Breve profilo della Resistenza romana





QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.8

M. Leporatti

prefazione di
V. Cavallera

Breve profilo della Resistenza romana
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Quaderni della FIAP, n.8,
Breve profilo della Resistenza romana

M. Leporatti
prefazione di V. Cavallera


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Questo piccolo opuscolo, tra gli altri suoi pregi e al di là, forse, delle esplicite intenzioni dell’autore, costituisce un grande omaggio alla popolazione romana. Per dieci lunghi e duri mesi, questi romani, che tanti siamo abituati a vedere in tutt’altra luce, non solo sanno soffrire con dignità, senza cedere, senza asservirsi, ma resistono: si organizzano, cospirano, sfidano rastrellamenti e coprifuoco, reagiscono all’orrore dei massacri, affrontano i tedeschi, non hanno paura delle rappresaglie e delle torture, combattono e muoiono. E Klapper ha dovuto fare l’involontario e stupito elogio dei romani: «Non aprono bocca, vanno a morire senza aver detto nulla».
I resistenti sono sorti spontaneamente da ogni ceto.
A via Tasso, a Regina Coeli, alla Pensione Jaccarino, sono ammassati e torturati uomini e donne di ogni estrazione: operai, nobili, militari, preti, vecchi politici e giovani ribelli, artisti, professionisti, artigiani, impiegati....
Così tra le mura dei Forti dove avvenivano le fucilazioni, o alle Ardeatine, o sui bordi delle vie dove è stata uccisa gente coraggiosa, che oggi, forse, nessuno neppure ricorda più o che è sempre stata ignota.
In questo quadro di generose passioni, di slanci spontanei, di sofferenze sopportate con orgoglio, di lotte consapevoli, di scioperi temerari, di ritrovato entusiasmo per una libertà dura da conquistare perché non si voleva regalata, i fascisti superstiti figurano per quello che erano: squallidi bravacci asserviti, isolati dal resto della popolazione, feroci nelle persecuzioni, pavidi nel pericolo.
Altro merito di questo prezioso libretto del Leporatti è di non dare alla Resistenza dei protagonisti o dei personaggi con meriti distinti.
Ognuno ha fatto la sua parte, ma tutti avevano un comune valore. Il rischio era uguale per tutti per chi combatteva, come per chi ospitava il fuggiasco, per chi stampava il giornale clandestino, come per chi lo leggeva.
Ma anche tutti i partiti e le varie organizzazioni della Resistenza sono allineati imparzialmente, con la comprensione immediata del ruolo di ciascuno e della capacità di ciascuno di saper collaborare con tutti gli altri.
Anzi il quadro è più vasto, si va dalla Chiesa al borsaro nero.
Una rievocazione che mette sottocchio un punto di partenza molto promettente per ricostituire politicamente e socialmente il paese, ma che, oggi, constatiamo con amarezza, perduto.
Già dopo il primo Risorgimento si constatava il divario tra le speranze di quando ci si batteva per fare l’Italia e la realtà che era venuta dopo la sua conclusione.
E in pratica allora ci si appagò con una considerazione espressa da una frase suggestiva, ma sostanzialmente cinica: «alla poesia di prima si era sostituita la prosa del poi».
A noi sembra che a una «poesia» sentita spontaneamente da tutto un popolo, non si possa mai rinunciare.
E siamo tutt’altro che convinti che il popolo Italiano abbia ideali e trovi slanci concordi, solo quando prende le armi e si ribella e rischia la pelle.
Le esperienze fatte senza sosta nei molti anni ormai passati dalla Resistenza, ci hanno convinti che la «prosa» sta nel modo con cui in Italia si fa politica.
I partiti non preparano all’uso della libertà. Chiusure ideologiche, intolleranze, personalismi, clientelismi, ermetismi, furbizie, demagogie, hanno staccato il paese dalla classe politica dirigente che nella sua lotta per il potere minaccia la rovina delle stesse istituzioni democratiche nate dalla Resistenza.
Ma questo è un altro discorso. Un merito in più di Leporatti, è di avercelo suggerito senza parere, con questo suo pregevole opuscolo.

VINDICE CAVALLERA

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