma vi prego di prestarmi tutta la vostra attenzione. 

Voi tutti sapete che il 28 ottobre 1922 ha avuto luogo la «marcia su Roma» con la quale grosse squadre di cittadini armati calarono, senza trovare resistenza alcuna nelle pubbliche autorità, anzi con la complicità di parte di esse, sulla Capitale cacciandone il governo e ponendo alla testa della nazione un dittatore che il re, contro il suo impegno di difendere la costituzione vigente, incaricò senz’altro di costituire il nuovo ministero, accettando cioè l’imposizione della piazza soverchiante la legittima autorità. 

Nella sua esaltazione retorica che i fascisti - divenuti padroni del paese - poi coltivarono, la «marcia su Roma» divenne una eroica impresa, ma non fu in realtà che una grossa scampagnata di folle armate e bercianti, resa possibile dalla carenza del governo che non si curò di far rispettare le norme statutarie che regolano una nazione. 

* * *

Bisogna d’altra parte vedere perché a tanto si fosse giunti, cioè ad un governo inetto e a masnade di cittadini operanti contro la legge. Di fatto, il Paese, uscito vittorioso a Vittorio Veneto dalla guerra mondiale cui aveva partecipato, ha pagato quella vittoria assai duramente. 

Non poteva certo la ripresa, la ricostruzione discendere come miracolosa conseguenza della vittoria stessa, che aveva costato tanto sangue e tanto denaro, ma doveva essere frutto di nuovi sacrifici e questi dovevano ovviamente essere di tutti, distribuiti cioè evitando che gravassero sulle spalle degli umili indifesi e si traducessero in un pingue vantaggio dei troppi furbi e ricchi. 

Problema arduo assai e di difficile soluzione in una nazione stanca, diseguale, povera. La ricerca delle soluzioni non poteva essere che faticosa e lenta, ovviamente lasciando luogo anche a sporadiche temporanee esplosioni di malcontento, di insofferenza, ad un pulsare disordinato di passioni; e pur tuttavia a poco a poco la vita nazionale si andava assestando su normali binari con la ripresa di una vita politica svolgentesi secondo le norme tradizionali del regime parlamentare democratico al quale tutti i cittadini erano chiamati a partecipare. 

Ma le forze conservatrici, che da sempre avevano desiderato il ricostituirsi di un regime in cui una più ristretta classe dirigente potesse assumere intera la responsabilità del governo per guidarlo a proprio esclusivo vantaggio, spaventate da certe manifestazioni popolari che, alla luce di quanto era avvenuto in Russia nel 1917 con la caduta del regime zarista, consideravano pericolosamente evertitrici, cominciarono a caldeggiare come possibile un radicale mutamento delle istituzioni democratiche e freddamente lo prepararono creando, con l’arruolamento di elementi tratti dalla feccia delle città e delle campagne, squadre di azione che nell’ordinamento di un sedicente partito «fascista» e di un sedicente programma di rigenerazione nazionale, di giustizia sociale, di ordine con la violenza si misero a sistematicamente distruggere tutte le istituzioni culturali, sindacali, cooperative, politiche che le forze democratiche erano venute nel tempo costituendo a base di una struttura democratica e libera del paese. 

L’Italia intera, ma specialmente la Settentrionale e la Centrale, furono percorse in lungo e in largo dalle squadracce prezzolate in «spedizioni punitive» contro ogni centro in cui si manifestasse un pensiero non conforme a quello pseudo-patriottico dei fascisti, eroici manganellatori e propinatori di olio di ricino quando fossero in cento contro uno, quando fossero sicuri di assalire leghe operaie e circoli disarmati e perciò non in grado di resistere alla loro violenza. E quando qua e là tale resistenza poté essere organizzata e gli aggressori fascisti trovaron pane pei loro denti, una larga indegna campagna di stampa non tardò ad avvelenare l’opinione pubblica con spudorate menzogne, che facevan passar per agnelli i lupi, per vittime i sicari, per belva scatenata chi soltanto si era difeso. 

* * *

Il governo non seppe impedire con tempestiva energia il sopruso, che insanguinò l’Italia vergognosamente e la riempì delle rovine di ogni cittadella democratica, anche perché molti dei suoi stessi elementi erano evidentemente alleati dei nuovi violenti sopraffattori. Imbaldanzito dal successo consentito ai suoi scherani contro le istituzioni democratiche periferiche, il capo dei fascisti poté concepire e condurre a conclusione il rovesciamento del regime liberale mediante quella operettistica marcia su Roma di cui già ho detto. 

In tal modo, avvilito il Parlamento, subordinata ogni autorità alla incontrollata volontà del nuovo partito dominante, aveva inizio quella dittatura che doveva durare più di vent’anni. 

E quando in Parlamento una voce, quella di Giacomo Matteotti, si levò accusatrice più alta di ogni altra, a denunziare le violenze, i soprusi, le ignominie della dittatura, l’assassinio freddamente architettato dai «fedelissimi» del dittatore, obbedendo alle sue caute ma trasparenti suggestioni di intenzionali «lezioni» che già avevano spento Don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta, e presto dovevano spegnere Giovanni Amendola, e Piero Gobetti, quella voce soffocò per sempre il 10 giugno 1924. 

Per la vasta commozione suscitata nel Paese, che però non seppe tradursi in concreti fatti politici anche quando i partiti di opposizione democratica uscirono dal Parlamento costituendo il cosiddetto «Aventino» (ormai il fascismo aveva in pugno tutte le leve di comando dello Stato) l’avvenimento atroce parve per un momento mettere in crisi il regime, ma questo, ben tosto sorretto da tutti i pavidi conservatori, fu in grado di riprendersi e - conseguenza della stessa crisi subìta - volse a darsi un ordinamento sempre più rigidamente autoritario, a ribadire sempre più duramente le catene della nazione. 

Cominciò allora l’esodo delle più significative personalità politiche dell’opposizione, Amendola, Turati, Donati, Modigliani, Buozzi, e mille altri. 

* * *

Sarebbe troppo lungo descrivere gli sviluppi di un regime che incatenò progressivamente la nazione tutta in modo sempre più stretto, a poco a poco demolendo tutte le libertà che essa si era venuta conquistando dopo l’unità. 

Sono particolari che dovrete studiare attentamente perché essi stanno ad indicare aberrazioni ed errori che un popolo libero deve decisamente evitare.

Mi basti accennare brevemente a ciò che fu quella dittatura ed alle sue conseguenze. 

Il popolo irreggimentato da norme di polizia sempre più severe e arbitrarie, la libertà di stampa soppressa e la stampa fatta strumento soltanto di una informazione tendenziosa; il Parlamento ridotto ad una assemblea urlante la propria approvazione a quanto era deciso dal «duce» e dai suoi accoliti; la giustizia asservita ai voleri del partito unico e dei suoi scherani; l’economia della nazione subordinata agli interessi della dittatura e dei gruppi che la costituivano e la sfruttavano; una politica estera guidata prima da una falsa adesione ai piani di pacificazione poi da una retorica esaltazione della romanità imperiale e quindi tendente alle più spericolate avventure come, ad es., il tentativo di aggressione all’Albania stroncato da un energico intervento inglese, ed alla espansione coloniale di cui fu prova la riconquista del territorio interno libico e cirenaico con le ignobili sanguinarie spedizioni dirette dall’impiccatore maresciallo Graziani tra gli osanna del duce, culminata - come sapete - nella stolida e vile aggressione all’Etiopia, a giustificazione di una bugiarda accusa di sconfinamento e di un architettato finto episodio d’aggressione abissina alla frontiera somala.

A tutto ciò aggiungete la chiusura del paese, ad ogni libero scambio culturale con le altre nazioni; la costrizione di ogni pensiero nei termini di una verità ufficiale fuor della quale nulla era tollerato, e capirete che cosa abbia significato la dittatura fascista durante il ventennio. 

* * *

Direte: ma il popolo che ci stava a fare; perché consentiva a questo avvilimento del paese, a questa pazzesca situazione? 

È facile rispondere: il popolo italiano si era lasciato sorprendere nel ’21-’22 dalla violenza del fascismo appoggiato da una parte almeno della classe politica, e quando s’è trovato il giogo sul collo non ha potuto più ribellarsi. La macchina dello Stato moderno è troppo potente perché sia facile ribellarsi quando essa è usata per opprimere. 

Il popolo italiano dunque non ha potuto far altro che sopportare l’oppressione, anche se minoranze audaci e lungiveggenti non sono mancate che hanno reagito in mille modi ad essa ed alla soffocazione fascista, pagando con l’esilio, con la galera e talvolta con la vita la loro ribellione, la quale non poteva aver altro scopo che quello di additare la via della liberazione non appena questa si fosse mostrata possibile. Né questo momento agognato mancò, - e lo vedremo ben presto -, nel quale quell’esempio ebbe forza di fermento determinante. 

Già vi ho detto degli orientamenti militareschi e imperialistici della dittatura. Il duce asseriva il secolo XX essere il secolo fascista e sognava un intero mondo dominato dalla idea maestra della sua dittatura. E nel suo odio contro ogni forma democratica si indusse persino ad aiutare l’instaurarsi anche in Germania della dittatura nazista. I primi concreti aiuti finanziari che consentirono a Hitler di organizzarsi per strappare il potere gli vennero proprio dall’Italia di Mussolini. Stupidamente, se volete, da parte fascista, perché la dittatura teutonica non poteva non essere più forte della italiana e questa sarebbe stata - come di fatto fu - ridotta alla funzione di satellite. 

Per buona fortuna i dittatori non sono mai intelligenti, perché se lo fossero non si farebbero dittatori, e tutti batterebbero le ben più feconde anche se meno facili vie della democrazia. Comunque, il dittatore italiano, fu tratto a ricavare tutte le conseguenze che discendono dai principi di autorità, di violenza, e di potenza che aveva adottati, sia per la politica interna sia per quella internazionale, e di avventura in avventura avvio il paese - come analogamente faceva il Führer in Germania - verso la tragedia della guerra mondiale. 

* * *

La sua corta intelligenza non gli fece capire che questa terribile prova a fianco della più forte Germania lo riduceva ad un rango secondario e in definitiva confinava l’Italia in una situazione di schiava della nazione più potente. Né gli fece valutare due cose: primo, la insufficiente preparazione tecnico-militare del nostro paese, che la retorica bolsa dei suoi discorsi non riusciva a superare; secondo, l’odio che gran parte degli italiani sentivano in fondo all’animo umiliato dal prepotere fascista, e che doveva ovviamente smorzare il loro entusiasmo per le avventure belliche in cui venivano lanciati contro la loro volontà a vantaggio della dittatura, cioè dei loro aguzzini. 

La guerra fu scatenata e dopo le prime paurose vittorie tedesche, grazie alla eroica resistenza dell’Inghilterra prima e della Russia poi, il pericolo della universale conquista nazista e fascista fu scongiurato. Ma a quale prezzo! A prezzo di una lotta atroce in cui grandi rovine furono seminate dappertutto. Né il mutamento della situazione dalla prevalenza - che sembrava insuperabile, fatale - delle forze militari tedesche e italiane, alla loro evidente inferiorità prodromo di sconfitta, fu improvviso; fu una lenta faticata vicenda, che per altro, nel 1943, divenne di esito inevitabile. 

E ciò non poté rimanere senza conseguenze, in Italia, per il regime come del pari non lo fu in Germania. Le forze conservatrici guidate dalla monarchia, che la dittatura avevano voluta, appoggiata ed utilizzata, visto ormai certo l’esito disastroso della guerra, pensarono a salvarsi separando la loro responsabilità del generale fallimento da quella di Mussolini, che diveniva così il capro espiatorio, e cominciarono alle spalle del dittatore a intrallazzare con accordi e contatti per la liquidazione del regime fascista. Il 25 luglio ’43 i più fedeli compagni del duce, con un vero e proprio pronunciamento, nel Gran Consiglio, chiesero il suo allontanamento dal comando e subito il re con uno stratagemma lo fece arrestare. Grande fu la gioia generale per la libertà così riconquistata, ma la presenza dei tedeschi in armi e disposti a impedire a qualunque costo che l’Italia abbandonasse la partita contro gli Alleati, - che intanto erano sbarcati in Sicilia - rendeva la situazione ancora precaria. 

Gli Alleati avanzavano lungo la penisola contrastati ostinatamente dalle truppe tedesche ormai spadroneggianti, e Mussolini, liberato con un improvviso colpo di mano dai tedeschi, si rifugiava nel nord sotto la protezione dei nazisti. 

Cominciava così, mentre a Roma sotto la guida del Maresciallo Badoglio si era costituito un nuovo governo che sotterraneamente iniziava trattative d’armistizio con gli Alleati, una più dura e atroce vicenda. Perché il duce, liberato dai tedeschi, da Salò, dove si era rifugiato, nonostante la propria bandiera ormai condannata proclamò la Repubblica Sociale, che non poteva essere altro, e lo era, che lo zimbello, lo strumento passivo dei nazisti decisi a tenere sotto il loro tallone l’Italia come baluardo atto a rallentare l’avanzata delle armate russe e anglo-americane contro la Germania. 

***

Badoglio aveva avuto il torto di dichiarare - assumendo il governo-: «la guerra continua». Sembrava che caduto il fascismo l’avventura atroce avviata da esso al fianco dell’alleato nazismo ancora impegnasse l’Italia. 

Ciò fu grave causa di sospetto per gli alleati anglo-americani avanzanti, di incertezza nei comandi militari ed ebbe poi come conseguenza lo sbandamento dell’esercito italiano, ma soprattutto diede tempo ai tedeschi di rimettersi dall’iniziale sorpresa, che, precipitando improvvisamente in una grave crisi il loro schieramento militare, parve dovesse indurli ad abbandonare di furia tutto il territorio italiano. Al quale così sarebbero stati risparmiati lutti e rovine immani. 

Comunque, dichiarato dopo non facili trattative con gli Alleati l’armistizio, l’otto settembre, i tedeschi organizzarono le proprie difese a sud di Roma. Il re e Badoglio fuggirono dalla capitale e riorganizzarono a Bari il cosiddetto governo libero a fianco degli anglo-americani avanzanti. Come a Napoli prima, a Roma le forze popolari, intorno a coloro che il 25 luglio aveva liberati dalle prigioni e dal confino fascisti od erano rientrati dall’esilio, si armarono e insorsero contro i tedeschi e i loro fiancheggiatori, che si videro così stretti tra due fuochi, tra l’avanzata degli eserciti alleati e l’insurrezione che andò dilagando in una ventata di entusiasmo e di speranza in tutto il Paese. 

***

Aveva inizio così la grande epopea della Resistenza, della lotta partigiana: quanti avevano dovuto penare e soffrire sotto il peso della dittatura videro la possibilità di una compiuta liberazione e sentirono l’impegno di affrettare lo sgombero del paese dall’esercito nazista e dai servi repubblicani. 

Disarmati o malamente armati, sotto la direzione del Comitato di Liberazione Nazionale operante clandestinamente in Roma, ancora - sino al giugno 1944 - occupata dai tedeschi, e con diramazioni regionali in tutta l’Italia centrale e settentrionale, scatenarono la guerriglia contro gli avversari che - certi ormai della sconfitta - solo erano animati da una rabbiosa sete di distruzione. I più atroci metodi di guerra e di violenza caratteristici del regime e dell’esercito nazista furono imitati dalle milizie della repubblica fascista di Salò e la lotta di liberazione, condotta nelle città e nelle campagne da squadre di partigiani, fu sanguinosa e necessariamente scatenò su intere popolazioni le atroci vendette e le sadiche violenze degli sconfitti esasperati. Nessuna atrocità fu risparmiata a combattenti e non combattenti da parte dei tedeschi e fascisti resi pazzi dalla paura del vicino rendiconto, resi disumani dalla ventennale predicazione di violenza, di disprezzo d’ogni criterio di umanità e di giustizia. 

Di mano in mano che l’azione dei partigiani andava facendosi più organica ed efficace, portando alle spalle ed ai fianchi e nel seno stesso dello schieramento nazista e fascista una decisiva minaccia obbligando a diversioni che indebolivano sostanzialmente la sua efficienza bellica, portando all’esercito alleato ed italiano avanzanti un contributo prezioso, pur a prezzo di cruenti sacrifici, la rabbia degli ultimi ormai condannati difensori della dittatura, della concezione autoritaria e violenta dell’ordinamento civile, andò crescendo in un parossismo dettato dalla paura e dalla certezza del non lontano «redde rationem». 

***

Ricordate certamente i nomi di molte località incendiate e insanguinate da cento e cento innocenti vittime civili; ricordate i massacri di innocenti cittadini a Lanciano, a Bonea, a Palidoro, a Bellona, ad Acerra prima, poi a Roma, - dove ad un’azione partigiana legittimata dal fatto che nella cosiddetta «città aperta» era presente il comando supremo dell’esercito nazista operante, fu dai tedeschi risposto con l’orrendo massacro di 335 uomini presi a casaccio tra carcerati politici tenuti in ostaggio -, e successivamente ancora a Fucecchio, a Fivizzano, in Versilia, a Marzabotto, a Boves interamente distrutte, nell’Aretino e nel Lucchese, in Romagna e in Piemonte, dove in decine di comuni si videro cadere decine e decine di vittime. È giunta certamente a voi l’eco dei misfatti della Banda Carità, della Banda Koch, della Decima Mas, della Banda Muti, bande in cui la peggiore feccia del fascismo sfogava la sua bestiale foia di sangue e di distruzione; l’eco dei vasti eccidi (Meina) e rastrellamenti di ebrei dai tedeschi trascinati in Germania per essere assassinati in quei famigerati campi di concentramento e di annientamento (Dachau, Auschwitz, Treblinka, Mauthausen ecc.) che costituiscono una indelebile macchia nella storia del nostro tempo. Risuonano nelle vostre menti i nomi dei sette fratelli Cervi, di Bruno Buozzi, di Tina Lorenzoni e di A. M. Enriquez Agnoletti, di Giuseppe Bentivoglio e di tanti tanti altri massacrati nelle prigioni fasciste, del Generale Perotti e dei membri del Comitato di Liberazione di Torino fucilati, mentre lungo tutte le strade, in tutte le piazze penzolavano dalle forche naziste e fasciste i corpi dei giovani partigiani sventuratamente caduti prigionieri. Ma a che elencare pochi nomi di fronte a mille e mille di coloro che caddero vittime di un olocausto di sangue che pareva non dovesse mai finire, di un olocausto alla libertà di tutti noi, di tutto un popolo che, nella lunga umiliazione, nella sventura aveva finalmente ritrovato se stesso? Atroce è sempre la guerra e tanto più grave la colpa di chi la scatena per avidità di potere, per brama di dominio fondato sulla schiavitù, sull’avvilimento dell’uomo; e tanto più alto quindi e meritevole di gratitudine il sacrificio di chi lotta solo perché la dignità sua e di tutti i suoi simili sia rispettata, innalzata nella libertà. 

***

La marcia degli eserciti alleati continuò inesorabile, preparata dal sacrificio e dall’ardimento dei partigiani operanti alle spalle dei tedeschi; Roma fu liberata - come già dissi - nel giugno 1944, poi fu la volta di Firenze e di Bologna. Ma l’avanzata era troppo lenta per impedire che immani distruzioni e sanguinosi eccidi accompagnassero sino all’ultimo la fuga degli sconfitti verso le Alpi. 

Ma tutte le città, tutte le province erano ormai come un vulcano. La prepotenza dei tedeschi e dei fascisti si infrangeva contro gli scioperi insurrezionali che paralizzavano ogni tentativo militare degli occupanti di comunque provvedere a rinsaldare le proprie linee di resistenza.

Anche Milano, il 25 aprile ’45, fu infine liberata. Lo stesso dittatore, ridotto ad una larva tremebonda, nascosto sotto le umilianti spoglie di un soldato tedesco, lui che si era atteggiato a dominatore del mondo, a portatore di una idea che diceva universale, trionfò sempre come un Cesare redivivo, tentò la fuga verso una libera terra che ancora lo ospitasse, ma fu fortunosamente arrestato e passato per le armi con altri suoi complici.

***

Così finiva l’incubo che per più di un ventennio era stato stoltamente preparato da una aberrante negazione della libertà; così finiva, a spaventoso prezzo di sangue, di lutti e di rovine, l’effimero castello di menzogne, di retorica, di abdicazioni, sorto quando il popolo italiano, in un momento di stanchezza, di oblio delle virtù che lo avevano portato all’unità nazionale, lasciò le strade ardue ma luminose della libertà per accettare e subire la servitù come regola di vita. La servitù dalla quale dovette riscattarsi soffrendo e della quale ha fatto una ammonitrice esperienza.

Una esperienza la quale a voi, generazione nuova, che ha avuto la fortuna di non soffrirla, pur viene proposta affinché la studi e la mediti onde ne tragga un insegnamento che se è vivo ed eloquente nelle cose che ci circondano, nelle parole che vengono pronunciate ogni giorno, nelle residue rovine che ancora stanno sotto i nostri occhi, nei problemi che ancora ci assillano per una difficile ricostruzione, deve essere approfondito in ogni suo particolare aspetto, deve essere ricavato da una amorosa anche se talvolta angosciante indagine, perché vi salvi e salvi i vostri figli e i figli dei figli dal rinnovarsi di una avventura non soltanto avvilente ma demolitrice.

La libertà è così alto prezioso patrimonio che ben merita ogni più grave sacrificio e non si deve rimpiangere ciò che si è dato per riconquistarla; ma è dell’uomo ragionevole anzitutto difenderla quando la possiede ancorché imperfetta per migliorarla costantemente; è dell’uomo ragionevole evitare di perderla, insegnando chimere di benessere, di potenza, di ordine, di successo nella servitù, che solo quella invece può tramutare in effettive conquiste durature ed umanamente esaltanti.

Questo è l’insegnamento che voi giovani potete e dovete ricavare dalla conoscenza dei fatti che la storia di un quarto di secolo ha suscitati. E che costituiscono una esperienza di cui non è possibile rifiutare la validità. Considerate che da certe premesse per cui una generazione ha creduto di poter impunemente abdicare alle proprie libertà sono scaturite conseguenze necessarie di dolore e di umiliazione che la stessa generazione ha potuto e dovuto provare in se stessa nel volgere di appena due decenni, e se questo non costituisce una esemplare lezione non so quale lezione mai possa servire all’umano progresso.

Guardatevi intorno, domandate a chi è più di voi avanti negli anni che cosa fossero quelli della dittatura fascista, della infatuazione imperialistica; misurate allora quella esaltazione di un impero di princisbecco fondato sulla obbedienza coatta di cittadini ridotti ad automi e solo autorizzati a urlare nelle piazze un entusiasmo irragionevole e bugiardo; misuratela coi fatti reali, con le città e i borghesi distrutti, con la guerra scatenata barbaricamente, con gli atroci assassini, con l’ignoranza diffusa, con l’arbitrio di una autorità che si reputava al di sopra della legge, con l’inganno di una dilagante retorica, e sarete con me nell’affermare che non la dittatura e i suoi orpelli, le sue glorie fasulle, ma la libertà democratica è condizione atta a risparmiarci tutte le desolazioni, a conservarci dignità di uomini e civiltà di costumi, ed è perciò un bene da conservare gelosamente, da difendere con decisione e con amoroso studio perché la nostra vita sia veramente meritevole d’essere vissuta.