La straordinaria esperienza della Repubblica Ossolana
intervento di Aldo Aniasi (l'ultimo suo in Ossola)

Ricordiamo oggi una delle più gloriose pagine della lotta di Liberazione nazionale: la nascita di quella che per voce popolare fu chiamata la Repubblica dell’Ossola.
Quella vicenda esaltante fu di eccezionale importanza dal punto di vista politico e democratico e fu di incitamento a continuare la lotta e a resistere agli invasori.
L’Italia settentrionale occupata militarmente dall’esercito nazista, con la complicità dei fascisti del governo fantoccio di Mussolini, aveva conosciuto nei precedenti 12 mesi tragedie tremende: la deportazione in Germania di seicentomila militari, l’eccidio di migliaia di ebrei, stragi di civili: anziani, donne, bambini.
Una tragedia che nel mondo intero, per sei lunghi anni ha seminato lutti, rovine e distruzioni e provocato la morte di cinquantacinque milioni di persone.
La fuga del re e dello stato maggiore che aveva abbandonato l’esercito in disfatta, l’aggressione dei tedeschi, la resistenza dei granatieri, dei carabinieri e dei cittadini che l’8 settembre avevano combattuto a Porta San Paolo crearono sconcerto e rabbia.
Arrivarono le prime sia pure parziali notizie delle aggressioni: lo sterminio dei 9 mila militari a Cefalonia e nell’Egeo per aver rifiutato la resa ai tedeschi, l’affondamento della corazzata Roma e di un incrociatore con la morte di 1400 marinai.
L’11 settembre, il maresciallo Kesserling proclamò: “Il territorio d’Italia a me sottoposto è dichiarato territorio tedesco, in esso sono valide le leggi tedesche di guerra ed è sottoposto ai tribunali di guerra tedeschi”.
Giovani e meno giovani, così come stava avvenendo in ogni parte d’Italia, accorrevano su questi monti dell’Ossola, del Verbano e del Cusio: gruppi decisi a combattere l’invasore.
Achtung Banditen! Era l’avvertimento di grandi cartelli affissi nelle zone – così affermavano – infestate di ribelli.
Quei giovani patrioti accorsi sui monti combattevano una guerra civile?
No, fu resistenza all’invasore, ai suoi complici fascisti; fu resistenza ad un’occupazione feroce e sanguinaria.
Era la Resistenza di chi rifiutava di accettare il dominio delle armate naziste; la resistenza di chi lottava per la liberazione della Patria.
In quei giorni non è morta la Patria, ma si è riscoperto un amore di Patria, per una Patria libera. La Resistenza quindi u guerra di liberazione, guerra di civiltà.

Si, guerra di civiltà contro la barbarie nazista.

Sono pagine di eroismi piccoli e grandi, di sentimenti patriottici che spinsero la grande maggioranza degli italiani a rifiutare quei “diktat” e a prepararsi a resistere nei modi e nelle forme possibili.
A Villadossola all’alba dell’8 novembre di quel 1943 il popolo insorse, furono chiuse le vie di accesso a Domodossola, occupate le caserme della Guardia di Finanza e dei Carabinieri. Così cominciarono gli scontri: venne in quel giorno colpito Silvio Baccaglio, un operaio di 17 anni.
Fu il primo caduto della Resistenza ossolana. I combattimenti si protrassero per due giorni, poi SS e repubblichini ripresero il controllo di Villadossola. Per quattro giorni rastrellarono case, fienili, stalle, sottotetti: Redimisto Fabbri che guidava gli insorti e cinque ragazzi vennero fucilati nella piazza di Pallanzeno.
Fu quella sfortunata insurrezione una miccia della ribellione che suonò come un invito a battersi contro gli invasori.

Qualche settimana dopo, il 30 novembre, i giovani patrioti della Valstrona guidati dal capitano Filippo Beltrami occuparono Omegna; Cino Moscatelli accorse dalla Valsesia e si unì a Beltrami: e insieme parlarono alla folla radunata in piazza. A loro sostegno c’erano gli operai delle fabbriche della zona.

LA STRAORDINARIA ESPERIENZA DELLA REPUBBLICA OSSOLANA

Quando il 10 settembre 1944 Superti decide di insediare la giunta di governo provvisoria dell’Ossola, nessuno sa come sarà la nuova Italia. La parte di Italia già liberata era retta dal governo Bonomi, frutto dell’accordo tra i partiti del Cln e la monarchia. Quell’accordo – il cui contenuto era stato raccolto dal Decreto Luogotenenziale del giugno del 1944, promulgato subito dopo la liberazione di Roma - prevedeva di rimandare qualsiasi decisione sul futuro assetto istituzionale a una assemblea costituente da convocare a guerra finita. Sgombrato in questo modo il campo da ogni contrasto, l’obiettivo intorno a cui ci si raccoglie è la liberazione di tutto il territorio nazionale dall’occupazione tedesca. Per questo motivo la giunta di governo dell’Ossola si definì «provvisoria», con grande consapevolezza del momento storico. Nessuno quindi sapeva come sarebbe stata la nuova Italia, ma già c’era la percezione che non si sarebbe potuto tornare semplicemente al passato, a tal punto che in letteratura quel Decreto Luogotenenziale viene definito come la Costituzione provvisoria che regge l’Italia dal 1944 al 1948. In quel giugno del 1944 era finita per sempre la stagione dello Statuto albertino, si era consumata la parabola delle classi dirigenti che avevano realizzato l’unificazione, ma che ora crollavano sotto il peso degli errori commessi nel ’22, quando avevano favorito l’ascesa al potere di Mussolini, e l’8 settembre del 1943, quando non erano state in grado di assumersi le loro responsabilità storiche, finendo per consegnare il Paese a una tragedia che lo segna ancora oggi. Le due forze che si uniscono per liberare l’Italia – già allora si parlava di unità nazionale – hanno progetti molto differenti per il futuro. Intorno alla monarchia si raccoglie la classe dirigente che, dopo aver appoggiato il fascismo, tenta di recuperare un profilo autonomo, incalzata dalle catastrofi militari, puntando a un’impossibile ritorno allo Statuto, con l’obiettivo primario di mantenere l’ordine sociale, vera ossessione della nostra borghesia, che l’ha portata a commettere non pochi errori disastrosi, e che spiega anche tutti i tentennamenti del dopo armistizio. Questa linea di condotta rivolta al passato è evidenziata anche dal profilo degli uomini che vengono scelti per metterla in pratica: Badoglio, Bonomi. Raccolti intorno al Cln ci sono i partiti antifascisti, battuti dal regime nel ‘22 e decimati dagli assassinii politici - ricordo che ancora nel 1937 vengono uccisi i fratelli Rosselli - dal carcere, dall’esilio, dal confino. Partiti ormai senza più radicamento nella società italiana, e che vedono nelle vicende dell’armistizio un’occasione per riprendere spazi di iniziativa politica.

Nel mezzo c’è la grande incognita della società italiana, completamente disarticolata da vent’anni di fascismo, che ne aveva annullato ogni spazio di autonomia. Società che, però, dall’8 settembre sta vivendo, come tutti i popoli dell’Europa, l’esperienza dell’occupazione tedesca. Di fronte al disegno egemonico di Hitler, uno dopo l’altro, in modi diversi, gli Stati europei capitolano, e le società sono lasciate sole a fronteggiare l’occupazione tedesca. Una occupazione il cui obiettivo principale è di drenare dagli stati occupati più risorse possibili a vantaggio dello sforzo bellico tedesco, e che in questo modo penetra in tutte le articolazioni delle società occupate, fino nelle pieghe più recondite, aggredendo le comunità e le famiglie, attraverso la deportazione e la spoliazione anche delle risorse necessarie alla sopravvivenza. In quell’Europa non ci si può chiamare fuori, la politicizzazione totale della società rende ogni gesto quotidiano – uno sguardo, una stretta di mano – collaborazione o resistenza. Si affrontano due modelli di uomo e di società: da una parte violenza, gerarchia, spoliazione; dall’altra un sentimento di comune umanità, che dà vita a forme di solidarietà reciproca. Intorno a questo sentimento di comune umanità si raccolgono le culture politiche antifasciste, che imparano a conoscersi e a collaborare, e, mentre si conoscono e collaborano con sforzo e fatica, si rendono conto che solo rinunciando agli aspetti totalizzanti delle loro ideologie, alle pretese di supremazia, possono sperare di dare forma istituzionale all’idea di solidarietà umana che sta nascendo nella lotta quotidiana all’occupazione. La grandezza della classe dirigente forgiata dalla Resistenza che dopo la guerra scrisse le Costituzioni europee fu di capire che non solo non era possibile tornare al passato, ma che il tema fondamentale per governare una comunità politica non è chi – classe, blocco sociale, soggetto storico - detiene il potere politico, ma come si esercita il potere politico, attraverso quali procedure, istituzioni e regole condivise. Qui dentro c’è ancora la nostra storia – al contrario di quanto si dice comunemente sessant’anni nella storia sono un soffio – anzi, oggi che le nostre società stanno diventando sempre più multiculturali, semmai con più urgenza.

Se torniamo qui a Domodossola, a quel 10 settembre, ci accorgiamo che tutti questi elementi sono presenti nella vicenda della Repubblica dell’Ossola. Che qui a Domodossola si respira la storia d’Europa. Innanzitutto per come si decide di attivare il processo democratico, innescando la partecipazione popolare. La decisione di Superti di cedere immediatamente il potere a una giunta civile non era scontata, e perciò acquista così valore ai nostri occhi. Mostra che le bande partigiane avevano grande consapevolezza che non stavano combattendo una guerra tradizionale, da condurre secondo criteri di utilità militare. Probabilmente da quel punto di vista si sarebbe potuto sfruttare il controllo di questi territori in modo differente. Ma la posta in gioco è un modo diverso di governare la società, è il recupero del protagonismo popolare, principi e valori che appena se ne presenta l’occasione bisogna subito mettere in pratica. Viceversa che differenza avrebbe fatto per la gente dell’Ossola essere governata secondo leggi di guerra, sia pure applicate in modo più illuminato? E la giunta che viene insediata dà subito prova – come dimostrano gli scritti coevi e posteriori dei suoi protagonisti, a partire da Tibaldi – di saper leggere con acutezza il momento storico, di avere consapevolezza che i partiti dell’esilio antifascista sono ancora degli estranei per la società italiana. E così si opera su due piani. Il primo – fondamentale – è quello dell’opinione pubblica, che viene ricostruita attivando luoghi di confronto pubblici, con assemblee in ogni comune e una straordinaria fioritura di testate giornalistiche. Scorrendo anche solo superficialmente i documenti è impossibile non cogliere questa ansia di comunicare, di dare ragione di ogni singola decisione. Persino comperare patate diventa una questione di democrazia. Il secondo è quello della ripresa della lotta politica. A quale scopo uscire così faticosamente da una dittatura, se poi non riprende il confronto delle idee? È una riflessione, questa, contenuta in due scritti – uno pubblicato durante il periodo della Repubblica sul giornale della Giunta, l’altro su un foglio svizzero, Svizzera in cui era riparato, poco dopo la fine di quell’esperienza – da un vostro illustre concittadino, Gianfranco Contini, grande filologo e uomo che ha segnato la cultura italiana del Novecento. Ma circostanza notevole, che vorrei sottoporre alla vostra riflessione, è che queste considerazioni sono le stesse che svolge nello stesso frangente Marc Bloch, forse il più grande storico del Novecento, che a cinquantaquattro anni lascia la cattedra alla Sorbona per unirsi al maquis e finire fucilato dai nazisti nel giugno del 1944. L’uno all’insaputa dell’altro, l’uno a Domodossola, l’altro nel cuore dello scontro che ha condizionato la storia dell’Europa contemporanea, giungono alla conclusione che il conflitto regolato è il motore del progresso, che solo l’accesso al sistema politico di tutte le istanze sociali, che non possono che essere conflittuali, può garantire un avvenire migliore. È da queste riflessioni che nascono i sistemi democratici in Europa. Negli anni trenta e quaranta la democrazia era vista come il passato, vecchi uomini con la barba che discutevano senza combinare niente. Il presente e il futuro erano uomini dinamici che si affacciavano al balcone acclamati da folle adoranti in nome della volontà di potenza della propria nazione. E l’alternativa erano altri uomini terribili, che avevano spezzato ogni autonomia sociale in nome di un progresso luminoso, sempre rinviato a un futuro che non si intravedeva mai. L’era delle tirannie Elie Halévy. Nel 1942 in Europa resta solo l’Inghilterra di Churchill a difendere con ostinazione il futuro della democrazia. L’esempio della Francia è emblematico. Nessuno la difende: per i borghesi è un trucco per privarli dei loro beni, per le classi popolari organizzate dal socialismo è un momento dello sviluppo dell’odiato capitalismo.

Consapevolezza delle bande partigiane e della giunta di governo, dunque. Ma senza l’atteggiamento della società ossolana questa consapevolezza delle bande partigiane e degli uomini della giunta di governo non sarebbe bastata. È l’entusiastica adesione degli ossolani che crea i presupposti della straordinaria esperienza di autogoverno. È la capacità di spendersi senza calcoli che consente al processo democratico di prendere vita.

Analizzando complessivamente gli atti della giunta, appare evidente come l’azione di governo sia strettamente innervata da quelle che saranno le direttrici del Costituzionalismo europeo del dopoguerra. Vorrei richiamare due punti che mi paiono centrali. Il primo si sviluppa intorno all’azione di Ezio Vigorelli, chiamato a ricoprire il ruolo di giudice straordinario per le istruttorie penali di carattere politico. Una scelta di grande respiro, che afferma, in chiara polemica con il fascismo, l’indipendenza del potere giudiziario dal potere politico come condizione per garantire le libertà dei cittadini e per tutelare i diritti umani. Una lezione di civiltà che continua a parlarci. Il secondo è l’idea che l’istruzione sia la precondizione per l’esercizio dei diritti di cittadinanza, che la democrazia può crescere solo se le società si impegnano a formare individui in grado di leggere se stessi e il mondo senza condizionamenti, senza doversi uniformare a precetti e dottrine. Idea che si tradusse in una riforma della scuola e dei testi scolastici ancora oggi all’avanguardia e nell’istituzione di una scuola superiore popolare, curata da Mario Bonfantini. Un’iniziativa che ebbe un grande seguito, a testimonianza della voglia di riappropriarsi della propria storia. Tanto che ancora l’11 ottobre, con i tedeschi ormai alle porte di Domodossola sono in centocinquanta ad ascoltare Mario Bonfantini al Teatro Galletti, che tiene una conferenza sulla «Storia sociale italiana ed europea». E proprio questa è l’immagine che vi voglio lasciare, come simbolo di una esperienza destinata sempre di più con il passare del tempo ad essere riconosciuta come uno dei passaggi cruciali della costruzione della nostra democrazia.