Matteotti Giacomo

da Giacomo Matteotti - 1885 1924 - edito da «Archivio per la Storia», 1996

Prefazione

di Stefano Caretti [pp. XI-XXI]


Giacomo Matteotti nacque a Fratta Polesine (Rovigo) il 22 maggio 1885 da genitori di modestissime origini. Il nonno paterno Matteo, originario di Comasine, un piccolo paese trentino nella Val di Pejo, si era stabilito a Fratta attorno al 1840, insieme alla moglie Caterina Sartori e al figlio Girolamo, per esercitare il mestiere di calderaio. Anche Girolamo aveva presto appreso a lavorare e a vendere il rame, e dopo duri sacrifici era riuscito ad aprire un piccolo emporio. A 37 anni si era sposato con una ragazza del luogo, Elisabetta Garzarolo, i cui familiari avevano preso parte attiva ai primi moti carbonari del 1821. Con i proventi della bottega, e grazie ad oculati investimenti, avevano poi saputo mettere assieme una proprietà terriera di circa 155 ettari, sparsa in diversi comuni del Polesine. Nel 1902, alla morte di Girolamo, la direzione delle aziende agricole e del negozio era stata assunta dalla moglie, con l’aiuto del figlio Silvio. Agli studi economici-giuridici si indirizzarono invece gli altri figli, Matteo e Giacomo, e sembrò che i due fratelli dovessero distinguersi nella carriera scientifica.
Matteo, primogenito, si laureò all’Università di Torino dove frequentò, in compagnia di Luigi Einaudi, il Laboratorio di Economia Politica. Esordiente, sotto la guida di Salvatore Cognetti De Martiis, con un volume sull’Assicurazione contro la disoccupazione, pubblicato nella «Biblioteca di scienze sociali» dell’editore Bocca, lasciò incompiuto un altro suo lavoro sul pauperismo e la disoccupazione. Collaborò pure, prima di spegnersi precocemente di tisi come il fratello Silvio, alla rivista «La Riforma Sociale» di Nitti e di Roux. Finché visse, Matteo fu consigliere assiduo di Giacomo avviandolo al socialismo e alla lettura dei testi fondamentali, italiani e stranieri, di dottrine economiche e finanziarie che era venuto raccogliendo nella sua ricca biblioteca.
Conseguita brillantemente la licenza al ginnasio-liceo Celio di Rovigo, anche Giacomo proseguì gli studi universitari iscrivendosi alla Facoltà di legge di Bologna. Qui frequentò le lezioni e poi lo studio di Alessandro Stoppato, uno dei maggiori rappresentanti della scuola classica, con il quale si laureò nel 1907 discutendo una tesi sui «Principi generali de “La recidiva”». Approfondì in seguito questa sua ricerca attraverso lunghi soggiorni all’estero, studiando i sistemi penitenziari e la legislazione penale vigente nei maggiori paesi europei. Ripresa e ampliata, la tesi fu quindi pubblicata nel 1910 col titolo «La recidiva. Saggio di revisione critica con dati statistici» nella «Biblioteca antropologica-giuridica» di Bocca. In quegli anni venne anche stampando articoli e saggi di procedura penale sulla «Rivista penale» di Lucchini, su «Il progresso di diritto criminale» di Carnevale e sulla «Rivista di diritto e procedura penale» di Florian, Zerboglio e Berenini. Più tardi, durante la guerra, avviò un ampio studio sulla Cassazione. Ma nel 1910, mentre era all’estero per perfezionare le sue ricerche, su pressioni della sezione socialista di Occhiobello, si trovò candidato nelle elezioni per il rinnovo del consiglio provinciale di Rovigo. Risultò eletto e da quel momento abbandonò progressivamente gli studi giuridici per dedicarsi interamente alla politica.
Sulla base quindi di una severa e rigorosa cultura giuridica ed economica Matteotti si applicò, nei suoi anni giovanili, quale sindaco e consigliere di vari comuni polesani, nonché di capogruppo al Consiglio provinciale di Rovigo, a problemi amministrativi e tributari, occupandosi personalmente della preparazione e della revisione dei bilanci. Pressante era, a questo proposito, il suo invito ai lavoratori organizzati nelle file socialiste, privi la più parte di competenza amministrativa, ad assumere responsabilità dirette e funzioni dirigenti dotandosi di tutti gli strumenti tecnici e culturali necessari per una corretta gestione della cosa pubblica. Un’opera quotidiana, quella di Matteotti, di educazione dei compagni sui complessi problemi della vita amministrativa, fondata sulla fiducia nella graduale trasformazione dei lavoratori in classe dirigente nazionale attraverso l’esperienza delle leghe, delle cooperative e dei comuni.
Al socialismo Matteotti si era avvicinato giovanissimo, appena tredicenne, spinto, come il fratello Matteo che lo aveva preceduto nell’adesione al partito socialista, da un forte sentimento di solidarietà per i braccianti e i contadini del Polesine costretti a vivere in condizioni di estrema miseria. Riformista sin dagli esordi della sua milizia, Matteotti aderirà sempre nel partito a quella tendenza, anche se su posizioni spesso originali e non di rado divergenti rispetto ad altri esponenti della corrente, persuaso che al socialismo si sarebbe arrivati non in virtù di decreti emessi dall’alto e neppure in seguito ad eversioni violente e repentine, ma attraverso graduali e progressive riforme, seriamente elaborate e puntualmente realizzate. La sua formazione e la sua esperienza politica, maturate a diretto contatto con la realtà quotidiana del proletariato polesano, lo tennero lontano dalle più accese dispute di corrente e dal dibattito ideologico; e anche i suoi rapporti con i dirigenti del partito furono sino al dopoguerra assai saltuari. Organizzatore e amministratore avanti tutto, Matteotti alle dissertazioni teoriche preferì l’azione concreta, indirizzata all’elevazione morale e al miglioramento delle condizioni materiali delle popolazioni contadine. Critico severo di ogni forma di demagogia e di rivoluzionarismo verbale, lo era altrettanto di un certo determinismo, di derivazione positivista, cui sovente indulgevano alcuni dirigenti riformisti. Una concezione rigidamente deterministica del divenire sociale finiva infatti, a suo avviso, con l’escludere o quanto meno limitare l’incidenza del fattore umano e la forza risolutiva dell’impegno volontaristico nel processo storico, rischiando di condannare il partito ad uno sterile immobilismo.
Quando nel 1904 Giacomo Matteotti, dopo alcuni anni di militanza nella gioventù socialista, prese la tessera della sezione adulti, la struttura del partito nel Polesine era ancora piuttosto debole anche se si era venuta sviluppando una fitta rete di leghe di miglioramento per opera di Nicola Badaloni e di alcuni giovani medici e professionisti (Gallani, Beghi, Zanella, Greggio e altri).
Basti citare in proposito un solo dato: nei 63 comuni della provincia di Rovigo appena 10 avevano in quel periodo sezioni funzionanti, mentre in altri 3 operavano soltanto alcuni iscritti isolati. Incaricato di tenere i rapporti tra il comitato provinciale e la base, Matteotti riuscì in breve tempo a dare uno straordinario impulso alle iniziative del partito. Attivista e propagandista instancabile, Matteotti riorganizzò la Camera del lavoro di Rovigo, creò nuove sezioni, leghe cooperative, circoli politici, biblioteche popolari, rafforzando e sviluppando le istituzioni proletarie già esistenti. Contribuì così in misura decisiva a far superare alla federazione socialista rodigina le conseguenze della scissione dei sindacalisti rivoluzionari del 1907, capeggiata localmente da Dante Gallani e da Vittorio Frassinelli, e la crisi ancora più grave in cui l’adesione alla guerra libica di Badaloni e il suo allontanamento dal partito minacciarono di gettarla. In quella occasione Matteotti, contrariamente alle sue consuetudini, non esitò a intervenire direttamente nella polemica interna tra le diverse componenti accusando i riformisti bissolatiani di avere elevato a prassi permanente la politica di alleanza tra movimento operaio e democrazia borghese progressivista, giustificata soltanto in determinate circostanze e a ben precise condizioni, e di essersi posti in tal modo fuori del partito.
Nello stesso tempo si oppose con risolutezza ad ogni forma di inutile violenza e di demagogico sovversivismo, prendendo posizione tra il 1912 e il 1914, avvenuta la conquista del partito da parte dell’ala intransigente rivoluzionaria, contro iniziative impulsive e settarismi interni, persuaso che per questa via si sarebbero soltanto dispersi i frutti della lunga lotta socialista e pregiudicate le sorti future dei lavoratori.
Ai primi del 1913 si trovò così a polemizzare direttamente con Mussolini, il quale dalle colonne dell’«Avanti!» aveva proposto di rispondere ai frequenti eccidi proletari compiuti dalle forze dell’ordine, con il ricorso immediato alla piazza e allo sciopero generale ad oltranza, senza un minimo di riflessione critica e di adeguato apprestamento organizzativo. All’infiammato quanto rischioso progetto mussoliniano, sostenuto anche dal segretario e dalla direzione del partito, Matteotti suggerì di sostituire un’iniziativa assai più avveduta: quella di riunire in comizio le forze popolari nella domenica successiva alle violenze, e illustrare loro i motivi e il significato della protesta, per poi dare esecuzione allo sciopero il lunedì seguente nelle città e nelle campagne, come vero atto consapevole di solidarietà con le vittime e non come mera esibizione rivoluzionaria. La critica matteottiana a Mussolini, e in genere alla dogmatica intransigenza della Direzione, ebbe modo di manifestarsi anche nel corso del 1914 in occasione delle elezioni amministrative quando Matteotti disapprovò energicamente tanto il rigido rifiuto di ogni alleanza con altre forze politiche, quanto l’esclusione dalle liste socialiste dei candidati senza tessera benché dirigenti di leghe e persone esperte di tecnica amministrativa e inclini a mettere la propria competenza a disposizione del partito. Ancora ad Ancona, nell’ottobre del 1914, partecipando per la prima volta ad un congresso nazionale, Matteotti contrappose un suo ordine del giorno a quello di Mussolini, respingendo la violenza persecutoria con cui si sarebbe dovuto provvedere seduta stante all’espulsione dal partito di tutti i massoni, o presunti tali, e proponendo invece che ci si limitasse a dichiarare l’incompatibilità statutaria tra l’iscrizione al PSI e l’appartenenza ad una loggia massonica, sì da evitare sospetti e vessazioni arbitrarie.

In quegli stessi anni, e sino allo scoppio della prima guerra mondiale, Matteotti continuò ad operare instancabilmente soprattutto nelle leghe, nelle cooperative agricole e di consumo, alle quali prestava con ininterrotta assiduità la propria consulenza, e nelle amministrazioni locali. Nel 1912, quando al congresso delle organizzazioni economiche e socialiste del Polesine venne decisa, dopo il rientro nelle file del partito di Gallani e di altri sindacalisti rivoluzionari, la fusione dei due giornali «La Lotta» e «Protesta Proletaria» da cui prese vita «Lotta Proletaria», Matteotti fu chiamato a far parte della redazione. Al foglio polesano, che un anno più tardi doveva riprendere il titolo originario («La Lotta»), egli collaborò con una serie di scritti contribuendo a trasformare il giornale in un valido strumento di formazione e di educazione operaia. Sindaco di Villamarzana dal 1912 e di Boara Polesine dal 1914, e consigliere in una decina di comuni, guidò l’opposizione socialista al Consiglio provinciale di Rovigo. In qualità di amministratore si occupò con rara competenza della preparazione e revisione dei bilanci, al riordinamento delle scuole primarie, alla creazione di asili, oltre che a ospedali, comunicazioni tranviarie e fluviali. Per questa sua vasta esperienza Matteotti ebbe poi modo di segnalarsi all’attenzione dei vertici del partito in occasione del Congresso dei comuni socialisti tenutosi a Bologna nel gennaio 1916. Sì che nel marzo successivo, quando venne deliberato, una volta ritirata l’adesione all’Associazione dei comuni italiani, di dare vita alla Lega dei comuni socialisti, fu chiamato a ricoprire la carica di segretario. Impegno che poté assolvere solo per pochi mesi perché richiamato alle armi.
L’assoluta inconciliabilità tra il riformismo matteottiano e il sovversivismo mussoliniano, già emersa nella polemica sullo sciopero generale, sulla tattica elettorale e relative alleanze, sulla necessità di rafforzare tecnicamente i quadri del partito e di evitare in ogni caso proscrizioni settarie, trovò modo di emergere in forme sempre più evidenti allo scoppio della prima guerra mondiale. Immediata e veemente fu infatti la reazione di Matteotti al trasformismo opportunista di Mussolini che portò il direttore dell’«Avanti!» a smentire clamorosamente le sue reiterate dichiarazioni neutraliste con un voltafaccia così repentino da indurre la Direzione del partito a provocarne le dimissioni. Fedele ai postulati della migliore tradizione socialista, soprattutto refrattario a quei motivi passionali, agitati dall’interventismo di sinistra, che in qualche misura determinarono incertezze e defezioni nelle correnti più estreme e radicaleggianti del partito, Matteotti si oppose decisamente all’intervento dell’Italia in guerra, così come aveva anni prima avversato l’impresa libica. Sin dagli inizi delle ostilità egli sostenne che entrambi i blocchi erano animati, al di là delle dichiarazioni di principio, da precise ambizioni imperialistiche e che la guerra si sarebbe comunque risolta con gravi danni e lutti per le popolazioni e con un forte arretramento delle conquiste sociali, politiche e civili dei lavoratori. Di fronte alla prospettiva dell’immane carneficina, da lui lucidamente prefigurata, Matteotti invitò perentoriamente i dirigenti socialisti a una mobilitazione popolare ricorrendo a tutti i mezzi, anche quelli violenti, pur di evitare l’intervento italiano in guerra, non giustificato oltretutto da alcuna minaccia al nostro territorio. E alle obiezioni delle stesso Turati circa l’opportunità di un’insurrezione, non esitò a ribadire la sua tesi in un articolo sulla «Critica Sociale», sostenendo che da «buon riformista» non aveva mai escluso «la possibilità e la necessità rivoluzionarie», quando, come un tempo in difesa delle libertà statutarie ed ora contro la guerra, esse avessero il potere di evitare un «maggior male».
Anche dopo l’ingresso dell’Italia in guerra, Matteotti non mancò di riconfermare la propria condanna contro l’inutile spargimento di sangue e contro le mire espansionistiche del militarismo italiano. In seguito ad un suo acceso discorso antibellicista al Consiglio provinciale di Rovigo, nella seduta del 5 giugno 1916, venne anche denunciato e condannato dal pretore a trenta giorni d’arresto con la condizionale per «grida sediziose» e «disfattismo»; condanna poi confermata dal tribunale d’appello di Rovigo il 18 aprile 1917. Matteotti ricorse allora in Cassazione e affidò la causa all’avvocato Guarnieri Ventimiglia, a cui raccomandò che la difesa fosse unicamente impostata sulla tesi dell’immunità dell’oratore in sede di Consiglio provinciale, invitandolo anzi a riaffermare i principi e gli ideali del pacifismo socialista. Il ricorso venne accolto e la Corte di Cassazione lo assolse con decisione del 21 luglio 1917.
Nel gennaio del 1916 si era sposato con Velia Titta, sorella del celebre baritono Ruffo Titta (in arte Titta Ruffo), da cui ebbe tre figli: Carlo (1918), Matteo (1921) e Isabella (1922). Nel luglio di quello stesso anno era stato chiamato alle armi benché già riformato e collocato in congedo illimitato. Assegnato in un primo tempo a Cologna Veneta, in provincia di Verona, venne di lì a poco trasferito in Sicilia perché considerato dal Comando Supremo un «violento agitatore» e perché la sua permanenza in zona di guerra era giudicata estremamente pericolosa. Nell’isola fu vigilato con rigore a causa dei suoi precedenti politici, e per qualche tempo venne persino internato a Campo Inglese. Continuamente spostato di reparto, prestò servizio in varie fortezze e batterie costiere, con una interruzione dal 15 giugno al 16 luglio 1917 quando venne inviato a frequentare il corso allievi ufficiali presso l’Accademia di Torino, da cui fu presto allontanato su ordine del comando di corpo d’armata di Palermo. Anche durante le rare licenze veniva attentamente sorvegliato tanto che nell’ottobre del 1917, sorpreso mentre girava per la campagna polesana, fu subito sospettato di intenzioni sediziose e immediatamente rinviato al reparto.
Restituito finalmente alla vita civile nel marzo 1919, riprese immediatamente con grande impegno la sua opera di organizzatore e di amministratore, venendosi a trovare subito impegnato nelle lotte bracciantili per il controllo del collocamento e l’imponibile di manodopera. Lotte che si conclusero nel 1920 con la firma del nuovo patto agricolo per la provincia di Rovigo. Il collocamento era sottratto, in base all’accordo, all’arbitrio degli agrari e affidato ad appositi uffici istituiti dalle leghe, mentre veniva stabilito un contingente fisso di manodopera per ogni unità culturale onde evitare che i proprietari nella stagione invernale rinviassero a casa tutti i lavoratori. Nell’autunno 1920, dopo la conquista socialista di tutti i 63 comuni del Polesine, Matteotti entrò nuovamente nel Consiglio provinciale di Rovigo.
Principali obiettivi della nuova amministrazione da lui presieduta furono, in particolare, il risanamento del bilancio e la revisione delle imposte per una più equa ripartizione degli oneri finanziari. Tra le sue iniziative va anche ricordata l’istituzione di un unico ufficio di consulenza legale e di ispezione amministrativa per i comuni polesani.
Acceso sostenitore di un rafforzamento delle autonomie locali che fosse basato su un vasto decentramento amministrativo, presentò varie proposte ai congressi della Lega dei comuni socialisti ed elaborò un progetto di riforma generale della finanza locale. Ma, a differenza di altri suoi compagni di partito il cui orizzonte rimase sempre ristretto all’ambito municipale, egli venne via via allargando e approfondendo i suoi interessi politici ed economici secondo una più ampia prospettiva nazionale ed internazionale.
Eletto deputato nel 1919, e poi riconfermato nel 1921 e nel 1924, Matteotti si distinse per la padronanza delle problematiche relative alla vita economica e finanziaria, esercitando una critica senza quartiere contro ogni irregolarità amministrativa. Assai accanita fu inoltre la sua polemica sui dazi e le barriere doganali che contrastò come «forme deteriori di protezionismo di categoria», giungendo su questo terreno a scontrarsi anche con alcuni dirigenti del sindacato.
Membro della Giunta del Bilancio e più tardi della Commissione Finanza e Tesoro, attaccò a più riprese la politica economica del governo denunciando la «precisa intenzione» delle classi dirigenti di scaricare sulle spalle dei lavoratori «tutto quanto il peso della guerra e della ricostituzione sociale».
Ai temi di politica economica e finanziaria Matteotti dedicò pure numerosi articoli sulla stampa socialista e su riviste scientifiche.
L’azione politica di Matteotti, svolta nel Polesine e sostenuta alla Camera, se pur fu senza dubbio improntata ad un acceso radicalismo e ad un intransigente rigore morale, sì che gliene derivarono spesso accuse di estremista da parte degli avversari e talvolta di massimalista all’interno del suo stesso partito. Tuttavia non si discostò mai da quel socialismo gradualista delle origini che ebbe modo di riconfermare al congresso nazionale socialista di Bologna nell’ottobre 1919.
Nel successivo congresso di Livorno, nel gennaio 1921, Matteotti, benché incaricato dalla frazione turatiana di tenere un discorso, non prese la parola ma preferì abbandonare i lavori per correre a Ferrara dove, in seguito ai sanguinosi incidenti del Castello Estense, le organizzazioni operaie rischiavano di essere travolte dall’offensiva squadrista. Con quel gesto tempestivo Matteotti prendeva altresì le distanze da un dibattito congressuale polarizzato sui «21 punti» di Mosca e sordo invece al fenomeno fascista pericolosamente in atto.
Testimone attento e critico intransigente dello squadrismo padano, Matteotti fu tra i pochi a comprendere subito la natura violenta e repressiva del fascismo e a intuirne i caratteri di novità rispetto alle precedenti esperienze autoritarie denunciando, senza esitazione alcuna, alla Camera e in altre sedi, la gravità della sua minaccia. Divenne per questo vittima di una lunga serie di intimidazioni verbali e di violenze fisiche. Risale al gennaio 1921 la prima aggressione a Ferrara.
Due mesi dopo fu vittima di una seconda e più drammatica rappresaglia squadristica. Recatosi a Castelguglielmo, in provincia di Rovigo, per incontrarsi nella sede della Lega con alcuni organizzatori e militanti del posto, venne sequestrato nella sede degli agrari, trasportato su un camion, minacciato di morte, oltraggiato e infine abbandonato in aperta campagna perché, come egli ebbe ad annotare, non si piegava a «rinnegare né cose dette né pensieri».
Da quel momento fu bandito dalla propria terra e poté farvi ritorno solo di nascosto per brevi visite alla madre e sporadici contatti con i propri compagni. Le riunioni di partito e la stessa campagna elettorale nella primavera del 1921 furono necessariamente dirette e organizzate da Matteotti a Padova; ma neppure qui cessò di essere perseguitato, e il 16 agosto riuscì fortunosamente ad evitare alcuni colpi di pistola esplosi contro di lui da fascisti del luogo.
Atti di intolleranza nei suoi confronti si rinnovarono a Varazze, dove si era trasferito con la famiglia, nell’estate del 1922. Altre bastonature e sequestri Matteotti subì nel luglio 1923 a Siena e a Cefalù durante la campagna elettorale del 1924.
Oltre ai numerosi e documentati interventi alla Camera, Matteotti sollevò più volte la questione fascista anche all’interno del suo partito. Al congresso nazionale di Milano, nell’ottobre 1921, esordì polemicamente dichiarando di intervenire non come interprete di una corrente, ma come portavoce di tutti quei militanti che non avevano potuto essere presenti perché impediti dalle violenze fasciste o perché delusi dalla «disputa astratta, formalistica» delle varie tendenze. Ma il suo appello ad un più fattivo impegno e ad una concreta iniziativa politica contro il fascismo, che non escludesse anche la possibilità di transitorie collaborazioni su questo terreno con i settori più avanzati della democrazia e del liberalismo, rimase però inascoltato e la maggioranza congressuale finì ancora una volta, come a Livorno, per discutere essenzialmente dei rapporti con l’Internazionale comunista e di prospettive rivoluzionarie.
Nei mesi successivi Matteotti proseguì senza posa la sua battaglia contro il fascismo e si adoperò in tutti i modi per convincere i dirigenti socialisti a promuovere un’intesa con le forze democratiche e liberali, allo scopo di evitare il rischio dell’isolamento e di uno sterile atteggiamento puramente negativo. Ma nel corso del 1922 i contrasti interni tra massimalisti e riformisti andarono progressivamente radicalizzandosi, e in quell’ottobre il partito conobbe una nuova e grave scissione. Espulsi al congresso nazionale di Roma, i riformisti diedero allora vita al Partito Socialista Unitario e ne affidarono unanimemente la direzione a Matteotti, il quale si preoccupò subito di dare alla nuova formazione una salda ed efficiente struttura organizzativa, vigilando al tempo stesso perché nel clima seguito alla marcia su Roma non si verificassero cedimenti e definizioni. Quando perciò sul finire dell’anno venne a conoscenza dei colloqui avuti da Baldesi con Mussolini e con D’Annunzio e del ventilato progetto di un sindacato unico, Matteotti reagì immediatamente a un disegno tanto compromissorio. Altrettanto ferme furono la sua opposizione e la sua condanna nell’estate del 1923, allorché i dirigenti della Confederazione generale del lavoro si incontrarono con Mussolini nell’illusione di salvaguardare la libertà sindacale scendendo a patti con il fascismo. Per Matteotti compito del Partito Socialista Unitario era invece proprio quello di isolare il fascismo, nel Parlamento e nel Paese, promuovendo un’ampia coalizione antifascista ed allargando la propria influenza sui ceti medi che la propaganda massimalista aveva contribuito ad allarmare e a rendere ostili.
A questo fine occorreva non solo correggere gli errori del dopoguerra, ma anche documentare, sulla scorta di fatti e dati incontrovertibili, l’infondatezza della pretesa egemonica di Mussolini di proporsi come unico baluardo contro la crisi economica e contro il bolscevismo. Nasce così negli ultimi mesi del 1923 «Un anno di dominazione fascista», un volume che procurò a Matteotti la minaccia mussoliniana di «decisioni gravi ed irrevocabili» e le intimidazioni del «Popolo d’Italia» di «trovarsi un giorno o l’altro, con la testa rotta!», insomma di essere tolto «dalla circolazione, senza indugio». Ad un altro lavoro, uscito postumo e intitolato «Il fascismo della prima ora», Matteotti si dedicò agli inizi del 1924 per dimostrare, attraverso una dettagliata analisi di articoli, discorsi e interventi di Mussolini e di altri esponenti fascisti, come durante il biennio 1919-1920 la demagogia fascista avesse di gran lunga superato quella massimalista. Anche le missioni all’estero, in qualità di segretario del Partito socialista unitario, offrirono a Matteotti l’occasione di esporre all’opinione pubblica straniera la drammatica situazione venutasi a creare in Italia dopo l’ascesa al potere di Mussolini. Nella primavera del 1924, benché privato del passaporto, espatriò clandestinamente per assistere al congresso del Partito operaio belga e per incontrarsi con alcuni dirigenti del Labour Party e delle Trade-Unions. Se i colloqui di Londra furono diretti a ridimensionare il mito del buon governo mussoliniano, sottoposto da Matteotti ad una rigorosa analisi critica, l’intervento a Bruxelles venne interamente dedicato ad illustrare la complessità del fenomeno fascista e a metterne in luce la potenziale minaccia anche per altre realtà europee.
Pur consapevole di rischiare la vita, Matteotti continuò a testimoniare questa sua intransigente e coraggiosa opposizione al fascismo fino alla celebre denuncia, il 30 maggio 1924 in Parlamento, dei brogli e del clima violento che avevano contraddistinto l’ultima consultazione elettorale. Contro il discorso «mostruosamente provocatorio» di Matteotti si levò l’1 giugno l’invettiva di Mussolini persuaso che quelle accuse meritassero «qualcosa di più tangibile» degli insulti e delle interruzioni dei parlamentari fascisti. L’8 giugno era la stampa fascista a sollecitare «una mossa energica del Duce». Due giorni più tardi cinque sicari fascisti, componenti la cosiddetta Ceka o banda del Viminale, si incaricarono di sopprimere Matteotti, l’«oppositore più intelligente e più irriducibile» come ebbe a definirlo Piero Gobetti, perché nel paese e nella Camera non risuonasse più la sua voce di accusa e di protesta. Il corpo, abbandonato nella campagna romana, fu ritrovato soltanto dopo due mesi e in circostanze poco chiare.
La notizia del rapimento e dell’assassinio di Giacomo Matteotti suscitarono, sia per la forte personalità dell’ucciso che per l’efferatezza inaudita dell’evento delittuoso, sdegno e raccapriccio nelle coscienze della maggior parte degli italiani, determinando sgomento e confusione nelle stesse file fasciste e provocando quella secessione parlamentare che prese il nome di Aventino. «Giacomo Matteotti era così prescelto», ha scritto Pietro Nenni, «ad impersonare il delitto di Stato del 10 giugno 1924 che si iscriveva nella storia del paese come una svolta; la svolta del fascismo più o meno spontaneo in un regime dittatoriale inaccessibile ad ogni revisione interna; la svolta dell’antifascismo da fatto occasionale all’interno del quale non era impossibile trovare punti di compromesso, a fatto morale con ogni ponte rotto, senza alle spalle via di ritirata; tutto sì o tutto no, con la sola prospettiva della lotta totale e della resa incondizionata».

 

Cenni sulle origini della famiglia Matteotti

di Primo Griguolo [pp. 1-3]


I Matteotti erano originari del Trentino, precisamente di Comasine, piccolo paese della Val di Sole. Il nonno di Giacomo, Matteo, dopo aver fatto per anni l’emigrante stagionale come calderaio, decise, intorno al 1840, di trasferirsi definitivamente a Fratta Polesine. Venuto a mancare il padre, il figlio Girolamo aprì una bottega in cui si lavoravano e si vendevano oggetti di rame ed altre mercanzie. A trentasei anni Girolamo Matteotti si sposa con una ragazza di Fratta, Elisabetta Garzarolo: sono questi i genitori di Giacomo. Dal matrimonio nacquero sette figli, dei quali solo tre sopravvissero: Matteo, il primogenito nato nel 1876; Giacomo, nato il 22 maggio 1885; Silvio, nato nel 1887. La devastante alluvione del 1882, causata dalla rotta dell’Adige a Legnago, portò indigenza ed emigrazione per la popolazione del Polesine, ma la famiglia Matteotti, grazie all’avviata attività commerciale, affrontò agevolmente la calamità naturale.
Dopo aver iniziato gli studi, Matteo Matteotti abbracciò con slancio gli ideali del nascente socialismo. Conobbe personalmente Costantino Lazzari, leader socialista, che, per la sua attività di commesso viaggiatore, fu più volte ospite di casa Matteotti.
In quegli ami, dal 1884 in poi, lo scontento dei contadini e dei braccianti, nel cremonese e nel mantovano, metteva in evidenza l’importanza che stava assumendo in Italia la questione sociale. Giacomo, che seguì le orme del fratello maggiore, compì gli studi liceali al «Celio» di Rovigo, conseguendo ottimi risultati ed iscrivendosi, nel 1904, alla facoltà di giurisprudenza di Bologna.
Il padre, intanto, era morto nel 1902; più tardi, nel 1909 e 1910, minati dalla tisi, moriranno i fratelli Matteo, il suo primo maestro nella fede politica, e Silvio. Giacomo Matteotti discusse la tesi di laurea con il professor Alessandro Stoppato. Essa concerneva la «recidiva», cioè quella parte del diritto penale che prende in considerazione le ricadute nel reato da parte di una medesima persona. Al giovane laureato sembrava aprirsi un futuro fatto di viaggi d’istruzione e di carriera universitaria.
Invece, candidato nel 1910 nel distretto di Occhiobello, sebbene restio ad assumere incarichi politici, Giacomo Matteotti ottenne la maggioranza dei suffragi e fu eletto, a venticinque anni, al consiglio provinciale. Agli inizi del ’900, i nomi di spicco del mondo politico polesano nell’ambito socialista erano: Nicola Badaloni, Emilio Zanella, Gino Piva, Dante Gallani, Vittorio Frassinelli e pochi altri.
Due erano i giornali che, da diversa sponda, informavano l’opinione pubblica polesana del tempo: «La Lotta», organo socialista fondato nel 1889, e il «Corriere del Polesine», organo dei liberal-moderati.
Giacomo Matteotti, come uomo politico e come amministratore in alcuni comuni dell’Alto Polesine, visse i travagli interni del suo partito ed in genere della classe politica italiana negli anni che portarono all’intervento coloniale italiano in Libia (1911), alla svolta che nella società e nella politica interna si ebbe con l’introduzione del suffragio universale (1912) e con il Patto Gentiloni (1913).
Verrà processato a causa del suo acceso non-interventismo e vivrà gli anni della guerra più come un sorvegliato speciale che un soldato.
Giacomo, poco più che trentenne, s’era intanto sposato, l’8 gennaio 1916, con Velia Titta, sorella minore del celebre baritono Titta Ruffo.
L’immediato dopoguerra vede il sorgere dei Fasci di combattimento, a Milano nel 1919, e, nello stesso anno, del Partito Popolare che annoverava tra i suoi fondatori Umberto Merlin, uomo politico polesano che Matteotti aveva conosciuto negli anni di liceo. Tra gli argomenti che Matteotti toccava più di frequente, nei suoi discorsi e negli articoli sui giornali, un posto di particolare rilievo avevano i temi di politica economica e finanziaria. Documentati e precisi i suoi interventi, ad esempio su «La Giustizia» e sulla «Critica Sociale», mirarono, fino all’ultimo, a rintuzzare con l’evidenza delle cifre e dei fatti la vana retorica del fascismo, che sotto l’irrazionalità delle parole d’ordine nascondeva l’inganno ideologico e il più spregevole opportunismo politico.
Da una parte gli anni ’20 furono quelli della grande tensione rivoluzionaria della classe operaia, che portò, nelle grandi città del nord Italia, come a Torino, all’occupazione delle fabbriche; dall’altra quelli dell’emergere repentino del fenomeno fascista con la sua arroganza e l’ambigua impostazione ideologica.
Chiusosi rapidamente il periodo delle grandi speranze, nell’area socialista serpeggiò la crisi e maturarono le scissioni. In un momento storico che richiedeva il massimo della compattezza, il partito socialista si divide. Nasce, con il congresso di Livorno del 1921, il Partito Comunista; nel ’22, i socialisti massimalisti di Serrati e Lazzari si staccano dai socialisti riformisti di Turati e Treves.
Matteotti resta con Turati e nasce il Partito socialista unitario. In questo frangente, mentre le forze socialiste s’indebolivano in una violenta ed estenuante diatriba di carattere ideologico, Matteotti è tra i pochi, se non il solo, ad individuare pragmaticamente, al di là dei nuovi schieramenti, nel fascismo il reale pericolo. Per questo, negli ultimi mesi della sua vita, si muove costantemente da un capo all’altro del Paese cercando di scuotere le sezioni che languivano, preparando una democratica resistenza alle prevedibili prevaricazioni e illegalità del fascismo.
Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti pronunciava alla Camera il suo ultimo discorso con il quale dichiarava invalidate le recenti votazioni a causa delle violenze, delle pressioni, e delle provate illegalità. Più volte interrotto, deriso e minacciato, Matteotti riuscì a concludere il suo intervento, ma ebbe il presentimento della sua tragica fine.
Roma, martedì 10 giugno 1924: Matteotti esce alle 16,30 dalla sua abitazione, in via Pisanelli 40, e raggiunge il lungotevere Arnaldo da Brescia.
È improvvisamente aggredito da quattro o cinque persone e, di forza, trascinato dentro un’auto. Colpito duramente nella colluttazione, verrà in seguito ucciso. Evidente e premeditato il movente politico dell’aggressione e dell’omicidio, ma gli esecutori non furono adeguatamente puniti per le loro colpe, né i mandanti che rimasero del tutto impuniti. I resti del corpo del parlamentare socialista furono ritrovati soltanto il 16 agosto, due mesi dopo il rapimento, a 25 Km da Roma, a Riano, presso la via Flaminia in una boscaglia denominata «Quartarella».
Il 21 agosto avvenne la sepoltura di Giacomo Matteotti nel cimitero di Fratta. Il regime fascista non aveva voluto che si tenesse la commemorazione dello scomparso nella capitale, per timore di disordini. A Fratta non fu tenuto alcun discorso; una grande folla accompagnò la salma in un’atmosfera di profonda e contenuta commozione.
Sotto l’esempio di Matteotti, negli anni difficili del fascismo, si formeranno gli uomini politici, da Terracini a Pertini e a Saragat, da Carlo Rosselli a Ferruccio Parri, per citarne solo alcuni, che saranno i promotori della resistenza al fascismo e della nuova costituzione repubblicana dello stato italiano.


 

Per Matteotti

di Piero Gobetti [pp. 129-143]

L’intransigente del «sovversivismo»


Il 2 maggio 1915, tre giorni prima della sagra dannunziana di Quarto, ci fu a Rovigo un comizio contro la guerra, oratori il dottor Giacomo Matteotti e Aldo Parini che vi sostenne, esempio unico in una pubblica riunione, la tesi missiroliana della Germania democratica. Invece di un discorso si ebbe un dialogo con la folla, scontrosa e diffidente per gli oratori. Matteotti parlava contro la violenza con un linguaggio da cristiano: nella folla fremevano fascisticamente spiriti di dannunzianismo e di piccolo cinismo machiavellico. Difendere la neutralità poteva essere la difesa di un errore. Matteotti parlò contro la guerra. Lo interrompevano in dialogo acre ma si dovevano riconoscere di fronte una fede invece di un progetto. Quel giorno Matteotti previde la guerra lunga, difficile, disastrosa anche per i vincitori; e portò la sua tesi in sede metafisica: inutilità della guerra, facendosi tollerare da una generazione nietzscheana per la severità della sua solitudine.
Ripeté il suo discorso, quando non c’era più pacifista che parlasse, a guerra iniziata, al Consiglio Provinciale di Rovigo. Processato per disfattismo, condannato in ripetute istanze, trattò da sé la sua causa in modo radicale, senza rinnegare nulla del suo atto, anzi ostinandosi a farne riconoscere la leggibilità. La protesta contro la guerra come violenza non era disfattismo, ma un atto di fede ideale: bisogna saper vedere in Matteotti, giurista, economista, amministratore, uomo pratico, queste pregiudiziali di disperata utopia, di assoluto idealismo, di reazione assurda contro la grettezza filistea dei falsi realisti. Sicuro come un apostolo, Matteotti si fece assolvere in Cassazione sostenendo la tesi dell’immunità dell’oratore in sede di Consiglio Provinciale.
La protesta valse per qualche risultato: fecero attenzione a lui, ch’era riformato per la stessa causa di cui morirono giovanissimi i suoi due fratelli, e lo arruolarono per i servizi sedentari. Lo costrinsero alle fatiche del corso allievi ufficiali, rifiutandogli poi il grado per i suoi reati di disfattista. Comandato a Messina lo volevano spedire al fronte, nonostante la infermità, in una di quelle compagnie di pregiudicati che si conducevano alla decimazione sotto la sorveglianza dei carabinieri. Rifiutò, protestando che sarebbe andato al fronte come soldato, non come delinquente al macello. Allora lo internarono a Campo Inglese dandogli compagno il figlio del brigante Varsalona che lo sorvegliasse. Tra la solitudine, il sospetto e le persecuzioni il carattere di Matteotti si rivela nella sua impassibilità. Assisteva alle conseguenze delle sue azioni come un buon logico.
Conviene mettere a confronto l’esempio di Matteotti pacifista con la condotta degli uomini tipici del pacifismo italiano, pavidi e servili per non essere presi di mira, nascosti e silenziosi nei Comandi o negli impieghi, emuli dei nazionalisti nel rifugiarsi nei bassi servizi. Matteotti non disertava, non si nascondeva, accettava la logica del suo «sovversivismo», le conseguenze dell’eresia e dell’impopolarità: era, contro la guerra, un «combattente» generoso.

L’aristocratico del «sovversivismo»


Matteotti non fu mai popolare. Tra i compagni era tenuto in sospetto per la ricchezza: gli avversari lo odiavano come si odia un transfuga. Invece Matteotti era un aristocratico di stile non di famiglia. Il suo socialismo non è la ribellione avventurosa del conte Graziadei che abbandona una famiglia secolare e, rompendo le tradizioni, accetta la vita dello studente spostato con l’amante intellettuale che diventerà la moglie inquieta della famiglia piccolo-borghese, come succede a ogni buon nihilista - fedele al programma demagogico di andare al popolo.
Invece Matteotti si iscrisse al Partito Socialista a 14 anni, probabilmente senza trovare grandi ostacoli in famiglia, forse anche ignorando la fortuna del padre - che del resto non era più che mediocre. Era socialista già il fratello Matteo, che lo precedette negli studi di legge e pare che lo iniziasse, con qualche influenza, nonostante la morte precoce, a trent’anni.
Il padre, di una famiglia di calderai, era venuto a Fratta Polesine dal Trentino 50 anni fa, quasi povero.
S’era dato al risparmio con la costanza e il sacrificio di un’emigrante.
La signora Isabella lo assecondava dietro il banco del piccolo negozio di commestibili. I guadagni venivano investiti in terreni con validità del profugo che s’aggrappa alla terra per istinto come per incominciare delle tradizioni. La fortuna della famiglia Matteotti prima della guerra era valutata a 800.000 lire di bei mobili, tutti sparsi nella provincia, in piccoli lotti, comprati in occasione in anno in anno. Era il frutto di anni di lavoro assiduo, di speculazioni oculate. Bisogna tener conto di questa tenacia provinciale per spiegarsi il carattere del figlio. Giacomino crebbe con questo esempio, con l’opinione di non essere ricco, con l’istinto della lotta dura, con la dignità del sacrificio. Al ginnasio e al liceo bisognava essere tra i primi; non perdere tempo, non dissipare.
Su questo fondo solido di virtù conservatrici e protestanti nacque il sovversivismo di Matteotti e nacque aristocratico per la solitudine. Le sue preoccupazioni iniziali erano esclusivamente scientifiche: ai facili successi avvocateschi preferì subito gli aridi studi di procedura penale e, benché già socialista militante, seguiva con predilezione la scuola dell’on. Stoppato, uno degli uomini rappresentativi del clericalismo moderato. Procedeva nella propria educazione per esigenze interiori.
In un partito che si ricorda dei paesi stranieri soltanto per la frettolosa retorica dei congressi internazionali era tra i pochi che conoscessero la Francia, l’Inghilterra, l’Austria, la Svizzera, la Germania, per viaggi di gioventù: e aveva studiato l’inglese per leggere direttamente Shakespeare.

Preso nella loro politica, quasi nascondeva gelosamente questi istinti di filosofia che non erano troppo vicini allo stile dell’ambiente misoneista e grettamente parziale in qui li toccava agire.

Ma il segreto della vitalità di Matteotti era proprio questo: che si poteva sentire in lui, al di là delle sue azioni, chi gli parlasse a lungo per scrutarlo, una vita interiore di impulsi vari e profondi, non messa in gioco mai per le poste troppo piccole della vita quotidiana, ma perpetua e segreta ispiratrice. Onde quel suo agire con riserbo e con fredda energia che incuteva soggezione ai compagni. La maschera rigida di Matteotti in pubblico nascondeva pensieri deliberati in solitudine, già sottoposti a tutti i tormenti dialettici del suo intemperante individualismo: era naturale che egli sentisse di doverli far prevalere impassibilmente, quando si incontrava nell’atmosfera facile della demagogia dei congressi, dove c’è sempre un improvvisatore capace di escogitare tesi medie e concilianti.
Matteotti cominciava a non essere concilianti e per il suo sorriso beffardo e per la sua ironia perversa e spietata. Aveva sempre in mente delle conclusioni, non dei passaggi oratori o degli artifici di assemblea. Chi conosce in quale atmosfera di loquacità provinciale, di fiera delle vanità e di consolazioni da desco piccolo-borghese, sia venuto crescendo il socialismo italiano, da Enrico Ferri a Bombacci, da Zanardi ad Arturino Vella, può veder chiaro come l’intransigenza di Matteotti - il quale in un’adunanza giunse a far sprangare le porte perché voleva che si terminasse la discussione prima che i convenuti se ne andassero a banchetto - doveva costituire un oltraggio ai tolleranti costumi dei buoni compagni e uno stappo a tutte le tradizioni sagraiole del tenero popolo italiano, felice e buon tempone.
E lo chiamarono «aristocratico» credendo di isolarlo.

La lotta agraria nel Polesine


Una famiglia di risparmiatori inesorabili; una provincia tormentata con un’economia complessa ed incerta, terra storica di esperimenti di sovversivismo, spesso più servile che violento, sono toni sufficienti per determinare l’opera di un uomo.
Nel Polesine la democrazia era stata viva, durante il risorgimento, nelle forme più accese: anticlericalismo e garibaldinismo, Marin Alberto Mario, Bernini, Piva. Nel 1882 vi si compie il primo sciopero di contadini d’Italia al grido esasperato «la boie», e il governo per reprimerlo deve mascherare i suoi sentimenti di reazione e mandare i soldati a mietere il grano in luogo degli scioperanti.
La situazione economica del territorio presenta tutte le varietà più interessanti dalla cultura famigliare all’industrializzazione agricola delle terre bonificate; dal riso del basso Polesine settentrionale, al regime di piccola proprietà di Rovigo. Ci sono gli elementi obiettivi per le soluzioni politiche estreme. L’industriale della terra bonificata deve seguire la logica dei costi sempre più bassi con la naturale avidità favorita dalla miseria del proletariato; dove incontri il fittavolo o il piccolo conduttore di terre, trovi insieme all’arrivismo dello spostato il sistema di cultura di rapina, con la crudeltà che va oltre tutti gli esempi.
Non bisogna dimenticare che lo schiavismo agrario dei fascisti nacque in Polesine con la complicità dei fittavoli. In queste condizioni, acuite dal dopo guerra, mentre i popolari furono subito il sostegno della piccola proprietà, i socialisti pensarono a difendere i lavoratori con le cooperative di lavoro, con l’assistenza alla mano d’opera.
In Polesine le agitazioni per l’aumento dei salari s’erano già da parecchi anni dimostrate insufficienti perché i conduttori di fondi aumentavano i salari ma aumentavano le ore di lavoro.
I problemi socialisti da risolvere erano: l’impossibilita della mano d’opera (ossia attribuzione di un carico di mano d’opera per ciascun fondo); e il collocamento, che si voleva libero dagli agrari e dai socialisti, invece, affidato dagli uffici di collocamento. Intorno a questi problemi concreti la lotta fu incerta nel dopo guerra. Gli agrari tutti, nel 1920 - quando si riuscì a sostituire uno schema unico di patto agricolo, variabile solo nelle applicazioni, ai 70 prima vigenti nei 63 Comuni della provincia - reagirono con l’ostruzionismo e prepararono i fasci per dominare i lavoratori con la violenza.
Matteotti è stato uno dei protagonisti di questa lotta. Egli cercò di regolare le direttive politiche sulla base di queste premesse economiche. Quindi l’ostilità contro tutti i declamatori del generico massimalismo.
Ai cinquantamila lavoratori organizzati della provincia bisognava indicare dei passi progressivi, non dei programmi di inquietudine e di rivoluzionarismo inconcludente.
Per dare il senso della lotta occorreva non compromettersi in una catastrofe. Era la tattica opposta, già allora, del sindacalismo isterico, da caffè concerto, di Michelino Bianchi che da Ferrara aveva esercitata la sua allegra influenza... rivoluzionaria anche in provincia di Rovigo.
Gli elementi più accesi della sinistra sindacalista ed anarchica, nemici di Matteotti sin dalla prima ora, da W. Mocchi a Enrico Meledandri al comm. Marinelli, che ora sarà al banco degli accusati per il suo omicidio, furono poi tutti a fianco degli agrari nella reazione fascista: essi avevano esercitato il sovversivismo come una specie di professione della malavita politica per trovare un posto a Montecitorio. Nell’odio per la società portavano soprattutto le loro delusioni di politicanti.
Il politicantismo faceva le sue pessime prove nel Polesine socialista soprattutto attraverso i Circoli (in buona parte massimalisti) e durante il periodo elettorale. Il mercato dei voti si praticava mediante i più allegri banchetti.
I deputati socialisti della provincia, da Badaloni e Soglia, trescavano coi radicali: Gallani, medico, s’era addirittura fatto commesso viaggiatore di se stesso e in tempo di proporzionale percorreva in bicicletta le campagne offrendo specifici ed esortazioni: - Votate per me!
L’opera di Matteotti trascurava quasi deliberatamente i Circoli e si svolgeva nelle leghe. Consulenza alle Cooperative agricole, aiuto nella creazione delle Cooperative di consumo, tendenza a fare in tutte sedi questioni pratiche di realizzazione. Le sue predilezioni per le scienze giuridiche ed economiche trovano qui l’opportunità di inserirsi nella sua fede di socialista, e non fu solo il più dotto dei socialisti che scrivessero d’economia e di finanza, ma il più infaticabile nel lavoro quotidiano di assistenza amministrativa.
Dovendo fissare dei rapporti bisogna avvertire che la intransigenza di Matteotti in Polesine, che fu accusata ora di estremismo ora di riformatismo, era equidistante dal massimalismo anarchico e sindacalista come dall’opportunismo dei sindacali riformisti. La sua posizione nel ’19 è chiara nel manifesto che citiamo, scritto da lui in occasione dei tumulti per i caroviveri. Senza rinunciare alla rivoluzione che dovrà nascere dallo spirito di lotta di masse aristocratiche e differenziate, Matteotti trasportava la discussione su di un terreno concreto di capacità e di iniziativa. Il suo buon senso rivoluzionario sembra un atto di accusa contro il sovversivismo apolitico dei vari spostati tipo M. Bianchi, che allora provocavano tumulti per pescare nel torbido.
Lavoratori!
Noi non possiamo condannare la reazione del popolo contro gli esercenti e i rivenditori che si sono arricchiti speculando sulle vostre miserie nel tempo di guerra; e non potremmo condannare la imposizione punitiva di calmieri straordinari e di requisizioni.
Ma vi avvertiamo che esse non sono che palliativi i quali si rivolgono a una sola categoria di sfruttatori creando buone illusioni, e lasciando anzi sussistere o aggravando forse le cause del caro-viveri.
Le quali cause sono ben maggiori e profonde, e risalgono alla guerra anzitutto che ha distrutto ricchezze e caricato lo Stato di debiti e di carta senza valore; allo stato di guerra che continua sottraendo i militari ai lavori produttivi della civiltà; e alla società borghese, che - frapponendo tra consumatore e produttore i capitalisti, i dazi, le dogane e tutti i parassiti intermediari, che non producono e sfruttano - è ormai incapace di uscire dal viluppo in cui s’è cacciata e di sollecitare le energie produttive.
Quindi una agitazione socialista non può che rivolgersi alle cause prime; imponendo l’immediata smobilitazione e il disarmo, l’abolizione di tutti i dazi e le dogane, la confisca totale dei profitti di guerra e l’espropriazione capitalista. E non può essere condotta che dai lavoratori organizzati e socialisti coscienti, ripugnando da ogni contatto con tutti coloro (borghesi, clericali, democratici e falsi apolitici) che a quelle cause hanno contribuito; e quando essi lavoratori avranno forza e capacità sufficienti per imporre la loro rivoluzione.
Per ora una piccola cosa sola suggeriamo; ogni Comune costituisca Enti collettivi di consumatori per l’acquisto e rivendita delle merci al minimo prezzo di costo, boicottando ogni intermediario e requisendo i prodotti necessari al popolo e giustamente calmierati, specialmente dai grandi capitalisti agricoli che li sottraggono.
Dimostrino intanto i lavoratori organizzati di saper fare questo.
Poi indicheremo i passi progressivi, conforme la loro capacità socialista.
Rovigo, 9 luglio 1919
La Federazione Provinciale Socialista
La Camera del Lavoro del Polesine
I Comuni Socialisti.

Il socialista persecutore dei socialisti


Eretico e oppositore nel partito socialista, poi tra gli unitari una specie di guardiano della rettitudine politica e della resistenza dei caratteri: sempre alle funzioni più ingrate e alle battaglie più compromesse.
Combatté tutta la vita il confusionismo dei blocchi, la massoneria, l’affarismo dei partiti popolari. Era implacabile critico dei dirigenti e si ricorda che il giovanissimo in una riunione socialista, un nome del socialismo locale aveva dovuto interromperlo:
- Tasi ti che te ga le braghe curte!
In Polesine l’uomo di tutte le transazioni e di tutte le confusioni era Nicola Badaloni, che passava per il Prampolini della provincia, un vero santone del partito, che rappresentò il collegio di Badia ininterrottamente dall’82 al 1919.
Era venuto dalle Marche, medico condotto, poi libero docente. Nella lotta contro la pellagra questo medico diligente e affaccendato fu scambiato per un apostolo. Chi non conosce il tipo del medico socialista umanitario che con l’assistenza e i consulti gratuiti ai lavoratori si guadagna un collegio?
Eppure non era detto che i massimalisti di Rovigo non si adattassero a ripresentare anche nel 1919 questo vecchio tipo di massone intrigante, neppure iscritto al partito socialista: lo dovette liquidare Matteotti minacciando di contrapporgli la candidatura di Turati! Nicola Badaloni, eroe di purezza, che volevano proclamare degno di Prampolini, sostenne poi nel ’21 le candidature filo-fasciste e ne ebbe in premio da Giolitti il laticlavio. In questi esempi Matteotti imparava il suo ruolo di persecutore di socialisti.
Per la sua energia eccessiva, invadente, per il suo spirito critico lo accettavano senza troppo entusiasmo; il suo disprezzo per il quieto vivere e per le abitudini di sopportazione gli alienava i tanti furbi che se ne sentivano umiliati: lo accusavano di ambizione, non lo capivano. Invece nel momento dell’azione aveva il consenso di tutti, e riusciva a far sacrificare anche i più vili mostrando come sapeva sacrificare sé stesso.
Anche di questa apparente arroganza e severità la spiegazione è nella sua ascetica solitudine. La sua difficoltà di conoscere le persone e di essere riconosciuto per quel che valeva, rientrano in un austero culto del silenzio, in una ferrea sicurezza di sé.
In lui era fondamentale la difficoltà di comunicare, il disagio di esprimersi proprio di tutte le anime fortemente religiose; che si traduceva in una indifferenza per le opinioni correnti, audace sino ad assalire le fame più inconcusse. In realtà, l’audacia della sua critica dissolvente era piuttosto indifferenza e impassibilità verso le contingenze.
Nel 1916 al congresso dei comuni socialisti che lo rivelò a tutto il socialismo italiano; stupì per la sua completa mancanza del senso dell’opportunità così indispensabile per i mediocri e per le furbizie piccolo-borghesi! Matteotti ebbe la bella idea di smontare tutta la relazione Caldara, come dire i titoli di un professore universitario di comuni socialisti, e di imporsi con tanta evidenza che al socialista milanese venuto per trovare le laudi dell’umanità dovette salvarsi con un ordine del giorno di conciliazione.
Infatti Caldara aveva fondato tutta la sua costruzione, in materia di rapporti finanziari tra stato e comuni, sull’esperienza milanese: Matteotti in una deliberazione che riguardava i comuni di tutta Italia portava le esperienze del piccolo comune, i bisogni sorpresi della sua opera di amministratore di almeno 10 piccoli comuni del Polesine: era la rivoluzione federalista contro il pericolo dell’accentramento!
Ma è facile dedurre da un tal gesto lo spavento e la diffidenza di taluni. Credo che soltanto Nino Mazzoni, Treves e Turati lo capissero e lo amassero seriamente; gli altri erano offesi della sua scortesia e della sua superiorità.

Il nemico delle sagre


Il partito socialista in Italia, durante 30 anni, continuò gli storici costumi dei congressi, dei comizi, con culto del bell’oratore come Enrico Ferri, con l’abitudine ai convegni che terminano in una formidabile pappatoria.
Era anch’esso italiano, sebbene il freno naturale del proletariato e della stessa lotta intrapresa non lo lasciassero giungere mai, ma nemmeno quando lo guidò un romagnolo come Mussolini, alle raffinatezze e ai capolavori sagraioli, di entusiasmo e di devozione gaudente che dovevano essere la caratteristica e l’essenza del movimento fascista.
In realtà il tipo in cui si mostrò il nostro socialismo è più il tribuno che il politico, e ne venne una classe dirigente di avvocati penalisti, oratori facondi invece che dottori di diritto accomodanti per vanità e per odio della politica. Formarono una specie di classe che esercitava professione di assistere il popolo e di «discutere la situazione» e perciò si scusava di non aver tempo di leggere i libri e di farsi una cultura politica realistica.
Dovevano rispondere alle lettere degli elettori e trovarsi al caffè per scambiarsi le impressioni e inventare nuove tendenze. Anche dopo che fu deputato, Matteotti ripugnò sempre a questi compiti demagogici; rifiutava le raccomandazioni e tutti i casi personali che non implicassero questioni generali di ingiustizia dichiarando: - per queste cose rivolgetevi a Gallani e ai Beghi! Sino al ’19 aveva dato tutta la sua opera alle amministrazioni locali (era consigliere di una decina di comuni, dove possedeva le sue terre disperse) e all’organizzazione di sindacati e di cooperative.
Matteotti organizzatore: l’ossessione della semplicità, della chiarezza, della praticità. Esemplificava nei particolari, proponeva modelli di statuti, di regolamenti, parlando con contadini come uno dei loro. Trattandosi di fondere una cooperativa pensava a tutto, consigliava, disponeva, dava l’esempio, dei modi di servire il banco alla contabilità dei registri.
La sua severità di amministratore era addirittura paradossale in un socialista: sentivi tanta rigidezza al padre conservatore. Così era diventato pur senza mandati precisi, l’ispettore volontario di tutte le cooperative e di tutte le leghe, l’incubo degli amministratori per la sua implacabile incontentabilità di spulciatore di conti e di bilanci, il carabiniere dei facili e tolleranti impiegati. Così era il suo stile di giornalista, prima che scrivesse gli articoli magistrali su temi di bilancio nella Critica Sociale. Infatti anche nella sua educazione economica non ebbe la disinvoltura italiana del progettista: prima di studiare il bilancio dello Stato aveva lavorato per anni ai bilanci dei comuni. Nella Lotta di Rovigo, diretta da Parini e da Zanella si possono scorgere le sue preferenze di scrittore: articoli brevi, facili, semplici. Un’idea sola con dati precisi, con numeri evidenti, preferibilmente senza polemiche, senza scandali. Un giornale illeggibile per i pettegoli e per gli svagati che si dirigeva al senso pratico e alla pazienza del contadino. C’era infatti del contadino in questo signore che dovette assistere un giorno in Rovigo dopo un comizio a una manifestazione violenta dei cittadini che gli gridavano: - Via da Rovigo! Va a Fratta!
Anche i socialisti si lamentavano, a Rovigo e ad Adria, che egli non parlasse mai in città. Sembrava un insulto il fatto che egli avesse preferito parlare a pochi contadini invece di tenere una conferenza con ovazioni sicure al bel pubblico in città. Ma egli non voleva essere l’oratore delle grandi occasioni. Non si esaltava mai. Cominciava pedestremente. Poi l’argomento - preparato sempre con accuratezza su un foglietto di carta magari in ferrovia con la celebre matita che teneva appesa per una catenella all’occhiello della giacca - lo prendeva e la voce urtante, irritante, energica e rude squillava come per dominare. Allora parlava da padrone, come chi non improvvisa mai.
Ma il suo posto era nei contraddittori. Si presentava, spesso solo, non preceduto da soffietti, alieno da ogni coreografia. Severamente elegante, senza distintivi, senza cravatte rosse al vento: Enrico Ferri trovava in lui il physique du rôle del conservatore. Ma piuttosto appariva subito come il combattente pronto, energico, sempre a posto, ragionatore freddo e sicuro, sempre. Nessuno l’ha mai battuto in un contraddittorio. Era sempre l’ultimo a replicare. In Polesine ricordano ancora come smontò Pozzato, deputato repubblicano, principe di oratoria forense.
Tra il 1919 e il 1921, con le masse insofferenti, Matteotti esigeva che si lasciasse libertà di parola a qualunque avversario, altrimenti non interloquiva, ritenendo che si fosse recata offesa a lui. A Lendinara, in un comizio essendosi levati i bastoni contro l’on. Merlin, Matteotti gli fu scudo e s’ebbe lui le legnate. Temevano tuttavia gli avversari la sua audacia dialettica e preferivano la fuga, come successe a Michelino Bianchi, candidato per gli agrari nel ’19 per la circoscrizione di Ferrara-Rovigo che rifiutò coraggiosamente il contraddittorio a Matteotti presentatosi solo in un comizio del blocco.
Sdegnava le parate, la febbre degli scioperi. Ma a Boara durante uno sciopero, quando si decise contro il suo parere di cacciare i crumiri dell’Alto Veneto, ad affrontare la forza pubblica che li proteggeva non si videro più i rivoluzionari, ma primo tra tutti Matteotti, che pagava di persona anche in quel caso, disciplinato e audace. Perciò la sua autorità fu sempre grande tra le masse che sentono d’istinto il valore del sacrificio. I contadini dei paesi sperduti che egli visitava la domenica invece di partecipare alle feste ed ai banchetti di città, non se ne dimenticavano più. Gente semplice, ma che sa discernere dove si nasconde una serietà interiore e dove risuonano soltanto discorsi d’obbligo.
Ripugnava alle sagre per quello stesso riserbo che portava in tutti gli atti della vita privata. Nel ’19, a un organizzatore che voleva il suo ritratto di deputato, manda tranquillamente il ritratto d’un amico, che per poco non venne pubblicato: valga quale prova di come egli considerasse gli esibizionismi più consueti. Sapeva far rispettare la sua solitudine, e pochi ebbero le sue confidenze o conobbero la sua vita intima. Si sapeva soltanto che era rigidissimo, sobrio, rettilineo, senza vizi - come dicono -: e così si rispettava la sua severità verso gli altri, il suo fanatismo protestante contro chiunque avesse avuto una debolezza colpevole.
Questa sicurezza non era sostenuta da una credenza religiosa, ma solo da una fede di stampo austero e pessimistico: nei valori di individualismo e di libertà. Del suo rispetto di ateo per tutte le forme religiose si ha la prova nel cattolicismo fervido di sua moglie: e in questa ripugnanza di laico moderno verso l’anticlericalismo grossolano dei primi socialisti si rivela una spiritualità conscia dei motivi più delicati di tolleranza e di autonomia.

 

Il suo marxismo


Non ostentava presunzioni teoriche: dichiarava candidamente di non aver tempo per risolvere i problemi filosofici perché doveva studiare bilanci e rivedere i conti degli amministratori socialisti. E così si risparmiava ogni sfoggio di cultura.
Ma il suo marxismo non era ignaro di Hegel, né aveva trascurato Sorel e il Bergsonismo. È soreliana la sua intransigenza. La concezione riformista di un sindacalismo graduale invece non era tanto teorica quanto suggerirgli dall’esperienza di ogni giorno in un paese servile che è difficile scuotere senza che si abbandoni ad intemperanze penose.
Egli fu forse il solo socialista italiano (preceduto nel decennio giolittiano da Gaetano Salvemini) per il quale riformismo non fosse sinonimo di opportunismo.
Accettava da Marx l’imperativo di scuotere il proletariato per aprirgli il sogno di una vita libera e cosciente; pur con riserve poco ortodosse non ripudiava neppure il collettivismo.
Ma la sua attenzione era poi tutta ad un momento d’azione intermedio e realistico: formare tra i socialisti i nuclei della nuova società: il comune, la scuola, la cooperativa, la lega.
Così la rivoluzione avvenne in quanto i lavoratori impararono a gestire la cosa pubblica, non per un decreto o per una rivoluzione quarantottesca. La base della conquista del potere e della violenza ostetrica della nuova storia non sarebbe stata vitale senza questa preparazione. E del resto, troppo intento alla difesa presente dei lavoratori, Matteotti non aveva tempo per le profezie. Più gli premeva che gli operai e i contadini si provassero come amministratori, affinché imparassero; e perciò nei vari consigli comunali soleva starsene come un consigliere di riserva, pronto a riparare gli errori; ma voleva i più umili all’esperimento delle cariche esecutive.
Non ebbe mai in comune con riformisti la complicità nel protezionismo, anzi non esitò a rimanere solo col vecchio Modigliani ostinato nelle battaglie liberiste, che per lui non erano soltanto una denuncia delle imprese speculative di sfruttatori del proletariato, ma anche una scuola di autonomia e di autorità politica concreta nella sua provincia.
Così procede tutta la cultura e tutta l’azione di Matteotti, per esigenze federaliste, dalla periferia al centro, dalla cooperativa al comune, dalla provincia allo stato. Il suo socialismo fu sempre un socialismo applicato, una difesa economica dei lavoratori, sia che proponesse sulla lotta di Rovigo o nella lega dei comuni socialisti dei passi progressivi, sia che parlasse dall’Avanti! o dalla Giustizia a tutto il proletariato italiano, sia che come relatore della Giunta di Bilancio portasse nella sede più drammatica e travolgente il suo processo alle dominanti oligarchie plutocratiche.
Tanta si dimostrò la sua passione per il concreto, per il particolare, per i fatti, che nel 1921 preferì esercitare la sua opera di assistenza e di difesa in una situazione difficilissima per il proletariato in provincia di Ferrara, piuttosto che andare a Livorno a raccogliere i successi rumorosi di un’accademia di «tendenze» e di «frazioni».

Il suo antifascismo


Giacomo Matteotti vide nascere nel Polesine il movimento fascista come schiavismo agrario, come cortigianeria servile degli spostati verso chi li pagava; come medioevale crudeltà e torbido oscurantismo verso qualunque sforzo dei lavoratori volti a raggiungere la propria dignità e libertà. Con questa iniziazione infallibile Matteotti non poteva prendere sul serio le scherzose teorie dei vari nazional-fascisti, né i mediocri progetti machiavellici di Mussolini: c’era una questione più fondamentale di incompatibilità etica e di antitesi istintiva.
Sentiva che per combattere utilmente il fascismo nel campo politico occorreva opporgli esempi di dignità con resistenza tenace. Farne una questione di carattere, di intransigenza, di rigorismo.
Così s’era condotto contro tutti i ministerialismi, senza piegarsi mai. Nel ’21 al prefetto di Ferrara che lo chiamava in un momento critico della lotta agraria aveva risposto per telefono: «Qualunque colloquio tra noi è inutile. Se lei vuole conoscere le nostre intenzioni non ha bisogno di me perché ha le sue spie. E delle sue parole io non mi fido». Non fu mai visto cedere alle lusinghe degli uomini del potere costituito, né salire volentieri le scale della prefettura. S’era così creata intorno a lui un’atmosfera di astio pauroso da parte degli agrari: mentre lo stimavano, capivano che l’avrebbero avuto nemico implacabile.
Il 12 marzo 1921 Matteotti doveva parlare a Castelguglielmo. La lotta si era fatta da alcuni mesi violentissima; s’era avuto in Polesine il primo assassinio. Quel sabato egli percorreva la strada in calesse e Stefano Stievano, di Pincara, sindaco, gli era compagno. Ciclisti gli si fanno incontro dal paese per metterlo in guardia: gli agrari hanno preparato un’imboscata. Matteotti vuole che lo Stievano torni indietro e compie da solo il cammino che avanza.
A Castelguglielmo si nota infatti movimento insolito di fascisti assoldati; una folla armata. Alla sede della Lega lo aspettano i lavoratori e Matteotti parla pacatamente esortandoli alla resistenza; ad alcuni agrari che si presentano per il contraddittorio rifiuta; era di costoro una vecchia tattica quando volevano trovare un alibi per la propria violenza: parlare ingiuriosamente ai lavoratori per provocarne la reazione facendoli cadere nell’insidia. Matteotti si offre invece di seguirli solo e di parlare alla sede agraria: così resta convenuto e dai lavoratori riesce ad ottenere che non si muovano per evitare incidenti più gravi.
Non so se il coraggio e l’avvedutezza parvero provocazione. Certo, non appena egli ebbe varcata la soglia padronale - attraverso doppia fila di armati -, dimentichi del patto gli sono intorno furenti, le rivoltelle in mano, perché s’induca a ritrattare ciò che fece alla Camera e dichiari che lascerà il Polesine.
- Ho una dichiarazione da farvi: che non vi faccia dichiarazioni.
Bastonato, sputacchiato non aggiunge sillaba, ostinato nella resistenza. Lo spingono a viva forza in un camion sparando in alto tengono lontani i proletari accorsi in suo aiuto. I carabinieri rimanevano chiusi in caserma.
Lo portarono in giro per la campagna con la rivoltella spianata e tenendogli il ginocchio sul petto, sempre minacciandolo di morte se non promette di ritirarsi dalla vita politica. Visto inutile ogni sforzo, finalmente si decidono a buttarlo dal camion nella via.
Matteotti percorre a piedi dieci chilometri, e rientra a mezzanotte a Rovigo dove lo attendevano alla sede della Deputazione provinciale per la proroga del patto agricolo il cav. Piero Mentasti, popolare, l’avvocato Altieri, fascista, in rappresentanza dei piccoli proprietari e dei fittavoli; Giovanni Franchi e Aldo Parini, rappresentanti dei lavoratori.
Gli abiti un poco in disordine, ma sereno e tranquillo. Solo dopo che uscirono gli avversari, rimproverato dai compagni per il ritardo, si scusò sorridendo: - I m’ha robà.
Aveva riconosciuto alcuni dei suoi aggressori, tra gli altri, un suo fittavolo a cui una volta aveva condonato l’affitto: ma non volle farne i nomi. Invece assicurò che mandanti dovevano essere il comm. Vittorio Peta di Castelguglielmo e i Finzi di Badia, parenti dell’ex-sottosegretario di Mussolini.
Poiché si parlò e si continua a parlare di violenze innominabili che Giacomo Matteotti avrebbe subito in questa occasione è giusto dichiarare con testimonianza definitiva che la sua serenità e impassibilità, di cui possono far testimonianza i nominati interlocutori di quella sera, ci consentono di escludere il fatto e di ridurlo ad una ignobile vanteria fascista.
La storia di questo rapimento è tuttavia impressionante e perciò abbiamo voluto raccoglierne da testimonianze incontestabili tutti i particolari. Finché non ci sarà descritta l’aggressione di Roma il ricordo di questa prova può dirci con quale animo Matteotti andò incontro alla morte. Ne aveva il presentimento.
A Torino, il giorno della conferenza Turati, un profugo veneto gli chiese:
- Non ti aspetti una spedizione punitiva da qualche Farinacci?
Rispose testualmente così:
- Se devo subire ancora una volta delle violenze saranno i sicari degli agrari del Polesine o la banda romana della Presidenza.
Come segretario del Partito Socialista Unitario aveva condotto la lotta contro il fascismo con la più ferma intransigenza. Rimane il suo volume: Un anno di dominazione fascista, un atto d’accusa completo, fatto alla luce dei bilanci, e insieme una rivolta della coscienza morale. E fu Matteotti a stroncare, non appena se ne parlò, ogni ipotesi collaborazionista della Confederazione del Lavoro: non si poteva collaborare col fascismo per una pregiudiziale di ripugnanza morale, per la necessità di dimostrargli che restavano quelli che non si arrendono. Come segretario del partito pensava al collegamento, animava le iniziative locali, le coordinava intorno a questo programma. Compariva dove il pericolo era più grave, incognito suo malgrado, a dare l’esempio. Talvolta osò tornare in Polesine travestito, nonostante il bando, con pericolo di vita, a rincuorare i combattenti.

Il volontario della morte


Egli rimane come l’uomo che sapeva dare l’esempio. Era un impegno politico quadrato, sicuro; ma non si può dire quel che avrebbe potuto fare domani, come ministro degli interni o delle finanze: ormai è già nella leggenda. Ho una lettera di un lavoratore ferrarese, scritta il 16 giugno:
«Come puoi figurarti qui non si parla di altro e i giornali non fanno in tempo ad arrivare in piazza perché sono strappati ai rivenditori e letti avidamente. La deplorazione unanime e il risveglio non più nascosto. Pare che l’incantesimo della paura sia infranto e la gente parla senza titubanze. La perdita però porterà i suoi frutti di libertà e di civiltà che renderanno allo spirito eletto del nostro Grande la pace e la gioia del sacrificio compiuto. Matteotti era un uomo da affrontare la morte volontariamente se questo gli fosse sembrato il mezzo adatto per ridare al proletariato la libertà perduta».

Non si può immaginare una commemorazione più spontanea e più generosa. Come se i lavoratori abbiano a sentito in lui la parola d’ordine. Perché la generazione che noi dobbiamo creare è proprio questa, dei volontari della morte per ridare al proletariato la libertà perduta.

 

Eroe tutto prosa

di Carlo Rosselli [pp. 145-147]


Matteotti è diventato il simbolo dell’antifascismo e dell’eroismo antifascista. In qualunque riunione si faccia il suo nome il pubblico balza in piedi o applaude. Comitati Matteotti, Fondi Matteotti, Circoli Matteotti, Case Matteotti. Matteotti, come l’ombra di Banco, accompagna Mussolini. E Mussolini lo sa.
Eppure nessun uomo fu meno «simbolo», meno «eroe», nel senso usuale dell’espressione, di Matteotti. Gli mancavano per questo le doti di popolarità, di oratoria, di facilità che creano nel popolo il feticcio; e la sua vita breve non registra neppure uno di quei gesti drammatici che colpiscono la fantasia e promuovono a «eroe» il semplice mortale.
Matteotti possedeva però in grado eminente una qualità rara tra gli italiani e rarissima tra i parlamentari: il carattere. Era tutto d’un pezzo. Alle sue idee ci credeva con ostinazione e con ostinazione le applicava. Quando lo conobbi a Torino insieme a Gobetti ricordo che entrambi rimanemmo colpiti dalla sua serietà e dal suo stile antiretorico e ci comunicammo la nostra impressione. Era magro, smilzo nella persona, non assumeva pose gladiatorie, rideva volentieri, ma da tutto il suo atteggiamento e soprattutto da certe sue dichiarazioni brevi si sprigionava una grande energia.
L’antifascismo era in Matteotti un fatto istintivo, intimo, d’ordine morale prima che politico. Tra lui e i fascisti correva una differenza di razza e di clima. Due mondi, due concezioni opposte della vita. In questo senso egli poteva dirsi veramente l’anti-Mussolini. Le astuzie tattiche e oratorie di Mussolini restavano senza presa su Matteotti. Quando Mussolini parlava alla Camera entrando in quello stato di eccitazione morbosa che pare contraddistingua la sua oratoria e possa esercitare un fascino magnetico, Matteotti, pessimo medium, restava impenetrabile e ai passaggi più goffi rideva col suo riso un po’ stridulo e nervoso.
Quando invece era Matteotti a parlare, Mussolini gettava fiamme dagli occhi. Eppure Matteotti non era eloquente; o per lo meno la sua eloquenza era tutto l’opposto dell’oratoria tradizionale socialista. Ragionava a base di fatti, freddo, preciso, tagliente. Metodo salveminiano. Quando affermava, provava.
Niente esasperò più i fascisti del metodo di analisi di Matteotti che sgonfiava uno dopo l’altro tutti i loro palloni retorici. - Abbiamo lasciato 3000 morti per le strade d’Italia - tuonava Mussolini - Pardon, 144, secondo il vostro giornale - replicava Matteotti.
- Il fascismo ha messo fine agli scioperi. Le ferrovie camminano. L’autorità dello Stato è stata restaurata. - Matteotti, tra la stupefazione dei fascisti, interrompeva per rinfacciare al duce gli articoli del ’19-20 inneggianti agli scioperi, all’invasione delle fabbriche, delle terre, dei negozi.
Dopo la famosa requisitoria di Matteotti contro i metodi elettorali fascisti (maggio 1924) gridata alla Camera tra altissime minacce e interruzioni,[1] Mussolini pubblicò il 3 giugno sul «Popolo d’Italia» il seguente corsivo: «Mussolini ha trovato fin troppo longanime la condotta della maggioranza, perché l’on. Matteotti ha tenuto un discorso mostruosamente provocatorio che avrebbe meritato qualche cosa di più tangibile che l’epiteto di “masnada” lanciato dall’on. Giunta».
L’8 giugno il giornale dichiarava che «Matteotti è una molecola di questa masnada che una mossa energica del Duce penserà a spazzare».
Il 10 giugno Dumini, Volpi e Putato spazzavano...
Il 3 gennaio 1925 Mussolini dichiarava: «Come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, di far commettere non dico un delitto ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quell’avversario che io stimavo perché aveva una certa crânerie, un certo coraggio, che rassomigliavano alla mia ostinatezza nel sostenere le tesi?».[2]
Due cose colpiscono in questa disperata difesa: il «morbosa follia» che tocca uno degli aspetti della personalità mussoliniana (Mussolini è intelligentissimo, ma la sua intelligenza si innesta su un fondo psicopatico) e il «mi rassomigliava». Dopo l’assassinio, Mussolini è stato costretto ad ammirare Matteotti. Ma Matteotti ha sempre disprezzato Mussolini.
Il socialismo di Matteotti fu una cosa estremamente seria. Non l’avventura romantica del giovane borghese eretico che è rivoluzionario a vent’anni, radicale a trenta (matrimonio più carriera), forcaiolo a quaranta. No. Fu una consapevole e maschia elezione di destino.
Nato ricco, dovette superare le difficoltà che ai socialisti ricchi giustamente si oppongono. Non le superò con le sparate demagogiche, con le rinunce mistiche, o profondendo denari in banchetti elettorali o in paternalismi cooperativi e sindacali. Ma partecipando in persona prima al modo di emancipazione proletaria, costituendo libere istituzioni operaie, organizzando i contadini della sua terra ai quali dirigeva manifesti di una sobrietà che era poco in uso attorno al ’19.
Solo a un temperamento del suo stampo poteva venire in mente, nel corso delle elezioni del 1924, di scendere in piazza Colonna con un pentolino di colla ad appiccicare sotto il naso dei fascisti i manifesti elettorali del partito che erano stati tutti stracciati. Matteotti, l’economista, il giurista, il ricco Matteotti appiccicava manifesti, scorrazzava l’Italia per rimettere in piedi le traballanti organizzazioni, saltava dai treni, si travestiva per sottrarsi agli inseguimenti fascisti, prendeva con disinvoltura le bastonate e, nel pieno della lotta, faceva una puntata ad Asolo per i funerali della Duse rientrando poi in camion coi fascisti, perché, così spiegò, gli pareva giusto che il proletariato italiano fosse rappresentato ai funerali della Duse.
Quanto al camion fascista era stato necessario servirsene per essere presente a una adunanza del partito. Se i fascisti lo avessero riconosciuto sarebbe stata la fine. Ma Matteotti scherzava ormai con la morte, con grande orrore dei compagni posapiano.
Era fatale quindi che morisse l’antifascista-tipo Matteotti, eroe tutto prosa. Come dovevano morire nello stesso torno di tempo Amendola e Gobetti. Come dovranno morirei se non li salveremo, Rossi, Gramsci, Bauer e molti altri Matteotti che si sono formati in questi anni.
Tutti caratteri, psicologie, che sono l’opposto del carattere e della sensibilità mussoliniani. Mussolini sente, sa quali sono i suoi autentici avversari.
Ha il fiuto dell’oppositore. Imbattibile con uomini del suo stampo, è singolarmente impotente con uomini che sfuggono al suo orizzonte mentale.
Perciò li sopprime. Uccidendo Matteotti ha indicato all’antifascismo quali debbono essere le sue preoccupazioni costanti e supreme: il carattere; l’antiretorica; l’azione.


 

I discorsi parlamentari di Giacomo Matteotti

di Sandro Pertini (1970) [pp. 167-170]


Se il martirio politico ha finito per consacrare nella coscienza degli italiani che hanno perenne il culto della libertà la memoria di Giacomo Matteotti, l’uomo di leggendario coraggio morale che aveva osato sfidare da solo la prepotenza di un partito pronto ad imporre un regime di violenza istituzionalizzata, esso ha anche spezzato la linea di una esperienza di socialismo che cercava sbocchi più aperti ed originali alla ideologia del classismo.
È sorprendente, infatti, come nelle pagine dei suoi discorsi parlamentari mai o quasi mai compaia un riferimento al marxismo, pur essendo innegabilmente marxista la leva del pensiero e dell’azione del movimento socialista di cui il deputato del Polesine risulta instancabile sostenitore e, da ultimo, dirigente responsabile a livello nazionale. «Noi siamo socialisti, ma siamo anche italiani», ebbe a dire Matteotti una volta in parlamento, fornendo così la chiave di interpretazione dell’intero travaglio, ideologico e politico, della propria responsabilità di socialista ancorato ai valori irrinunciabili della nazione, intesa come realtà spirituale e sociale e quindi, in ultima analisi, storica, che le ragioni di classe, più che offuscare o addirittura rinnegare, potenziavano.
Così si spiega il suo socialismo pragmatico, nei cui schemi non allignava il dogmatismo preconcetto. Sempre aderente alle condizioni reali del paese e della società nazionale, si dichiarava a favore del libero scambio ed avverso al protezionismo, perché gli interessi del popolo lavoratore suggerivano di sostenere tale linea di politica economica. E nell’abbracciare quella tesi aveva consapevolezza che i socialisti fossero «i vari rappresentanti della nazione», intenti come erano a chiedere una nuova economia indirizzata ad accrescere la ricchezza nazionale e non  i privilegi e le risorse della classe capitalistica che già aveva fatto, speculando a dismisura, i propri affari durante la guerra.
Borghese per estrazione sociale, Giacomo Matteotti aveva seguito il socialismo per vocazione, sentendo il richiamo potente che esercitava sul suo spirito generoso la lotta «per un alto ideale di civiltà e di redenzione delle plebi agricole». Al sevizio della causa socialista sono così posti la preparazione giuridica ed il fervore intellettuale che distinguono quest’uomo politico di formazione ideologica moderna e concreta, interamente incentrata sui problemi del mondo del lavoro; del quale avverte di essere il mandatario più responsabile e conseguente.
Se, però, fosse stata solo quella di un ideologico, la polemica condotta in parlamento contro i governi di Nitti, Giolitti e Bonomi e contro il fascismo, non avrebbe avuto il mordente che sempre la distinse: ma essa era frutto di una lunga esperienza compiuta negli anni tra il 1910 ed il 1916, in seno al Consiglio provinciale di Rovigo, mentre egli si andava perfezionando nell’organizzazione e nella propaganda socialista.
Questa esperienza sociale è portata nel parlamento come un patrimonio di forza politica e morale. Così si spiega l’energia con la quale il deputato veneto attaccava nell’immediato dopoguerra da una parte le linee di quella che riteneva la politica economica di classe dei governi succedutisi fino al 1922, e dall’altra il complice lassismo da essi dimostrato nella repressione delle violenze fasciste.
A Matteotti appariva un’insipienza quella di far sì che fosse distrutto «l’ultimo rimasuglio di parlamento» nel momento in cui crescevano l’arbitrio e la prepotenza della piazza. Quasi presago della fine dell’istituto rappresentativo, si sorprendeva che dovessero essere proprio i socialisti le «ultime scolte, ultime guardie del sistema costituzionale».
Nell’aspirazione costante a testimoniare la verità, sottraendola alle intimidazioni della violenza, egli si propose di denunciare in parlamento le congiunte responsabilità del capitalismo, del governo e del fascismo. Ma, nell’accingersi a lanciare il suo j’accuse, Matteotti non si esimeva da una sincera autocritica, confessando che anche dalla sua parte v’erano stati «atti di follia», cui però era succeduta la confessione e la deplorazione, mentre il fascismo coronava gli eccessi bestiali dei suoi adepti con la «glorificazione». Già alla fine del 1921 l’ammirazione incondizionata di Filippo Turati era succeduta a qualche riserva iniziale.
Il «bravo ragazzo» durante una sua requisitoria parlamentare aveva - così notava l’anziano leader in una sua lettera ad Anna Kuliscioff – «tenuto duro con energia e coraggio ammirabili», incurante della «prospettiva delle offese che lo attendevano ancora».
La fiducia di Matteotti nel parlamento non si confondeva con l’atteggiamento contraddittorio dei suoi diretti avversari. Sapeva scorgerne anche i lati negativi e soprattutto lo indignavano due fatti, cioè che in Italia le leggi approvate non fossero le migliori e che venisse impedito al parlamento il controllo della circolazione monetaria. Né sapeva rendersi ragione della procedura bizantina che aveva finito per ridurre ad una mera finzione la volontà stessa del parlamento, con raccomandazioni platoniche a ordini del giorno senza alcuna conseguenza. Si trattava per lui di un «sistema vergognoso».
Ma il potere esecutivo, nella sua scoperta tendenza dittatoriale, aveva cominciato a tenere in nessun conto il parlamento e quando, a seguito della legge elettorale del ’23, si videro schiacciate le minoranze, la vita del parlamento attraversò una crisi profonda destinata a segnare l’inizio della fine.
La situazione di minoranze tollerate e condizionate dallo strapotere di una maggioranza rivelatasi insofferente di ogni forma di critica o di controllo era inaccettabile per Matteotti, il quale soprattutto si ribellava dinanzi al tentativo di voler far passare l’opposizione indiscriminatamente per un ghetto di «antinazionali». «Quale rimarrebbe quindi - si domandava - la funzione del parlamento? Probabilmente una funzione puramente decorativa. Nelle forme esteriori una funzione simile a quella che compivano certi Consigli di stato del vecchio regime. Ma nell’essenza ancor meno di tanto, poiché almeno quei Consigli, nel loro piccolo numero e nella loro specifica competenza, curavano la forma e i particolari tecnici delle leggi, mentre a questo assai meno si presta una Camera numerosa ed eterogeneamente composta».
Costante fu la sua esaltazione del parlamento, cui si meditava di infliggere il colpo mortale. Alla fine di tale processo involutivo, così era costretto ad osservare: «Il capo del governo Parla di “ultimo esperimento parlamentare” che esso permette, come se la costituzione fosse mutata e non più il ministro uscisse o dipendesse dalla Camera, ma l’esistenza di un parlamento fosse concessione graziosa e condizionata dal governo. Gli italiani sembrano esterrefatti a tale contrasto fondamentale, di cui la risoluzione sembra affidata all’arbitrio di un uomo o di un partito, che solo dispone di una forza armata al proprio servizio».
Quando le tenebre della «tremenda notte di schiavitù» diventarono irrimediabilmente più fitte, Giacomo Matteotti, si era sentito sempre più attratto dalla luce non ancora spenta del parlamento e in quel bagliore di tramonto ebbe a concludere la sua vita di combattente della libertà.
Non fu un disperato volontario della morte, ma un lucido ed indomabile testimone delle ragioni della sopravvivenza del parlamento e della libertà: la sua era la voce della razionalità politica sommersa, ma non distrutta, dall’odio irrazionale della «massa urlante», da lui profondamente detestata, che aveva carpito nelle sue mani il destino del popolo italiano.
L’uomo che aveva osato sfidare la morte proprio per non morire, guardando al futuro con la mente del politico autentico, si era espresso una volta alla Camera con le parole di un momento, che erano al tempo stesso quelle di un legato politico: «Sollecitiamo ardentemente con l’opera nostra, che è nazionale ed insieme internazionale, sollecitiamo la formazione degli Stati Uniti di Europa, non rimandandola idealmente dopo il socialismo, ma affrettandola praticamente, perché essi costituiscono un anticipo sul socialismo, un avviamento al socialismo, un riconoscimento ed un affratellamento fra i diversi lavoratori di tutte le nazioni, eliminando tante deviazioni e contrasti apparentemente nazionali, ma sostanzialmente capitalistici».
Giacomo Matteotti è ancora, dunque, in mezzo a noi, con la freschezza attuale dei nostri pensieri: un martire d’avanguardia nella lotta democratica per l’affermazione della libertà e della giustizia nell’Italia, nell’Europa e nel mondo.


 

Matteotti nella storia del socialismo Italiano ed internazionale

di Leo Valiani (1971) [pp. 171-177]


Nato rivoluzionario, ed anzi anarchico, attorno al 1870, già al momento della sua costituzione in partito politico (1892) il movimento socialista italiano era un partito di democrazia parlamentare, rispettoso della legalità.
Ciò non gli impediva di dirsi marxista e di voler essere il partito della classe lavoratrice. Nella concezione del principale artefice della fondazione del Partito socialista italiano, Filippo Turati, il marxismo, in un paese economicamente arretrato come l’Italia, supponeva che il capitalismo industriale si sviluppasse prima che il proletariato potesse porre la sua candidatura al potere. Il trapasso medesimo, dalla società capitalistica alla società socialista, sarebbe stato possibile solo mediante una lunga evoluzione e, quando ne fossero maturate le condizioni, ciò avrebbe potuto avvenire pacificamente, nei quadri della democrazia politica.
Secondo Turati, era interesse primordiale del movimento operaio socialista che la democrazia politica si affermasse contro i tentativi autoritari, reazionari delle vecchie oligarchie. A tal fine il partito socialista poteva allearsi coi partiti e gruppi radicali, o anche semplicemente liberali della borghesia più progredita.
Il contenuto economico sociale della lotta del partito socialista, e dei sindacati dei lavoratori ad esso legati, avrebbe dovuto consistere in un’azione volta ad ottenere la benevola neutralità dello stato nei conflitti fra imprenditori ed operai, il pieno rispetto del diritto d’organizzazione, propaganda e sciopero di quest’ultimi, e l’introduzione d’una crescente legislazione sociale a loro tutela.
L’aumento dei salari che così si sarebbe conquistato, avrebbe costituito, con l’allargamento del mercato interno, il miglior incentivo che si potesse desiderare per lo sviluppo degli investimenti e la crescita della produzione.
Questo programma, che successivamente fu chiamato riformista, ma che Turati e i suoi compagni (intellettuali come Claudio Treves ed ex-operai autodidatti che organizzavano i sindacati) ritenevano conforme ad un’interpretazione evoluzionistica del marxismo, adatta ai paesi occidentali, sembrò sul punto di trionfare al principio del Novecento.
Il partito socialista, che in precedenza era stato persino messo fuori legge da governi reazionari, trovò allora un interlocutore in un governo democratico-liberale, quello di Giolitti. Ma poco dopo si sviluppò nel partito socialista una corrente che si diceva intransigente e rivoluzionaria, e che già nel 1904 ne conquistò (quella volta solo per due anni) la direzione. I fattori strutturali che alimentavano la tendenza rivoluzionaria erano in parte i medesimi che avevano dato vita alla tendenza riformista.
L’Italia era afflitta da un eccesso di popolazione rispetto alla richiesta di mano d’opera e dunque da permanente disoccupazione. Se si pensava che ciò richiedesse una politica volta a convincere il governo ad intervenire, coi mezzi dello stato, nei modi che si conoscevano allora (le tecniche keynesiane non erano ancora previste da nessuno), per diminuire la disoccupazione; se di conseguenza si chiedevano allo stato provvedimenti sociali, aiuti finanziari alle cooperative operaie di produzione (che in effetti fiorivano in alcune regioni); se la stessa azione si cercava di svolgere nelle amministrazioni comunali e provinciali, sulle quali i socialisti potevano avere, grazie ai loro voti, un’influenza crescente, si era riformisti. Se invece si pensava che fosse più redditizio strappare al governo le stesse concessioni con tumulti di piazza e strappare agli imprenditori degli aumenti salariali con scioperi violenti, si era, o si pensava di essere, rivoluzionari.
S’intende che i rivoluzionari credevano nel rovesciamento violento delle istituzioni politiche e sociali esistenti. Ma, in realtà, non ne credevano giunto il momento e lo rimandavano all’avvenire. Quel che avvantaggiava i riformisti era il loro realismo pratico; la loro capacità di metodica organizzazione sindacale. Quel che avvantaggiava i rivoluzionari era lo spirito reazionario, antioperaio di molti imprenditori, specie agricoli (più di qualsiasi altro movimento socialista europeo, quello italiano faceva larghi progressi nelle campagne, fra i braccianti, ma anche fra i contadini non salariati più poveri) e delle autorità di polizia, che nonostante l’indirizzo liberale di Giolitti continuavano a considerare i socialisti come dei sovversivi. Inoltre, Giolitti stesso svolgeva una politica democratico-liberale solo nell’Italia del Nord, settentrionale e centrale.
Il Sud, che non si industrializzava, rimaneva anche politicamente in preda all’autoritarismo. Ivi i rivoluzionari prevalevano logicamente nelle organizzazioni relativamente deboli del partito socialista e dei sindacati. Al Nord, ove le organizzazioni erano relativamente forti, prevalevano i riformisti. La guerra di Libia, che Giolitti stesso, venendo meno alle premesse democratiche della sua politica, decise di conquistare militarmente nel 1911, fece vincere definitivamente i rivoluzionari (fra i quali c’era già il giovane Mussolini) al congresso nazionale del partito socialista. La direzione della Confederazione generale del lavoro, la maggioranza degli organizzatori dei sindacati, dei deputati al parlamento (52 nel 1913), degli amministratori comunali (dei municipi importantissimi come Milano e Bologna, e moltissimi altri furono conquistati dai socialisti nel 1914) rimasero invece riformisti. Ma il ritiro di Giolitti dal governo, ove il suo posto viene preso da un liberale di destra, piuttosto nazionalista, Salandra, indebolisce il riformismo.
Il debutto di Giacomo Matteotti nell’attività politica socialista avviene in questa situazione. Egli si colloca immediatamente tra i riformisti. Ve lo portano il senso della realtà, il suo amore per il lavoro positivo, concreto, realizzatore e anche il suo pacifismo, la sua avversione alla violenza. Ma nella sua provincia, Rovigo, eminentemente agricola, il conflitto di classe, fra imprenditori e braccianti o contadini poveri, è molto aspro. Qui il partito socialista non può neppure contare sull’apporto numeroso di intellettuali, professionisti, impiegati che per esempio a Milano consentono a Turati di avere successo in un ambiente industriale e commerciale moderno e largamente democratico.
Matteotti si trova così alla sinistra della frazione riformista di cui fa parte. Questa sua collocazione è rafforzata dall’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale. Anche Turati e gli altri socialisti riformisti (salvo alcuni che già nel 1912 sono stati estromessi dal partito) sono, come tutto il partito (ad eccezione proprio di Mussolini, che viene espulso per il suo pronunciamento in pro della guerra) ostili all’intervento italiano nel conflitto. In parlamento essi votano contro i crediti militari, durante tutta la guerra e, inoltre, partecipano alle conferenze socialiste internazionaliste di Zimmerwald (1915) e Kienthel (1916), ponendosi così più a sinistra della quasi totalità degli altri partiti socialisti europei. Ma Matteotti è ancora più a sinistra di loro, nell’opposizione alla guerra, ch’egli, al pari dei rivoluzionari, avrebbe voluto impedire anche con lo sciopero generale.
La fine della guerra accentua, con la radicalizzazione delle masse operaie, per le sofferenze patite, per l’inflazione in atto, per le speranze accese dalla rivoluzione russa sovietica, il predominio dei rivoluzionari nel Partito socialista italiano. Esso aderisce all’Internazionale comunista fondata a Mosca nel 1919 e adotta, nonostante le proteste di Turati, il programma della conquista violenta del potere e dell’instaurazione della dittatura del proletariato. Matteotti è sempre coi riformisti, ma nelle lotte operaie concrete sovente più a sinistra di loro. Ora anch’egli crede nella vicinanza dell’avvento del socialismo. Eletto deputato, in parlamento si segnala invece per la sua competenza in questioni fiscali, ma anche per la sua ortodossia finanziaria, giudicata eccessiva da altri socialisti, come Modigliani, fautori di una finanza più audace, produttivistica. La scissione fra rivoluzionari, che non hanno osato scatenare la rivoluzione, quando essa sembrava possibile data l’occupazione operaia delle fabbriche, e riformisti che non hanno osato andare al governo, quando i partiti democratico-borghesi ve li invitavano, ha luogo troppo tardi parzialmente nel gennaio 1921 e interamente nell’ottobre 1922. Il fascismo, vittorioso grazie all’appoggio delle autorità militari, di polizia e giudiziarie, alla mobilitazione antisocialista delle masse del ceti medi, e della maggioranza del contadini, e naturalmente grazie al finanziamento che gli viene dai proprietari terrieri e dai capitalisti industriali, va al potere ed impone la propria dittatura.
Sul terreno della lotta fisica, il movimento operaio praticamente inerme, è stato schiacciato. Neanche i rivoluzionari che parlavano sempre di violenza, erano preparati a farne una. I fascisti lo erano, anche perché avevano nelle loro file molti ex-combattenti sui fronti che avevano preso l’abitudine alla lotta armata e che l’opposizione alla guerra dei socialisti (molti dei quali, come operai, dovevano restare nelle fabbriche e non erano perciò andati in trincea) esasperava. Matteotti fu il primo a denunciare alla Camera, sin dall’inizio del 1921, le violenze fasciste, la loro tolleranza da parte delle autorità e il loro carattere di classe. Quelle sue denunce furono confermate dagli avvenimenti. Sbagliava anch’egli, opponendo la non-violenza socialista alla violenza fascista. Il futuro avrebbe dimostrato che il fascismo poteva essere battuto solo con le armi. Queste per il momento erano nelle mani dell’esercito, sicché i socialisti avrebbero potuto disporne solo se fossero andati al governo.
Matteotti se ne rese conto tardi, verso la fine del 1921 e i suoi compagni riformisti esitarono anche allora. Bisogna però dire che in quel momento, dopo l’insuccesso dei governi di coalizione diretti dalla social-democrazia tedesca nella repubblica di Weimar, la maggior parte dei partiti socialisti europei, da quello francese a quello austriaco, era contraria alla collaborazione governativa con i partiti borghesi.
L’originalità di Matteotti si rivela solo dopo la conquista fascista del potere. Diventato segretario del nuovo partito socialista riformista, che si dice unitario, poiché mira alla futura riunificazione con quei socialisti di sinistra che non sono diventati comunisti, Matteotti combatte una duplice battaglia politica. Da un lato, egli intende impedire che i dirigenti riformisti della Confederazione generale del lavoro facciano atto di sottomissione al governo Mussolini, in cambio della sua tolleranza verso la loro organizzazione. Questa sottomissione rafforzerebbe il fascismo, senza garantire la sopravvivenza della libertà sindacale.

Soppresse le libertà politiche, la dittatura fascista sopprimerebbe sicuramente anche la libertà sindacale. Dall’altro lato, Matteotti vuole che il Partito socialista unitario si metta alla testa d’una lotta molto energetica contro il governo fascista. Perché questa lotta, da condurre nel parlamento e nel paese, ma senza illudersi di poter fare ricorso alla violenza per rovesciare il fascismo, che ormai dispone di tutte le armi dello stato, oltre alla sua privata milizia armata, possa avere successo, occorre, a giudizio di Matteotti, che il Partito socialista unitario promuova una larga alleanza comprendente tutti quei partiti d’opposizione che desiderano il ritorno alla democrazia. Resterebbero fuori, nella previsione di Matteotti, da quest’alleanza democratica, soltanto i liberali di destra o meglio conservatori che votano ancora per il governo fascista e i comunisti, che lo combattono bensì, ma per l’instaurazione della dittatura del proletariato, che s’è già visto in Russia come sia in realtà la dittatura del partito comunista che sopprime ogni altro partito, anche se socialista. Per Matteotti il compito dell’antifascismo democratico è, invece, di staccare dal fascismo quella parte delle classi medie che in fondo è rimasta liberale e che il fronte unitario proletario, per un governo sostanzialmente dittatoriale di soli operai e contadini, proposto dal partito comunista, respingerebbe.
Il piano d’azione di Matteotti si fonda sull’analisi del fascismo, delineata da Turati e da Treves. Per i vecchi maestri del socialismo italiano, il movimento fascista è un prodotto della guerra mondiale. Essi avevano intuito sin dal 1913-14 quel che vi era di avventuroso, intrinsecamente non-socialista, nel rumoroso socialismo rivoluzionario di Mussolini. Ma solo la guerra ha potuto dare a Mussolini la possibilità di creare con successo un nuovo movimento di violenti.
La crisi economica e lo spostamento a sinistra delle masse popolari, a seguito dei massacri e delle privazioni della guerra, ha tolto alla borghesia capitalistica la sicura maggioranza parlamentare e il sicuro predominio sociale che aveva prima del 1914. Ma la classe operaia non è ancora abbastanza forte per conquistare il potere. I 156 deputati socialisti eletti nel 1919, rappresentano solo un terzo della Camera.
Nel vuoto di potere che cosi si crea, s’inserisce il fascismo. Esso mobilita la piccola borghesia urbana e rurale, che il partito socialista, adottando il programma di dittatura di classe dei bolscevichi, spaventa e respinge. Con l’adesione all’Internazionale comunista, il partito socialista si isola anche dal sentimento nazionale italiano, che la vittoria in guerra ha esaltato. In realtà, dietro al fascismo, agiscono però i ceti più reazionari del capitalismo agrario e industriale, che non solo vogliono prevenire con la controrivoluzione una eventuale rivoluzione proletaria, ma, dovendosi pagare i costi della guerra del 1915-18, vogliono anche annullare le conquiste pacifiche, sindacali, cooperative, municipali di legislazione sociale, che il movimento operaio ha fatto negli ultimi vent’anni.
Proprio queste conquiste pacifiche hanno reso le organizzazioni operaie italiane mature, secondo Turati, per un progresso graduale verso una società socialista. Ma nell’arretratezza generale della società italiana, nonostante l’industrializzazione di alcune sue zone, e nel diffondersi del costume della violenza, a seguito della guerra, precisamente la maturità pacifica del movimento operaio socialista lo rende vulnerabile, fragile di fronte all’offensiva violenta del fascismo. A quest’analisi Matteotti aggiunge la considerazione che con lo sviluppo del protezionismo doganale, dei trusts e dell’intervento dello stato nell’economia, la borghesia, cessando di essere liberista, ha cessato anche d’essere liberale.
Dall’analisi di Turati però si può anche trarre una conclusione fatalista, e cioè che non ci sia altro da fare che attendere la caduta del fascismo, per effetto del ritorno della borghesia industriale economicamente più progredita al liberalismo, man mano che essa riscoprirà i vantaggi economici dell’allargamento del mercato interno, messo in crisi dalla riduzione fascista dei salari e man mano che, allontanandosi l’atmosfera di violenza postbellica, l’avversione della piccola borghesia al movimento socialista, ridiventando democratico, cesserà e tornerà viceversa il comune desiderio di libertà. Oppure, se ne può trarre una conclusione come quella di Otto Bauer, il capo della socialdemocrazia austriaca, la cui analisi del fascismo, che egli considera giustamente come un fenomeno internazionale, ha alcuni punti di contatto con quella di Turati. Si noti, del resto, che il Partito socialista unitario, non appena si è formato nel 1922, aderisce alla Internazionale due e mezzo, diretta praticamente dalla socialdemocrazia austriaca e dopo la fusione d’essa, nel 1923, con la II Internazionale, si trova in generale, in seno a questa, su posizioni non lontane da quelle di Otto Bauer. Matteotti, che si occupa molto di politica internazionale, nel 1923, è vicino ai socialisti austriaci e alla sinistra socialista francese, tedesca e inglese, nella opposizione all’imperialismo, e ai nazionalisti esacerbati dalla sistemazione postbellica. Naturalmente egli combatte poi il nazionalismo fascista. La conclusione di Bauer - che approfondisce molto di più dei socialisti italiani l’analisi delle contraddizioni economiche del capitalismo e che è più vicina politicamente ai rivoluzionari - è che nel periodo storico in cui la borghesia capitalistica non è più in grado di esercitare da sola il potere, e il proletariato non è ancora in grado di conquistarlo democraticamente, la scelta è fra un governo di coalizione dei partiti borghesi democratici col partito socialista, e la dittatura, fascista o socialista.
Matteotti rifiuta l’ipotesi che alla dittatura fascista possa e debba succedere una dittatura socialista. Egli desidera, già nell’opposizione, una coalizione fra partiti borghesi democratici e partiti socialisti. La coalizione che Matteotti vuole, dovrebbe essere però un’alleanza battagliera, che lotti accanitamente per rovesciare il governo fascista e riconquistare la libertà.
A tal fine, Matteotti, chiede al partito socialista di riconoscere i propri errori, a cominciare da quello d’aver respinto nel 1919-20 i ceti medi con eccessivi scioperi, specie nei servizi pubblici, oltre che con l’adesione all’Internazionale comunista e di dimostrare che il fascismo, facendo gli interessi della plutocrazia monopolista, danneggia economicamente anche i ceti medi, e non solo la classe operaia. Ma, soprattutto, Matteotti vuole una continua iniziativa di lotta antifascista, condotta con spirito d’unità democratica e con ferma intransigenza. Nonostante si tengano sotto le violenze fasciste, la cui denuncia nel nuovo parlamento costerà la vita a Matteotti, alle elezioni generali politiche del 6 aprile 1924, il suo partito ottiene un risultato relativamente lusinghiero.
Con 25 deputati il Partito socialista unitario precede il Partito socialista massimalista, che ha 22 deputati, e il partito comunista, che ne ha 18. Il relativo successo del partito di Turati e Matteotti è molto netto soprattutto a Milano. L’assassinio di Matteotti, la cui responsabilità risale direttamente ai collaboratori intimi di Mussolini e almeno indirettamente a Mussolini stesso, apre una nuova fase della crisi politica italiana. Essa si chiude col trionfo di una dittatura che si è fatto totalitaria. Matteotti aveva previsto in un discorso parlamentare del marzo 1921 che la vittoria della violenza fascista avrebbe favorito alla fine il comunismo a spese del socialismo riformista pacifico.



[1] Il discorso fu pronunciato nella seduta del 30 maggio 1924, convocata per la convalida delle elezioni dell’aprile; ora in G. Matteotti, Discorsi parlamentari, II, Camera dei Deputati, Roma, 1970, pp. 873- 888

[2] B. Mussolini, Opera Omnia cit. XXI, La Fenice, Firenze, 1956, p. 237.

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