La deportazione dei Carabinieri di Roma

Anna Maria Casavola, nel suo libro intitolato “7 ottobre 1943. La deportazione dei Carabinieri romani nei Lager nazisti” finalmente svela una pagina di storia nascosta e dimenticata. Il libro è stato presentato a Roma presso la sala delle conferenze del Museo storico della Liberazione, a cura della casa editrice Studium e dell'Associazione nazionale ex internati militari, in occasione del sessantacinquesimo anniversario della deportazione nazista di 2000/2500 carabinieri.
Sono intervenuti con l'autrice il prof. Antonio Parisella, presidente del Museo e docente Lumsa, e Giuseppe Lazzaro direttore editoria¬le delle edizioni Studium. In un ampio resoconto pubblicato sul giornale online “Grandangolo”, Raimondo Chiricozzi racconta questa storia dimenticata.
Antonio Parisella nella prefazione del libro scrive: “Questa appassionata e accurata ricerca, si inserisce a pieno titolo nell'evolu¬zione degli studi sulla Resistenza italiana all'occupazione nazista e alla Repubblica sociale Italiana”. Dopo circa 65 anni grazie, all'apertura delle documentazioni secretate di archivi italiani e tedeschi ed alleati, la studiosa porta alla luce le prove della premeditazione e dell'efferatezza dei nazifascisti che impedirono l'intervento dei carabinieri, disarmandoli e avviandoli alla deportazione.
Anna Maria Casavola scrive in un capitolo del libro che per i nazifascisti i carabinieri erano “un potenziale che, affiancato alla Resistenza, armata e non, del Fronte militare clandestino e dei partiti interni ed esterni al Comitato di liberazione nazionale, avrebbe reso difficilmente controllabile la Capitale”.
La loro deportazione quindi sgomberò il campo e si rivelò utile, per i nazisti che non avendo più ostacoli, operarono il 10 ottobre ‘43 i rastrellamenti nei ghetti e la successiva deportazione degli ebrei.
Quel 7 ottobre, secondo i documenti degli archivi tedeschi, i carabinieri ricevettero l'ordine emesso dal maresciallo Graziani di consegnare le armi. In 6000 riuscirono a scappare, mentre 2000/2500 vennero chiusi nelle caserme romane, dalle quali, sotto il tiro dei mitra tedeschi, vennero prelevati, fatti salire sui camion e poi sui vagoni-bestiame, diretti nei campi di concentramento in Germania e in Polonia.
Il ricatto di Kappler, che minacciava una rappresaglia a tappeto nel quartiere dei Parioli, costrinse questi eroi dimenticati a deporre le armi e a consegnarsi nella caserma di viale Romania, circondata dai mezzi blindati tedeschi.
Ultimamente, anche una trasmissione televisiva del Tg1 diretta da Roberto 0lla si è occupata di questo avvenimento con immagini dei luoghi e interviste agli scampati agli eccidi.
Sono stati intervistati uno dei carabinieri, Abramo Rossi, sopravvissuto alla deportazione, l'architetto Piero Terracina figura storica della deportazione degli ebrei a Roma, il colonnello Giancarlo Barbonetti capo dell'Ufficio Storico dell'Arma dei Carabinieri. Terracina dice: “C'è una domanda che mi sono sempre posto. Io avevo 15 anni nell'ottobre del 1943 e mi ricordo che a Roma circolava voce che i carabinieri fossero stati disarmati e deportati.
Però nessuno sapeva niente di preciso. Poi si è saputo che erano stati deportati... però non se ne è mai parlato, non si onora la loro memoria, non si ascoltano le loro testimonianze... e io mi chiedo perché”.
“I 6000 carabinieri scampati - dice il colonnello Barbonetti - da quel momento tecnicamente erano dei latitanti. Molti avevano portato via le loro armi.
Erano esperti ed addestrati. Erano benvoluti dalla popolazione. Dopo un primo momento di sbandamento, comincia¬rono ad organizzarsi ed entrarono nelle formazioni della resistenza dando un notevole contributo anche agli alleati con attività di sabotaggio e di informazione sugli obiettivi militari da colpire”. E' in questo frangente che nasce Il Fronte Militare Clandestino dei Carabinieri anche grazie all'opera organizzatrice della Medaglia d'Oro della Resistenza, Generale Filippo Caruso.
Il carabiniere sopravvissuto Abramo Rossi racconta: “Eravamo in un vagone bestiame: 6 cavalli e 40 uomini. A noi ci misero dentro un vagone e poi lo piombarono. Per fare i bisogni corporali ci hanno fatto scendere a Bologna. Oggi c'è una lapide che ricorda il nostro passaggio. Ci hanno preso con l'inganno. È stato un tranello. Anche i nostri ufficiali sono stati ingannati. Per molti il viaggio di trasferimento a Zara, come ci era stato detto, fu in realtà l'ultimo viaggio.
Le Ss ci dicevano che se avessimo firmato per arruolarci nella Repubblica Sociale Italiana o anche direttamente nel Terzo Reich ci avrebbero lasciati liberi di tornare alle nostre famiglie immediatamente. Mentre attendevano la nostra rispo¬sta, per umiliarci e piegare la nostra volontà ci costringevano a stare distesi a terra con la faccia rivolta verso il suolo. Così per tanto tempo: ore ed ore. Ma noi abbiamo detto: no. Noi abbiamo giurato fedeltà al re, anche se era scappato. E poi i tedeschi stavano occupando l'Italia”. Abramo Rossi, continua: “La vita nel campo era durissima.
Ci sono stati molti morti. Si lavorava 12 ore al giorno e ci volevano due ore di marcia per raggiungere il punto in cui dovevamo lavorare. Nella baracca ci davano 3 etti di pane al giorno per 3 persone. Dovevamo dividerlo ed eravamo molto ligi: quello che tagliava doveva stare molto attento a fare le fette uguali, perchè a lui spettava l'ultima”.
Gli ebrei romani hanno voluto giustamente e con insistenza che le istituzioni ricordassero l'episodio di questi giovani carabinieri deportati in Germania, dalla quale in pochi fecero ritorno, perché assassinati a sangue freddo dai nazisti.
Il libro completa la storia della deportazione degli ebrei di Roma. Prima sono stati “eliminati” tutti i carabinieri da Roma, poi hanno colpito gli ebrei. La prima deportazione, quella del 7 ottobre, è la premessa tattica dei nazisti per la seconda deportazione del 16. “Si, ma perché - insiste Piero Terracina - perchè non ne abbiamo parlato per 65 anni? Io vorrei avere una risposta. Perchè?”.