Sintesi della relazione del professor Arturo Colombo al convegno "Resistenza, pluralismo, unità", 17 gennaio 2009, Tremezzo (Como)


TERESIO OLIVELLI IN TRE TEMPI

“Se vogliamo, anche in breve, ricordare chi sia stato davvero Teresio Olivelli, credo che dobbiamo avere ben chiaro che tre sono le fasi, distinte eppure strettamente complementari, che hanno accompagnato, e caratterizzato, la sua esistenza, breve, intensa e così tragicamente chiusa. Un’esistenza spezzata, sullo sfondo gelido di un Lager, quando Olivelli aveva da pochi giorni compiuto ventinove anni: dunque, ancora giovane, quasi all’inizio di un percorso umano, civile, politico, religioso, dove – se avesse potuto compierlo interamente – avrebbe saputo lasciare un’impronta maggiore della sua personalità, così robusta, decisa, incisiva, autorevole. 
Nato ai primi di gennaio del 1916, quando l’Italia da qualche mese era entrata in guerra, la prima fase – quella di solito più formativa –, Olivelli l’ha trascorsa nell’ambiente familiare. Un ambiente non facoltoso ma dignitoso, come ce n’erano parecchi nel primo ‘900; ma soprattutto un ambiente fortemente carico di principi e valori cristiani e cattolici, come allora erano spesso presenti, quasi incombenti, in molte famiglie, dove – proprio come era accaduto agli Olivelli – non mancava un parente sacerdote, uno “zio prete” per dirla con Luigi Santucci. Proprio com’era lo zio don Rocco Invernizzi, poi Arciprete di Tremezzo, destinato a influire, e non poco, negli indirizzi e nelle scelte del nipote Teresio.
Tant’è vero che quando la famiglia Olivelli lascia Bellagio e, dopo vari spostamenti, va a abitare a Mortara, dove Teresio frequenterà il ginnasio, quell’interesse, quel fervore, quella passione religiosa che lo accompagnerà per tutta la vita, porta Olivelli, poco più che ragazzo, a prestare la sua opera e il suo tempo, coordinando il doposcuola del Circolo Giovanile Cattolico, intitolato a San Lorenzo, dove si dedica specialmente nel fertile aiuto agli studenti più poveri, più bisognosi di attenzione. E già qui si avverte un primo segno importante di quel forte spirito di solidarietà umana, che per Teresio era sinonimo di carità cristiana, che mai più avrebbe abbandonato Olivelli, “schietto, limpido, chiassoso” come lo definirà con tre aggettivi molto appropriati don Silvio Molinari, allora assistente ecclesiastico in quel di Mortara. 
La seconda fase prende il via quando Teresio Olivelli, che si è sempre dimostrato un ottimo allievo, decide di andare a studiare all’Università di Pavia, e – anche attraverso il rettore Piero Ciapessoni – affronta le prove del concorso per ottenere un posto al famoso Collegio Ghislieri, e risulta fra i vincitori (dove, addirittura ai primi del ‘700 aveva vinto il grande commediografo Carlo Goldoni, e fra ‘8oo e ‘900 ci saranno tanti altri dopo di lui, destinati a diventare famosi, dal bresciano Giuseppe Zanardelli al valtellinese Luigi Credaro, da Ezio Vanoni fino al nostro Virginio Rognoni). Dunque, Olivelli vince un posto al Ghislieri (di cui, più tardi, diventerà Rettore, seppure per il brevissimo tempo che gli rimarrà da vivere), si iscrive alla facoltà di giurisprudenza – a ulteriore conferma del suo costante interesse per i temi del diritto e della giustizia –, si laurea brillantemente, e tenta quella che avrebbe potuto diventare una brillante carriera accademica.
Attenzione: si continua a ripetere che, durante quegli anni universitari, Olivelli non esita a frequentare gruppi e ambienti giovanili fascisti. E’ verissimo: ma sarebbe ingiusto, e soprattutto è profondamente errato in sede di ricostruzione storica, non capire – o peggio, fingere di non comprendere – che durante gli anni ’30 quello era il clima, quella la situazione, quella la condizione in cui erano costretti, volenti o no, a vivere e a operare tutti quelli, specie se giovani, che non avevano alle spalle (come Teresio Olivelli non ha avuto, insieme a milioni di altri giovani come lui) una famiglia dove ci fossero veri, robusti, intrepidi oppositori del regime di allora, durante quelli che lo storico Renzo De Felice ha chiamato “gli anni del consenso”.
Ecco perché rimango convinto che sia nostro dovere sforzarci di 
capire come mai e perché, fra gli ultimi anni ’30 e i primissimi anni ’40, il nostro Olivelli è presente e opera attivamente nelle organizzazioni giovanili fasciste, ma lo fa sempre come cattolico convinto, deciso a portare anche lì, negli ambienti ufficialmente fascisti, la pienezza della sua fede religiosa, il costante ancoraggio al Vangelo. C’è – tra i tanti esempi che potremmo fare – questa breve affermazione, affidata da Olivelli a una pagina scritta, che merita di essere letta come fosse un suo vibrante imperativo, da rivolgere a tutti: “Esercitate una critica incessante sulle realizzazioni degli uomini, in ansia di migliorarle”.

E’ altrettanto vero che nel 1939, neolaureato, Olivelli decide di andare a Trieste, per prendere parte ai littoriali della cultura, come del resto facevano i più bravi, o più ambiziosi fra i suoi molti coetanei (magari destinati a diventare futuri esponenti del PCI...). E se vince – come ha vinto – i littoriali, precisamente nel settore della razza, non è vero, anzi è falso far credere che Teresio Olivelli abbia svolto un tema ignobilmente razzista: all’opposto, era stato capace di sostenere, da cattolico coerente e convinto, che se esistono delle razze, nessuno può avere il diritto, la pretesa, l’arroganza di credere e di far credere che ci siano delle razze biologicamente superiori, o domini addirittura una razza eletta, come pretendeva la pseudo-dottrina del nazismo, allora imperante in terra germanica...
Eccoci così giunti alla terza, e ultima tappa, quella definitiva, che avrebbe portato – esattamente come oggi, il 17 gennaio del 1945 – 
Teresio Olivelli al martirio. E’ la tappa estrema, quella che serve a spiegare il coraggio di una scelta decisiva, tale da assicurare a Teresio Olivelli un posto di spicco, tanto in campo etico-politico – è medaglia d’oro alla memoria –, quanto in campo religioso – è già “Servo di Dio”. Ecco perché, in segno di ammirazione e di gratitudine, noi oggi siamo venuti sulle rive del Lago di Como, a Tremezzo e a Bellagio, dove lui ha passato parte della sua giovane vita, per ricordare e onorare la figura, l’opera, l’esempio, l’eredità ideale, che ci lascia Teresio Olivelli.
Infatti, una volta scoppiata la guerra, quel terribile secondo conflitto mondiale, Olivelli – come già altre volte gli è toccato – non rimane indeciso, non perde tempo, non aspetta che altri lo spingano a scegliere. Al contrario, non esita a mettersi in prima fila, e già nel febbraio del ’41, decide di partire volontario. Dapprima viene arruolato nel 13° Reggimento dell’artiglieria alpina, Divisione Julia, poi è assegnato al Gruppo Bergamo, 31° Batteria della Divisione Alpina Tridentina. Lo mandano al fronte, a combattere in Unione Sovietica, dove fa presto a conoscere e a prendere atto della nostra vergognosa impreparazione militare. E’ costretto a quella lunga, interminabile ritirata fra il gelo e la fame; poi gli tocca anche di essere fatto prigioniero, ma non si perde d’animo; anzi, tenta di fuggire una, due volte, al terzo tentativo ci riesce.
E’ durante questi terribili mesi che riflette su quanto vede di disastroso che va accadendo intorno a lui, e matura quella decisione, ferma e coraggiosa, verso una scelta di campo, che lo porterà a entrare nelle file della Resistenza, con tutti i rischi e i pericoli che comportava una simile attività, da svolgere in piena clandestinità, spesso sotto falsi nomi – come quelli di Claudio Sartori o di Agostino Gracchi – proprio mentre il fascismo, col volto reso ancora più cupo e crudele dopo l’8 settembre, l’avvento della Repubblica di Salò, e la connivenza coi nazisti che occupavano il Nord Italia, andava sempre più cercando di rendere impossibile ogni opposizione. Brescia diventa così il punto di riferimento della sua nuova attività di combattente; e a Brescia si fa animatore di quel giornale clandestino dal nome subito programmatico: “il ribelle” (senza maiuscole, come invece si insiste a riportare !).
Ma sappiamo che la situazione precipita. Tant’è vero che nell’aprile del ’44 Olivelli viene arrestato a Milano, in piazza San Babila. Inizia così quel tormentato, drammatico periodo in cui passerà da un campo di concentramento a un altro, fino a quel 17 gennaio del ‘45, quando trova la morte nel gelo del Lager di Hersbruk, sempre pronto a prestare aiuto, a sostenere, a sorreggere con grande, generoso, inesausto spirito di abnegazione e sacrificio i compagni di prigionia, che disperati si aggrappavano a lui, implorando un aiuto, un’impossibile salvezza...Da quando viene arrestato, scorrono otto mesi durissimi, durante i quali Teresio Olivelli si prodiga fino allo spasimo, fino al sacrificio supremo. Muore, infatti, dopo un calcio brutale allo stomaco e dopo venticinque feroci “gommate”, conquistandosi così un posto imperituro fra quanti hanno voluto e saputo segnare con il proprio martirio la difficile via del riscatto del nostro Paese, dopo un ventennio di errori e di orrori.
Prima dell’arresto, aveva scritto la “Preghiera del Ribelle”, un documento di altissimo valore, non solo dal punto di vista religioso. Un documento che non voleva fomentare odi né vendette, ma che contiene quelle parole indomite, capaci ancora oggi di scuotere e di commuovere chiunque sappia leggerle. Qualcuno le ricorda ancora, pur dopo tanti anni, cariche di quella vigorosa invocazione: “Sui monti ventosi e nelle catacombe delle città, dal fondo delle Prigioni […], ascolta la preghiera del ribelle per amore”. Ribelli per amore significa per amore del prossimo, per amore della libertà, per amore del riscatto; dunque, mai ribelli per odio, né per volontà di sopraffazione, né per spirito di morte... 
Ecco perché oggi, a distanza di sessantaquattro anni dal suo sacrificio, ma anche domani e più lontano ancora, in futuro, sono convinto che non possiamo non ricordare con commozione l’esempio di Teresio Olivelli, pur consapevoli che lui non è il solo, fra i giovani che hanno saputo pagare con la vita il coraggio di lottare per un futuro finalmente libero, solidale e pacifico. Basta pensare a Mariolino Greppi – il figlio di Antonio Greppi, sindaco della Liberazione – ucciso a Milano a 24 anni; a Eugenio Curiel, il capo dei giovani comunisti, ammazzato a 33 anni, lui che era amico di un altro grande, come Padre David Maria Turoldo; a Bruno e Fofi Vigorelli, entrambi caduti in Val d’Ossola, figli di Ezio Vigorelli, il leader socialdemocratico promotore di una famosa inchiesta sulla disoccupazione e la miseria. E ancora, pensiamo a un altro giovane cattolico come Giancarlo Puecher, suo compagno di ideali, ucciso a Erba nel dicembre del ’43.
E’ anche per tener fede a Teresio Olivelli e ai tanti come lui, che dobbiamo rinnovare l’impegno di stare uniti e sentire il dovere di non mollare, sempre tenaci nella comune ricerca di costruire insieme un futuro meno angusto e meno ingiusto”.
La protesta
Al termine dei lavori, su proposta delle Associazioni partigiane, il direttore di “Lettera ai Compagni” Gino Morrone ha dato lettura di un documento di protesta contro l’iniziativa di un gruppo di deputati del centrodestra che vuole varare una legge che mette sullo stesso piano i combattenti della Repubblica di Salò e i partigiani che si batterono e morirono per opporsi al criminale invasore nazista e ai suoi complici fascisti. Il testo è stato approvato all’unanimità dall’assemblea. Eccolo:

“Ancora una volta provano a sovvertire la storia.
L’idea di un gruppo di deputati del centro destra di istituire l’Ordine del Tricolore allo scopo di livellare in modo inconsulto coloro che scelsero la via delle montagne per combattere il mostro nazifascista e coloro che invece si schierarono, divenendone succubi, a fianco del tedesco invasore è una proposta che fa rabbrividire.
I morti non sono uguali. Uguali sono i cadaveri nei confronti dei quali bisogna avere la pietà che spetta anche al nemico sconfitto.
La proposta di legge dei deputati della C.d.l. definisce questa iniziativa “un atto dovuto da parte del nostro Paese, verso tutti coloro che, oltre 60 anni fa, impugnarono le armi e operarono una scelta di schieramento convinti della bontà della loro lotta per la rinascita della Patria”.
Peccato che ci si dimentica che quello schieramento era proprio contro la nostra Patria, invasa dai nazisti che trascinarono nei campi di sterminio migliaia e migliaia di italiani colpevoli soltanto di essersi dimostrati stanchi di un regime mostruoso, liberticida, sanguinario.
Questa proposta è dunque un tentativo di tradimento dei principi, dei valori e dei doveri che animano la nostra Costituzione fondata sulla democrazia e la libertà.
Contrasteremo con ogni forza questo tradimento rifiutando medaglie, diplomi o riconoscimenti istituiti per i veterani della guerra di liberazione, perché non si possono confondere i combattenti, partigiani e militari leali, con coloro che fecero parte delle forze armate della RSI, persino in reparti di SS italiane.
Non si capisce, infine, perché ci si accanisce per questa parificazione storicamente impossibile proprio quando il presidente della Camera Gianfranco Fini ha più volte giudicato il fascismo “un male assoluto” e quella di Salò una scelta profondamente sbagliata”
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