Prolusione di Giuliano Vassalli 

al Convegno "Piero Calamandrei e la Costituzione", svoltosi a Salice Terme il 13 aprile 1997 su iniziativa della FIAP in occasione del cinquantesimo della Liberazione.

Saluto anzitutto Aldo Aniasi, presidente della FIAP, Paolo Vittorelli, che presiede l’odierno convegno, il Sindaco di Salice Terme e le altre autorità presenti, i compagni della FIAP e tutti gli amici qui convenuti. E premetto di ben comprendere come il Consiglio Federale della FIAP abbia voluto scegliere, a conclusione del proprio Congresso e nel quadro delle cerimonie celebrative del cinquantennale della Costituzione il tema a cui questo convegno è dedicato. Ed infatti Piero Calamandrei, già aderente all’Unione Nazionale di Giovanni Amendola e firmatario come giovane professore (era nato nel 1889) del “Manifesto degli intellettuali” redatto da Benedetto Croce, partecipe delle proteste formulate contro il fascismo già al potere dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Firenze, da “Italia libera” e dal Circolo fiorentino di cultura, fatto oggetto di minacce squadristiche contro le quali aveva tenuto un contegno dignitosissimo, collaboratore del foglio “Non mollare” e chiusosi poi durante il ventennio nei suoi studi severi di diritto processuale civile e nella libera professione forense, era approdato  nel 1941 in “Giustizia e libertà” e nell’anno successivo nel Partito d’azione, costituitosi in Italia nella clandestinità. Ed a questa grande forza della Resistenza fu sempre vicino, rappresentandola nel 1945-46 alla Consulta nazionale e nel 1946-48 all’Assemblea Costituente.
Piero Calamandrei della Resistenza fu inoltre tra i massimi interpreti e suo cantore.
Come scrisse Ferruccio Parri, nome caro a questa Federazione e soggetto di un bellissimo libro di Aldo Aniasi, “nella biografia di Calamandrei il momento della Resistenza è decisivo”. Egli la visse - prosegue Parri in un discorso tenuto all’indomani della morte di Calamandrei - e la sentì con una passione più forte, più ansiosa che se avesse potuto parteciparvi. La intese e ne dette l’interpretazione storica con più acutezza e prima di qualsiasi altro”.
Tra gli altri molti amici ed estimatori di Calamandrei, che pur dovrebbero esser qui menzionati per i forti contributi in vario tempo forniti alla ricostruzione della sua figura, vorrei menzionare anche Alessandro Galante Garrone, che in uno scritto veramente poderoso, intitolato “Calamandrei e 1a Resistenza” e pubblicato in un numero straordinario de “Il ponte” del 1958, volle cogliere questa interpretazione della Resistenza data appunto da Calamandrei: “La guerra di liberazione fu, da parte del nostro popolo, la riscoperta della dignità dell’uomo. Il detto di Beccaria, secondo cui non vi è libertà ogni qualvolta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi d’esser persona e diventi cosa, questa rivendicazione della dignità dell’uomo fu come l’epigrammatica definizione di ciò che nel suo momento più alto gli era apparsa la resistenza: rivendicazione della libertà dell’uomo, persona e non cosa”.
Essa fu infatti la rivolta morale contro le torture inflitte dal nazismo e dai suoi satelliti all’Europa e nel mondo. La rivolta contro quel mare di sterminio che sembrò ad un certo momento dover sommergere tanta parte dell’umanità.
Con questo richiamo a Beccaria e alla sua umanità confluirono in Calamandrei, nel tentativo di rendere 1’idea profonda della Resistenza, quello che altri (come Cotta) chiamerà i1 suo “tessuto etico”, il riferimento alla “religione della libertà” di Benedetto Croce e alla moralità di Giuseppe Mazzini.
Non si può dimenticare che il padre di Calamandrei, Rodolfo, era stato deputato repubblicano (ad esso il figlio dedicò lo straordinario ricordo “Niente di mio”), che Calamandrei stesso era stato volontario nella prima guerra mondiale ed aveva avuto la ventura d’essere con i1 suo 218° reggimento di fanteria il primo ufficiale italiano a penetrare in Trento liberata e che insomma tutta la sua gioventù era impregnata di ideali insieme patriottici e libertari. Tutti questi filoni ideali gli sembrarono come convogliarsi nella lotta di liberazione, in una aspirazione di riscatto, che per tanti e tanti si tradusse in un terribile e tuttavia consapevole sacrificio.
Ma Calamandrei fu anche - come ha scritto Aldo Garosci - l’autentico “cantore della Resistenza”. In gioventù Calamandrei era effettivamente stato poeta: così come continua ad essere pittore e autore letterario per tutta la vita. E poeta si era sempre mantenuto nell’animo, pur coltivando i suoi studi giuridici con il rigore dell’autentico scienziato. Il suo libro “Uomini e città della Resistenza”, nel quale egli rievoca cento figure eroiche e ripercorre cento luoghi di combattimento e di sacrificio, anche se scritti in prosa, sono un autentico poema. La famosa lapide dettata per l’immaginario monumento a Kesselring (”Lo avrai – camerata Kesselring - il monumento che pretendi da noi italiani, ma con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi ...”) é poesia altissima, come quando rievoca le torture e 1o strazio degli uccisi, quello dei borghi italiani incendiati:

“non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti vide fuggire
ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato tra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo …

La lapide del cosiddetto monumento, con l’epigrafe dettata da Calamandrei, fu inaugurata a Cuneo i1 21 dicembre 1952 dallo stesso Calamandrei, nel Palazzo comunale, in memoria del ricordo delle stragi naziste in quella provincia, dall’eccidio di Boves in poi. Il discorso tenuto da Calamandrei in quella circostanza che ricorda gli orrori della guerra ma esprime fede in una Europa federata e nella solidarietà internazionale, è pubblicato nel volume “Uomini e città della Resistenza” pocanzi menzionato.
Infine Calamandrei cercò di trasferire nella Costituzione - ed in parte vi riuscì - alcuni dei principi ispiratori del movimento di “Giustizia e libertà”, come stanno a dimostrare - e certamente se ne parlerà in questo Convegno - i suoi contributi ai lavori dell’Assemblea costituente sulla introduzione nella Carta, e sulla stessa formulazione, di fondamentali diritti di libertà e dei diritti sociali: anche se di quest’ultimo tema, come anch’io avrò occasione di rilevare, egli ebbe, nella sua autonomia di pensiero, una visione estremamente realistica.
Non mi sarà facile, cari presidenti e cari amici, introdurre il dibattito su questi ed altri contributi di Piero Calamandrei alla Costituzione, dato anche che su questo tema - essendo stato Calamandrei tutt’altro che dimenticato nei quaranta anni che ci separano dalla sua morte - esistono numerosi scritti molto importanti, ai quali con maggior tempo di quello che ha potuto essermi concesso - ci si sarebbe potuti rifare.
Cercherò tuttavia per somme linee alcune ricostruzioni.
Nei rapporti tra Piero Calamandrei e 1a Costituzione non è difficile distinguere quattro fasi:
- quella del preannuncio della Costituzione democratica e dell’Assemblea Costituente e dell’affermazione della loro necessità (1945 - 1946);
- quella del contributo dato alla scrittura della stessa Costituzione svolto con assiduità di deputato del Partito d’azione all’Assemblea Costituente (1946-1947 ed anche primi mesi del 1948) e accompagnato da intensità di scritti e di discorsi, pronunciati fuori dall’aula di Montecitorio;
- quella, che occupa circa sette anni dell’intensa sua vita, compreso il quinquennio di ulteriore attività parlamentare (1948-1955). Calamandrei fu infatti eletto i1 18 aprile 1948 nella lista nazionale di “Unità socialista” (dove occupava il quarto posto dopo Ivan Matteo Lombardo, Tremelloni e Simonini: Saragat non aveva voluto esservi collocato preferendo essere capolista in tre collegi, in ognuno dei quali venne eletto al primo posto). Un anno di quei cinque (il 1950) Calamandrei lo trascorse come deputato del Partito socialista unitario, un partito vissuto poco più di un anno, ma il cui gruppo alla Camera aveva ben 14 deputati; mentre i tre anni residui li trascorse in gran parte come membro del Partito socialista democratico, ma in dissidenza rispetto alla maggioranza: basterebbe ricordare la dissidenza sua e d’altri deputati famosi come Ugo Guido Mondolfo (e con loro Belliardi, Bonfantini, Cavinato, Giavi, Lopardi e Zanfagnini) all’epoca della “legge maggioritaria” del marzo 1953. Nelle ultime settimane di quella prima legislatura era già esponente del movimento di “Unità popolare”, nato appunto in opposizione all’approvazione di quella legge e per farla fallire nei risultati, come fallì. Cessata la prima legislatura restò in “"Unità popolare” e continuò ad operare fuori dal Parlamento come indipendente. Ebbene questa fase, che mi sembra possa considerarsi come conclusa nel 1955, i1 rapporto tra Calamandrei e la Costituzione è quello di un uomo fortemente deluso ma estremamente combattivo. Deluso, in parte, per gli stessi contenuti e per alcune formulazioni della Carta costituzionale; ma soprattutto deluso per la mancata attuazione della stessa, da lui continuamente denunciata in scritti giuridici e politici (tutto “I1 Ponte”, la rivista da lui fondata e diretta di quegli anni è pieno di suoi saggi critici in argomento), anche se la sua posizione non é del tutto priva di speranza;
- ed infine la quarta fase, quella dell’ultimo anno di sua vita, in cui le speranze si riaccendono per 1’avvenuta entrata in funzione della Corte costituzionale, da lui tanto fortemente auspicata negli anni precedenti e per la estensione della cui competenza Calamandrei condusse una grande battaglia. Uno dei suoi ultimi articoli su “La Stampa” (6 giugno 1956), intitolato “La Costituzione si è mossa” e l’ultimo suo contributo alla “Rivista di diritto processuale” sono appunto dedicati a questo tema.