Gobetti Piero

Piero Gobetti

(da Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, La Pietra, Milano, 1971, vol. II, pp. 592-594)

Nato a Torino il 19 giugno 1901, morto a Parigi il 5 febbraio 1926.

Di origine piccolo-borghese, si distinse già nella sua prima gioventù per l’acuta e vivace intelligenza.

Frequentò il Liceo «Gioberti» e poi l’Università di Torino. Con un gruppo di compagni di liceo (Giuseppe Manfredini, Edmondo Rho, Edoardo Ravera, Ada Prospero), progettò la rivista Energie Nuove che si ricollegava al movimento ideale nato attorno all’Unità di Gaetano Salvemini il quale, da parte sua, salutò l’iniziativa dei giovani intellettuali torinesi come una fresca onda di spiritualità nella «gretta cultura del tempo e tale da suscitare nuovi movimenti di idee».

Gobetti dedicò inizialmente attenzione ai problemi dell’istruzione e della formazione culturale. Nel 1919 lanciò un appello per la costituzione di «un’organizzazione pratica» che affrontasse tali temi e l’anno dopo, con Giovanni Gentile, Ernesto Codignola, Giuseppe Lombardo Radice e Giuseppe Prezzolini, prese parte al comitato promotore del Fascio di educazione nazionale («fascio» era a quel tempo un nome comunemente adottato da varie associazioni, compresi taluni circoli giovanili socialisti torinesi). Avvertendo l’esigenza di un più forte impegno politico, Gobetti aderì in seguito alla Lega democratica per il rinnovamento della vita nazionale e declinò invece la proposta del Salvemini di assumere la direzione dell’«Unità». La Lega era promotrice e propagandista di una serie di rivendicazioni, quali la adozione di una legge elettorale «proporzionale», la concessione del voto alle donne, la riforma della pubblica amministrazione, la Società delle Nazioni.

Attraverso successive esperienze, Gobetti si orientò verso un liberalismo di sinistra, progressivo e avanzato. La sua concezione sorgeva dall’incontro del pensiero liberale classico col pensiero marxista. Infatti, benché formatosi alla scuola di dottrine filosofiche ed economico-sociali borghesi, vivendo a Torino non poteva sfuggire all’influenza della classe operaia che si andava allora organizzando nei Consigli di fabbrica e attorno all’Ordine Nuovo diretto da Antonio Gramsci, imponendosi come nuova classe dirigente.

Sulla formazione di Gobetti scrisse Natalino Sapegno: «Formatosi all’ombra di Benedetto Croce e anche di Giovanni Gentile (almeno in un primo tempo), rifiutò quasi subito le conseguenze reazionarie che i maestri deducevano dalla loro filosofia sul terreno concreto della lotta politica, e per questa via pervenne da ultimo a sentire l’esigenza di una revisione critica di questi stessi presupposti filosofici. Educato nello spirito della polemica antiprotezionistica di Salvemini e nel culto della cosiddetta scienza economica liberale, riconobbe abbastanza presto i limiti, l’angustia, il merito parziale, ma non decisivo di quelle impostazioni teoriche. Senza mai rompere in modo definitivo con le consuetudini del suo mondo borghese, seppe riconoscere e comprendere l’importanza della lotta di classe e il significato non sovversivo, ma nazionale dell’esperienza proletaria. Da Croce a poco a poco risaliva a Marx, da Salvemini a Cattaneo, da Gentile a Mazzini, spezzando quasi senza accorgersene l’orizzonte chiuso e provinciale della cultura dominante».

Amico di Gramsci, pur polemizzando talvolta vivacemente con l’«Ordine Nuovo», ne subì il fascino e, spinto dai suoi stessi bisogni culturali, si avvicinò al proletariato.

Anche se inizialmente nel movimento proletario non vide che l’aspetto «estetico», la forza giovanile e la volontà di potere, senza saper scorgere in esso la nuova classe dirigente, frequentando Gramsci e i circoli operai, Gobetti acquistò uno spirito democratico e combattivo che si manifestò poi nella sua tenace lotta contro il fascismo.

La rivoluzione bolscevica attrasse la sua attenzione. Pur affermando il fallimento dell’esperienza collettivista. Gobetti vi riconobbe, «contro i facili denigratori liberali e riformisti», la funzione nazionale ordinatrice del partito operaio. Egli seppe inoltre riconoscere il valore liberatore che aveva per il popolo russo la rivoluzione e «il gigantesco lavoro costruttivo dell’opera di Lenin», manifestando anche molta ammirazione per Trotskij.

Gobetti non credeva nel socialismo e nel programma di socializzazione, ma nei giorni dell’occupazione delle fabbriche (settembre 1920) scriveva: «Qui siamo in piena rivoluzione. Io seguo con simpatia gli sforzi degli operai che costruiscono un ordine nuovo. Non sento in me la forza di seguirli nell’opera loro, almeno per ora. Ma mi pare di vedere che a poco a poco si chiarisca e si imposti la più grande battaglia del secolo. Allora il mio posto sarà dalla parte di chi ha più religiosità e spirito di sacrificio».

Quando l’«Ordine Nuovo» divenne quotidiano (1 gennaio 1921), Gobetti accettò l’offerta di Gramsci di collaborarvi come critico letterario. Prestò servizio militare a Torino (dove poté continuare lo studio e l’opera sua), rimanendo sfavorevolmente impressionato da quella esperienza:

«La caserma – scriveva il 2 agosto 1920 ad Ada Prospero (sua futura moglie) - è l’antitesi del pensiero, la meccanicità pervade ogni forma di vita».

Rivoluzione Liberale

Nel gennaio 1922 progettò la rivista Rivoluzione Liberale, il cui primo numero uscì il 12 febbraio.

Attorno alla rivista si raccolsero forze intellettuali di diverso e anche contrapposto orientamento. I collaboratori andavano da Giovanni Amendola a Vilfredo Pareto, da Epicarmo Corbino a Giustino Fortunato, da Luigi Einaudi ad Augusto Monti, da Novello Papafava a Carlo Rosselli, da Ernesto Rossi a Riccardo Bauer, Guido Dorso, Tommaso Fiore, Camillo Berneri, Attilio Piccioni, Curzio Malaparte, Luigi Salvatorelli, Natalino Sapegno. Nei primi numeri, malgrado la vaghezza delle enunciazioni e la diversità delle concezioni politiche, «Rivoluzione Liberale» manifestava una volontà d’azione e d’impegno politico rinnovatore che spiega la vastità dei consensi. Gli aderenti aumentarono rapidamente e formarono importanti nuclei a Firenze (attorno a Rosselli), a Milano (attorno a Bauer), a Napoli (con Edoardo Persico) e a Palermo (con Sciorino). Con l’ascesa al potere del fascismo la rivista assunse un carattere più marcatamente battagliero e venne frequentemente sequestrata.

Arrestato il 6 febbraio 1923 sotto l’accusa di «complotto contro lo Stato», Gobetti fu rilasciato alcuni giorni dopo, ma venne poi nuovamente arrestato nel maggio e ancora rilasciato. Malgrado la persecuzione poliziesca, in aprile fondò una casa editrice che, nel volgere di alcuni anni, pubblicò opere di Enrico Pea, Papafava, Eugenio Montale, Adriano Tilgher, Curzio Malaparte.

Come scrive Paolo Spriano, alla vigilia della crisi Matteotti, Gobetti aveva raggiunto una profonda convinzione: che il movimento operaio con le sue forze politiche e le sue energie rivoluzionarie fosse l’unica base seria per una resistenza e una lotta antifascista. L’1 giugno 1924, in un telegramma spedito al prefetto di Torino, il capo del governo Benito Mussolini ordinava testualmente di «vigilare» per «rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore governo e fascismo».

Il 9 giugno l’abitazione di Gobetti venne perquisita, senza alcun mandato, dagli agenti di polizia che gli sequestrarono vari documenti, lettere di Francesco Saverio Nitti e di Giovanni Amendola, appunti dei viaggi compiuti a Parigi e in Sicilia, e gli ritirarono il passaporto. Il 18 giugno, una settimana dopo l’assassinio di Matteotti, Gobetti presentò e fece approvare all’unanimità dai partiti e da vari movimenti di opposizione torinesi appositamente riuniti, un ordine del giorno nel quale, constatando l’implicita e diretta responsabilità del governo fascista nel delitto, reclamava le dimissioni di Mussolini e invitava i «deputati della minoranza - i soli eletti legittimamente dalla volontà popolare - ad autoconvocarsi e provvedere all’ordine del paese e al nuovo governo». Tale presa di posizione sosteneva la secessione dell’Aventino, ma con un’accentuazione di sinistra rispetto ai socialisti massimalisti.

La contraddizione interna alla scelta antifascista di Gobetti stava nel fatto che, pur contando sulle energie rivoluzionarie della classe operaia, egli continuava a mantenere la propria fiducia in Giovanni Amendola, Francesco Saverio Nitti, Benedetto Croce, Luigi Sturzo e Carlo Sforza, uomini senza dubbio coraggiosi e moralmente intransigenti, ma prigionieri delle illusioni costituzionali. Egli non si avvide dell’incapacità delle classi medie e dei ceti intellettuali borghesi a guidare la classe operaia in un’opera di rinnovamento, e della paura che essi avevano delle masse. Alla base del suo errore di valutazione vi era d’altra parte un’interpretazione dell’evoluzione storica della società italiana per cui, non essendosi compiuta con il Risorgimento la fase della rivoluzione liberale borghese, questa stessa rivoluzione si sarebbe dovuta realizzare - a suo avviso - attraverso l’aiuto della classe operaia sotto la direzione «illuminata» della borghesia intellettuale.

Questa prospettiva non teneva conto dei profondi mutamenti storici che facevano ormai della borghesia una forza non più progressiva, ma frenante, e della classe operaia la vera protagonista e dirigente della lotta contro il fascismo.

Il 5 settembre 1925 Gobetti venne selvaggiamente aggredito davanti alla porta di casa, da una decina di squadristi (le conseguenze delle percosse lo avrebbero portato, circa un anno e mezzo dopo, alla morte).

Dopo la disfatta dell’Aventino, «Rivoluzione Liberale» venne quasi ogni settimana sequestrata e infine, l’11 novembre 1925, diffidata e soppressa.

In previsione di tale evento, fin dal 23 dicembre 1924 Gobetti aveva fondato un periodico letterario intitolato Il Baretti che, portando avanti meno scopertamente gli stessi orientamenti politici, poté sopravvivere per qualche anno.

Alla fine del 1925, perseguitato e impossibilitato a esplicare qualsiasi attività politico-letteraria, Gobetti decise di emigrare a Parigi, col proposito di fondarvi una casa editrice e «lavorare per un’opera di cultura e di rinnovamento politico, profonda, europea, moderna, rivolta soprattutto ai Giovani». Due giorni dopo l’arrivo nella capitale francese si ammalò di bronchite. Aggravatasi rapidamente la malattia per le cattive condizioni del cuore, Gobetti si spense alla mezzanotte del 15 febbraio.

II giudizio di Gramsci

«Piero Gobetti non era un comunista e probabilmente non lo sarebbe mai diventato, ma aveva capito la posizione sociale e storica del proletariato e non riusciva più a pensare astraendo da questo elemento. Gobetti, nel lavoro comune del giornale, era stato da noi posto a contatto con un mondo vivente che aveva prima conosciuto solo attraverso le formule dei libri. [...] Egli si rivelò un organizzatore della cultura di straordinario valore ed ebbe in questo ultimo periodo una funzione che non dev’essere né sottovalutata né trascurata dagli operai. Egli scavò una trincea oltre la quale non arretrarono quei gruppi di intellettuali più onesti e sinceri che nel 1919-20 sentirono che il proletariato come classe dirigente sarebbe stato superiore alla borghesia.

[...] Ci è stato qualche volta rimproverato da compagni di partito di non aver combattuto contro la corrente di idee di “Rivoluzione Liberale”: questa assenza di lotta anzi sembrò la prova del collegamento organico, di carattere machiavellico (come si suol dire), tra noi e il Gobetti. Non potevamo combattere contro Gobetti perché egli svolgeva e rappresentava un movimento che non dev’essere combattuto, almeno in linea di principio. Non comprendere ciò significa non comprendere la questione degli intellettuali e la funzione che essi svolgono nella lotta delle classi. […]. Il proletariato distruggerà il blocco agrario meridionale nella misura in cui riuscirà, attraverso il suo partito, a organizzare in formazioni autonome, indipendenti, sempre più notevoli masse di contadini poveri; ma riuscirà in misura più o meno larga in tale suo compito obbligatorio anche subordinatamente alla capacità di disgregare il blocco intellettuale che è l’armatura flessibile, ma resistentissima del blocco agrario. Per la soluzione di questo compito, il proletariato è stato aiutato da Piero Gobetti e noi pensiamo che gli amici del morto continueranno, anche senza la sua guida, l‘opera intrapresa che è gigantesca e difficile, ma perciò degna di tutti i sacrifici (anche della vita, com’è stato il caso di Gobetti) da parte di quegli intellettuali (e sono molti più di quanto si creda) settentrionali e meridionali che hanno compreso essere essenzialmente nazionali e portatrici dell’avvenire due sole forze sociali: il proletariato e i contadini» (Alcuni temi della questione meridionale, in «Stato Operaio», n. 1 del gennaio 1930).

Dagli scritti di Gobetti

«Il nuovo liberalismo dovrà coincidere in Italia con la rivoluzione operaia per offrire le prime garanzie e le prime forze di uno sviluppo autonomo delle iniziative« (Rivoluzione Liberale, a. II, n. 8, 3 aprile 1923).

«Gli scrittori del liberalismo, non hanno saputo fare i conti con il movimento operaio, che stava diventando l’erede naturale della funzione libertaria esercitata sin’ora dalla borghesia, e non hanno elaborato un concetto dei più interessanti fenomeni della vita politica: la lotta di classe e la formazione storica dei partiti [...]» (Rivoluzione Liberale, a. III, n. 20, 13 maggio 1924).

«Noi rifiutiamo di fare causa comune con tutti i nemici del regime, e non pensiamo di batterlo con le coalizioni e le crisi ministeriali, ma con la soppressione delle radici che lo hanno generate. Il fascismo è il legittimo erede della democrazia italiana eternamente ministeriale e conciliante, paurosa delle libere iniziative popolari oligarchica, parassitaria e paternalistica» (Rivoluzione Liberale, a. III, n. 17, 22 aprile 1924).

Opere principali di Piero Gobetti
:
La filosofia politica di Vittorio Alfieri, Torino, 1923; Dal bolscevismo al fascismo, Torino. 1923; La frusta teatrale, Milano. 1923; La rivoluzione liberale, Bologna, 1924; Matteotti, Torino, 1924; Risorgimento senza eroi, Torino. 1926.

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