Le formazioni Giustizia e Libertà nella Resistenza

contributo di Aldo Aniasi

Lotta di popolo e unità antifascista furono le carte vincenti della guerra di Liberazione. Unità, non uniformità, fu la caratteristica dei venti mesi combattuti sui monti, nelle pianure, nelle città. Spirito unitario pervase la lotta popolare: tutte le diverse componenti sociali vi ebbero cittadinanza e vi portarono un contributo importante. Sostanziale spirito unitario ci fu tra le formazioni combattenti, anche ispirate da diverse impostazioni politiche; vivo fu sempre il rispetto del pluralismo all'interno delle formazioni. È significativo che dopo vent'anni di regime autoritario fascista, le formazioni partigiane si siano date ordinamenti e abbiano operato con metodi democratici.

Portavamo fazzoletti di diverso colore: rosso, verde, azzurro; eravamo nelle brigate Garibaldi, Giustizia e Libertà, Matteotti, Mazzini, del Popolo, Autonome. Ma abbiamo concluso la lotta uniti nel Corpo Volontari della Libertà, riconosciuto dal governo legittimo e dagli alleati come esercito di liberazione nazionale. Ci spingeva all'unità non soltanto la difficoltà della lotta da condurre, la sproporzione delle forze e la comune definizione degli obbiettivi, ma soprattutto la convinzione che alla base del movimento resistenziale, e della profonda disponibilità popolare attorno ad esso, ci fosse la volontà di battersi per recuperare una comune identità nazionale smarrita.

La premessa morale e politica della Resistenza discende naturalmente dalla riflessione culturale che accompagna la lotta clandestina dei lunghi anni della cospirazione antifascista. Parri la riassumeva così: la necessità di un secondo risorgimento di popolo - non più di avanguardie - che solo potrà riallacciare il passato all'avvenire. Da queste premesse culturali e da un giudizio complessivo e meditato sulla storia d'Italia come storia senza rivoluzioni, che condivideva con tanti antifascisti, Parri portava alla Resistenza l'idea di una occasione per la rinascita nazionale, morale e politica dell'Italia, da realizzarsi attraverso una vera guerra di popolo capace di sconfiggere il fascismo, di riconquistare la libertà e di far nascere nel popolo italiano una identità nazionale forte, libera, democratica, profondamente condivisa. Da qui la sua avversione ad ogni forma di attendismo, la sua impazienza per avviare la resistenza attiva, la sua proposta di mettersi subito a combattere con le armi, non con le parole avanzata già il 5 settembre 1944 al convegno semiclandestino del partito d'azione a Firenze. C'è la lucida comprensione che la lotta contro l'occupazione tedesca e contro l'ultimo disperato rigurgito fascista sarà lunga, dura, difficile. Iniziano a formarsi le prime bande di ribelli e di partigiani. Tra i primi ci fu Duccio Galimberti che era salito, con i suoi compagni, alla Madonna del Colletto. Quello che sarà più tardi chiamato il vento del Nord incomincia a spirare, prima lentamente poi con un impeto ed un impatto crescente.

Tutta l'esperienza della mai sopita cospirazione e dell'opposizione antifascista che il regime per tanti anni aveva duramente represso, incarcerato, esiliato, ucciso, mandato al confino, senza mai riuscire davvero a cancellarla definitivamente, seppe collegarsi alla voglia di libertà e di riscatto di una nuova generazione, più giovane, che prende ora coscienza del disastro militare, politico, civile e morale in cui il fascismo ha trascinato l'Italia. La grande lezione dell'antifascismo durante il ventennio, in tutte le sue espressioni politiche ed ideologiche, con l'avvio della resistenza e della lotta armata di liberazione, vede maturare i frutti che ha seminato. Anche la lunga e travagliata riflessione politica, che ha impegnato per tanti anni le diverse anime dell'antifascismo, trova adesso facilmente un comune programma: innanzitutto la lotta per la libertà (la Patria non è Patria se non è libera dice Parri) e poi la consapevolezza che la caduta del fascismo apre un nuovo episodio della contrapposizione tra conservatorismo e rinnovamento. L'orizzonte che si apre è quello di una nuova democrazia politica fondata su un moderno patto costituente. Ancora Parri indicherà l'obbiettivo della Rivoluzione Democratica. Gli obbiettivi diventano per tutti puramente nazionali e democratici. Ciò rende possibile e operativa l'unità antifascista della guerra di liberazione. Sono questi, come ho già detto, i valori sostanziali e gli obbiettivi che permeano tutta la Resistenza, tutte le formazioni partigiane, indipendentemente dalle diverse ispirazioni politiche.

Tuttavia un'ampia storicistica ha più volte messo in evidenza il contributo originale che seppero portare alla lotta di liberazione e alla resistenza gli uomini ispirati dall'antifascismo liberal-radicale di Gobetti, dalla lezione di Gaetano Salvemini, di Riccardo Bauer, di Piero Calamandrei, di Giovanni Mira, dal socialismo liberale di Giustizia e Libertà di Rosselli e di Emilio Lussu e poi dal Partito d'Azione. Rileggendo i bollettini di Giustizia e Libertà, la stampa clandestina delle formazioni GL e del Partito d'Azione dal '43 al '45 si riscoprono le felici intuizioni di un antifascismo rigoroso nei valori e negli ideali ma anche denso di programmi e di proposte concrete, la cui validità sembra ancora tanto attuale. Nell'epopea resistenziale le GL si sono distinte anche per aggressività e per capacità militare. Per consistenza numerica sono state seconde solo alle brigate Garibaldi e hanno pagato un tributo dolorosamente elevato, con oltre 4.500 caduti. Li voglio ricordare tutti facendo i nomi soltanto di Duccio Galimberti, di Sergio Kasman, di Poldo Gasparotto.

La nostra vuole essere una iniziativa di conoscenza e di ricostruzione storica proprio di uno degli aspetti che meglio esprimono la pluralità dei contributi, umani, culturali, politici e militari di cui si alimentò la Resistenza, di quella unità tra diversi che fu la condizione forse essenziale per la sua vittoria. C'è anche da colmare una almeno parziale lacuna nella pubblicistica storiografica che riguarda le formazioni GL, le quali probabilmente a causa della scomparsa del Partito d'Azione non ebbero dopo la liberazione il sostegno organizzativo, la costante attenzione nella valorizzazione storica e politica della loro esperienza di combattenti partigiani, di cui invece hanno potuto contare altre formazioni. Parri, dopo la fondazione della Fiap, espresse più volte la preoccupazione che l'esperienza e il significato delle formazioni GL non dovesse disperdersi e il proposito di raccogliere finalmente la documentazione storica delle GL. Fu poi Enzo Enriques Agnoletti, succeduto a Parri alla presidenza della Fiap, a portare avanti, in collaborazione con l'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, l'opera meritoria di raccolta e la relativa pubblicazione di una notevole documentazione sulle formazioni GL.

Tanto resta ancora da fare per completare questo impegno importante. Voglio fare un appello alla raccolta e alla consegna, che la Fiap intende organizzare, di ogni tipo di documenti relativo alle formazioni GL da parte di tutti i partigiani, delle loro famiglie, di tutti coloro che ne dispongono affinché la memoria dei combattenti per la libertà sia conservata nel tempo, disponibile alla più accurata ricostruzione storica e tramandata alle nuove generazioni. Gli archivi raccolgono materiale prezioso che altrimenti andrebbe disperso. La memoria storica viene registrata nei documenti, gli avvenimenti fissati nella precisa archiviazione delle fonti si storicizzano, come è necessario, ma rischiano talvolta di essere piegati, adoperati da un'opera sottile e velenosa di revisione di parte che favorisce la distorsione della verità. È qualcosa a cui stiamo assistendo con un'intensità e un'ampiezza forse inedita. Il periodo resistenziale ridotto a scontro tra fazioni opposte, entrambe minoritarie e prive di vero consenso e di vera partecipazione popolare; esaltazione della cosiddetta zona grigia di attendismo e di passivo neutralismo che sarebbe stata la vera realtà del comportamento della grande maggioranza del popolo italiano tra il fatidico 25 luglio e il 25 aprile; inutilità sostanziale del contributo militare della lotta partigiana alla sconfitta nazista; e tanto altro veleno, disinformazione, deformazione della realtà storica. Insomma un certo revisionismo storico sta conducendo la sua battaglia a fondo per negare alla resistenza e alla liberazione il grande carattere popolare che ebbero, il ruolo che seppero assolvere per la riconquista della libertà e della democrazia e per la edificazione di una nuova identità di nazione. Dobbiamo e vogliamo reagire, con serenità, con calma, riproponendo la ricerca della verità sui quegli avvenimenti, la riflessione consapevole e abbandonando ogni eventuale residuo di agiografia acritica e alla fine perdente. Ebbene tra le fonti storiche ci sono anche quelle orali, i racconti dei protagonisti, le testimonianze di chi ha vissuto direttamente gli avvenimenti. Tutto ciò spesso può colmare le lacune della documentazione, correggere le distorsioni delle interpretazioni, completare, aggiornare e migliorare le conoscenze acquisite, far sapere anche ciò che i documenti talvolta non riescono a tramandare: soprattutto il clima di allora, la passione dei protagonisti, l'esperienza quotidiana di una lotta che per continuare ad esistere aveva sempre bisogno di realizzarsi in mezzo al popolo, di essere comunque coperta e protetta dal consenso profondo delle genti. Dare nuovo impulso alla testimonianza dei protagonisti è un'attività alla quale siamo chiamati oggi forse ancora con più responsabilità che negli anni passati. A partire la Leo Valiani che ha rappresentato per noi, come per tutti gli italiani, un valoroso punto di riferimento morale, una fonte di ispirazione culturale, un esempio di coerenza politica. Proprio Leo Valiani, che del Partito d'Azione fu anche segretario, avvierà la nostra riflessione sull'impostazione culturale e politica che Giustizia e Libertà e il Partito d'Azione apportarono alla Resistenza.

Tutte le testimonianze, legate alle concrete esperienze operative delle formazioni GL nelle varie regioni italiane, hanno da dare conto che hanno della realtà rappresentata le formazioni GL sia sul piano delle ispirazioni politiche ed ideali sia su quello della loro applicazione pratica in termini di scelte operative e militari, di criteri organizzativi, di coniugazione tra pratica della libertà e disciplina del combattente, di rapporti con la popolazione, di esperienza di organizzazione della democrazia nelle zone liberate. Potremo così andare alla ricerca dei caratteri peculiari delle formazioni GL, della loro evoluzione organizzativa e politica lungo le diverse fasi attraversate dal movimento partigiano in quei lunghi ma esaltanti venti mesi di combattimento: dallo spontaneismo del primo ribellismo armato, alla organizzazione della guerra per bande, fino alla fase della costituzione del Corpo Volontari della Libertà come esercito di liberazione nazionale. Le formazioni GL sono state, in tutte le fasi, l'espressione militare di un movimento politico vasto ed eterogeneo che ha al suo centro la matrice gobettiana e rosselliana di un antifascismo rigoroso, culturalmente motivato, che fonda il proprio impegno innanzitutto sul forte rigorismo morale ed intellettuale. Da qui discendeva il clima che pervadeva la vita operativa delle bande: la disciplina, l'eguaglianza, l'onestà, l'emulazione nello spirito di sacrificio, la continua ricerca di praticare direttamente e da subito la libertà e la democrazia. Contemporaneamente il partigiano giellista vuole pensare alla trasformazione dell'Italia, alla realizzazione di una nuova idea di nazione, a partire da ispirazioni sociali e civili moderne, non troppo rigidamente immobilizzate da una visione classista e neppure propense ad una certa retorica che permaneva nelle diverse varianti della classica ideologia di sinistra. Forse non c'era un sicuro ancoraggio di classe e un rigido comune denominatore dottrinario. Ma non è un difetto: gli elementi di coesione e di orientamento per le scelte sono una forte valorizzazione degli obbiettivi da raggiungere, la laicità, la repubblica, il rifiuto di dogmatismi e mitologie ideologiche, il desiderio di affrontare i problemi con criteri di modernità e di nuova efficienza democratica. Questi orientamenti credo che saranno bene evidenziati dalle testimonianze e dai contributi che tratteranno la realtà operativa delle formazioni nei diversi contesti territoriali. 
Non si può infatti fare una rilettura viva, vera, utile del passato se non ci si riferisce anche ad un progetto per il futuro. Credo che per affrontare i problemi nuovi della società italiana non si possa considerare il passato come pesante residuo, da superare dimenticando. Si può e si deve invece guardare al bisogno di cambiamento del paese, ricercare il nuovo da costruire, anche e soprattutto invocando un ritorno alle origini di questa nostra repubblica. Non solo per la riconosciuta qualità umana e politica dei suoi padri, dei Parri, dei Pertini, dei Longo, dei Terracini, dei Valiani, di tanti altri. Ma anche per capire a fondo quali effetti sono derivati da tutto ciò che non siamo stati capaci di realizzare, dalle battaglie che non abbiamo saputo combattere o da quelle che abbiamo perso; per recuperare suggestioni programmatiche e progettuali non realizzate. Daremo così più valore ad una grande esperienza di cambiamento, che molto ha realizzato ma che tante altre cose non ha saputo e potuto portare a termine. Molto è possibile fare anche a partire da una effettiva rilettura di orientamenti, aspirazioni e progetti che nacquero in quella indimenticabile stagione di lotta e di libertà della quale oggi ricordiamo il contributo essenziale, di impegno, di ideali e di progetti che vi seppero apportare gli uomini delle formazioni GL.
 Aldo Aniasi

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