L'ARTE E LA RESISTENZA


 

QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.2

Riccardo Bauer

Discorso ai giovani

Guido Marinelli

L'arte e la Resistenza

Riccardo Bauer e Guido Marinelli: un educatore e un critico d’arte. Due uomini della Resistenza che hanno vissuto vicende ed esperienze diverse ma di uguale impegno morale e di sofferenza. Il testo di Bauer è ricavato da un discorso tenuto ai suoi allievi dell’Umanitaria al termine di un corso di studi. Forte è l’impegno ch’egli porta nel trattare i temi di fondo della nostra storia più recente e indicativo per l’insegnamento e l’impegno che da quest’ultima deriva. Particolarmente per le giovani generazioni circa i doveri e i compiti che incombono ai cittadini per la difesa della libertà e della dignità di uomini.
Abbiamo ritenuto utile, anzi opportuno, pubblicare lo scritto del nostro compagno perché pensiamo che le dure prove delle guerre liberatrici mettono profonda radice nell’animo dei popoli e il ricordo di esse è un primo vaccino contro ogni possibile ritorno di barbarie.
Guido Marinelli parla del legame inscindibile tra l’Arte e la Resistenza quale manifestazione ideale, eroica e civile.
Un tema certo impegnativo che egli sviluppa con l’ardore e la passione che gli sono propri.
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[Ferruccio Parri]
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Quaderni della FIAP, n.2
L'arte e la Resistenza

di Guido Marinelli

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La Resistenza, quale manifestazione ideale, eroica, civile, ha nei poeti e negli artisti gli evocatori più genuini. Si può dire di essi che, in sintonia con l’anima popolare, sentono nella Resistenza oltre l’affermarsi di una presa di coscienza nazionale, il risveglio di quei lavori e quelle energie destinate a dare un impulso di rinnovamento alla società italiana.

I ricordi del primo Risorgimento, come le figure di Garibaldi e Mazzini, si inseriscono nei motivi ricorrenti della Resistenza con i nomi delle brigate combattenti e i canti dell’800, come le canzoni che riportano gli echi più recenti della guerra ’14-18, intesa anche lei quale guerra di liberazione nazionale. E, con essa, infatti, le figure di Battisti, Oberdan, Sauro, ecc., alimentano alcune manifestazioni le quali acquistano un significato preciso nel contesto di una storiografia che li disegna quali momenti centrali dell’Italia moderna. Sul piano iconografico, poi, si affermano con le canzoni i ricordi, le figure intese ad alimentare con una nuova poetica le gesta, i sacrifici, le delusioni, le vittorie partigiane.

Per loro natura i partigiani, sia nei movimenti che nella guerriglia in città, in campagna e in montagna, furono ispirati da esempi di carattere popolare. Perciò, l’arte in genere, la poesia, e le arti plastiche, in Italia, hanno trovato nella Resistenza una sorgente di ispirazione tanto viva quanto feconda, come lo dimostrano le opere degli artisti, le mostre individuali e le collettive allestite in quasi tutte le città italiane dal 1945 a oggi.

Un discorso sulla Resistenza, per quanto concerne le arti, si è sviluppato anche attraverso modi espressivi tipici quali la «Figurazione Narrativa» e il «Pop-Arts».

L’Arte-documento e quella della cosiddetta «contestazione ideologica», con la polemica sui valori sociali e umani nella società moderna, si intende ispirarsi e quelle che furono e sono ancora oggi alcune linee dominanti dello spirito della Resistenza.

«Mettere il mondo in questione», «Demistificare», «Testimoniare l’assurdo di alcune situazioni politiche», evidenziare le ingiustizie e gli attentati alla libertà, com’è il caso della Spagna, la Grecia e altrove, rientra nel ciclo aperto prima dagli artisti che si sono ispirati nelle loro opere alla Resistenza.

Ciò conferma il proposito che, al di là di ogni tendenza, lo spirito informatore dell’arte moderna, quella virtualmente attuale, per quanto vi è di impegnato, di serio e socialmente valido, deriva direttamente o indirettamente dai valori ideali della Resistenza, intesa quale movimento di rinnovamento del costume e della società di oggi.

Mentre la guerra partigiana, le deportazioni, gli esili, i genocidi, la bomba atomica, gli orrori della guerra moderna, e quelli ancora presenti in una politica che si allinea su idee convenzionali superate e anacronistiche, costituiscono le trame di fondo delle opere d’arte più impegnate, il futuro, si delinea in esse quale confronto di idee e affermazione di valori tipicamente sociali. L’artista esce dagli schemi tradizionali dell’individuo-creatore, isolato in una sua torre di avorio, per immettersi e immettere nella sua opera l’espressione di un momento storico preciso.

L’uomo viene a saldarsi con l’artista.

E questa posizione, nei confronti della realtà sociale del mondo d’oggi, anche se non nuova, lo è in quanto l’artista sente di esprimere o di esprimersi quale uomo di una società operante, in via di rinnovarsi; e il suo contributo è dettato da una nuova visione civile e politica sia dell’Uomo che della società, in generale.

Il fatto nuovo costituito da questo contributo, maturatosi attraverso le esperienze più diverse, si può situare, sul piano storico, inizialmente, a partire dalla guerra di Spagna. Essa costituì l’avvio a una ricerca poetica, a un’arte potentemente evocativa, trovando in Lorca, Picasso, Alberti, Machado, Eluard, Aragon, Malraux, Hemingway, Quasimodo, Gatto, e altri poeti, artisti, scrittori, i quali furono essi a delineare già un movimento di idee che, nel tempo, doveva riprodursi nella Resistenza e nella lotta di Liberazione, sia in Italia che negli altri paesi.

La profezia di Carlo Rosselli, che «la guerra di Spagna rappresentava il preludio di una seconda guerra mondiale», si è avverata.

E i motivi di quella, rappresentano, in forme e modi diversi, i medesimi motivi della guerra che doveva seguire.

Come il carcere, l’esilio, le persecuzioni, le deportazioni, rappresentano l’esperienza vissuta e sofferta dagli uomini che dovevano animare la Resistenza, e anticiparne idealmente e concretamente la storia e i suoi sviluppi successivi.

Al di là dell’episodico e del fatto tipico, individuale, si nota sempre, nelle opere ispirate alla Resistenza, siano esse dipinte, scolpite o disegnate, un’atmosfera corale, una sinfonia di figure e di colori che attestano di un pathos epico tipicamente popolare. Anche le figure isolate, dipinte o disegnate o abbozzate, risentono della partecipazione dell’artista all’avvenimento, ed egli lo interpreta quale momento storico profondamente sentito. L’artista media, così, una figurazione personale, anche se non è o non ne fu protagonista, e le figure acquistavano valore di documento, oltre che di espressione plastica. In questo senso, la visione dell’artista, differisce in modo evidente da quella dello storico.

Gli storici, infatti, non hanno sentito allo stesso modo la Resistenza.

Ancora oggi, noi non sappiamo nulla, sul piano storico, o non ricordiamo più, quanto si deve agli umili, agli operai, ai contadini, ai borghesi delle città, e delle campagne, i quali, molte volte, furono gli attori maggiori della Resistenza, quelli che la difesero e la alimentarono nelle ore più drammatiche a rischio della vita, quando non furono rastrellati, deportati o uccisi.

All’artista incombeva il privilegio di esprimere attraverso segni e figure questo legame collettivo che lo storico non ha sentito e non ha compreso, annegato, forse, in quelle cifre e in quei ruolini, non sempre autentici e non sempre completi. Quanti «dossiers” non furono distrutti? Quanti partigiani autentici non hanno mai chiesto riconoscimenti e medaglie? I morti sono tanti e, in certe zone, ancora più numerosi dei sopravvissuti, e molti sono ancora ignorati.

Lo storico non può affliggersi di cose che non rispondono a un documento, a una »pezza» di appoggio; ed ha ragione. Ma, la storia della Resistenza è ancora da farsi nelle sue istanze di moto degno di chiamarsi secondo Risorgimento.

Per tali motivi l’arte parla meglio ai nostri cuori, al nostro ricordo.

Essa è il frutto spontaneo di un momento poetico il quale vibra in zone ove le cifre sono destinate a tacere, e li supera e li simbolizza per farne opere di vita di là dalle angustie degli uomini e del tempo.

Le mostre d’arte, individuali o collettive, che si sono succedute dal 1945 a oggi, hanno messo in evidenza come lo spirito della Resistenza e i suoi valori espressivi siano fertili per quegli artisti che hanno saputo imprimere alle loro opere dei momenti carichi di poesia e di emozione umana.

Il bisogno di dare forma ed espressione plastica agli episodi e agli uomini della Resistenza, ha prevalso in ogni paese provato dalla guerra e dall’occupazione, come in Francia e nei paesi dell’Est, nella stessa Germania, in Austria, in Inghilterra, nel Belgio, in Olanda, in Grecia, in Jugoslavia, nei paesi nordici, sino in America e nel Medio e l’Estremo Oriente.

Fuori di Europa, o nei paesi che non ebbero a soffrire direttamente della guerra e dell’occupazione, il tono delle opere risponde a elementi iconografici o illustrativi più che a un interesse profondo, quale può vedersi nei paesi che ebbero a essere protagonisti, non solo spettatori del dramma. È interessante notarlo, in quanto esso testimonia di una partecipazione che trova le sue radici nelle idee e nei valori morali della Resistenza, e quello stimolo di libertà che, di volta in volta, assumerà il ruolo di una posizione politica o di pensiero.

L’arte, con la Resistenza, si adegua a una funzione sociale, e il suo espressionismo sarà segnato da tratti più netti quale realtà scarnificata, drammatica e polemica.

Oltre la Resistenza vera e propria, in quanto lotta armata dell’esercito di liberazione, i campi di concentramento e le prigioni si inquadreranno nel ciclo resistenziale quali aspetti di un medesimo panorama collettivo.

Perciò il dramma di Israele, in un certo senso, e il genocidio degli ebrei, non possono essere disgiunti dal dramma e il genocidio operato contro la Resistenza, e a tale titolo avranno parte in opere altamente significative.

La difesa del Ghetto di Varsavia, per esempio, ha assunto nel contesto della storia della Resistenza la tragica grandezza di un mito, non solo per la sorte dei difensori, ma per l’inaudita crudeltà degli assedianti, e il poco aiuto che gli ebrei ebbero dal di fuori, dagli stessi polacchi di altre religioni, divisi tra due correnti opposte, una delle quali non fu esente da un caratterizzato antisemitismo tradizionale. I cantori del Ghetto di Varsavia saranno solo i giovanetti di ieri e i ragazzi, come pittori e gli altri artisti che dopo la guerra ne esalteranno l’eroismo. All’eroismo si aggiunge la parte umana del bisogno, la fame; le madri che videro cadere i figli, e i figli che videro uccidere le madri.

Ma, la Resistenza, ci ha insegnato, tra l’altro, attraverso l’esperienza personale, ad avere coscienza dei nostri limiti; e si potrebbe dire l’antieroismo, in opposizione alla retorica vuota di un tempo; e quella lucidità di pensiero che può essere feconda soltanto nel lavoro in comune, nell’idea del bene di tutti, per il raggiungimento di quegli scopi che ci animarono ieri e dovrebbero animarci ancora oggi, domani, sempre.

Il dialogo dell’artista con l’opera da lui creata si inserisce nel ciclo di quel messaggio sociale e umano che, nel ricordo, intende esprimere negli episodi della Resistenza la Storia, affinché gli uomini non dimentichino, e si eviti il ripetersi degli errori e degli orrori di un’epoca tristemente recente.

I giovani o meno giovani artisti che vent’anni fa iniziarono a evocare nelle loro opere il dramma della seconda guerra mondiale e la Resistenza, sono oggi tra i più noti, senza parlare dei celebri. Notiamo qui Picasso, Moore, Chagall, Guttuso, Lardera, Gilioli, Signori, Couturier, Fautrier, Pignon, Manessier, Buffet, Cassinari, Treccani, Kodra, Paulucci, Mastrojanni, Viano, Alberti, Berni, Verlon, Migneco, Sassu, Manzù, Brindisi, Ruggeri, Greco, Levi, Cappello, Crippa, Morlotti, Birolli, Cherchi, Mazzacurati, Zigaina, Minguzzi, Valenti, Dova, Ajmone, Rattner, seguiti da un centinaio di artisti che in Europa e nel mondo hanno detto una grande parola sulla Resistenza, trasmettendo attraverso le loro opere un messaggio di drammatica attualità.

L’arte e la poesia, meglio di ogni storia o cronologia, quasi sempre parziali o incomplete, hanno dato della Resistenza un’illustrazione esemplare.

La poesia di Quasimodo, Gatto, Vercors, Aragon, come quella polacca, la più ricca di ogni altra per i motivi e le rievocazioni, ci porta l’eco profonda delle testimonianze dei martiri, gli umili e i dimenticati che, al di là di ogni confine, parlano al cuore degli uomini.

Non tutto è stato detto sulla Resistenza e, forse, non lo sarà mai; ma il suo insegnamento rimane nel tempo a richiamare alla realtà i doveri di ciascuno per la difesa dell’uomo e della sua libertà.

Da «I POEMI DEL GHETTO DI VARSAVIA»

di Tadeusz Rosewicz


Tadeusz Rosewicz, poeta partigiano, noto scrittore polacco, si è fatto interprete della rivolta del Ghetto di Varsavia, della sua tragica vicenda.

Guido Marinelli ha adattato due poemi in italiano, tratti da una raccolta pubblicata in lingua polacca e in yiddish, curata da Irene Kanfer.

XXX

LA MADRE DEGLI IMPICCATI

Qui,

nella strada,

la madre degli impiccati:

Nera.

Nelle sue mani

essa stringe la sua testa d’argento:

(Oh! Quale peso!)

Piena di notte,

che scoppia di sole!

Una pazza girovaga

Canta, canta.

Le scarpe scalcagnate,

il seno avvizzito:

Sirena dalla ragione perduta.

Essa urla verso la luna

alta,

che si gonfia sopra la città.

Schiaccia l’asfalto delle strade,

con i suoi piedi di piombo,

la Madre degli Impiccati.

Una luna pesante al suo collo

discende,

e la trascina tra l’ombre

penose,

d’una folla di spettri.


ROSA

I.

Rosa

un fiore, un nome.

Il nome d’una figlia morta.

In una palma tiepida

puoi deporre la rosa,

o

nella terra nera.

Una rosa rossa grida,

la rosa dai capelli d’oro

va,

silenziosa.

Il sangue gronda da una foglia

pallida,

Il corpo ha lasciato l’abito

di giovinetta.

Il giardiniere cura il suo rosaio,

Il padre sopravvive alla follia.

II

Una rosa è fiorita nel giardino

stamani:

Fiore d’amore senza spine.

Dalla morte, cinque anni sono

passati.

Dei viventi si è perduta memoria;

si è perduta la loro fede.

Varsavia, 1945

Tadeus Rosewicz

(Traduzione italiana di

Guido Marinelli)