Tra nemici e alleati





QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.22

Salvatore Bellini

Presentazione di
Ugoberto Alfassio Grimaldi

Tra nemici e alleati (Episodi della Resistenza pavese)
© I Quaderni della FIAP 
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Quaderni della FIAP, n.22,
Tra nemici e alleati (Episodi della Resistenza pavese)

Salvatore Bellini

Presentazione di
Ugoberto Alfassio Grimaldi

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Nelle ultime pagine del suo lavoro l’amico Salvatore Bellini chiede di essere letto, meditato e - implicitamente - discusso. È cosa che faccio subito, domandandomi: a quale «genere» appartiene questo libro? Letteratura non è e non vuole essere: Bellini è medico. Storia nemmeno, perché mancano una serie di elementi: la ricerca delle cause, il nesso tra l’episodio singolo e la serie degli altri, l’analisi dei fatti, il confronto delle fonti, lo sforzo di spiegazione del quadro d’assieme che ne risulta. Più che storica la pagina è rapsodica: esce dall’unione della memoria col cuore prima che da quella della memoria con la ragione. Prima che storico, Bellini è un «cantastorie», frammentario e lirico: con la particolarità che le vicende che racconta le ha vissute. Ed ora le rivive.
Con queste pagine Bellini si colloca nella schiera nutrita dei partigiani-scrittori che hanno arricchito la diaristica e la cronaca resistenziale con l’apporto di memorie autobiografiche. La particolarità è che queste pagine non sono nate a caldo, non sono contemporanee o quasi alla lotta armata, ma sono state pensate molto dopo, nel clima di un Trentennale che già consente un primo solido consuntivo. La sollecitazione è etico-politica, «contemporanea». Fanno spesso capolino la visione polemica post-resistenziale, l’idea del «tradimento» della resistenza, la delusione della mobilitazione, l’indignazione per il successo dei voltagabbana (si leggano le parole che rivolge a Lia Tomici; in «L’ultima trasmissione»). Sono il riflesso dell’eterno contrasto tra le «utopie» accarezzate nel momento rivoluzionario e la realtà del giorno dopo. Bellini ce l’ha con gli storici (si veda «Parole chiare, amicizia lunga»). Ce l’ha soprattutto e ripetutamente con gli Alleati, che sono sempre lontani, stanno a guardare, litigano tra loro, quando aiutano combinano dei guai, hanno più simpatia per la bottiglia del Sangiovese che per i partigiani.
È forse ovvio avvertire che il lettore - e intanto il sottoscritto - possono benissimo dissentire da questi giudizi. E da tanti altri che Bellini enuncia. Faccio due soli esempi. Non è vero che noi ci siamo liberati da soli: senza la guerra il fascismo sarebbe andato avanti, come ha fatto in Spagna. Purtroppo è cosi. E il Mussolini che parla al Lirico nel dicembre del 1944 suggerisce a Bellini l’immagine di una larva, e di un fascismo in agonia; mentre invece gli entusiasmi indubbiamente suscitati dall’apparizione del duce ed il suo poter parlare e girare indisturbato per la città dimostrano, semmai, per un verso l’adesione autentica di cui godeva il regime salotino, per l’altro la grave crisi che il gappismo milanese attraversava in quel momento.
Ma al di sotto di queste valutazioni opinabili, rimane uno spaccato vivido e caldo - come è calda la penna «mediterranea» di Salvatore Bellini - della resistenza nella provincia e specialmente nella città di Pavia: la resistenza vissuta da un ragazzo generoso, dal piglio un poco guascone (il libro non è privo di goliardate, in cui il gusto per il gesto è superiore al calcolo del rischio e della convenienza: dal «lu-ce, lu-ce», o addirittura «mer-da, mer-da» gridato nei cortei fascisti invece di «du-ce, du-ce», all’esame universitario dato indossando la divisa repubblichina; dalla confezione di bombe patetiche che non funzionano, all’ingenua idea dell’attentato a Mussolini nella citata occasione del dicembre del ’44). C’è in queste pagine la Resistenza, il cui volto si traduce in una folla di figure e in una serie di fatti disparati. I nomi richiamano la Pavia resistenziale nella sua globalità, con la tesi e l’antitesi. Ci sfilano dinnanzi nomi noti e meno noti, i Caffi, i Pettenghi, la Checca e la sorella Vittoria, Orazio Fracchia, i professori Jucci e Ciferri, gli avvocati Ferrari e Langscedel, Primula Rossa, il col. Balconi e il figlio Ernesto, Turri, De Scalzi, Antoninetti, Fusco, il Greco, Parri a Voghera, don Rino, Lia Tomici, Lina Pedrazzini, il ferroviere Rinaldi, i componenti la «Brigata Questura» utilissima per le informazioni e i documenti falsi che forniva. Per la controparte, Alfieri e Fiorentini comandanti della tristemente famosa «Sicherheits-Abteilung», il capitano delle SS Moser e altri.
Su questa folla di personaggi emerge, ritagliato a caratteri umani inconfondibili, la madre, che approfitta largamente del permesso di uscita durante il coprifuoco, di cui gode in quanto ostetrica.
Queste le persone. E le azioni? Un lettore giovane potrà meravigliarsi della disparità degli episodi, del ventaglio di settori d’intervento - dai primi volantini, alle bombe, all’ambiente di Villa Triste - e restare incredulo. Il fatto è che nella resistenza cittadina un’azione si tirava dietro necessariamente l’altra, ed era difficile poter agire in un solo settore. Un giorno chiesi a Giulio Perri, membro del CLN di Pavia, di dirmi dell’attività che si svolgeva in città, ed egli mi fece una descrizione che calza, mi pare, a pennello col tumultuante mondo di cui Salvatore Bellini ci ha dato, in questo pagine, testimonianza. Mi scrisse Perri: «… La resistenza è stata un susseguirsi di atti semplici volti a stabilire contatti, valutare persone, distinguere amici da nemici, comuni mortali da spie; costellati di tratto in tratto da azioni rischiose, ma necessarie per il sopravvenire ed il crescere di una organizzazione capillare clandestina che si sviluppava nel vivo dello schema insensato e crudele delle SS e dei fascisti repubblichini, e che era nei nostri piani la base della futura organizzazione degli italiani liberi. Per questo era necessario infiltrare uomini nella Questura, organizzare la penetrazione nei gangli vitali delle comunicazioni (Posta, Telegrafo, Telefono), essere al corrente in anticipo delle decisioni, avere accesso a documenti, a permessi, carte d’identità, autorizzazioni che permettessero alle forze clandestine di sopravvivere e di muoversi con un certo rischio calcolato. Bisognava procurarsi mezzi, armi, medicinali, avere medici fidati, predisporre mezzi di comunicazione sicuri, rifugi insospettabili per i partigiani, gli ebrei, i ricercati, i prigionieri di guerra, mezzi di sostentamento per le famiglie colpite. Bisognava avere vie sicure per comunicare all’interno delle carceri, conferire con mille persone per avere notizie, per confermare informazioni, girare in bicicletta nei paesi per ritrovare i vecchi antifascisti, superare le loro logiche diffidenze...».

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