Riproduciamo il testo del discorso tenuto a Lerici il 14 marzo 1987 dall’on. Aldo Aniasi, vicepresidente della Camera dei Deputati, dopo la sua elezione a presidente nazionale della F.I.A.P. Federazione Italiana Associazioni Partigiane

Rigore Morale e Democrazia Politica
di Aldo Aniasi

Ci ritroviamo, compagni, a cinque anni e mezzo dal Congresso di Bologna. Cinque anni in cui abbiamo vissuto gli ideali che sono il nostro patrimonio di resistenti, di democratici, di cittadini consci che solo da un impegno coerente, ma anche attivo, può svilupparsi un contributo fattivo al miglioramento della società. Abbiamo condiviso questi ideali anche con i cari compagni che in questi cinque anni ci hanno lasciato: irriducibili combattenti antifascisti, patrioti partigiani che con purezza d'animo, senza contraddizioni, hanno confermato, dalla Liberazione in poi, fedeltà a quegli ideali che li animarono nella lotta e nel sacrificio. Pur lontano da me ogni atteggiamento retorico e di fazione, mi sia consentito di rivendicare con orgoglio l'eredità che i compagni della F.I.A.P. ci hanno affidato. All'insegnamento di questi uomini, con umiltà d'animo ma con fermezza, oggi promettiamo di ispirarci nei nostri comportamenti, nelle nostre scelte.
Alla memoria del nostro Maurizio la cui grandezza apparirà ancor più splendente nel giudizio della storia, di Enriquez Agnoletti che sentiamo tuttora fra noi, anche perché più recente è la scomparsa, noi ci inchiniamo e vogliamo dedicare i lavori di questo nostro Congresso.
Un ringraziamento debbo a voi compagni che eleggendomi a Presidente Nazionale mi avete dimostrato una fiducia alla quale intendo rispondere con impegno e coerenza. Cercherò di essere degno di un compito che so non essere facile. Mi varrò nell'assolvimento dei doveri statutari della collaborazione dei compagni della Presidenza, del Vice Presidente, del Segretario, ma anche di tutti i compagni disponibili e di buona volontà.
LA FORZA MORALE DELLA F.I.A.P.
Alla limitatezza dei mezzi finanziari e degli strumenti disponibili cercheremo di supplire con l'iniziativa politica e con la forza morale di cui la F.I.A.P. è depositaria. Lavoreremo per farci ascoltare dai mass-media, per parlare alla gente, per far conoscere le nostre iniziative, per dare il nostro contributo di idee e di proposte per la soluzione dei problemi del Paese.
Nella società della comunicazione che spesso si traduce in società dello spettacolo è difficile diffondere notizie e proposte se non sono clamorose, se non sono supportate da un potere di cui le associazioni della Resistenza certo non dispongono.
La nostra volontà, e lo dico pur con la prudenza di chi non intende essere velleitario, è volta a rilanciare l'attività della F.I.A.P. perché le sia riconosciuto quello spazio che la sua autorità morale, la sua forza associativa, la sua capacità di iniziativa devono giustamente lasciarle.
A nessuno può sfuggire, in tempi nei quali la questione morale ha raggiunto livelli e qualità così chiaramente politici, l'attualità e la preveggenza di una generazione e di una sinistra laica e democratica che hanno sempre considerato l'aspetto etico come un pilastro fondamentale della vita politica e pubblica in generale.
IL SALUTO ALLE ORGANIZZAZIONI SORELLE
Con questo animo rivolgiamo un saluto fraterno ed affettuoso ai compagni Leo Valiani, Francesco Albertini e Pasquale Schiavo Presidenti onorari della nostra associazione; alle organizzazioni sorelle della Resistenza: all'A.N.P.I. qui rappresentata dal compagno Boldrini, alla F.V.L. dall'on. Taviani, alla F.I.R., Federazione Internazionale della Resistenza, da Arialdo Banfi.
Un saluto che estendiamo alle altre associazioni della Resistenza, dei perseguitati politici, dei deportati: associazioni tutte che hanno con noi in comune non solo l'eredità di un passato di sofferenza, di battaglie, di eroici compagni caduti nella lotta, ma anche finalità ed obiettivi.
Noi speravamo che dopo oltre quarant'anni dalla Liberazione fosse giunto il momento per porre il problema dell'unificazione di queste associazioni. Preso atto che questa ipotesi non è realizzabile, è pur importante che si stabiliscano intese per iniziative e strategie unitarie innanzitutto per chiamare all'impegno politico la totalità dei resistenti. Ma non solo a loro ci rivolgiamo.
UNA GENERAZIONE DI DEMOCRATICI
Il nostro messaggio è anche diretto a quei cittadini che credono agli ideali che furono della Resistenza. In particolare dovremo spiegare ai giovani le motivazioni di una generazione - quella di Salvemini, Calamandrei, Bauer, Valiani, Giorgio Amendola, Lombardi, Parri, Sandro Pertini, per citare fra gli uomini più prestigiosi che seppero indicare ai giovani degli anni '43 - '45 la via del riscatto nazionale e il coraggio di combattere per la libertà. Una generazione di democratici che ha perseguito il disegno di una società civile e più giusta, di un mondo in pace e sulla via del progresso. Da coloro che ci hanno guidato in quelle difficili lotte noi abbiamo imparato a considerare la Resistenza una rivoluzione democratica non compiuta, e da queste convinzioni a valutare l'attualità degli ideali della Resistenza.
Un così forte richiamo non potrà rimanere inascoltato neppure in un momento di svalutazione delle ideologie, di esaltazione del pragmatismo, in una fase di scadimento dell'impegno ideale.
Nel nostro complesso lavoro ci richiameremo ancora a Parri che ci invitava alla ricerca di posizioni e di  tentativi adeguati alle situazioni reali. Con questo impegno dobbiamo quindi affrontare un lavoro paziente, capillare, per stimolare quanti, sfiduciati e delusi, convinti dell'inutilità di ogni sforzo, presi da sconforto, hanno assunto atteggiamenti rinunciatari.
Ricordiamo quei nostri compagni che vinsero l'isolamento e l'emarginazione in tempi ben più complessi e rischiosi e combatterono contro ben più gravi difficoltà ed isolamenti.
CONTRO OGNI ATTEGGIAMENTO RINUNCIATARIO, UN RICHIAMO ALL'IMPEGNO
Voglio insistere sul l'importanza di questo invito ai compagni della Resistenza, che non intende essere un invito all'associazionismo ma piuttosto un richiamo all'impegno, alla lotta politica.
Non si può lamentare la prevalenza dei piccoli interessi, dell'affarismo, del clientelismo, del carrierismo, se chi è depositario o erede di valori ideali e morali collaudati da sacrifici inenarrabili non dà il suo contributo alla lotta contro le degenerazioni, il malcostume, per il risanamento della vita politica ed il consolidamento delle istituzioni.
Non possiamo accettare l'indifferenza, la prevalenza del quotidiano. Non possiamo accettare che a quarantadue anni dalla Liberazione si consideri “chiuso” un passato che invece ha avuto e ha una profonda incidenza sul presente. Nella stessa, ottica ci si dirà che di questa indifferenza avremo un'ulteriore ripro¬va il prossimo 25 aprile, quando le manifestazioni celebrative saranno meno affollate di quanto già non lo siano state negli anni passati.
Sarà purtroppo vero e una volta ancora dovremo chiederci se qualche responsabilità non sia anche nostra, nel non aver saputo reagire appunto alle tendenze celebrative, alle rappresentazioni agiografiche dell'epica vicenda resistenziale. E questo anziché investire sui valori, sugli ideali di libertà, di giusti¬zia sociale che animarono le battaglie contro la dittatura fascista; anziché spiegare in modo più approfondito - in particolare ai giovani - le origini del fascismo, le cause che lo determinarono, le forze che lo sostennero e le ragioni per le quali la libertà, la democrazia non sono mai definitivamente acquisite ma vanno difese in ogni momento, in ogni giorno della nostra vita.
E' triste ascoltare i discorsi di persone che messe di fronte agli scandali, al malcostume, alla corruzione, non sanno reagire se non affermando che per questa democrazia non val la pena sprecare tempo, che tanto le cose non possono cambiare; persone che sostengono che è necessario imparare a convivere con il malaffare, tutt'al più rimanendone per quanto possibile lontani. E' contro questi atteggiamenti rinunciatari che occorre reagire con fermezza, con la stessa forza d'animo che animò i giovani che vissero la triste esperienza del ventennio fascista.
Con serenità e razionalità occorre innanzitutto valutare la situazione in tutta la sua realtà. La maggioranza degli italiani viventi non era ancora nata quando è scoppiata la guerra e gli eserciti hitleriani hanno invaso la Polonia con l'aiuto delle armate di Stalin. Non ha conosciuto quella tragedia, la più inumana di tutte le guerre, gli orrori che hanno se¬minato morte e distruzione. E' positivo che l'uomo riesca a dimenticare e a sopravvivere anche alle più terribili tragedie, siano esse collettive o individuali. L'uomo dimentica, ma i fatti sopravvivono nel subconscio dell'individuo e nella memoria storica dei popoli.
Ma la storia o, in una dimensione più ridotta, l'analisi sociale, devono far riaffiorare il vissuto in una dimensione lucida, critica. Ecco perché l'indifferenza, l'ignoranza, la sottovalutazione non devono rendere gli italiani distratti o dimentichi della lotta eroica, della lotta popolare che ebbe radici profonde nella nostra società.
L’ATTUALITA’ DELLA RESISTENZA
L'attualità della Resistenza sta proprio nella sua presenza nelle vicende di oggi; in quelle sociali, in quelle civili, politiche e nei messaggi che il passa-to ed il presente proiettano verso il futuro. Per questo non dobbiamo eccedere in pessimismo né in visioni catastrofiche della vita nazionale. L'Italia è sicuramente uno dei paesi del mondo nel quale ci sono i più ampi spazi di libertà, nel quale i diritti civili sono riconosciuti non solo sul piano programmatico ma nella pratica attuazione. Ma se dobbiamo essere impegnati per accelerare il processo di sviluppo di crescita civile e sociale del paese, non possiamo non fare il raffronto con le condizioni miserrime e inique nelle quali vivono molti popoli di paesi pur ricchi di risorse naturali. Non possiamo dimenticare come la maggioranza dei paesi del mondo siano ancora retti da dittature, da regimi autoritari: paesi go¬vernati dal terrorismo e dall'assassinio di stato, dove si applica la tortura. E va detto ad onore nostro che la Repubblica Italiana, il popolo italiano, si sono costantemente schierati dalla parte degli oppressi, manifestando concretamente solidarietà per i popoli in lotta per le loro libertà, per l'indipendenza, per la sovranità.
CONTRO IL TERRORISMO, CONTRO L'EVERSIONE, 
IL  PATRIMONIO DELLA COSCIENZA POPOLARE
Sono queste scelte frutto della memoria storica che appartiene non solo a chi è vissuto durante il regime fascista, ma anche alle giovani generazioni. Una me¬moria storica che ci ha consentito di resistere ai tanti pericoli di cui è stata disseminata la vita della repubblica. Abbiamo trascorso quattro decenni sul filo di pericoli incombenti. I tentativi di restaurazione, le minacce alla democrazia, i propositi autoritari, si sono susseguiti con una continuità ed una pervicacia talvolta impressionanti. Intrighi, complotti, hanno spesso trovato all'interno dell'apparato dello stato alimento e sostegno e a livello di alte responsabilità politiche tolleranza se non connivenza.
Se la Resistenza non fosse stata un patrimonio anche inconsapevole della coscienza popolare non avremmo resistito ad oltre un decennio di strategia del terrore, di tentativi eversivi operati dall'interno e dall'estero per destabilizzare il paese. La congiura internazionale che poggiava su alleanze interne a taluni settori dell'apparato dello stato, su forze del fascismo nero o di settori dell'estremismo pseudo rivoluzionario di sinistra, ha perso la sua guerra.
Quelle alleanze distorte contavano sulla paura, sull'arrendevolezza degli italiani, sulla debolezza delle istituzioni. La smentita è stata massiccia, chiara, esplicita. La mobilitazione è stata imponente al sud e al nord del paese, nelle città e nelle campagne. Il terrorismo è stato vinto con il sacrificio di chi si è battuto, con la determinazione delle istituzioni che hanno trovato supporto nelle masse popolari. Oggi il terrorismo interno è stato sconfitto sul piano militare e su quello politico, anche se schegge impazzite minacciano l'ordinato vivere sociale e non ci consentono di abbassare la guardia.
La nostra vigilanza deve essere sempre più attenta di fronte ad uno dei fenomeni più pericolosi di questo fine secolo: il terrorismo internazionale. Un pericolo da affrontare con fermezza e con la decisione di non cedere ad alcun ricatto. Lo stesso atteggiamento noi opponemmo ai ricatti criminali dei nazisti nono¬stante le rappresaglie e le fucilazioni di massa.
IL NOSTRO MESSAGGIO AI GIOVANI
Questi temi di attualità ci riportano immediatamente agli stessi ideali per cui combattemmo il fascismo.
Ecco perché dobbiamo parlare in particolare ai giovani, traducendo in una dimensione attuale i nostri ideali, che sono poi i loro stessi ideali. Una corretta informazione storica è elemento fondamentale per chi non ha vissuto i giorni antecedenti la liberazione. Non possiamo, non dobbiamo, subire senza reagire i tentativi di riabilitare il fascismo, di giustificarlo, così come dobbiamo respingere la grande operazione di mistificazione che è andata delineandosi in questi anni. I segnali sono numerosi e preoccupanti: dalle celebrazioni del centenario della nascita di Mussolini alle proposte di una cosiddetta riconciliazione; alle accoglienze riservate in Austria ai criminali di guerra, alla rimozione dei tristi ricordi della criminalità esercitata dai nazisti nei lager. Così come vanno respinti anche i tentativi di accreditare il fascismo quale movimento autoritario ma sorretto dal consenso popolare. Le folle nelle piazze, le grandi adunate non erano che il frutto di un consenso estorto da una gigantesca macchina propagandistica.
Un consenso, quello fascista, che era stato costruito sulla violenza, sulle persecuzioni, come dimostrano l'esilio e il confino cui furono costretti coloro che non si piegarono, come testimoniano i secoli di carcere inflitti agli avversari del fascismo dai tribunali speciali. Un consenso strappato, e se ne ebbe la conferma il 25 luglio 1943. In poche ore un regime così oppressivo e così penetrante si disfece senza resistenza.
Per la grande maggioranza si trattò di una scelta semplice, spontanea. Gli italiani avevano preso coscienza di che cosa avesse significato il ventennio di dittatura fascista, avevano capito quali tremende responsabilità pesassero sul fascismo per aver trascinato il paese in una guerra assurda e tragica, do¬ve si conobbe la ferocia criminale dei nazisti. E questa presa di coscienza, questa precisa scelta, guidarono gli italiani di tutte le classi sociali.
RIVALUTAZIONE E MISTIFICAZIONE
Assistiamo oggi a tentativi di rivalutazione del ventennio fascista. C'è chi fornisce giustificazioni per chi in quel periodo si oppose alla lotta di liberazione, c'è persino chi nega validità ed attualità all'antifascismo. Sono questi ulteriori motivi per ricordare l'epopea della Resistenza e riaffermarne l'attualità.
E' mistificazione affermare, come taluni fanno, che a quarant'anni dalla Liberazione non ha senso essere antifascista perché il fascismo, secondo costoro, non esiste più. Il fascismo, quello vero, con le sue ramificazioni internazionali, purtroppo è stato presente in questi anni seminando morti, tentando la via della sovversione. La verità è che a livello governativo per molti anni si è sottovalutato il pericolo fascista, tanto più temibile perché attivo anche all'interno degli apparati dello Stato, grazie a tolleranze, compiacenze e coperture, talvolta strumentalizzato dai servizi segreti. Solo negli anni recenti si è operato seriamente per epurare l'amministrazione pubblica dagli inquinamenti e dalle infiltrazioni dei poteri occulti. Il pericolo incombente sulle nostre istituzioni è stato invece compreso dai partiti in ragione della comune radice antifascista. Una radice che è nella Costituzione grazie alla quale il popolo per la prima volta nella storia è partecipe di quello stato che lo difende dal terrorismo di destra e di sinistra.
UN PAESE CIVILE, LIBERO, MODERNO
Un paese, il nostro, civile e moderno più libero ed articolato, nel quale l'istituzione delle Regioni, il decentramento dello Stato, il potenziamento dei poteri locali, hanno ampliato gli spazi di democrazia. Un paese nel quale statuto dei lavoratori, divorzio, sono acquisizioni frutto della democrazia diretta e delle lotte dei lavoratori. Un paese nel quale si stanno varando leggi sui diritti dei cittadini per liberarli dalla arroganza della burocrazia e dall'autoritarismo ancora presenti nello Stato. Ma anche un paese pieno di contraddizioni. A fronte di un più diffuso benessere, di una economia in via di risanamento, si è allargato un fenomeno che ora ha raggiunto un grado di intollerabilità: l'emarginazione. Un'emarginazione frutto di ingiustizie causate da carenze, ritardi ed ottusità di una parte della classe dirigente e di una parte delle forze politiche del paese. Il cattivo stato dei servizi pubblici, di quelli sanitari, la pessima condizione della pubblica amministrazione, sono fenomeni allarmanti perché generano in larghe fasce di cittadini paura, disperazione, insicurezza, aprendo un varco a fenomeni di disgregazione e di degrado sociale.
C'é una domanda di sicurezza che viene dai ceti sociali più deboli e particolarmente dalle donne, dagli anziani e dai giovani. Si impongono da un lato la di¬fesa dello stato sociale per garantire protezione ai ceti più deboli; dall'altro un intervento deciso contro le degenerazioni, le distorsioni, il clientelismo. La disoccupazione, particolarmente grave nella fascia giovanile della popolazione ed in talune aree del paese, ha raggiunto livelli di guardia.
Occorre poi stroncare il commercio delle armi, e in¬vece le proposte di legge dirette ad introdurre gli indispensabili controlli vengono contrastate con la motivazione che si tratta di una importante voce attiva nella bilancia dei pagamenti.
Una politica di giustizia sociale deve essere accompagnata da una volontà rinnovatrice che elimini parassitismi, clientele, sperperi, che punisca i ritardi colpevoli. Occorre innanzitutto impedire che cresca nei cittadini la sfiducia nelle istituzioni, un fenomeno che viene confermato da molti segnali preoccupanti, non ultimo l'aumento dall'astensione dal voto.
RIGORE MORALE E DEGENERAZIONE DEL SISTEMA PARTITICO
I ripetuti scandali economico-finanziari, il malcostume dilagante, la sensazione che raramente si riesca ad individuare e punire i colpevoli accrescono la sfiducia nel nostro sistema politico. Lo stato di de¬grado della pubblica amministrazione è giunto a livelli preoccupanti mentre non hanno avuto seguito le ripetute proposte di riforma. Ci dobbiamo chiedere come si sono potuti sviluppare, consolidare, poteri occulti quali la P2, come hanno potuto mettere radici tanto ramificate organizzazioni mafiose, come si sono potute verificare vicende scandalose che hanno coinvolto banche, istituti finanziari, aziende controlla¬te dallo Stato.
Quali protezioni, quali coperture, quali collusioni hanno consentito che tanto marcio si potesse espande¬re? Queste sono le domande che i cittadini si pongono e alle quali si devono dare puntuali risposte.
Mafia e camorra sono piaghe così radicate nella società e particolarmente in Sicilia, Campania e Calabria, ma non solo in quelle regioni. Mali che esigo-no, per essere eliminati, uno stato autorevole, che meriti la fiducia dei cittadini; una pubblica amministrazione giusta, trasparente, che dia risposte in termini di efficienza e di efficacia. Le responsabilità vanno ricercate, perseguite a tutti i livelli, senza tentennamenti, senza indulgenze. Non dobbiamo farci fuorviare da valutazioni superficiali - quando non strumentali - che troppo spesso scivolano in un facile qualunquismo.
E qui si impone il discorso della degenerazione del sistema partitico e l'esigenza di una coraggiosa correzione. I partiti hanno guidato la lotta di Liberazione del nostro paese e, dopo la liberazione, l'inizio della ricostruzione e della fase costituente. I partiti sono i pilastri delle società democratiche moderne. Senza di essi non c'é democrazia. Ma oggi i partiti - si dice con linguaggio figurato - hanno occupato le istituzioni. Istituzioni deboli, incapaci di opporsi alla intromissione indebita dei partiti che finiscono per imporre scelte e decisioni senza assumersi le conseguenti responsabilità. Partiti troppo forti, istituzioni troppo deboli sono segnali di una democrazia debole che rischia di finire allo sbando.
Un tema, questo della riforma della politica, delle istituzioni, che è tutt'uno con la questione morale e con la politica dei partiti. Le istituzioni potranno funzionare correttamente se i partiti sapranno adempiere al ruolo che loro compete di mediatori di inte¬ressi sociali: forze capaci di proporre programmi ed iniziative volte a governare lo stato ordinamento.
Il problema del funzionamento dei partiti, del loro finanziamento, le regole di vita interne, le garanzie statutarie, la moralità, sono temi che interessano la collettività intera e non solo gli iscritti di un partito. La rilevanza costituzionale dei partiti, la funzione di proporre candidature, di esercitare compiti di rappresentanza di interessi generali, impongono una particolare attenzione se vogliamo il corretto funzionamento di una moderna democrazia industriale che si affaccia ad un'epoca post-moderna.
UNA PIU' INCISIVA PARTECIPAZIONE AL DIBATTITO SULLA DEMOCRAZIA
Ecco quindi una indicazione per il nostro impegno, l'impegno delle Associazioni della Resistenza, che non è quello di sostituirsi ai partiti ma può e deve essere quello di partecipare in modo attivo al grande dibattito da sviluppare sul modo di essere della democrazia. Un nuovo rapporto istituzioni-cittadini, una democrazia rappresentativa integrata con la partecipazione: queste le premesse perchè non si ampli il distacco della società civile dalle istituzioni. E con questo obiettivo dobbiamo lavorare anche perchè la Costituzione repubblicana, quella Costituzione che Calamandrei definì il testamento di centomila morti, trovi completa attuazione. Una Costituzione intoccabile in quei principi fondamentali che i costituenti espressero ispirandosi agli ideali della lotta popolare e della Resistenza, ma che va riformata per adeguare le istituzioni alle nuove esigenze di una società che è cambiata, che è evoluta e complessa.
UN IMPEGNO PER LA PACE E PER L'EUROPA
Il primo obiettivo è quello di dare ai cittadini risposte adeguate con rapidità ed efficienza. Un impegno quindi il nostro a tutto campo. Un impegno innanzitutto per la pace che è un ideale che ci deriva direttamente dalla Resistenza e strettamente legato alla costituzione di una Europa unita. Il messaggio europeista che partì con lo storico manifesto dal confino di Ventotene, dettato dai compagni Colorni, Spinelli, Pertini, dal compagno Braccialarghe che è oggi tra noi; questo messaggio che animò la speranza di tanti giovani durante la Resistenza e nell'opera di ricostruzione, va oggi raccolto e rammentato. Pertini, ricordando il 40° anniversario di quella data in un messaggio ai federalisti, ha avvertito un rischio preciso: “che il cammino si arresti per gelosie nazionali, che gli egoismi particolaristici lascino impantanare in diatribe minute e parziali un'idea grande e giusta quale quella dell'Europa unita”. Così sembra proprio stia avvenendo. Solo una Europa capace di esprimere una comune politica estera potrà invece assumere iniziative che siano per un pacifismo operante, garanzia di una reale sicurezza per l'Europa. Un'Europa insomma che si faccia carico di una grande responsabilità storica, che si ponga non come mediatrice, ma come elemento per superare il concetto dei due blocchi contrapposti; un'Europa che rifiuti di affidare la pace del mondo alle scelte ed anche agli umori dei due grandi, avviati ad una concorrenza che pare non abbia limiti. Ancora una volta si scontrano due concezioni dell'Europa: una mercantilistica che punta ad una politica di stagnazione e di recessione, cara ai conservatori, diretta a tutelare ristretti interessi; l'altra, dinamica, che punta allo sviluppo, ad una rivoluzione post-industriale, che si fa carico dei problemi sociali dell'occupazione, che tutela gli interessi del mondo del lavoro e dell'intelligenza. Solo un'Europa unita può rappresentare la speranza di un avvenire diverso. La questione politi¬ca si potrà porre se contestualmente si avvierà una grande riforma istituzionale e si daranno poteri rea¬li al Parlamento Europeo.
Noi resistenti dobbiamo essere in prima linea con convinzioni che ci vengono da lontano, consci degli errori commessi, ma anche determinati ad accelerare la marcia verso l'Europa unita. La storia ha dimostrato a tutti il fallimento dell'Europa delle patrie, dell'Europa delle diplomazie, dell'Europa degli Stati. La realtà dimostra la necessità e l'urgenza di costruire l'Europa dei popoli.