ANTOLOGIA DELLA STAMPA CLANDESTINA (1943-1945)


 

QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.41

di Lamberto Mercuri

Antologia della stampa clandestina
(1943-1945)


Presentazione di Ugoberto Alfassio Grimaldi

Nota di Enzo Enriques Agnoletti


L’autore di questa antologia sente il dovere di ringraziare l’Istituto Gramsci di Roma (e, in particolare, Fernando Etnasi e Marcello Forti), l’Istituto Storico della Resistenza in Toscana (in particolare, il dott. Giovanni Verni), il Museo Storico della Resistenza in Cuneo e provincia (e il suo cortese direttore Arturo Oreggia), l’Istituto storico della Resistenza di Padova (e, in particolare, il dott. Franco Feltrin), l’on. Carlo Galante Garrone, il prof. Renzo De Felice, il prof. Ugoberto Alfassio Grimaldi, la sig. Carmen Dettore e il dott. Sandro Setta. 

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Quaderni della FIAP, n.41

 
Antologia della stampa clandestina (1943-1945)



di Lamberto Mercuri

Quaderno n.41



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Presentazione di Ugoberto Alfassio Grimaldi

Nel 1963 Domenico Tarizzo pubblicò: «Come scriveva la Resistenza. Filologia della stampa clandestina». Se fossi stato a contatto con Tarizzo, gli avrei suggerito di aggiungere il capitolo: «Come era difficile scrivere sui fogli clandestini». Gli è che nella mia biografia politica manca la notizia di un fatto al quale sono molto affezionato: nel cuore del 1944 - tra il febbraio e il giugno - io sono stato il più efficace e brillante columnist della stampa partigiana, firmavo «Alfa», ero celebre, ero il Montanelli o il Bocca della clandestinità, temuto dalla controparte salotina.

Questa mia vicenda iniziò la sera del 19 febbraio quando Teresio Olivelli, amico fraterno, compagno di studi e soprattutto compagno di ideali e di tormentate incertezze durante il lungo viaggio attraverso il fascismo, giunse da me a Voghera. Era braccato, si faceva chiamare «Gracchi», mi parlò della necessità di fondare un foglio che confutasse l’edificio littorio sul piano delle idee e dibattesse le linee della società di domani: legato alla lotta delle formazioni delle valli bresciane da cui scaturiva e tuttavia non provinciale. Un giornale - diceva - che rifiutasse le strettoie morali e politiche di confessioni e di classe, di corrente e di partito; e chiese la mia collaborazione, che io gli promisi con entusiasmo.

Cominciai nei giorni seguenti a raccogliermi attorno ai temi da trattare, che erano intanto i temi dibattuti sui fogli italiani in quei mesi. Avrei stigmatizzato la tracotanza de Il Regime Fascista di Farinacci ed il volgare antisemitismo de Il Popolo di Alessandria. Avrei spiegato quanto fosse illusorio e assurdo l’ideale erasmico di Edmondo Cione e di Concetto Pettinato, di Spampanato e di Pezzato che si battevano perché potessero esistere gruppi autonomi dal partito unico a far da «stimolo critico», quanto fosse assurdo, cioè, pensare alla possibilità di coniugare il fascismo con la democrazia ed il pluripartitismo. Pensavo in particolare a Enzo Pezzato, mio coetaneo, ora direttore di Repubblica Fascista, che nel 1940 ai Littoriali di Bologna, ai quali avevo anch’io partecipato, aveva agguantato due volte - caso unico, che io sappia, in una stessa sessione - l’ambita «M d’oro». Polemizzare con Pezzato mi pareva quasi un continuare le discussioni di quei confronti bolognesi, di quelle sere in albergo. Pezzato credeva nella «socializzazione» prospettata dai Punti di Verona, lavorava lungo la direttiva di seminare la valle padana di mine sociali (i decreti di socializzazione) da far esplodere sotto i piedi degli occupanti di domani, i plutocrati anglo-americani. Questo era, ad avviso suo e di altri, un modo di fare del socialismo anche per il dopo qualunque fosse l’esito del conflitto (0livelli ed io eravamo usciti dal sistema e ci ritenevamo impegnati ad abbatterlo; Pezzato evidentemente non vedeva i mostri che il sistema aveva prodotto e pensava che fosse ancora emendabile, che i frutti positivi della rivoluzione fascista non fossero ancora esauriti). Cione aveva addirittura su questi temi fondato, col permesso di Mussolini, un movimento socialista nazionale ed un giornale, L’Italia del Popolo. Sulla socializzazione mi ero fatta una certa cultura e mi sentivo in grado di controbattere anche gli articoli che «Giramondo» andava scrivendo sul Corriere della Sera. Non ricordo di avere, in quella vigilia di preparazione, polemizzato con Mussolini, e probabilmente non l'ho fatto. Era ancora il nume di cui avevo, al maturare dei miei vent’anni, constatato il decollo cesareo che l’aveva posto fuori dalle nostre dimensioni quotidiane. Inoltre, Il Popolo d’Italia non usciva più e che Mussolini scrivesse non firmando sul Corriere della Sera e redigesse di suo pugno molte delle note della agenzia «Corrispondenza Repubblicana», allora non sapevo.

Finalmente in maggio l’idea del giornale tornò a farsi concreta. Venne da me «Piero» (il quale aveva anche un cognome, Reginella; come seppi dopo la liberazione) e mi portò i primi numeri de Il Ribelle. Olivelli era stato arrestato, ma dal carcere stimolava a continuare l’iniziativa. Il Ribelle si pubblicava allora a Brescia, poi si sposterà a Lecco e a Milano. Esposi a Piero le mie dotte elucubrazioni ed egli, tra il concreto e il dissacrante, mi disse che lo spazio per gli articoli era poco, che certo le cose che io proponevo erano interessanti, ma che da me le «Fiamme Verdi» speravano di trovare in primo luogo un centro di distribuzione per gli studenti e gli operai di Voghera città e soprattutto per le formazioni GL e garibaldine che si andavano irrobustendo sulle montagne dell’Oltrepò Pavese.

Organizzai la rete distributiva. C’erano staffette che portavano Il Ribelle alle formazioni GL di capitano Giovanni (staffette attinte specialmente tra i montanari infermieri dell’ospedale psichiatrico, dove operava il nostro dottor Giovanni Mercurio, «Mirko»), il comunista Carlo Covini provvedeva per le formazioni garibaldine, Umberto Sampietro lo spingeva fino alla Val Sesia. Un mio alunno, Clavarino, lo faceva trovare agli operai della fabbrica paterna, la Visa. Un compagno mi portava alcune copie dell’Avanti! e si portava via qualche Ribelle. Per questi scambi e per altre congiunture un giorno di settembre mi trovai ad avere un certo numero di testate diverse, Il Garibaldino, Il Partigiano, quaderni di «Giustizia e Libertà»: in tutto, un discreto malloppo; andammo, Itala ed io, alla prima messa dei Frati Francescani e alla fine lasciammo due fogli per ogni banco e altri li infilammo sotto le finestre ancora chiuse delle strade attorno alla chiesa. A mezzogiorno, in via Emilia, la gente già sapeva e diceva: «questa notte sono scesi i partigiani».

Quando Piero arrivava aveva sempre fretta, aveva poche copie (500 per tutta la provincia di Pavia: e perciò, in qualche occasione particolare, Il Ribelle venne ristampato - per iniziativa nostra - a Pavia) e aveva bisogno di cose. Non di articoli, ma vestiario, soldi, medicinali, qualche renitente da portare con sé in montagna (ricordo l’incontro con Giovannacci, ora medico dentista a Genova. Piero lo apostrofava: e la divisa? – L’ho lasciata in caserma. - E l’arma? - Anche. - Bravo: credi proprio che le Fiamme Verdi abbiano bisogno urgente della tua bella faccia? La povera recluta tornò sui suoi passi e qualche giorno dopo ritornò con la divisa e l’arma e per giunta qualche commilitone).

Questa è stata la mia principale collaborazione giornalistica durante la Resistenza. Ma qualche scritto mio c’è, su Il Ribelle. Li ho rivisti molto tempo dopo, nella ristampa anastatica, questi miei articoli, e mi sono commosso. Un audacissimo colpo di mano, studiato e condotto alla perfezione, aveva liberato dal carcere mandamentale di Voghera i resistenti arrestati; ed era stata anche una bella burla perché i partigiani si erano presentati al portone con la divisa della Brigata Nera fingendo di dover racchiudere d’urgenza un fuori-legge catturato. Raccontai questi particolari a Piero, poi ne battei a macchina la cronaca: Piero perse il foglietto - o, io penso, lo buttò via perché era meglio non avere addosso cose compromettenti - e su Il Ribelle n. 15 del 22 ottobre 1944 apparve questo mio contributo: «Voghera. I ribelli sono scesi dai monti ed hanno liberato tutti i detenuti politici». Imparai a raccontare a Piero i fatti di cronaca all’ultimo momento accompagnandolo alla stazione. Ecco, sul n. 18 del 1° dicembre un altro mio articolo: «Voghera. Venerdì 3 ottobre durante la notte sono stati prelevati nella caserma di Cavalleria una cinquantina di “Leoni” della San Marco». Ed eccone un altro: «Retorbido (Voghera). Cinque prigionieri russi incorporati nella Wehrmacht hanno raggiunto il 22 notte le formazioni partigiane». Qualche altro mio pezzo, invero, è un po’ più lungo, ma non di molto.

Ora che riguardo con occhio distaccato l’intera raccolta de Il Ribelle devo convenire che aveva ragione Piero (o chi, con lui, aveva deciso che il foglio uscisse con quelle dosature e quegli equilibri). Bisogna distinguere tra i fogli dei partiti e i fogli delle formazioni e specialmente delle formazioni «autonome». I primi hanno alle spalle la parte già liberata del paese, dove è possibile fare pause di riflessione e scrivere di politica, di dottrina e di filosofia. Ed hanno, a scrivere quei pezzi, le grosse firme: Nenni, Togliatti, Codignola, Lussu, Riccardo Lombardi ecc. I secondi invece si fanno e si pubblicano «in faccia al nemico», per usare il motto che coniò Piero Jahier per etichettare «L’Astico, giornale delle trincee», che egli aveva fondato dopo Caporetto.

Su questo scrivere in faccia al nemico, riporto - affinché non sembri una frase retorica e serva a ricordare le condizioni in cui si produceva la stampa partigiana dalle nostre parti - la testimonianza che mi ha lasciato Giulio Perri, allora membro del Cln di Pavia: «Una sera avevamo appena finito di stampare un manifesto clandestino nella tipografia dell’attuale Provincia Pavese, allora requisita dai “repubblichini” (in Via Morazzone, a Pavia), quando inaspettatamente arriva il direttore del foglio fascista, Cesare Cis. Uno del Gap socialista, mi sembra Gatti, per impedire che il direttore girasse tra le macchine, prende un manifesto e si precipita nell’ufficio dicendo: “guardi, dottore, che cosa ho trovato sotto la porta, è roba che deve essere stata stampata in una tipografia ben organizzata”. E mentre la discussione, tra i due va avanti, la stampa viene distrutta e i manifesti escono dalla finestra. Cesare Cis, osservato il manifesto, sentenzia: “non può essere stato stampato che a Milano, a Voghera o a Vigevano; non certo a Pavia. Questo carattere in città lo abbiamo solo noi”».

Accanto a qualche colonna di orientamento politico e culturale generale - e Il Ribelle ebbe, particolarmente incisiva ed efficace, la penna cristiana di Teresio Olivelli - il foglio delle formazioni rispondeva ad interessi in primo luogo territoriali, cioè relativi a quelle date bande, alle popolazioni di quelle valli ed al momento che vivevano. Il primo numero de Il Ribelle è tutto dedicato al martirio di Lunardi e Margheriti, buttato in faccia ai carnefici, ma anche in faccia alla «massa pecorile» pronta «a baciare le mani che la percuotono»: rintuzzare il nemico e stimolare l’attendista. Poco dopo esce un numero speciale «per le valli», su una sola facciata (così che possa servire anche da manifesto sui muri), tutto teso a confutare la propaganda del «condono» mussoliniano concesso a chi si fosse presentato alle autorità repubblichine entro il 25 maggio 1944. Sono prodotti di guerra, dunque, immersi nella contingenza. Bisogna vederli e giudicarli nella loro funzione pratica immediata Chi li avvicinasse oggi avendo in mente i giornali giacobini della Rivoluzione Francese o quelli della Comune di Parigi, sbaglierebbe l’approccio. Sui fogli delle formazioni ci sono cose indubbiamente brutte, ricordo certe poesie incredibili (ecco un piccolissimo campione: «Per le vittime nostre invendicate / per liberar l’oppressa nostra gente / ritorna sempre invitto nella lotta / il patriota». E su Il Partigiano, organo della 6ª  Zona operativa, (n. 8, ottobre 1944), ci sono prose dalle quali rampollano improvvisi, quando meno te lo aspetti, l’ampollosità dannunziana e la cultura ed il dizionario del Littorio: e allora poni mente al fatto che la grandissima maggioranza dei ragazzi che sono in montagna aveva avuto, fino a due anni prima, la tessera del partito nazionale fascista o di qualche sua organizzazione giovanile. Erano passati dai Guf alle pianure russe, poi dal Don alle montagne che circondano Varzi o Brescia, ed ora accadeva loro di essere chiamati ad impugnare la penna lasciando da parte per un momento il fucile. Sono brutture sante, le loro, di basso livello teorico eppure utilissime oggi a chi le studia per capire le tappe, i modi, le vischiosità del grandioso, miracoloso passaggio di una generazione da una formazione totalitaria ad una convinzione democratica. A me quell’esperienza è stata una scuola di umiltà che penso di non aver dimenticato. Quando l’ideale si cala con fatica nel reale ed intanto il problema è di sopravvivere giorno per giorno, a chi ti chiede di trovargli quel paio di scarponi senza del quale la staffetta non sarà in grado di portare il rotolo dei giornaletti al più alto dei distaccamenti, non puoi rispondere che hai studiato filosofia e che farai un pezzo sull’ideale kantiano della pace universale. Questi fogli portano in me, con il compianto di amici caduti, il ricordo di modesti obiettivi quotidiani, di tutti quegli atti semplici di cui una pur piccola organizzazione clandestina aveva bisogno per sopravvivere nel contesto assurdo e irto di rischi del sistema messo in piedi dalle SS e dai fascisti repubblichini.

Tutte queste vicende non state troppo diverse, nello spirito e nella sostanza, da quelle di altre zone operative, dovunque il nemico dovesse esser fronteggiato (per dirla con Jahier) e che appaiono in questa «Antologia» curata da Lamberto Mercuri.

Un’iniziativa utile, una intelligente scelta per offrire un bilancio complessivo dell’argomento e perché nasce a tanti anni dagli accadimenti e, credo, ben al riparo da trionfalismi o agiografie. E, quindi, senza inconvenienti prospettici. E anche perché nasce come iniziativa in ricordo di Ferruccio Parri a tre mesi dalla sua scomparsa nell’ambito della prestigiosa collana dei «Quaderni della FIAP».

Ugoberto Alfassio Grimaldi 

NOTA DI ENZO ENRIQUES AGNOLETTI

Questa antologia della stampa clandestina è il primo «quaderno della FIAP» che esce dopo la scomparsa di Parri; dedicarlo alla sua memoria non è soltanto un fatto formale. Parri considerava i quaderni della FIAP, come anche la «Lettera ai Compagni», uno strumento indispensabile per raggiungere due scopi che ha sempre considerato essenziali: mantenere i collegamenti tra i compagni, facendo circolare idee, giudizi, memorie, senza mai dimenticare il profondo legame sottostante, legame morale e umano senza il quale tutte le azioni e le unioni diventano sterili e fredde; contribuire alla riflessione sulla storia politica d’Italia, e con questo agire anche sul presente, senza mai dimenticare quello che la Resistenza può significare per le cose del momento. Condizione di questa riflessione deve essere che venga condotta con rigore critico, al di fuori dei motivi che, a distanza di tempo, rischiano spesso di apparire se non di propaganda certo di testimonianza personale.

Per questa stessa ragione Parri volle e riuscì, tra mille difficoltà, a costituire quell’Istituto Nazionale per la storia della Resistenza, che fin dagli anni difficili, quando tutto ciò che si riferiva al movimento partigiano era guardato con sospetto, contribuì non solo a non far disperdere memorie e valori, ma a preparare quel grande «rientro» della storia della Resistenza nella storia e nella politica italiana.

Tanto più ci sembra utile e opportuna la pubblicazione di questa antologia che non ha nulla di agiografico, anzi, attraverso l’ampia introduzione critica di Lamberto Mercuri, mette in rilievo limiti, condizionamenti e carattere di questa stampa che va naturalmente interpretata nel quadro di una situazione generale, degli scopi perseguiti dai lettori a cui si rivolgeva. Lettori appena usciti dall’oscurantismo fascista. Se si ricorda che cosa significava anche un semplice volantino, i rischi, le difficoltà, che ogni foglietto doveva superare, e con quale emozione si guardava a quei giornali clandestini che erano il segno visibile di una libertà riconquistata anche prima della fine della guerra, si capisce l’importanza che ha avuto una stampa la cui stessa diffusione serviva a una sempre più larga partecipazione e impegno di un sempre crescente numero di cittadini. Proprio per gli scopi immediati di allora veniva dato scarso spazio al dibattito ideologico e ai principi generali; più diffuso nella stampa clandestina dei partiti nuovi come il partito d’azione, mentre si dà un maggiore spazio non solo agli avvenimenti militari ma anche a quelli politici del Regno del sud, posizioni che di fronte alla «svolta» di Salerno, alla formazione dei governi, risultano anche abbastanza divergenti tra i diversi partiti e quindi fra i diversi giornali clandestini.

Per capire l’incomprensione di una larga parte dell’opinione pubblica, dopo la liberazione, di fronte alle condizioni in cui veniva pubblicata questa stampa mi viene in mente un episodio. Nel processo di Lucca contro la banda Carità, colpevole di efferatezza di ogni genere a Firenze, poiché in un articolo del giornale clandestino «La Libertà», organo del partito d’azione, si denunciavano i nomi dei responsabili di un eccidio, avendo io esibito il foglio al presidente Renis, questi lo prese e mi obiettò: «Ma l’articolo non è firmato!».

Lo studio della stampa clandestina, se fatto con il dovuto commento critico, così come fa Lamberto Mercuri nella sua introduzione, porta quindi un contributo importante allo studio e alla comprensione di quel periodo; gli autori di quegli articoli, non tutti riconoscibili, saranno poi, per la maggior parte, presenti e in posizioni di rilievo nella successiva storia politica del paese ed è interessante vedere non soltanto quello che è stato fatto ma anche quello che è stato scritto, e perché è stato scritto in quel modo.

L’antologia non prende in considerazione le riviste clandestine e gli opuscoli, dove naturalmente i temi di carattere teorico e le posizioni politiche dei partiti vengono trattate più diffusamente, ma si trattava soprattutto di una stampa per i «quadri». Essa ci riporta all’interno, nel vivo, della lotta di Liberazione anche con le sue ingenuità e le sue semplificazioni, ma anche con evidenti motivi comuni e costanti, una volontà di rottura in profondo con il fascismo, una volontà di rinnovamento sociale e politico che è stato il fondamento comune di tutta la Resistenza.

Per noi questo patrimonio è legato indissolubilmente al nome e alla persona di chi, come Ferruccio Parri, è stato l’espressione più coerente e profonda di questo fondamento morale e umano, che ha resistito anche attraverso i tempi difficili, e che costituisce ancora oggi un’ancora di possibile salvezza per il nostro paese.

Ringraziando Lamberto Mercuri per l’impegno mai smentito che permette l’uscita di questo volume da lui curato, lo dedichiamo, a nome di tutti, con immutabile affetto, a Ferruccio Parri.

Enzo Enriquez Agnoletti

Presidente della FIAP




INTRODUZIONE

Un’antologia dedicata alla stampa clandestina dei partiti e dei movimenti politici nel corso della guerra di Liberazione nazionale, presuppone subito alcune precisazioni e non soltanto di metodo. E una spiegazione anche della sua proposta.

Se si vuole delineare un quadro del triennio 1943-1945 attraverso le immagini, le suggestioni, gli articoli delle varie testate dei giornali clandestini (in numero più ampio possibile) queste devono esser viste senza pregiudizi letterari o stilistici e il materiale, una volta selezionato, deve esser rappresentativo di una o più problematiche che tale stampa agitava.

Non si tratta di ricostruire l’itinerario, né di stabilire il quadro completo della stampa clandestina diffusa nel corso dei venti mesi dell’occupazione germanica e di ripristino del fascismo, né la quantità di tale produzione e di distribuzione di essa, cosa difficile anzi impossibile da determinare con esattezza.

E neppure, pensiamo, che un simile studio possa costituire (né sostituire) una storia della Resistenza attraverso una analisi critica della stampa clandestina. Con il tipo di indagine che ci proponiamo, desideriamo scartare l’approccio superficiale che non va oltre il titolo o la testata del giornale o la routine propagandistica o addirittura la gratificazione retorica di circostanza. Se restassimo fermi alle testate, alla facciata, rischieremmo di non cogliere il senso e lo spessore di certe problematiche, di determinati programmi e di alcune trasformazioni anche se siamo convinti che lo studioso e, più in generale, il lettore possano e debbano leggere più in profondità varie dinamiche e non privilegiare solo certe chiavi di lettura di stretta osservanza ideologica o di partito. Non ritorneremo - in questa sede - su quanto è stato più volte osservato circa lo studio della Resistenza che ha sentito (o risentito) troppo l’influenza delle tendenze ideologiche e delle vicende partitiche negli anni successivi al 1945, né sull’atteggiamento pan-resistenziale che ha caratterizzato per lungo tempo non soltanto la memorialistica ma anche la storiografia, per non dire delle interpretazioni politiche. Dopo anni di esaltazione acritica, da circa un ventennio la dimensione obbligata del patriottismo e della commemorazione sembrano attenuati e «l’oggetto della riflessione si è ampliato e si è affrontata la Resistenza come una prospettiva di lungo periodo» (Quazza). Per troppo tempo forse il carattere controverso del giudizio ha portato ad operare perché la Resistenza fosse soltanto oggetto di museo. O un mito da rivedere. La «novità», se così possiamo dire, della nostra proposta, senza dar adito a scoperte o interpretazioni sensazionali, sta nel fatto di voler avere caratteristiche di «storia della stampa» vista come strumento per la determinazione di un consenso, sia pure minoritario, di agitazioni di idee, di ideali in contrasto. E per la gestione del «nuovo» potere politico che stava emergendo.

Tra i numerosi campi di studio sulla Resistenza, quello relativo alla stampa clandestina non sembra aver incontrato il deciso favore degli studiosi, anche se non sono mancati studi significativi e riflessioni attente dei protagonisti della vicenda resistenziale. Recentemente Nanda Torcellan, per i tipi di Laterza, ha preso in esame il problema in un ampio saggio di cui rinviamo alla nostra nota bibliografica. Già nel vivo della lotta Franco Venturi, e subito dopo la conclusione di essa, Vittore Branca e Mario Dal Prà avevano brevemente parlato della funzione insostituibile di tale stampa e indicato, sia pure indirettamente, una ipotesi di lavoro in questo senso. Scriveva Venturi nell’estate del 1944: «La autentica libertà di stampa oggi non è quella che si sogna pensando all’oltremanica e all’oltreoceano ma quella che si afferma creando, diffondendo, discutendo la stampa clandestina. Ora, è un fatto che essa si è moltiplicata in questo periodo che essa è largamente diffusa. Meno certo è che essa sia stata sempre valutata e discussa»[1].

E dopo aver accuratamente analizzato i limiti di questa stampa aggiungeva: «Bisogna che la stampa clandestina esca sempre più dal generico, riprenda i problemi fondamentali, non solo politici, ma sociali, militari, economici, europei, li dibatta e li presenti, nella loro naturale semplicità, ma senza falsi pudori. L’elementarità della lotta di oggi non deve essere più una ragione che impedisca il sorgere della politica di domani».

Vittore Branca osservava, a sua volta, che: «Attraverso questa propaganda assidua e insistente, si giungeva a poco a poco a far penetrare nelle masse la consapevolezza che il fronte della Resistenza effettivamente agiva, era presente, controllava le azioni di ognuno [...]. L’efficienza e l’organizzazione del settore clandestino della stampa - che si sobbarcò anche il pesante e rischioso compito di tutte le falsificazioni di carte, permessi, moduli, ecc. - avevano nel maggio raggiunto una tale perfezione che ormai i giornali antifascisti si presentavano in veste tipografica più ricca e ampia degli stessi quotidiani repubblichini. Fin d’allora il C.T.L.N., valendosi di tale eccezionale esperienza, cominciò a preparare concretamente il suo organo per i giorni della libertà»[2].

E Mario Dal Prà riconoscendo, infine, la difficoltà di procedere ad un esame critico della stampa diffusa nel corso dei venti mesi di guerriglia concludeva:

«la lotta antifascista, nel campo della stampa clandestina è stata brillantemente vinta, a prezzo di gravi sacrifici”[3].

Carlo L. Ragghianti, nel 1951, aveva posto, in un saggio luminoso - un modello nel suo genere - il problema della riflessione critica esercitata dalla stampa clandestina o da una larga parte di essa. La pubblicazione considerata, La Libertà, rifletteva per usare le parole dello studioso: «il circolo di riflessione e di azione del partito in quel tempo»[4] cioè a dire la lotta degli azionisti per il rinnovamento italiano.

Nel 1958, Lelio Basso osservava:

«Certo la stampa clandestina è una fonte preziosa, ma è in generale stampa di partito e riflette orientamento di partito, anche se è vero che, per la particolare situazione del momento, quegli orientamenti furono a loro volta influenzati dallo spirito popolare specialmente quando, come spesso accade, i compilatori di quella stampa si sono trovati più vicini alla “base” che ai “vertici” del loro partito»[5].

Giulio Polotti ha parlato del:

«Grande contributo che la stampa clandestina ha dato in Lombardia, prima di mantenere viva la fiamma dell’antifascismo, poi a preparare il 25 luglio e, successivamente, la Resistenza».

Il contributo del Polotti è interessante perché dà un’idea della quantità, dei nodi di diffusione e dei risultati raggiunti da tale stampa nel corso dell’occupazione tedesca e salotina, rilevati, così afferma l’autore del saggio:

«Dallo stesso Mussolini che, in un manifesto del 3 marzo 1944, scritto di suo pugno e firmato a nome dei sindacati fascisti, entrava in polemica con essa, poiché dava ai lavoratori la possibilità di sfuggire alle menzogne fasciste e di rendersi conto della realtà in atto»[6]

Anche Mario Giovana, in «Tendenze e aspirazioni sociali nella stampa delle formazioni partigiane», scriveva significativamente:

«Le manifestazioni della generazione partigiana sul piano degli auspici e delle tendenze ideologiche-politiche, così come ce le tramanda il loro veicolo relativamente più diretto e più schietto, la stampa delle formazioni delle zone operative, non potevano che essere una contorta e tormentata ricerca di collegamento con alcuni valori e principi generali»[7].

Agli inizi degli anni ’60, Laura Conti aveva ordinato con intelligenza cinquemila voci, tra manifesti, opuscoli, numeri di periodici del periodo clandestino e offerto un materiale copioso e prezioso per chi avesse voluto cimentarsi con il problema[8].

Per abito di completezza, dobbiamo altresì, aggiungere la abbastanza recente «riscoperta» di una buona parte di questa stampa per mezzo di ristampe anastatiche avutasi in occasione del trentesimo anniversario della Liberazione, a cura di Amministrazioni regionali, Istituti storici della Resistenza, enti locali, enti culturali, ecc., ma su di essa avremo occasione di tornare nella nota bibliografica.

Per quanto riguarda la nostra indagine, abbiamo volutamente escluso i volantini e così gli opuscoli dei vari partiti politici; abbiamo cominciato dall’8 settembre 1943 per arrivare alla vittoriosa insurrezione liberatrice dell’aprile 1945 escludendo di proposito il periodo dei «45 giorni». Abbiamo evitato di prendere in considerazione quest’ultimo periodo per la situazione in cui si trovavano o ritrovavano i rinascenti movimenti d’azione politica e di conseguenza del ritardo delle forze antifasciste nel comprendere appieno i segni dello sgretolamento del «regime badogliano» e della incombente catastrofe militare.

Certo, non mancarono in quei giorni i segni della rinata presenza dei partiti politici e dei singoli, fatta di collegamenti e di iniziative politiche e della opportunità di determinate scelte e anche di un certo numero di iniziative di stampa. Caratterizzazioni che, per una concreta verifica del significato di esse, occorrerebbe però uno studio apposito sulla peculiarità delle situazioni locali dalle quali tali iniziative presero avvio.

La incertezza dell’ora e le condizioni eccezionali del momento coloravano il quadro ancora non ben chiaro sui reali rapporti di forza (e così le difficoltà di mettere in essere la stampa «libera») per cui non fu facile adeguarsi al nuovo regime che, se aveva abrogato la prassi delle «veline» non aveva cancellato le limitazioni del diritto d’espressione, tanto più evidenti in quanto il governo del Maresciallo aveva ritenuto di mantenere sostanzialmente in piedi l’apparato della vecchia censura per il perdurare dello stato di guerra. La breve parentesi di speranze del finire di luglio, fu presto fugata dalle durezze militari per «l’ordine pubblico» e dalla ripresa dei devastanti bombardamenti alleati.

La caratterizzazione cronologica che dà il taglio al saggio, vuole avere «caratteristiche nuove» perché si riferisce a materia piuttosto fluida per il dipanarsi di problemi ancora vivi nelle nostre coscienze. Il complesso di questa stampa, assai copiosa in realtà, può facilmente ingannare se su di essa non si collaudano interpretazioni diverse ed eventualmente alternative. Poiché questo studio vuole chiarire alcuni aspetti di questa produzione «giornalistica» e di alcune problematiche o «blocchi di questioni» (senza pretesa di connotazioni e di atteggiamenti tematici di più ampio respiro, come quello dei rapporti con la cultura che l’ha messa in essere), osserviamo che non vi sono precisi modelli cui rifarsi. Le ragioni prevalenti che fin qui hanno caratterizzato il lavoro storico in questo campo sono probabilmente da ascrivere a cause che qui possiamo appena adombrare.

Prima, lo stile di questa stampa non di rado gonfio di retorica, pregno di patriottismo e di facili e continui riferimenti a non pochi temi e motivi del Risorgimento. Seconda, il carattere rituale a base di parole d’ordine di partito, le scombinate affermazioni che le caratterizzano e l’accentuata retorica (anche se non deve essere sottovalutato il tentativo di rivolgersi con parole d’ordine differenziate alle varie categorie sociali e ai ceti più diversi per impegnarli nella lotta): ecco forse alcune ragioni del «disinteresse» degli studiosi e la loro tendenza a privilegiare altri aspetti della Resistenza. A tutto ciò va aggiunto anche il divario della qualità che contraddistingue la produzione di «montagna» da quella di «città» e che deve aver giocato viepiù in senso negativo.

Detto tutto ciò, va però aggiunto che se ancora oggi non v’è accordo tra gli studiosi sul significato politico della Resistenza e se non si possono sottovalutare i limiti oggettivi della stampa resistenziale, essa non è pero priva di fermenti e rappresenta il segno partecipativo, sia pure minoritario, in un paese affranto da anni di guerra (e adesso anche civile) e dall’attendismo, alle prese con due eserciti contrapposti e tuttavia percorso da speranze e attese di un futuro diverso che appariva, nonostante tutto, a portata di mano. La stampa è altresì specchio di determinati avvenimenti e dei contrastanti obiettivi delle forze in gioco.

I partiti politici - quasi tutti, in quel momento, conobbero incertezze, difficoltà, opposte alternative - sia nel CLN sia al di fuori di esso, avevano scopi e programmi diversi sia nella Resistenza sia nel tempo ad essa successivo. E anche sulla conduzione della guerra partigiana e sull’attendismo, le valutazioni erano diverse[9]. E così sul contesto internazionale che pesava fortemente sulle vicende italiane. V’era anche chi coltivava la mitologia, gli ardimenti impossibili e una precisa volontà di «non partecipare».

In questo quadro, la nostra indagine si propone di approfondire alcuni aspetti di essa (tre per la precisione) agitati sulla stampa clandestina e cioè l’atteggiamento nei confronti degli anglo-americani e dell’Unione Sovietica (per rispecchiare le concezioni del mondo a cui corrispondevano i blocchi di egemonia mondiale che si apprestavano ad essere formati) e cosi l’atteggiamento dei due alleati di lingua inglese verso il problema partigiano; l’andamento della guerriglia (tenendo conto del maggior numero possibile di testate, come si diceva, di formazioni diverse) che hanno operato sul territorio metropolitano ed infine, il problema del rinnovamento dello Stato.

Da qualunque tipo di scelta si proceda, è sempre ineliminabile una certa arbitrarietà e potranno essere facilmente avanzate riserve sul metodo e sulla validità dei criteri di scelta e sulla utilità di alcune considerazioni. Ma tale «arbitrarietà» - pensiamo - può rispondere ad un valido criterio di massima: le esigenze fondamentali di una ricerca, come questa, possono essere soddisfatte principalmente perché essa è volta alla riflessione costante del periodo storico che è parte integrante di quello che viviamo. Non abbiamo pensato ad un esame critico di tutta questa vastissima produzione e ad allargare la valutazione dei «blocchi di questione» (i rischi della cernita e di confronto tra questa o quella fonte di parte politica sono tutti intuibili e scontati e così i rischi di appesantimento),[10] ma pur sfrondata da non pochi orpelli e fatte le necessarie puntualizzazioni, riteniamo di riprendere oggi quel capitolo con una maggiore attenzione perché possa esser letto in una chiave che tenga conto di altre «impressioni», distinguendo il retorico dall’antiretorico, il necessario dal gratuito, il mitologico dal reale. E così il rapporto del passato - come ogni passato che non si voglia configurare in termini visionari o metafisici - con il presente che prevede un assetto ben determinato del futuro. Tra l’altro, l’esame della stampa clandestina, malgrado la precarietà della sua esistenza può dare un contributo non trascurabile alla conoscenza, in controluce, dell’atteggiamento delle autorità costituite e dell’alleato germanico.

Se diamo per scontato che il desiderio e il bisogno di vita e così l’aspetto propagandistico dovevano giocare su più livelli e non soltanto nei confronti dei giovani che entravano nella lotta ma anche nelle popolazioni che dovevano appoggiare, in un modo o nell’altro, la guerriglia partigiana, è possibile comprendere meglio la qualità della stampa (soprattutto per le formazioni della montagna, ma non solo per esse, e il suo tono destinato raramente a sopravvivere a singole situazioni o fatti d’arme)[11]. Ma le ragioni ci sono tutte. Sul piano dei fatti dobbiamo rilevare anche la diversa qualità di organizzazione del «popolo alla macchia», la varietà di atteggiamenti e di linguaggio che differenzia le varie regioni (senza voler affrontare in questa sede il discorso sulla cultura come fatto consapevole, trasmissione di valori, ecc.). E poi l’apparizione e la scomparsa di taluni fogli (alcuni di effimera e di «dubbia» esistenza): le lunghe interruzioni anche dei più importanti giornali di partito attestano certo il fervore dell’attività e dei mezzi di fortuna e così le difficoltà gravissime, anche di natura finanziaria, ma soprattutto di rischio. E poi, dopo l’iniziale incertezza e una diversità d’impulsi, il procedere, sia pure lento, verso una più definita coscienza ideale.

Siamo consapevoli che gli avvenimenti, pur così tumultuosi e numerosissimi del triennio considerato e riflessi nella stampa, rischiano talvolta di apparire episodi a sé, isolati dal contesto delle vicende generali poiché le loro relazioni con tale contesto non sono sempre facili da scorgere e da delineare e i rischi di frammentazione del quadro generale sono facilmente intuibili.

E allora può essere utile stabilire altri punti di riferimento che devono necessariamente partire dalle differenze che segnano il passaggio da un’epoca all’altra; detto più semplicemente: il presente e l’avvenire, prima che nelle menti va giocato nel cuore degli uomini e nello stimolo delle occasioni della nuova vita. Dando per scontato il «quadro unitario» (unitario di fatto è soprattutto il tempo e lo spirito della lotta perché ha posto combattenti e intere popolazioni di fronte a sofferenze e sconvolgimenti significativi: la collaborazione tra le forze diverse e varie, fu possibile, in vista della cacciata dei tedeschi e della cancellazione del regime di Salò, perché venne stabilita una sorta di «tregua ideologica»), e di fare tutto il contrario del fascismo; così si capiscono forse meglio la solidarietà e la finalizzazione della lotta armata.

E poiché è sempre utile passare dal generico allo specifico, noi pensiamo di dover cogliere le diversità essenziali all’interno della unitarietà sostanziale della lotta di Liberazione. È impresa non facile individuare le linee di delimitazione più qualificate tra quest’ultima e la storia d’Italia più recente (come taluni hanno fatto o predicato) perché i rischi di spezzettare il discorso, di perdersi nel groviglio delle distinzioni, della particolarità, ecc., sono sempre in agguato. Oppure di farsi prendere la mano da un criterio unificatore, il più ampio possibile, e ancora peggio di finire di ridurre un problema storico ad un fantasma propagandistico o ad un mezzo di propaganda politica contingente o abituale.

Ciò che è storicamente necessario non ha bisogno di forzature e perciò non possiamo non prendere preliminarmente in considerazione il quadro internazionale per intendere meglio la sorte dell’Italia che fu dall’armistizio in avanti intimamente collegata con lo schieramento occidentale.

Un giudizio storico delle vicende italiane non sarebbe del tutto chiaro se non partisse da queste premesse. Fu, infatti, con la firma dell’Unconditional Surrender del settembre 1943, con il cambio della posizione italiana nello schieramento internazionale che si fissarono, nel bene e nel male, le premesse di un domani diverso e «nuovo» e presero corpo (e via via si definiranno più chiaramente), le premesse per la realizzazione di una democrazia rappresentativa in Italia.

Se si dà uno sguardo alle relazioni italo-alleate, esse possono essere suddivise, all’ingrosso, in due periodi: il primo dal luglio 1943 al febbraio 1947, il secondo dal 1947 (firma del Trattato di pace) al 1949 (inserimento definitivo nel sistema delle alleanze occidentali per mezzo del «Patto Atlantico»). Manca nel nostro paese un panorama organico delle attività della propaganda psicologica degli Alleati verso le popolazioni e verso le truppe italiane assolta per mezzo della radio, della stampa, dei volantini lanciati con gli aerei e con mille accorgimenti diversi. E così nei confronti della Resistenza armata perché qui si trasforma, se mai, la tattica. Tale propaganda aveva cominciato a dare risultati concreti fin dalla campagna di Tunisia e poi in Sicilia. Esula dal nostro studio un’indagine di questo tipo, ma qui converrà farne cenno sia pure in breve.

Uno dei canoni della psicologia su cui poggiava tale propaganda è rappresentato da un «principio» di filosofia assai chiaro e rinvenibile nei manuali e nei testi degli ufficiali anglo-americani addetti non soltanto alla branca psicologica (PWB) ma anche al governo militare (AMG): «È assai importante il problema di indurre le popolazioni a cooperare con l’esercito di liberazione e averle al nostro fianco e portarle alla comprensione del fatto che la Liberazione non è cosa in cui sia possibile tutto all’istante così come esse avevano sperato».

Uno dei maggiori teorici del campo, M. A. Lineberg, autore de «L’arma psicologica», (Washington, 1948) aveva chiaramente definito il problema: «L’arma psicologica comprende l’uso della propaganda contro il nemico, insieme con talune misure operative di natura militare, economica e politica, così come può esser richiesto per integrare tale propaganda»[12].

In questo quadro non è difficile comprendere i rapporti tra le forze della Resistenza e gli Alleati e l’interesse di questi ultimi per i partigiani italiani.

È indubbio che gli Alleati esercitarono una precisa influenza sulla condotta militare della Resistenza. Più in generale v’è da sottolineare anche l’influenza che gli Alleati esercitarono su quanti, in un modo o nell’altro, la appoggiarono o la favorirono. Uno sguardo all’Italia combatte «trasportato dall’aviazione alleata» può essere illuminante. A parte il tono sempre persuasivo (raramente si toccano i temi politici che riguardano il paese invaso), in questa stampa v’è sempre nel «fondo» un messaggio d’istruzioni ai reparti partigiani e così l’invito ad ascoltare per radio le trasmissioni che riguardano questi ultimi[13]. Tra le comunicazioni degli Alleati, v’è sempre la preoccupazione costante di ridurre la guerriglia partigiana (nonostante la diversa apparenza) a quanto essi avevano progettato e con insistenza richiesto e cioè a piccoli gruppi di sabotatori, di attivi informatori e a utili colpi di mano. Non mancano bollettini e notizie sull’attività dei partigiani e un invito continuo ad una accorta tenuta della guerriglia, ad evitare inutili eroismi e altre indicazioni sulla condotta della clandestinità e alla diffusione della stampa clandestina. Qui va ancora ricordato il delicato e persuasivo compito assolto dalla radio, dalla stampa, giornali, opuscoli, fogli volanti, ecc., dai servizi psicologici alleati. Né vanno dimenticati i tentativi degli Alleati per favorire l’indirizzo della guerriglia diretta da «tecnici» e da militari di professione.

In questo ordine di idee, non sarà difficile comprendere come la lotta partigiana entri o rientri nel quadro dei rapporti tutt’altro che paritetici tra gli Alleati e le forze della Resistenza. Gli Alleati, (o meglio la dirigenza politica e militare di essi) è noto, non furono mai entusiasti del movimento della Resistenza soprattutto quando questo cominciò ad avere una certa consistenza e ciò determinò motivi di tensioni e contrasti tra le parti, ma tutto ciò deve esser ricondotto ad un quadro ben preciso: essi seppero aiutarlo, favorirlo e sempre controllarlo. Non spiegheremmo altrimenti la volontà quasi caparbia dei comunisti, che furono, senza dubbio, i più numerosi e i più combattivi nella lotta, a ricercare e mantenere ad ogni costo la politica delle alleanze con le altre forze politiche nei CLN e nella Resistenza politica che aveva un senso prevalente di difesa (anche dopo la Liberazione tale politica diventerà una costante) e che a non pochi militanti parve (e parrà) come uno snaturamento dei compiti e della funzione di classe del partito[14].

Diamo la parola a Noberto Bobbio:

«Chi legge i documenti del tempo relativi ai quattro movimenti storici (socialisti, comunisti, liberali e cattolici) si avvede che nessuno spicca per novità teorica, e tanto meno per audacia ideologica. Tutti serbano invece profonda traccia delle particolari condizioni in cui si svolgeva il dibattito politico del momento, contengono indicazioni tattiche, magari anche proposte strategiche a lunga scadenza, quasi sempre programmi limitati all’orientamento da dare alla lotta in corso in modo da prefigurare una soluzione piuttosto che un’altra per il futuro assetto della società. Quanto ai lineamenti dottrinali o all’elaborazione ideologica, essi appartengono a pieno diritto alla storia delle rispettive ideologie, che corre lungo l’arco di tempo che abbiamo seguito in queste pagine dalla fine del secolo scorso in poi, più che alla storia della Resistenza. I comunisti, rigettando il vieto anticlericalismo, si preparavano a tendere le mani ai cattolici; i cattolici, profondendosi in professioni di confessionalismo, ai liberali; i liberali, promettendo inattese aperture sociali (si ricordi la polemica antiliberistica di Croce), ai socialisti; i socialisti infine, sostenendo un più severo classismo, ripudiando per sempre il riformismo, ai comunisti. Appare oggi sempre più chiaro che per le ideologie storiche la Resistenza agì non tanto da alambicco che ne distilli l’essenza quanto da crogiuolo in cui tutto si fonde e si confonde»[15].

Per quel che riguarda la guerra partigiana, è facile notare come i fogli delle varie formazioni trascurino quasi sempre l’aspetto del dibattito ideologico-politico[16] in favore di fatti, notizie, ecc. relativi alla guerriglia, a stati d’animo dei combattenti, (non di rado è prevalente il senso del trionfalismo perché tali giornali tendevano ad esagerare al di là di ogni verosimiglianza l’attività militare e le vittorie della formazione) con l’elenco dei caduti, dei rastrellamenti subiti, delle lusinghe avversarie respinte e rubriche di vario tipo (inclusi i canti e le vecchie parole d’ordine e la precettistica militare); veri e propri documenti della guerriglia partigiana dove pietà e speranze spesso si mescolano e, sovente, la genericità del linguaggio e della tematica servono ad evitare anche i pericoli di crollo.

I problemi erano, naturalmente, più complessi di quanto risultassero da questi materiali. La nostra preoccupazione prevalente è stata quella di selezionare l’ampissimo ventaglio di queste notizie e dei fatti tenendo conto però della rappresentanza più estesa delle testate e della varietà delle formazioni. Come non avvertire, in questa stampa, una determinata «improvvisazione di nascita» (se così si può dire) di formazioni militari, reparti, e anche di piccoli partiti o movimenti, ecc. di non sempre facile catalogazione, il cui principale obiettivo sembrava volto soprattutto ad assicurare la propria presenza nell’agone politico con l’avvicinarsi della conclusione della lotta.

Ma lo scontro talvolta aspro e spesso acuto che si ebbe tra i partiti, anche al di fuori del CLN, fu fra le due diverse concezioni dello stato in presenza. Non vorremo ritornare sui programmi e sulle idee della Resistenza, tanto sono noti e dibattuti che qui sarà appena il caso di riprendere l’argomento.

Una parte dei partiti si batteva per il ritorno al periodo del prefascismo (quasi l’esperienza del fascismo fosse un episodio da accantonare e da dimenticare), un’altra, invece, tenendo conto dell’esperienza del fascismo, intendeva creare nel paese nuove istituzioni. E cambiare le tradizionali strutture della società italiana; ecco una delle ragioni, forse la più importante, di intendere correttamente la storia della Resistenza perché scorrendo queste pagine il lettore avvertirà il senso della «continuità-rottura» dello stato prefigurato dalla Resistenza e non potrà prescindere dal fatto ch’essa non è una storia a sé ma ben inserita, in una dimensione più ampia, nel processo globale della storia italiana.

Ha osservato Franco Catalano: «Si può affermare che la lotta politica del dopoguerra, con il suo contrastante schieramento dei partiti, sia cominciata quando, il 26 novembre del ’44, il partito d’azione prese l’iniziativa di inviare una lettera agli altri partiti del CLNAI (poi pubblicata in «Italia Libera» del 30 novembre ’44), in cui esponeva la sua concezione dei compiti del CLN nel dopoguerra, concezione che scaturiva dalla esperienza dell’anno di lotte che le forze democratiche avevano sostenuto. Gli azionisti sostenevano che l’antica demarcazione fra destra e sinistra in seno all’antifascismo fosse ormai quasi del tutto scomparsa e che la linea divisoria corresse piuttosto all’interno di ogni partito, dividendo coloro che veramente credono alla possibilità di una democrazia progressiva che con i suoi istituti popolari esautori ed elimini il vecchio stato autoritario italiano, ed intendono lavorare seriamente per realizzarla, da coloro che non ci credono, ma si preparano semplicemente a correre all’arrembaggio di questo vecchio stato autoritario, o anche solo dei suoi rottami»[17].

Forse una leggera forzatura e non sappiamo se sia esatto affermare che la lotta politica del dopoguerra sia cominciata con l’iniziativa della lettera del Partito d’Azione agli altri partiti della Resistenza, ma è certo che chi legge quel documento e le risposte agli altri partiti (che noi riproduciamo integralmente) ha una misura abbastanza chiara della lotta politica del postfascismo.

Certo l’iniziativa del Partito d’Azione merita attenzione per i riflessi ch’essa ha avuto nel corso della lotta e immediatamente dopo. Se è vero quel che ha acutamente osservato Norberto Bobbio: ... «si può dire che l’ideologia del Partito d’Azione fu l’ideologia della Resistenza, perché per esso la Resistenza fu qualche cosa di più che un’occasione storica: fu la condizione stessa del suo nascere, l’orizzonte in cui si iscrisse, il limite positivo e negativo della sua efficacia. Rivoluzione, dunque, e non semplicemente restaurazione; rivoluzione, sì, ma non comunista, o sovietica, ma democratica (o liberale come aveva detto Gobetti)»[18], si comprenderà meglio sulla scia di queste considerazioni, come il tentativo generoso del Partito d’Azione non ebbe successo.

Constatato che nell’Italia meridionale, ritornata la libertà grazie alla conquista anglo-americana, non v’erano state sostanziali fratture nell’apparato amministrativo e militare, gli azionisti vedevano nel CLN una forza attiva, liberante e una lezione salutare che avesse la capacità di dare uno sbocco rivoluzionario alle vicende italiane in senso interamente democratico mentre altri partiti vedevano nel CLN solo una coalizione provvisoria destinata a finire con il termine della guerra.

Il Partito d’Azione, pur non sottovalutando i limiti precisi che le venivano da un travaglio di giudizi, di atteggiamenti e di distinzioni anche dal suo interno e dal quadro internazionale che andava imponendo ogni giorno di più il freno allo «slancio» della Resistenza, pensava di avere un sufficiente limite, proprio in quegli spazi che tale condizionamento avrebbe consentito.

Il CLN (o meglio il tentativo fatto attraverso tale organo) avrebbe, inoltre, - secondo il Partito d’Azione - permesso di superare anche titubanze e cautele di altri partiti che, a parole, dicevano di voler o quasi le stesse cose.[19].

Battuta tale strada, il Partito d’Azione non desisté e di qui ripartì l’orgogliosa rivendicazione per un diverso ciclo sperando nell’insurrezione liberatrice, una lezione decisiva nella liquidazione definitiva del fascismo e del vecchio ordine delle cose, incarnato, in larga misura dall’istituto monarchico. Uno sforzo da «anacronistica minoranza» al di là dei suoi sogni e delle inevitabili delusioni, senza pari, quasi disperato, rispetto a quello degli altri partiti che si muovevano con maggiore cautela e con una visione delle cose di più lunga prospettiva. In verità, il tentativo azionista (lo si giudichi come si vuole) cozzò inesorabilmente contro quel «particolare e cauto elaborato politico-governativo risalente al periodo di Salerno, nel quale elementi di progresso si componevano con preoccupazioni conservative di un certo mondo prefascista»[20] e che sarebbe stato destinato a vivere ben oltre il dopoguerra; il Partito d’Azione fu allora sconfitto perché non poté disporre di una forte capacità d’urto per proporre un disegno alternativo né sufficiente duttilità per inserirsi nel contesto italiano.

Nell’antologia, abbiamo ritenuto, forzando leggermente il criterio di scelta di riportare l’articolo «I problemi permanenti della politica del P. d’A.» apparso nei «Nuovi Quaderni di GL», nn. 2-3 luglio- ottobre 1944 – così sul filo di una illustre tradizione e su un piano più alto di cultura politica, veniva ripresa la stampa di quanto già era stato pubblicato in Francia da Carlo Rosselli, Silvio Trentin, Leone Ginzburg ed altri, dal 1931 al 1935 - che bene osserva come ripugnasse alla coscienza delle avanguardie combattive la struttura fallimentare del vecchio stato e così la volontà e «l’implacabilità giacobina», tappe dell’offensiva azionista nel preparare la lettera agli altri partiti, di fine novembre 1944. Nelle risposte, v’è sicuramente una migliore accortezza improntata - come dicevamo - ad un maggiore realismo e ad un domani già abbastanza bene prefigurabile e non aperto a nessuna soluzione rivoluzionaria.

Il PCI privilegiava l’obiettivo della lotta nazionale antifascista in attesa di tempi diversi, il PSIUP predicava la rivoluzione socialista insistendo sull’impegno rigidamente di classe dopo aver dichiarato «la fondamentale comunità di dottrina e di fine con il PCI». E sulla base di una «chiara coscienza delle finalità rivoluzionarie del movimento proletario», i socialisti pensavano alla fusione con i comunisti.

Per quanto ci riguarda, Gaetano Arfé ha osservato:

«Nella fioritura di pubblicazioni clandestine che segnano il cammino della Resistenza e testimoniano della coscienza che ciascuna delle sue componenti ebbe dei propri compiti, quelle socialiste, accanto a quelle del partito d’azione si distinguono per un permanente sforzo teso a creare una piattaforma d’azione autonoma per le forze rivoluzionarie italiane. È significativo che, ancora ad opera di Morandi e di Angelo Saraceno, il partito socialista arrivi fino a promuovere la nascita di una rivista destinata ai tecnici socialisti della ricostruzione»[21].

Ha ragione Garosci quando osserva che:

«anche nel Nord, dove senza dubbio la diffusione del partito e la organizzazione di nuovi quadri procedevano rapidamente (ma modestamente, lo scopo era di aver almeno un fiduciario per ogni fabbrica) l’espansione del consenso restava più passiva di quel che non comportassero i programmi di rivoluzione leninista»[22].

Le iniziative concorrenziali con i comunisti (un misto di disagio e di ammirazione permarrà per un buon numero di anni non soltanto alla base del PSIUP poi PSI, verso il PCI) sia a livello organizzativo sia a livello culturale saranno all’insegna della vecchia tradizione nell’atmosfera ricollegabile ai tradizionali filoni del massimalismo e del riformismo e ancor più alla concezione del socialismo come «modo di vita» e nettamente antagonista a quella della borghesia. Per i liberali, Benedetto Croce aveva «ricostruito» e difeso, con grande vigore, la ricostituzione del partito. Per lui, il partito era la difesa della libertà cioè quel ch’egli aveva detto con le sue stesse parole «principio supremo della vita morale e veramente umana e non è conseguenza di altre cose, ma la premessa di tutte le altre».

Certo uno studio sulla rinascita del Partito Liberale alla fine della seconda guerra mondiale, dovrebbe richiedere un esame non distratto dei rapporti del filosofo di Pescasseroli col partito medesimo che sembrava volto al conseguimento di progressi reali che andavano attuati con gradualità e saggezza aperti a tutte le voci della nazione. Un potere legittimo che derivasse da radici profonde nella storia del paese. Per il domani immediato - così la risposta liberale agli azionisti - il popolo italiano avrebbe dovuto esprimersi «in forme legali, cioè attraverso le libere consultazioni e per tramite di organi rappresentativi costituzionali». Un discorso interrotto con il fascismo ma tutto da riprendere, con i dovuti accorgimenti del presente.

Per i cattolici, lasciamo la parola ancora a Bobbio: «… Alcide De Gasperi, nel gennaio 1944, in tre articoli apparsi su “Il Popolo” clandestino, raccolti in opuscoli col titolo La nostra ideologia e la nostra tradizione, cercava di gettare un ponte tra il passato e il futuro, tra “giovani e anziani” tra le “due generazioni, tra le quali il fascismo aveva tentato di scavare un abisso” ed esaltava, ricollegandosi all’Italia prefascista, il metodo della libertà, che avrebbe dovuto trovare la sua più sicura espressione nella democrazia rappresentativa “fondata sull’uguaglianza di tutti gli uomini veramente liberi”. Il programma enunciato in poche formule sommarie era un programma di restaurazione liberale, che prevedeva il ristabilimento del regime parlamentare con un Senato rappresentante degli interessi organizzati»[23].

È stato detto che la Democrazia Cristiana mancava di un pensiero politico effettivo e nacque o risorse come partito teso essenzialmente a trovare una mediazione ecclesiastica verso la sfera dello Stato. Inutile ripetere, in questa sede, (ampiamente se ne è scritto) come i quadri della DC e così gli aderenti più preparati venivano dall’Azione Cattolica e più in generale, dal mondo controllato dalla Chiesa. Del tutto naturale quindi, che il nuovo partito cattolico sorgesse anche per difendere la Chiesa dallo Stato, per limitare e contrastare le altre egemonie: quella liberale sulla borghesia e quella socialista sulle classi popolari.

I termini del programma istituzionale ritornano anche sui fogli d’ispirazione legittimistici e con cautela di linguaggio e «badogliani» con una prosa tutt’altro che sguarnita. Ne abbiamo riportato alcuni significativi esempi. Ma, è noto, la scelta fra monarchia e repubblica non doveva in alcun modo essere pregiudicata né dai partiti né dal luogotenente: un «suffragio universale diretto e segreto», così era stato convenuto. Sarebbe stata eletta un’assemblea costituente alla liberazione totale del paese per deliberare la nuova costituzione dello stato e all’assemblea sovrana sarebbe anche toccato di decidere la scelta tra monarchia e repubblica.

Nella stampa dei partiti di sinistra, la monarchia è spesso individuata con una facile equazione: monarchia uguale a fascismo, come un mondo portatore di interessi di classe e di potere che deve essere necessariamente battuto, anzi cancellato; la repubblica sarà ordine sociale più giusto, sepoltura definitiva del fascismo e dei legami di questo con l’istituto monarchico. Anche la differenza tra guerra monarchica e fascista e, adesso, «guerra di popolo» è messa in risalto e puntualizzata.

Il problema della valutazione complessiva della stampa che via via qui presentiamo con brevi note informative e in ordine cronologico, sarà certamente risolto dal lettore.

Ma i risultati positivi non possono sfuggire guardando le cose sia pure in superficie. Si pensi soltanto alla funzione che tale stampa ebbe, come forza di sollecitazione, nel tener desta la «tensione rivoluzionaria». E poi, come osservava Ugoberto Alfassio Grimaldi, deve esser tenuto presente che la stampa partigiana non può non essere intrecciata con quella di Salò[24] anche per quella funzione antagonistica, cioè di controbattere le varie argomentazioni, non di rado insidiose, dell’ultimo fascismo.

Su questo terreno e all’interno di questa sfera, questi due tipi di documentazione vivono in movimento perenne, evolutivo per cui gli equilibri degradano e di continuo si ristabiliscono all’incedere delle variabilità più diverse. Una riprova di quanto accenniamo, la rinveniamo appunto nel citato volume di Grimaldi[25] e non è azzardato affermare che tra i fogli delle formazioni partigiane e quelli delle varie congreghe salotine esiste una certa reciproca influenza e un tipo particolare di vicendevole «dissuasione». Non può sfuggire, naturalmente, che la stampa del fascismo di Salò è fatta da uomini, artefici e prigionieri al tempo stesso, di una implacabile nemesi mentre quelli della Resistenza hanno dalla loro l’immediato domani.

La stampa di Salò e la stampa antifascista sembrano vivere in due mondi separati e non comunicanti, ma così non è.

Spesso i fogli della Resistenza polemizzano esplicitamente coi fogli salotini: più raro è il caso inverso, perché il farlo sarebbe, agli occhi delle autorità della Repubblica Sociale Italiana, un dare importanza ai «ribelli» o «sbandati» o «mestatori comunisti», e alle loro iniziative pubblicistiche.

Tuttavia i fogli di Salò tengono sempre teso un orecchio alle voci che giungono dalla clandestinità, ed il momento in cui quest’attenzione è maggiore si riscontra quando il governo di Mussolini decide di sbandierare il mito della socializzazione.

È l’ultima speranza di conquistare l’adesione popolare. I fogli clandestini ne parlano spesso, dicono che il regime littorio ha avuto venti anni per attuare siffatta riforma e non l’ha fatta, che è solo «un narcotico propinato ai lavoratori» («Avanti!», 15 maggio 1944), che i tedeschi - cui preme soltanto l’efficienza produttiva - non la vogliono, e confutano le disposizioni i progetti, i commenti dei fogli fascisti. I quali ne tengono attento conto e spesso - senza citare le testate partigiane - non mancano di riprenderne le argomentazioni per rovesciarle. È una polemica per sottointesi. Risulta dai Rapporti a Mussolini sulla stampa clandestina, 1943-1945 (Forni, Bologna, 1974) che è lo stesso «duce» a voler essere informato su ciò che dicono gli antifascisti della sua socializzazione.

Alcuni contatti «fisici» della stampa clandestina con quella salotina hanno il sapore dello scherzo. Ne ricordiamo due. Nell’estate del ’44 i partigiani, essendo entrati in possesso di due relazioni di Graziani in data 15 e 30 giugno - relazioni che dimostrano il cattivo stato di salute delle forze armate della RSI - le pubblicano in un opuscolo che riescono a distribuire nelle edicole di Torino, con uno stratagemma, quale supplemento (a cura delle Formazioni G.L.) del foglio repubblichino Popolo d’Alessandria, un bisettimanale che, rinnovando i modi beceri dello squadrismo delle origini, ha raggiunto una tiratura favolosa. Fu un’idea ed esecuzione di Franco Venturi (n.d.r.).

Il secondo episodio ha luogo nella primavera del 1945, quando i giellisti del piacentino riproducono perfettamente il quotidiano fascista La Scure e nel retro stampano un numero de Il patriota - Grido del Popolo, col risultato, anche qui, di riuscire a farlo circolare attraverso le edicole. Quel numero de La Scure, con la sua appendice, si esaurisce in un baleno e il foglio viene poi venduto a borsa nera.

Se qualcuno volesse aggiungere, al di là della autentica partecipazione delle «masse», che tutta questa fioritura giornalistica amalgama gli intendimenti dell’azione dei singoli e dei vari gruppi (e delle varie volontà) - al di là delle illusioni e delle grandi speranze del momento - egli rinverrà non poco della produzione del corpo ideologico-politico del postfascismo.

La nostra indagine può dare, in qualche dimensione, un panorama della lotta politica dell’ora e che noi ritroveremo, in modo più complesso e intricato, subito dopo la conclusione della guerra in Europa e negli anni successivi. Sarà difficile tuttavia negare che, da spunti e ragionamenti agitati in tanti mesi di clandestinità, sia nato - in una certa misura - il giornalismo del dopoguerra, come accennavamo[26].

La Resistenza non è stata la rivoluzione sperata né la rivoluzione tradita (e non solo «la fine violenta del fascismo ed era servita a costruire più rapidamente la continuità tra l’Italia di ieri e di domani», come dice Norberto Bobbio)[27]; è pur vero però ch’essa rappresenta ancora oggi un polo di riferimento se teniamo nel giusto conto il rinnovamento sociale, morale e politico, quel che cioè la lotta di Liberazione aveva nel suo grembo.

Se siamo in grado di calcolare oggi le distanze e di stabilire un panorama critico dell’evento, storicizzandolo, lo dobbiamo anche alle parole, al di là delle imprecisioni, dei neologismi spesso ambigui, delle contraddizioni che sono apparse su questo tipo di stampa, un vero e proprio laboratorio politico della transizione da un regime morente al post fascismo e alla democrazia in modo e forme destinate a proiettarsi oltre quel momento. E poiché oggi noi viviamo una crisi profonda è naturale che ci si interroghi come superarla e soprattutto - come osservava Paolo Spriano - si cerchi un fondamento storico e istituzionale su cui poggiare per non essere travolti[28].

Non si tratta di rispolverare un mito ma di organizzare criticamente il passato per capire da dove provengono le nostre manchevolezze ma anche per riscoprire le scelte moralmente e intellettualmente valide. Una strada ancora aperta. Il nostro tempo non è propizio agli ottimismi, ma richiamarsi ad un passato anche recente - tutte le vicende degli uomini sono cariche di luci e di ombre o, se si vuole, di mescolanza di vero e di falso -, vuol dire nutrire consapevolezza e fiducia per le tappe percorse e per gli ostacoli ancora da superare. E coscienza del mondo in grande mutazione.

Lamberto Mercuri



[1] N. P. (Nicola Peruta), Franco Venturi, Cronache della crisi italiana: la stampa clandestina, in «Nuovi quaderni» di GL, n. 1, maggio 1944.

[2] Vittore Branca, La stampa clandestina in Toscana, ne «Il Ponte», n. 5, agosto 1945, pp. 444/448.

[3] M. Dal Prà, Venti mesi di stampa clandestina, in «Mercurio», a. II, n. 16, dicembre 1946, pag. 227. Con il nome di battaglia «Procopio», il Dal Prà diresse forse l’unica casa editrice del periodo clandestino «Giustizia e Libertà» con «la esclusiva finalità della stampa clandestina, nell’ambito del pensiero e della praxis del Partito d’Azione». Subito dopo la liberazione la casa editrice in parola prese il nome di «La Fiaccola». Sta ne «Il nostro lavoro», bollettino interno della segreteria organizzativa A.I. del P. d’A., a. I, n. 2, Milano 28 agosto 1945.

[4] C.L.R., La politica del Partito d’Azione in un giornale clandestino di Firenze, in «Il Movimento di Liberazione in Italia», nn. 14-15, 1951.

[5] L. B., Il principe senza scettro, Feltrinelli, 1958, p. 93.

[6] G. P., La Resistenza in Lombardia, ed. Labor, Milano, 1965, p. 171.

[7] M. G. sta ne «Il movimento di Liberazione in Italia», n. 83, aprile-giugno 1966, n. 6.

[8] L. C. La Resistenza in Italia (25 luglio 1943 -25 aprile 1945), saggio bibliografico, Feltrinelli, 1961.

[9] «E fino all’insurrezione i partiti, ed i comandi partigiani più attivi che erano quelli del Partito d’Azione e del Partito Comunista, dovettero lottare contro la tendenza a condurre la guerra fiaccamente, ad aspettare gli alleati, ad evitare rappresaglie, ad evitare la mobilitazione profonda del popolo. Gli aspetti politici dell’attendismo erano significativi e pericolosi». Vittorio Foa «La crisi della Resistenza prima della Liberazione», «Il Ponte», nov.-dic. 1947, pp. 982-993

[10] Le tecniche di comunicazione e così l’esame filologico della stampa clandestina di ogni tendenza non interessano in questa sede. Esiste un saggio relativo all’analisi tematico-stilistica di tale stampa (cfr. D. Tarizzo, Come scriveva la Resistenza, «La Nuova Italia», 1969). E il penetrante saggio di Maria Corti, Il viaggio testuale. Le ideologie e le strutture semiotiche, Einaudi, 1978.

[11] «In periodo clandestino, quello che si stampava non aveva poi una importanza eccezionale: l’importante era di stampare e diffondere qualche cosa, magari “abbasso il fascismo”, col nome di un partito o di un movimento, oppure un’elucubrazione incomprensibile: l’importante era di far vedere che si era vivi, che qualcuno era rimasto a dir di no, e intorno a quella poca luce attirare altri veggenti». Massimo Mila, Realismo, in «Mercurio», n. 12, agosto 1945, pp. 26-27.

[12] Per un quadro pressoché completo, ma non aggiornato, del ruolo svolto dalla propaganda degli Alleati in Italia è da consultare la Ph.D sostenuta nella Princeton University nel 1954, da R. W. Van de Velde «The Role of U. S. Propaganda in Italy’s return to Political Democracy, 1943- 1948»

[13] «Nei programmi della BBC trovarono posto, specificatamente elaborati per i partigiani, i messaggi speciali. Attività radiofonica che va al di là di quella informativa, e potrebbe più propriamente definirsi operativa. Se la prima aveva destinatari numerosi e imprecisati, la seconda ebbe destinatari ben determinati che aspettavano dalla radio inglese parole d’ordine per operazioni militari da effettuare oltre le linee nemiche, fossero esse sabotaggi a linee di comunicazioni o a convogli nazi-fascisti, oppure ad esempio la predisposizione di pattuglie e di campi per ricevere rifornimenti aviolanciati dagli alleati». Introduzione di Maura Piccialuti Caproli, «Radio Londra», 1940-1945, Pubb. Archivio di Stato, Roma, 1976, pag. XIV.

[14] «Per comprendere la politica del partito non bisogna partire da schemi formali, ma dall’esame concreto dei problemi che ci stanno dinanzi, dei rapporti tra le varie classi e strati sociali, dei rapporti internazionali, ecc. non bisogna confondere ciò che è fondamentale (per esempio oggi il problema della guerra di liberazione e la necessità di concentrare tutte le forze per la più rapida vittoria), con ciò che è episodico; ciò che e un dato fisso della situazione con ciò che é transitorio e modificabile in conseguenza dell’intervento popolare e della politica che svolgono il partito comunista, il movimento unitario di liberazione, le forze democratiche internazionali». Pietro Secchia Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione 1943-1945, Milano, Feltrinelli, 1973, p. 739-740.

[15] N. Bobbio, Profilo ideologico del Novecento, in «Storia della letteratura Italiana», Garzanti, 1969, p. 210.

[16] Gli stessi dirigenti scartavano la possibilità di dispute o dibattiti ideologici sulla stampa partigiana. Assai significativo quanto scrive il Comandante delle «Garibaldi» della Lombardia, nel novembre 1944: «Il Garibaldino deve essere un giornale di tutti i patrioti indistintamente, deve parlare come parla della vita e delle lotte della divisione e delle popolazioni delle nostre vallate. Esso non deve impegnarsi, in teorie di partiti, ma deve parlare dei problemi della vita della popolazione e della lotta di liberazione nazionale. La sua politica deve essere quella del CLN». Sta in Pietro Secchia, il partito comunista italiano e la guerra di Liberazione 1943-1945; ricordi, documenti inediti e testimonianze, Feltrinelli, 1973, p. 553

[17] F. C., Guerra, resistenza, ricostruzione. Dalla crisi del ’39 alla restaurazione democristiana, ed. Moizzi, 1977.

[18] N. B., Profilo ideologico del Novecento, già citato, pag. 211.

[19] «Nessuno dei partiti del CLN difese con tanto accanimento non solo l’unita ciellenista, ma anche il potere politico dei comitati di liberazione. Ma in questa difesa il P. d’A. immise uno spirito di intransigenza, che urtava contro le cautele del Partito Comunista, dettate dalla valutazione dei nuovi equilibri di forze che si andava stabilendo fra le grandi potenze». G. De Rosa, I partiti politici in Italia, Ed. Minerva Italica, 1974, pag. 477.

[20] G. De Rosa, I partiti politici in Italia, cit., pag. 478.

[21] Gaetano Arfé, I partiti politici nella Resistenza, comunicazione scritta presentata al Convegno sui partiti politici nella Resistenza tenuto a Milano nel novembre 1968.

[22] Aldo Garosci, La ricomposizione del partito socialista, in «Storia e Politica», comunicazione al convegno storico italo-francese «Due Resistenze e due Repubbliche», 1975, Napoli, p. 245.

[23] N. Bobbio, già cit., p. 211.

[24] U. Alfassio Grimaldi, La stampa di Salò, Bompiani, 1978.

[25] U. Alfassio Grimaldi, «Una iniziativa che merita una segnalazione per la sua curiosità è Naja Repubblichina, giornaletto pubblicato dai giellisti per i militari delle divisioni fasciste “Littorio” e “Monterosa” fra i quali ebbe larga diffusione e successo» (D. Livio Bianco, Guerra partigiana, Einaudi, 1973, pp. 120-121; v. anche p. 137). L’iniziativa riguarda il Cuneese. Per controbattere le minacce del governo fascista a chi non obbedisce ai bandi dell’esercito, Naja Repubblichina ammonisce invece chi obbedisce: «Toccherebbe a voi stessi, cari Littorini e Monterosini, fare l’esame di coscienza, considerare attentamente la vostra situazione, rendervi conto delle vostre responsabilità e dei pericoli a cui andate incontro.... Al momento buono quando anche voi dovrete rendere i conti non vi basterà dire: “Ma io non ero fascista, la pensavo diversamente, ho sempre odiato i tedeschi e i fascisti”. Chi vi esaminerà in quel momento, e sarà l’intero popolo italiano, avrà buon gioco a rispondere: “e va bene, non eri fascista nell’animo, ma sei stato fascista nell’azione, ti sei comportato da fascista”. E infatti a ben guardare che differenza c’è nel risultato pratico tra il servizio che voi prestate pur non essendo fascisti di sentimenti e quello che potreste prestare se foste fascisti nell’animo? Sostanzialmente nessuna». La stampa di Salò, cit., p. 31, nota 34

[26] «Il nuovo giornalismo italiano - non più spregevole strumento in mano ai dominatori per asservire l’opinione pubblica - nasceva direttamente dal generoso impegno dei nostri foglietti clandestini, da quel tirocinio di sacrificio e di lotta». Vittore Branca, La stampa clandestina in Toscana, cit., p. 447.

[27] N. Bobbio, cit. p. 212.

[28] Paolo Spriano, Sulla rivoluzione italiana, socialisti e comunisti nella storia d’Italia, Einaudi, 1978. Introduzione.



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