lettera ai compagni – Mensile della FIAP – Gennaio 1996 – Anno XXVIII, N. 1 – pp. 11-12

Con la Volante Azzurra contro i nazifascisti
di FORTUNATO ZANÉ

Pubblichiamo una testimonianza di Fortunato Zané (nome di battaglia “Farfallino”) caposquadra della Volante Azzurra e poi comandante della Brigata Rosselli.

Era una domenica mattina d’estate, a Invorio, verso le 11 e mezzo. Scendevo cauto verso il paese in bicicletta. C’era  una caserma della “Folgore” alla periferia di Invorio. Mi ritrovai due ufficiali “neri” davanti, tirai fuori dai miei pantaloni corti una pistolina a cinque colpi e riuscii a fargli fare il mani in alto. Presi i mitra dei due sulle spalle e li convinsi a correre per i campi fino a Invorio Superiore, dove c’erano i miei compagni partigiani, che li fecero prigionieri. Ma la fierezza di quel primo colpo durò poco.
C’era con noi una ragazza del paese, che faceva la staffetta e mi aveva preceduto di una cinquantina di metri per segnalarmi eventuali altri fascisti. I “folgorini”, non so come, la videro e le si misero dietro. Lei perse la testa e invece di fuggire in compagna entrò in paese e andò dritta a casa. Poi riuscì in qualche modo a sparire, ma i “folgorini” non ci pensarono un secondo: andarono e le prelevarono il padre. Poi prelevarono anche la madre di un altro partigiano della nostra squadra. Noi stavamo in alto, tra gli alberi, col cuore in gola, finché verso le cinque di sera sentimmo le scariche del plotone di esecuzione. Capii bene in quel momento che stavo combattendo una guerra senza pietà. Di quelle scariche mi sono ricordato quando ho dovuto affrontare, armi in mano e faccia a faccia, fascisti e tedeschi.
lo sono cresciuto sul Lago Maggiore, ad Arona. In casa sentivo parlare male del fascismo. Mio padre aveva dovuto, come tanti, espatriare per ragioni politiche. Ma io, alla mia età, non avevo una grande consapevolezza politica. Alla chiamata alle armi, comunque, mi presentai in ritardo. Finii in carcere, rapato a zero.
L’8 settembre mi ritrovai, con molti ragazzi, sulle colline intorno a Arona. Vivevamo alla meno peggio, badavamo a non farci prendere dai repubblichini. L’unica “idea” certa era l’odio per i nazisti. Ricordavamo quella mattina quando avevamo visto alcuni pescatori tirare a riva le reti, pesanti dei cadaveri degli ebrei di Meina. Le SS li avevano uccisi e buttati nel lago. Con la primavera, ci accorgemmo che non avremmo più potuto sfuggire ai rastrellamenti. Qualcuno ci disse che in Valsesia operavano bande organizzate di partigiani. Decidemmo di andare a sentire. Fui mandato io. Ma l’incontro con Moscatelli non fu facile: venni accolto con diffidenza, e mi ci vollero ore per guadagnarmi la fiducia dei valsesiani. Tornai con le idee più chiare e una gran voglia di fare.
Le promesse di Moscatelli erano che avrebbe mandato uomini esperti a inquadrarci in una formazione partigiana d’assalto. Arrivarono, a metà luglio mi sembra, in tre: “Pat”, “Barba” e “Taras”. “Taras” era un guerrigliero esperto, si fece valere subito. Formammo tre squadre, comandate da “Pat”", “Barba” e me. Con me c’erano “Tito”, “Renato”, “Fulmine” e tanti altri. Conquistammo le prime armi, ci lanciammo nella pianura. Al rientro da un inutile tentativo di portare aiuto ai garibaldini dell’Ossola rioccupata dai nazifascisti, prendemmo l’assetto definitivo. Ci siamo chiamati “Volante Azzurra” per distinguerci da quella “rossa” che operava nella I Divisione “Garibaldi” in Valsesia. Ma le caratteristiche, i compiti erano gli stessi.
Dovevamo prima di tutto rifornire le squadre di montagna di viveri, vestiario e armi. Ci toccavano anche alcuni delicati compiti di polizia, come il prelevamento di prigionieri da scambiare col nemico, la neutralizzazione delle spie. Ma il senso vero della “Volante” era la guerriglia continua.
Dovevamo provocare il nemico, colpire i nazifascisti nelle loro basi, nel cuore della loro organizzazione logistica e militare. A differenza dei compagni che combattevano in montagna prima contro le terribili durezze del clima, della fame, delle marce e poi contro i rastrellamenti nemici, noi vivevamo in contatto fisico e quotidiano col nemico. Le nostre azioni si contano a centinaia.
C’era la necessità, che Moscatelli mi spiegò molto bene fin dal primo incontro, di controbattere la suggestione fascista sui giovani con operazioni dimostrative, che colpissero per l’audacia, per la giustezza delle motivazioni e facessero risaltare la crudeltà e la debolezza nemiche. Noi operavamo nel basso Mottarone, ma ci siamo spinti fino alla periferia di Novara e di Vercelli. Ci muovevamo proprio come “pesci nell’acqua”. Tutte le popolazioni del Cusio e del Verbano ci conoscevano e senza l’aiuto della gente non avremmo mai potuto restare nella zona tutti quei mesi.
Ogni giorno si rischiava la vita.
Abbiamo avuto decine di morti a Invorio, Montrigiasco, Castelletto Ticino: compagni fucilati, quasi sempre dopo sevizie o umiliazioni. Ricordo bene uno di questi, “Vigevano”, un militante comunista di quarant’anni che a noi pareva già anziano. Catturato con quattro ragazzi della “Volante” e portato in piazza a Castelletto Ticino affrontò la morte cantando per dar coraggio ai garibaldini più giovani.