VENTICINQUE ANNI DI EMANCIPAZIONISMO FEMMINILE IN ITALIA
Gualberta Alaide Beccari e la rivista "La donna" (1868-1890)


 

QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.42

di Beatrice Pisa

Venticinque anni di emancipazionismo femminile in Italia.
Gualberta Alaide Beccari e la rivista "La donna" (1868-1890)


Presentazione di Francesco Malgeri

Nota di Enzo Enriques Agnoletti



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Quaderni della FIAP, n.42

 
Venticinque anni di emancipazionismo femminile in Italia.
Gualberta Alaide Beccari e la rivista "La donna" (1868-1890)



di Beatrice Pisa

Quaderno n.42



[La versione integrale del testo è disponibile nel formato pdf]


Presentazione di Francesco Malgeri

Il tema che Beatrice Pisa affronta in questo saggio non è stato certamente oggetto di particolare attenzione, non solo nell’ampio panorama degli studi storici sull’Italia post-unitaria ma anche nell’ambito degli studi e delle ricerche sul movimento femminile, che hanno privilegiato soprattutto gli aspetti legati alle lotte delle organizzazioni, al ruolo delle donne operaie e contadine, al loro antifascismo militante, alla partecipazione alla Resistenza ecc. Il merito di questo saggio va rintracciato, soprattutto, nel tentativo dell’Autrice di cogliere una realtà finora in gran parte nascosta e sommersa, che a fatica ha cercato di uscire dalle pagine della storia della società italiana del secondo Ottocento; c’è insomma lo sforzo di individuare i caratteri e i contorni di una battaglia per l’emancipazione femminile, sia pure individuata in un particolare contesto e in un ambito limitato, ma che acquista peso e significato alla luce di un impegno vivace, che si intreccia con i grandi temi culturali e politici, con i problemi della società e del costume, con il più ampio quadro della vita italiana del post-Risorgimento.

L’analisi che Beatrice Pisa ha compiuto, attraverso una attenta lettura della rivista «La Donna», ha infatti il merito non trascurabile di offrire, accanto ad un ritratto vivo e penetrante di Gualberta Alaide Beccari, fondatrice e animatrice della rivista, anche l’immagine di un movimento non organizzato ma ricco di idee, spunti, annotazioni, aperto ai contributi, alle indicazioni e alle sollecitazioni di una realtà femminile sofferta, non malata di protagonismo ma estremamente riflessiva, spesso acuta e moderna nei suoi giudizi e nelle sue analisi sulla condizione della donna nella società italiana di quegli anni, durante i quali si compie il trapasso da una società rurale tradizionale e chiusa verso un processo di espansione industriale che non riusciva, però, a rompere gli antichi schemi mentali sulle gerarchie e i ruoli della società.

Le lettrici, le collaboratrici, le animatrici della rivista della Beccari appartennero, nella grande maggioranza, alla piccola e media borghesia italiana; sono donne che hanno alle spalle studi e letture, che colgono i limiti del loro ambiente sociale, all’interno del quale la condizione della donna appare per molti versi più soffocante che non negli ambienti del nascente proletariato industriale, pur non sottovalutando le condizioni di umiliante sfruttamento che conobbero le donne operaie nel clima del nascente industrialismo italiano. Troviamo, insomma, nel pur limitato e per molti aspetti elitario gruppo di donne che si raccolse attorno alla rivista della Beccari, l’acquisita consapevolezza della propria condizione, assieme alla grande volontà di rompere i lacci di una antica e soffocante tradizione di emarginazione civile e politica, oltre che di sudditanza domestica.

Questo gruppo di donne, con in testa personalità di grande fascino, quali la Mozzoni e la Beccari, trovò alimento culturale e base ideologica per la propria battaglia nel pensiero mazziniano, trovò punti di riferimento nella battaglia politica e parlamentare di Salvatore Morelli, singolare figura, per molti aspetti anticipatore incompreso di problemi sociali e civili, personaggio che - come ricorda Beatrice Pisa - fu solitario e incompreso non solo dai suoi contemporanei ma anche dalla successiva storiografia, che ne colse più gli aspetti coloriti e gli atteggiamenti «provocatori» che non il segno anticipatore delle sue proposte, che indubbiamente avevano scarse possibilità di penetrazione nelle conformistica realtà politica e sociale del secondo Ottocento.

Insomma, collegandosi alle grandi idee che avevano alimentato le passioni e le lotte delle istanze risorgimentali, il gruppo della Beccari intendeva dare alle donne il ruolo di protagoniste nella costruzione nazionale, ma c’è da chiedersi se bastavano le indicazioni della predicazione mazziniana per una reale emancipazione femminile. Beatrice Pisa non manca di cogliere questo limite della Beccari e la sua incapacità di individuare il ruolo per molti versi «rivoluzionario» della battaglia per un nuovo e diverso ruolo della condizione della donna all’interno della società e della famiglia, un ruolo che per affermarsi non poteva più soggiacere e cullarsi nell’immagine della donna «carezza della vita» cara al Mazzini. Se un merito ebbe l’influenza mazziniana sul gruppo de «La Donna», esso va individuato nel quadro della assoluta rigidità e severità sul piano morale e del costume che lo caratterizzò e lo distinse.

Beatrice Pisa ha, infine, il merito di aver condotto questo studio non solo con una intensa partecipazione, che offre a queste pagine una carica viva e convinta, ma anche con metodo, con una attenzione non trascurabile allo sfondo storico, ai riferimenti culturali, al quadro sociale, che ci consente di cogliere un vivace ritratto d’ambiente e di costume della società borghese italiana del secondo Ottocento.

Francesco Malgeri

PREMESSA

Nel 1868, quando apparve la rivista «La Donna» ponendosi subito come rivista teorica dell’emancipazione femminile, la situazione delle donne nel nostro paese era ancora parecchio arretrata, sia da un punto di vista giuridico, che sociale e economico.

Se gli anni della rivoluzione nazionale avevano, in qualche modo, promosso una diversa coscienza sul problema femminile producendo nuove idee che penetravano nelle famiglie svegliando interessi ed energie sopite[1] d’altra parte, la tradizionale mancanza di strutture democratiche nella penisola, la secolare influenza cattolica, lo stato di generale arretratezza economica e sociale della popolazione tutta e delle donne in particolare, aveva impedito la formazione di un vasto movimento di opinione e la presa di coscienza delle donne stesse.

L’associazionismo femminile era infatti in quegli anni ancora agli albori. Se si eccettuano le società di mutuo soccorso nate alla metà del secolo, alcune delle quali solo femminili, ma sempre con scopo di pura assistenza, se si considera puramente formale l’esistenza di una «Società italiana per l’emancipazione della donna», fondata peraltro da un uomo[2], è solo nel 1881, con la «Lega promotrice degli interessi femminili» della Mozzoni che si comincia ad assistere ad un reale sforzo organizzativo di donne fra le donne, che avrà una espressione ben più estesa negli anni ’90, quando cominceranno a costituirsi quelle leghe di tutela femminili che presto saranno molto più diffuse sul territorio nazionale.

Fino ad allora, in mancanza di una precisa struttura organizzativa fatta tangibilmente di punti dove riunirsi, di periodici momenti di incontro e elaborazione, una rivista come «La Donna» aveva la funzione di raccogliere ogni dispersa espressione dell’attività femminile, ponendosi come punto di riferimento e veicolo di diffusione di ogni iniziativa concreta e di ogni riflessione personale.

La rivista finì infatti per costituire momento di riconoscimento ben specifico per tutte quelle donne che pensavano ad una nuova condizione femminile che partisse da una spinta rivendicazionista per sostanziarsi nella definizione di un modello di donna italiana impegnata e cosciente[3].

Si vennero così ad elaborare tutta una serie di parole d’ordine in grado di definire il gruppo e cementarne la coesione interna, permettendo l’abbozzo di quello che certo non fu un movimento nel senso odierno del termine, ma fu comunque la costituzione di un’area di sensibilizzazione che, pur scontando la secolare divisione e la mancanza di mezzi economici delle donne, trovò nello strumento rivista un modo tutto peculiare di affermazione.

Questo progetto, che si può definire, ancora tutto «interno», e che era favorito da alcune caratteristiche della rivista, quali la distribuzione per abbonamenti, l’impegno tutt’altro che professionale della sua direttrice, il crearsi di uno scambio epistolare continuo fra questa e le lettrici, il porsi della rivista come unico foglio del genere, poggiava su alcuni motivi di fondo propri all’area democratica repubblicana e radicale, quali la fiducia nell’intelletto umano, lo spirito egualitario, la generale richiesta di educazione.

Infatti, certi stimoli, quali il razionalismo francese, il socialismo utopistico di Fourier e Saint Simon, l’egualitarismo illuminato dello Stuart Mill, avevano contribuito non poco ad avviare la riflessione sulla condizione femminile nel nostro paese.

È del 1861 la prima edizione del libro del Morelli «La donna e la scienza», che segnò l'inizio di una sfortunata quanto coraggiosa campagna in favore della posizione giuridica e sociale della donna. Tre anni più tardi uscirà «La Donna e i suoi rapporti sociali», prima opera di Anna Maria Mozzoni, figura straordinaria di saggista, oratrice, politica, le cui opere posero le basi del movimento emancipazionista italiano.

L’accurata opera di ricostruzione storica della sua figura e della sua opera ha posto in luce l’originalità e la profondità delle sue elaborazioni, l’efficacia della sua più che trentennale azione[4]. Più sfortunata invece la sorte storiografica di quella figura di politico intuitivo, ingenuo e generoso che fu Salvatore Morelli.

Dopo la definizione della sua opera che dette una ventina d’anni fa il Garin, come «ricca soprattutto di anticlericalismo e di buone intenzioni»[5]. pare sia diventato impossibile citare il nome di Morelli senza fare riferimento a questo poco lusinghiero e direi poco approfondito giudizio.

È come se cento anni di storia non lo avessero ancora assolto da quella scomunica a vita che gli decretarono i suoi contemporanei per aver scelto di incentrare le sue battaglie politiche su di un argomento così poco «politico», come quello della questione femminile. Infatti, né il suo passato patriottico, né gli otto anni passati nelle prigioni borboniche (in seguito ai moti pugliesi del 1848) né la coerenza di una condotta che lo portò a vivere e morire in uno stato di totale povertà, furono sufficienti a guadagnargli un minimo di considerazione da parte dei suoi colleghi.

All’indomani dell’unità, Morelli era stato due volte consigliere a Napoli e poi era stato più volte eletto deputato per il collegio di Sessa Aurunca, ma aveva svolto anche una interessante attività al di fuori delle istituzioni: nel 1867 troviamo infatti il suo nome fra quelli che costituirono il nucleo originario del napoletano gruppo «Giustizia e Libertà», ispirato, com’è noto, anzi modellato sui molti principi socialisti del Pisacane.

Non sappiamo se i due si conobbero direttamente (l’esilio dell’uno e la detenzione dell’altro lo resero probabilmente difficile) ma certo non meraviglia che il Morelli facesse riferimento alle idee del personaggio del nostro Risorgimento che così acutamente scrisse in favore dell’emancipazione femminile.

Del resto le elaborazioni sociali del parlamentare napoletano erano così personali e originali da non trovare totale riscontro in alcun gruppo specifico.

Egli non solo chiedeva una scuola totalmente laica, decentrata e svincolata da legami burocratici, non solo domandava il generale, concordato, disarmo di tutti i paesi europei garantito da un organismo sovranazionale, l’abolizione del celibato per i preti, delle processioni e funerali sulle pubbliche strade, del latino e del greco nelle scuole, delle tasse all’università, delle punizioni corporali nelle carceri, del duello; ma fu anche il primo parlamentare italiano a parlare contro la prostituzione legalizzata (in anticipo di molti anni sulla campagna emancipazionista del ’74) e a chiedere il divorzio, la parità di diritti e doveri fra i due coniugi, l’abolizione della patria potestà, le indagini per scoprire la paternità, l’abolizione di ogni limitazione all’accesso alle libere professioni, il voto amministrativo e politico per le donne.

Una serie di posizioni che lasciò i suoi contemporanei sbigottiti, incapaci di comprendere, pronti solo ad una ottusa quanto infantile reazione ironica.

È vero che nella sua illuminata follia, Morelli si alzava in Parlamento per disquisire su di un argomento come la navigazione aerea, considerato allora degno solo del salotto più frivolo, è vero che egli riusciva disinvoltamente a mettere insieme Chiesa, postribolo, caserma e carcere per chiederne l’immediata, indiscriminata abolizione, in nome della prosperità e dell’onore della patria, ma è anche vero che la costante, ottusa ilarità che accompagnò e spesso precedette i suoi discorsi, per il modo e per le argomentazioni cui si riferiva (bastava pronunciare la parola «donna» per provocare una inaudita serie di motti di spirito) desta molti interrogativi sul livello di maturità di quella che avrebbe dovuto essere la parte più preparata e avvertita del giovane regno.

Mi pare calzante il giudizio che dà il Garin, quando parla di questione femminile come di un argomento trattato «anche da uomini egregi con atteggiamenti spiegabili solo attraverso analisi freudiane»[6]. Del resto la validità di certe prese di posizione del Morelli è acquisizione recentissima, a volte non ancora del tutto compiuta, come dimostra il tentativo da parte di Pier Carlo Masini di giustificare la nomea che il parlamentare si era fatto di «sciocco e gaffeur», ricorrendo ad una sua proposta di tipo ecologico: la battaglia a favore della coltivazione intensiva dell’eucaliptus in certe zone malariche a causa delle sue proprietà depurative degli ambienti. Anche il suo modo di affrontare la questione femminile era romanticamente utopistico, ma tutt’altro che inconcludente.

Egli aveva infatti posto la donna e la scienza come cardini dello sviluppo umano, con una prospettiva che poteva sembrare bizzarra in un momento in cui la massa femminile costituiva potente massa di manovra per le forze più oscurantiste e reazionarie, ma che era ricca di prospettive. L’idea di fondo era quella di una donna potenzialmente e naturalmente progressista, principio che andava anche più in là delle elaborazioni dello Stuart Mill, ponendosi in perfetta opposizione al vastissimo fronte cattolico e conservatore, che in maniera compatta faceva riferimento ad una naturale inclinazione della donna alla passività, al sentimentalismo, all’umiltà, alla deresponsabilizzazione, in una parola alla sottomissione all’uomo.

Il Morelli fu, dunque, un personaggio molto importante per l’emancipazionismo femminile; con molte donne che si interessavano alla questione egli aveva sempre mantenuto stretti contatti; purtroppo il suo essere sempre in anticipo sui tempi e in questo caso sulle possibilità di aggregazione delle donne, lo aveva condotto ad agire in un momento in cui non poteva contare sull’appoggio continuo e efficace di un forte movimento. Anche per questa ragione le sue coraggiose battaglie parlamentari furono condannate a fallire.

L’unico giornale che ne seguì attentamente le vicende politiche fu «La Donna», sulle cui pagine, dopo la sua morte, avvenuta nel 1881, fu aperta una sottoscrizione per una raccolta di fondi per edificare un busto in suo onore.

Nell’ambiente politico che contava, quello partitico e governativo, Morelli era poi una figura del tutto isolata, neanche gli uomini che appartenevano alla sua stessa area gli fornirono appoggio incondizionato. Significativo l’atteggiamento di Mazzini, che l’aveva scoraggiato a proseguire la sua azione facendogli realisticamente presente l’inclinazione politica conservatrice della classe dirigente dalla quale domandava deliberazioni tanto progressiste.

A prescindere dai contenuti politici dell’obiezione, formalmente ineccepibili, quello su cui occorre riflettere, come è stato giustamente osservato, è l’applicazione proprio in questo caso di una politica di cupo realismo da parte di chi aveva sempre incitato all’azione e alle imprese, le più disperate e pericolose, solo per il valore morale di testimonianza di certi principi[7].

Eppure nessun personaggio aveva suscitato come Mazzini, tanto ardente interesse da parte femminile, nessuno come lui era riuscito a risvegliare le italiane al coinvolgimento personale.

Il suo merito era stato non solo quello di aver scritto pagine in grado di fornire una buona base per la costruzione di una teoria di rivendicazioni femminili, ma anche quello di aver spinto alla partecipazione unendo nella sua predicazione in un nesso inscindibile il pensiero con l’azione.

Questo taglio politico che, come osserva il Candeloro «ebbe grande valore morale in un paese come l’Italia da secoli abituato al servilismo e al disinteresse per la cosa pubblica»[8], in qualche modo riuscì ad incoraggiare una massa femminile da ancora più tempo addestrata e condizionata all’inerte riserbo politico, allo sterile e contegnoso non intervento.

Le elaborazioni di Mazzini partivano da un assunto fondamentale, la vacuità di ogni pretesa inferiorità naturale della donna, che era allora la motivazione più grossolana, ma anche più diffusa della sua situazione di subalternità. Egli scriveva: «Un lungo pregiudizio ha creato, con una educazione diseguale e una perenne oppressione di leggi, quell’apparente inferiorità intellettuale della quale oggi argomentano per mantenere l’oppressione»[9].

Il riconoscimento di potenzialità disconosciute, ma pur sempre esistenti, poneva le basi di un possibile riscatto femminile e di una eguaglianza fra i sessi che, partendo da quella di fronte a Dio, arrivava a quella dei diritti e dei doveri all’interno della società.

È vero che sotto l’eguaglianza formale Mazzini faceva risorgere la vecchia concezione della differenza delle funzioni e che relegava ancora una volta la donna nella cerchia affettivo-familiare, è vero che una certa retorica del focolare domestico rispolverava «l’angelo della famiglia» e «la carezza della vita», ma l’esplicito rifiuto di ogni superiorità maschile, l’invito ad una parità civile e politica, la identica responsabilità attribuita ai due sessi nella edificazione della futura umanità costituirono i presupposti che avrebbero permesso l’aggregazione intorno a Mazzini di parecchie fra le donne più attive e coscienti che lottarono nell’età risorgimentale e in quella appena successiva.

Sono donne come la Fuller, la White Mario, la Biggs, le due Crauford (una delle quali sposò Aurelio Saffi) la Nahtan, la Ballio, come Gualberta Alaide Beccari, fondatrice, finanziatrice, direttrice del giornale «La Donna». Persino la Mozzoni, almeno nei primi anni, si mosse all’interno dell’area radicale mazziniana. Le due vicende furono però profondamente diverse, come diversa era l’inclinazione personale delle due: mentre per la prima si trattò di una adesione che non poco ebbe di emotivo e fu di certo condizionata dalle vicende familiari e dalla suggestione degli eroismi patriottici, per la seconda si trattò solo di un momento preliminare di indagine, e di riflessione critica che presto l’avrebbe portata verso ambienti ed esperienze differenti, con una autonomia di giudizio che sempre le consentì l’indipendenza da ogni condizionamento partitico nelle sue riflessioni sulla condizione femminile.

La diversa vicenda della Beccari ci pone l’interessante problema del rapporto fra la sua totale adesione ad un gruppo politico ben definito e la sua pur essenziale azione emancipazionista, svolta attraverso la sua rivista.

Del resto l’indagine sulla funzione e sulla vitalità de «La Donna» è fondamentale in un periodo in cui la figura della Mozzoni, proprio per il lavoro così ampio e approfondito di cui è stata oggetto, rischia, come è stato osservato, di campeggiare da sola nel panorama emancipazionista dell’epoca, quasi incredibile nella sua statura politica[10].

L’approfondimento di quell’interessante esperimento politico e culturale che fu «La Donna», non può prescindere dall’attenzione per colei che ne fu l’ideatrice e che lo portò avanti con grande fede e quasi sempre a costo di grandi sacrifici personali.

La storia della rivista è quella della sua direttrice, gli spostamenti, i momenti di maggiore popolarità dell’una sono in stretto rapporto con quelli dell’altra. Il declino del giornale coincide con la graduale eclissi della Beccari dalla scena politica, con l’invecchiamento di tutta la redazione, finché la cessazione delle pubblicazioni completa la grande opera di rimozione del suo personaggio da parte dei contemporanei.



[1] Franca Pieroni Bortolotti, Cfr. Alle origini del movimento femminile in Italia, Torino 1963.

[2] La società, fondata da Giuseppe Barbieri, a Larino intorno al 1870 e fornita anche di un organo di diffusione dal titolo «Il Frentano», dichiarava di perseguire l’intento di «rialzare la donna mercé una sennata educazione a quello stato cui è chiamata potentemente dalla pienezza dei suoi tempi mostrandone in medesimo la sublime ed immensa missione»; ma dopo il conferimento alla Beccari di un «Diploma» con il quale la si nominava “Socia onoraria direttrice” non si ha notizia di una sua successiva attività.

[3] Sulla definizione di tale modello eroico e severo di femminilità Cfr. lo studio di Giovanna Biadene, Solidarietà e amicizia, il gruppo de «La Donna» (1870-1880), in Nuova DWF, gennaio-giugno 1979.

[4] Cfr. gli studi ormai classici di Franca Pieroni Bortolotti, Alle origini del movimento femminile in Italia, op. cit., e La liberazione della donna, Milano 1975, e, più recentemente, l'interessante libro di Rina Macrelli, L’indegna schiavitù, Roma 1980.

[5] E. Garin, La questione femminile, in: L’emancipazione femminile in Italia, un secolo di discussioni (1861-1961), Firenze 1962.

[6] E. Garin, La questione femminile, op. cit..

[7] Ginevra Conti Odorisio, Storia dell’idea femminista in Italia, Torino 1980, pag. 122.

[8] G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. V, 1968, Milano, pag. 62.

[9] G. Mazzini, I doveri dell’uomo, Firenze 1943, pag. 68 e segg.

[10] Angela Bianchini, Voce donna, Bompiani, Milano 1979. pag. 270.


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