RESOCONTO DELLE ATTIVITÀ SVOLTE DAL GOVERNO MILITARE ALLEATO E DALLA COMMISSIONE ALLEATA DI CONTROLLO IN ITALIA


 

QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.17



Resoconto delle attività svolte dal Governo Militare Alleato e dalla Commissione Alleata di Controllo in Italia


Presentazione di Lamberto Mercuri


© I Quaderni della FIAP 
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Quaderni della FIAP, n.17

Resoconto delle attività svolte dal Governo Militare Alleato
e dalla  Commissione Alleata di Controllo in Italia


Quaderno n.17




Presentazione di Lamberto Mercuri


La riproposta di un opuscolo che appartiene ad un tempo storico eccezionale, così diverso da quello che ci è dinanzi, merita qualche parola, non solo occasionale, per spiegare ai lettori perché questa problematica entra a far parte della nuova collana dei «Quaderni della F.I.A.P.» ma anche per un tentativo di riflessione storiografica intorno al triennio 1943-1945, per quel che riguarda gli aspetti politici ed amministrativi dell’occupazione anglo-americana del territorio italiano e l’influenza che quegli avvenimenti hanno avuto sul futuro dell’Italia.

L’opuscolo in parola, «Il resoconto sull'attività del Governo Militare Alleato e della Commissione Alleata di Controllo», non porta una data, ma essa è facilmente riconducibile all'estate del 1945 e tratta, sia pure senza pretese di approfondimenti, dell’attività degli Alleati e del controllo che esercitarono sulle provincie via via liberate.

Certo l’opuscolo è edito dagli uffici della propaganda psicologica degli Alleati e questo spiega, in una certa misura, il carattere e la natura della pubblicazione volta a far conoscere agli italiani - sia pure a livello di prima informazione - i principali compiti d’assistenza da essi assolti ed un primo bilancio della loro opera di ricostruzione dei danni bellici.

Ma una lettura più attenta del fascicolo può suggerire altre considerazioni, non solo intorno agli organi del Governo Militare Alleato e della Commissione Alleata di Controllo, (diretta emanazione questa, degli Stati Maggiori Combinati) ma soprattutto sull'attività della propaganda psicologica, un fattore molto importante, nei confronti delle popolazioni italiane e, più in generale, sul peso e sul condizionamento esercitato dalla presenza degli Alleati nei confronti del quadro politico e civile italiano. Ecco una prima ragione dell’inserimento nella serie dei nostri «Quaderni» per l’intreccio e il riflesso che la vicenda degli Alleati ha avuto - come si diceva - sul futuro italiano. Un panorama dell’attività della propaganda psicologica sarebbe di grande interesse e costituirebbe - crediamo - la conferma di alcune ipotesi di fondo circa la vittoria delle armi alleate, sulle quali varrà la pena di riflettere.1

Basterà far solo cenno, quasi per inviare al loro posto le numerose tessere del mosaico, all'attività sperimentata con successo, verso le truppe italiane nelle campagne militari di Tunisia e di Sicilia, allorquando le autorità della branca psicologica considerarono necessario indirizzare la loro capacità operativa verso quello ch'essi considerarono «lo spirito più debole tra gli eserciti dell’Asse».

Mi permetto, a questo proposito, di richiamare quanto ho osservato in un mio recente studio su «gli Alleati e l’Italia»: «già durante gli anni immediatamente anteriori la guerra, alle autorità inglesi e americane, era parso necessario conoscere meglio il nemico in tutti i suoi aspetti culturali, economici e sociali sia per gli scopi politici che di propaganda. Ciò portò allo stanziamento sempre più cospicuo di fondi per tali studi che furono poi noti come “studi sul carattere nazionale”. Subito dopo lo sbarco statunitense in Africa Settentrionale, quando apparve evidente l’ulteriore proseguimento delle operazioni militari dei due alleati sul continente europeo, (e con esso il problema dell’amministrazione dei territori occupati), quegli studi culturali furono intensificati e approfonditi anche in direzione di una più intensa indagine conoscitiva sulla realtà nazionale italiana.

In Gran Bretagna, tale studio era affidato a psichiatri, condizionati dalle teorie psicoanalitiche, in America il problema veniva impostato con forte propensione ad approfondire gli studi sulle unità nazionali piuttosto che quelli sulla personalità umana, perché era ritenuta assai più importante (sotto la spinta dei fatti politici) l’analisi delle idee collettive anziché quelle degli individui. Tali studi che hanno sicuramente il pregio di rendere possibili ricostruzioni della realtà di un determinato paese con approfondimenti anche dal punto di vista sociologico di tutte o quasi le forze, interessi, tradizioni, ecc. in gioco e a stabilirne il ruolo e il peso, mostravano, almeno nel campo dell’indagine storica per il nostro Paese, taluni limiti e alcuni segni d’incertezza».2

L’invasione del territorio italiano aveva posto agli Alleati altri problemi di natura ancor più delicata. Si trattava di prendere con le armi un paese di grande civiltà e di forte tradizione politica. Si trattava di dar vita, inoltre, e per la prima volta in Europa ad un nuovo strumento di amministrazione internazionale (l’amministrazione dei territori occupati per mezzo di un governo militare), ad entrambi e collegialmente, restava la responsabilità formale dell’amministrazione dei territori occupati d’intesa con gli Stati Maggiori Combinati. Il preambolo al piano per un governo alleato della Sicilia, suonava assai chiaramente «… Comuni responsabilità riguardano in parti uguali le responsabilità politiche, legali e finanziarie per entrambi, sia per entrambi, sia per quel che concerne la pianificazione e la condotta del governo militare, come del pari la partecipazione del personale per quanto possibile su basi di uguaglianza. Sia la bandiera inglese sia quella americana saranno esposte nei comandi e nei luoghi del governo militare». Una unica politica di governo e una responsabilità indivisibile anglo-americana: questa l’enunciazione di fondo di tale politica.

Certo, i fattori prevalentemente militari ebbero l’effetto di far accantonare, in un primo momento, le rivalità dei due alleati di lingua inglese circa il futuro dell’Italia (Gaetano Salvemini dall'America, nell'agosto 1943, scriveva: «Churchill e Roosevelt stanno facendo in Italia due guerre simultanee: una mira ad ottenere la resa a discrezione, l’altra mira a prevenire la rivoluzione»).

Naturalmente vi furono delle differenze, tra britannici e statunitensi, che sono da ritrovare prevalentemente nel diverso ruolo da essi svolto nella guerra contro l’Italia. E poi la diversità delle posizioni e degli interessi in gioco: più duttili gli statunitensi, disposti a qualche concessione sia pure di natura formale. Si sapeva (e la propaganda statunitense fece del suo meglio per accreditare tale convinzione) che la tradizione politica degli Stati Uniti era basata sull'anticolonialismo e favorevole, tendenzialmente, a promuovere sviluppi autonomi in ogni paese - i sentimenti «anticolonialisti» degli americani erano, in una certa misura, in chiave antinglese . Per i britannici, si trattava di amministrare una vittoria di tipo diverso, la «restaurazione» delle posizioni inglesi nel Mediterraneo dopo oltre sei anni di rivalità con l’Italia. (E la fine delle ostilità guerreggiate da oltre tre anni).

Uno dei canoni della psicologia su cui poggiava tale propaganda è ben rappresentato da un «principio» di filosofia assai chiaro e rinvenibile nei testi e nei manuali per gli ufficiali del governo militare alleato: «È assai importante il problema di indurre le popolazioni a cooperare con l’esercito di liberazione e averle al nostro fianco e portarle alla comprensione del fatto che la liberazione non è cosa in cui sia possibile tutto all'istante così come esse avevano sperato».

Uno dei maggiori teorici del campo, M.A. Linebarger, autore de «L’arma psicologica», Washington, 1948, aveva definito chiaramente il problema: «L’arma psicologica comprende l’uso della propaganda contro il nemico, insieme con talune misure operative di natura militare, economica e politica così come può esser richiesto per integrare tale propaganda».

Anche la teorizzazione della guerra da parte statunitense, una volta presa la decisione d’intervenire nel conflitto armato, fu incentrata su di una sorta di parola d’ordine «una lotta per la democrazia». Nel disegno della propaganda, naturalmente, un certo risalto fu dato ai fattori culturali collegati con la civiltà italiana (si veda per tutte il messaggio dei massimi responsabili della politica alleata del 16 luglio 1943 indirizzato al popolo italiano allorché essi parlarono di «antiche tradizioni di libertà e di cultura dell’Italia, tradizioni alle quali i popoli d’America e di Gran Bretagna tanto devono»).

Nel quadro generale dell’offensiva propagandistica, va considerato inoltre l’autorevole apporto del Presidente statunitense, animato da sentimenti non ostili al popolo italiano (in lui però v’era un calcolo di natura anche elettorale in quanto la comunità italo-americana, chiassosa e attiva, si sarebbe opposta ad un severo trattamento dell’Italia nel Trattato di pace) che andava moltiplicando le sue dichiarazioni sull'Italia che facevano sperare per il meglio. Tanto più, così aveva osservato il Salvemini, in tempo di guerra le «parole sono armi».

Più in generale, si era fatta sempre più evidente la necessità di ancorare ad argomenti più solidi le ragioni della guerra, una guerra che - tra il resto - avrebbe significato definitivamente la fine dell’isolazionismo nell'opinione pubblica non solo statunitense; occorreva agitare principi meno astratti e non soltanto morali, (vedi per tutte la Carta Atlantica che, per un certo periodo, aveva costituito, per alcuni versi, lo scopo per cui gli Stati Uniti erano entrati in guerra). A Roosevelt, «non faceva impressione il futuro - è stato osservato - nel quale anzi aveva fede; e una profonda fede l’aveva anche in se stesso insieme con una ferma determinazione ad infrangere una concezione della forza come soluzione per dirimere i problemi del mondo. Egli era sicuro che sarebbe riuscito ad imporre il suo potere politico e intimamente democratico a tutti i problemi che sarebbero seguiti al cessate il fuoco».3

Anche i collaboratori del Presidente sono concordi nel testimoniare che il suo lavoro non era affatto organizzato; al contrario, Roosevelt governava in modo estremamente personale «E ciò - così ha osservato I. Berlin - facendo mandò fuori dei gangheri i fautori della correttezza costituzionale, ma è lecito dubitare che avrebbe mai potuto realizzare i propri scopi in altro modo».4 

E l’opinione pubblica statunitense, anche per suo mezzo, era disposta ad operare una distinzione tra il regime fascista e il popolo italiano e a prendere le distanze dall’atteggiamento britannico. Di qui la certezza del Presidente che gli americani sarebbero stati privilegiati rispetto agli inglesi dalle popolazioni italiane. Più in particolare, l’opinione pubblica statunitense era sensibile al fatto che la guerra si vincesse il più rapidamente possibile con il minor numero di perdite umane. Questa forse la preoccupazione più importante. La sistemazione dei problemi politici e territoriali creati con il fatto bellico, (e in questo v’era completa identità di vedute tra il Presidente, l’opinione pubblica e i capi militari degli Stati Uniti) avrebbero atteso un momento successivo.

È vero che gli anglo-americani avevano affrontato la campagna d’Italia seguendo un modello costante di guerra «assoluta» ma il largo margine concesso dai capi militari alleati alla propaganda psicologica, era volto ad un modello di attività strategica in appoggio concreto a quella bellica. Uno scorcio ai temi e agli aspetti dissuasivi evidenzia che largo spazio era concesso al fattore «fascismo» e alla conseguente «defascistizzazione», alla crociata contro il fascismo (anche il volume di memorie del gen. Eisenhower ha questo prevalente carattere), alla «diffusione della democrazia», alla volontà di «ingigantire il progresso», all'allargamento del «mercato economico», alla missione di civiltà, all'insegna degli antichi padri, l’avversione quasi istintiva per il comunismo.

Principi e valori, come si vede, di una certa consistenza (ma anche di una certa «astrattezza») e tutti mescolati e filtrati attraverso mani sapienti per una azione prevalentemente persuasiva.

Perché, come è stato acutamente osservato: «Una relazione politica dissuasiva può esistere soltanto nel caso in cui sussista la possibilità di una qualche forma di scambio. L’equilibrio è una condizione di esistenza in mancanza della quale, non dandosi la possibilità di danneggiarsi reciprocamente, si avrà direttamente una situazione di imposizione, o almeno di intimidazione».5

Se ne occupava il PWB (Psychological Warfare Branch) o «branca della guerra psicologica», un ente composto da civili e militari britannici e americani, responsabile per la propaganda per l’intero teatro operativo del Mediterraneo e alle dipendenze dirette del Comandante supremo alleato; un ente articolato in divisioni tra i cui compiti più importanti figuravano la redazione e la stampa dei giornali, manifesti, volantini, pubblicazioni di ogni tipo e le trasmissioni radiofoniche. A questo ente psicologico fu impressa una forte americanizzazione, o così apparve anche negli aspetti esteriori dell’intera macchina propagandistica soprattutto nei confronti dell’Italia. In questo ordine di idee, come si accennava, erano stati presi in considerazione gli aspetti emotivi e delle passioni caratteriali degli italiani. E così i discorsi prevalentemente dissuasivi, (un crescendo di motivi, nonostante le apparenze, si fece via via più netto) miravano dai primi proclami o messaggi delle più significative personalità, politiche e militari, del campo degli alleati volti a ricercare il semplice appoggio alle operazioni militari alleate anziché consentire la ricostruzione di un vero e proprio esercito italiano. E così per tutto il periodo della lunga permanenza sul territorio italiano dei vincitori anglo-americani per quel che riguardava la nascita o la rinascita dei partiti politici e, più in generale, i fermenti realmente rinnovatori l’azione alleata era sostanzialmente di freno guidata come era da diffidenza e talvolta da incomprensione. Non è, in sostanza, possibile fare concessioni all'Italia - questo il pensiero dominante dei vincitori, e ha poca importanza adesso valutare la forma della comunicazione - perché la situazione è precaria da qualunque punto di vista e ogni tentennamento o deroga a quanto stabilito dallo strumento armistiziale potrebbe mutare quelle condizioni. Questo spiega tra l’altro, la sorte della «cobelligeranza», concessa ma che non muterà di molto la situazione. Sono note le espressioni di Churchill in argomento, indubbiamente significative, per esser riprese adesso in appoggio al nostro discorso.

In realtà, già dal finire del 1942, con lo sbarco delle truppe statunitensi nell'Africa Settentrionale Francese avvenuto con una forte dovizia di materiale e di mezzi, la propaganda statunitense aveva colpito la fantasia e il cuore degli europei. Nel vecchio Continente, dominato dall'occupazione germanica e la disperazione esistenziale che vi regnava, la suggestione esercitata dallo sbarco americano e soprattutto il segno della loro potenza militare (che non aveva confronti con quella del primo conflitto mondiale), abilmente accoppiata all'altra immagine, quella che voleva gli americani come «i liberatori», era un dato di fatto inconvertibile. Un’immagine che accompagnerà puntualmente le truppe statunitensi vincitrici dalle spiagge della Tunisia al cuore dell’Europa. Tutto fu volto in funzione di una totalità.

Non paia avventato ma fu la campagna dell’Africa settentrionale, voluta e fortemente perseguita dal Presidente Roosevelt, a cambiare le sorti di una strategia mondiale. Un’impresa volta ad una decisiva presenza degli americani nel Mediterraneo e in Europa e a scalzare, con abile gradualità, i «cugini» britannici dalle loro vecchie posizioni.6 

Anche nelle memorie del primo ministro Churchill v’è precisa traccia di questo disegno. Disegno che avrebbe dato, nel giro di pochi anni: frutti decisivi agli Stati Uniti, in una Europa devastata e da ricostruire.

Nello stesso tempo non mancava in Roosevelt la volontà di incoraggiare la speranza degli internazionalisti perché non venissero ripetuti gli errori del passato, quelli della prima guerra mondiale. Per questi motivi, egli lavorava incessantemente - come si accennava - per l’organismo internazionale del dopoguerra, l’organizzazione delle Nazioni Unite che avrebbe posto rimedio ai fallimenti della Lega delle Nazioni.

Non rientra nel nostro quadro cronologico (l’opuscolo ha una visione d’insieme - sia pure nei limiti accennati - della vita anche politica italiana fino al termine dell’amministrazione militare e civile alleata) il dopoguerra, ma non sarà disutile aggiungere che l’Italia aveva costituito per gli Alleati e, per gli statunitensi in particolare, il banco di prova dei vari principi, teorie e valori e della loro applicabilità. A contatto con la realtà italiana, le linee direttrici non solo di politica estera ma più in generale quella di politica contingente o quotidiana, se si vuole, subirono modifiche continue, talvolta non furono messe in essere o addirittura violate. È utile anche ricordare che lo status dell’Italia non mutò fino al 1947, quando fu firmato il trattato di pace. Con questa firma terminava per l’Italia il lungo periodo armistiziale (firmato a Cassibile il 3 settembre e «perfezionato» a Malta il 29 settembre 1943). Il cambiamento dello schieramento internazionale e la fine di ogni autonomia in politica estera erano avvenuti con la resa senza condizione. Un’autonomia, sia pure con segno opposto, che l’Italia aveva già sostanzialmente perduto nell'alleanza con Hitler. Alle forze politiche italiane era mancata sostanzialmente la libertà e la capacità di determinare il risultato della loro lotta. I vincitori, dal punto di vista del sistema politico italiano, avevano preferito o comunque favorito la restaurazione sostanziale del regime prefascista.

Ha osservato Norberto Bobbio: «nei paesi in cui era avvenuta la liberazione con l’aiuto e sotto la protezione degli eserciti inglesi e americano, era crollata con la caduta del fascismo la sovrastruttura politica del regime (solo in parte quella giuridica e amministrativa), ma non solo erano stati modificati i rapporti di classe che quella sovrastruttura aveva contribuito a conservare”.7 

E le forze politiche italiane, fecero quel che poterono per aggiornare il quadro secondo il portato dei tempi. Attraverso la guerra di liberazione nazionale, quelle forze riuscirono a strappare qualche miglioramento a quella prospettiva che sembrava senza via d’uscita.

Per una migliore intelligenza di quanta abbiamo cercato di dimostrare, non sarà disutile riportare due autorevoli punti di vista del mondo anglo-americano. Winston Churchill, il cui atteggiamento sostanzialmente coerente, e qui riassunto con le sue stesse parole: «… mediante l’azione contro il nemico comune, il governo, l’esercito e il popolo italiano potrebbero, senza negoziati, facilitare rapporti più amichevoli con le Nazioni Unite» e quello di John Kennedy di alcuni lustri dopo: «Non domandate quel che gli Alleati fecero per l’Italia piuttosto ciò che l’Italia fece per la causa degli alleati».



LAMBERTO MERCURI 





INTRODUZIONE

Il 10 luglio 1943, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna iniziarono un grande esperimento di governo militare, partendo da presupposti democratici. Quando cominciò a sgretolarsi la fortezza europea, funzionari civili alleati vennero fatti sbarcare insieme con le armate sulle coste della Sicilia.

Esattamente quattro mesi più tardi, il Generale Dwight D. Eisenhower, allora comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo, installava la Commissione Alleata di Controllo (poi Commissione Alleata) per fare rispettare le condizioni dell’armistizio alla nazione italiana militarmente battuta, politicamente a terra e rimasta con appena una parvenza di governo.

I funzionari del Governo Militare che arrivarono in Sicilia componevano degli organismi militari. Anche la Commissione di Controllo Alleata, installata dal generale Eisenhower, era un organismo militare, e così è ora la Commissione Alleata. Essa fa parte delle forze armate del Mediterraneo operanti sotto la sorveglianza diretta del Quartier Generale Alleato e segue le direttive dello Stato Maggiore di Washington.

I compiti della Commissione Alleata sono cinque: 1°) organizzare le operazioni del Governo Militare con la 5ª e l’8ª armata in appoggio diretto alle truppe di combattimento; 2°) prestare tutto il possibile aiuto immediato alla popolazione civile alle spalle delle armate, in modo da evitare epidemie e alleviare il disagio; 3°) preparare l’amministrazione governativa e l’organizzazione economica per restituirle agli italiani al più presto possibile; 4°) sovraintendere alla esecuzione dei termini dell’armistizio; 5°) fungere da rappresentante delle Nazioni Unite presso il governo italiano.

Per raggiungere questi obiettivi, la Commissione Alleata stabilì un Quartiere Generale presso il governo italiano e una organizzazione da campo, principalmente incaricata di assolvere i primi tre compiti sopraelencati.

Il primo scopo è quello di garantire in seno alle armate la sicurezza delle linee di comunicazione delle forze combattenti. È un compito che spetta ai Governi Militari Alleati (AMG) dell’esercito; la zona che controllano è quella in prossimità delle linee.

Il secondo compito consiste nell'aiutare sistematicamente la popolazione civile. Le zone sono divise in regioni e seguono le linee di demarcazione delle province italiane; esse continuano a essere amministrate dal Governo Militare.

Il terzo compito è di preparare e consegnare il territorio al governo italiano. A consegna avvenuta, i poteri del Governo Regionale scadono. Da quel momento l'AMG si limiterà a dare consigli alle autorità italiane e a restare a contatto.

Queste prime tre fasi si svolgono sotto la direzione della Commissione Alleata (AC). La prima fase, o fase degli AMG dell’esercito, è affidata operativamente ai combattenti di armata. I funzionari degli AMG agiscono principalmente per ragioni tattiche più che amministrative. Nelle zone del fronte, i comandanti di armata hanno naturalmente il comando diretto su tutto ciò che riguarda l’attività militare, nell'ambito dell’armata. Ma il controllo tecnico e la direzione degli affari civili, le nomine e l’organizzazione del personale civile degli AMG sono di competenza della Commissione Alleata, che si regola in base alle esigenze militari.

La seconda e terza fase sono disimpegnate dagli uffici regionali che dipendono dalla Commissione Alleata; cessa cioè il controllo tattico dell’armata.

Le tre fasi sono progressive, ma la continuità è mantenuta dal principio alla fine. Gli stessi scopi vengono perseguiti da diversi enti, in stadi successivi, però restano sempre sotto una unica guida generale. Inoltre, per facilitare una politica uniforme e una intesa reciproca tra le truppe operanti e il Quartier Generale, c’è un continuo scambio di funzionari tra gli AMG dell’esercito, le amministrazioni regionali e il Quartier Generale della Commissione Alleata.

I compiti principali della Commissione Alleata sono: far rispettare i termini dell’armistizio e interpretare i desideri del popolo italiano presso le Nazioni Unite.

La Commissione Alleata, perciò, ha dovuto per forza interessarsi ai problemi politici italiani e promuovere la formazione di un governo stabile; 2°) che tale governo agisse democraticamente in attante effettivo di un’Italia libera dall'influenza fascista e pronta a dare il suo aiuto allo sforzo militare alleato.

Perciò la missione politica della Commissione Alleata consisteva semplicemente nell'assicurarsi: 1°) che gli italiani formassero un governo stabile; 2°) che tale governo agisse democraticamente in attesa di libere elezioni.

Il resoconto seguente è una rassegna degli sforzi alleati per portare la pace e l’ordine al seguito delle armate di liberazione, per prestare un’assistenza morale e fisica a un popolo sconvolto e mal governato e per offrire a un paese nemico la possibilità di redimersi. Questo esperimento non è stato soltanto un esempio della applicazione umanitaria ed equa degli obiettivi democratici in tempo di guerra. Ha servito anche come terreno di prova per ricavare insegnamenti pratici nel campo nuovo dell’amministrazione civile in tempo di guerra. Le conclusioni sono state poi applicate nelle zone ulteriormente liberate, non soltanto in Italia, ma anche nella Europa centrale ed occidentale.

Nelle regioni d’Italia liberate dal nemico, l’amministrazione alleata è passata attraverso varie fasi; inizio di governo militare, controllo della regione in base alle clausole dell’armistizio, benevola sorveglianza della co-belligeranza e, in ultimo, direttive generali alla nazione praticamente reintegrata nella sua piena sovranità.

Spesso queste fasi si sono svolte contemporaneamente, e ciò accade tutt'ora, poiché lo scopo principale e più importante è lo sforzo bellico. Il controllo militare ha dovuto essere adattato alle nuove condizioni create dal rapido svolgersi degli eventi, quando le condizioni incerte richiedevano una soluzione immediata.

Fin dal principio, l’AC ha dovuto ripetutamente occuparsi di due problemi: il bisogno urgente di cibo e il desiderio del governo nonché della popolazione, di potersi creare una nuova vita democratica.

Cronologicamente, la durata dell’Amministrazione alleata in Italia può essere divisa in cinque periodi: l’invasione della Sicilia, periodo Palermo-Brindisi, quello Napoli-Salerno e la fase romana. Il quinto ed ultimo periodo è ora in atto con la liberazione totale dell’Italia del nord. Le operazioni militari e i cambiamenti politici caratterizzano questi periodi, ma non sempre le date coincidono. Sarebbe storicamente inesatto voler isolare una qualunque fase dell’attività alleata in questo campo; mentre l’AMGOT già governava la Sicilia l’ACC si iniziava appena a Brindisi, e quando l’AC era in pieno funzionamento a Roma, le zone avanzate, ancora sottoposte all’AMG, si trovavano di fronte agli stessi problemi che avevano caratterizzato gli stadi iniziali dell’occupazione della Sicilia. Benché visti da un angolo nuovo, e con possibilità di mezzi più adeguati, gli stessi vecchi problemi restavano da risolvere; e l’esperienza del passato era di un aiuto relativo, visto che ogni nuova fase portava con sé nuovi problemi sociali, politici e militari.



II

SICILIA - I PRIMI GIORNI


Questa rassegna può cominciare con la descrizione delle caratteristiche particolari del Governo Militare nelle prime giornate siciliane. Lo sbarco avvenne in una parte d’Italia ben nota per la sua apatia politica. I siciliani erano inoltre stanchi a causa dei continui attacchi aerei e disgustati dai disagi della guerra e da un ventennio di burocrazia fascista. Per queste ragioni negative, quanto per quella positiva di veder realizzato il suo sogno, e cioè un’invasione di liberatori generosi e ricchi, la popolazione accolse gli alleati con gioia. Dal lato militare l’invasione ebbe un pieno successo; correvano insistenti voci sul disfacimento dello stato italiano e venne quindi ritenuto sicuro che, per quanto concerneva l’Italia, la guerra sarebbe presto finita e i tedeschi ricacciati oltre le Alpi. Dal punto di vista operativo, la fase siciliana fu diversa da quelle susseguenti, in quanto gli italiani erano ancora ufficialmente nemici e le forze alleate, un’armata di occupazione; la popolazione perciò doveva essere considerata come ostile; sebbene trattata, naturalmente, con umanità non fu tenuto gran conto delle sue tendenze politiche. Fu un Governo Militare puro e semplice, i cui piani erano stati prestabiliti da molto tempo.

L’invasione della Sicilia era stata decisa alla Conferenza di Casablanca, il 24 gennaio 1943. Il generale Eisenhower chiese che fosse stabilita una linea di condotta riguardante il Governo Militare che fu quindi concordata dai governi americano e britannico e dagli Stati Maggiori alleati.

I principi base di questa linea di condotta sono tuttora applicati negli stadi iniziali delle operazioni militari; è da notare che il suo scopo è di agevolare le operazioni militari e di governare una nazione occupata e presumibilmente ostile. Il benessere della popolazione locale e le riforme politiche furono sempre subordinate a questa ineluttabile necessità militare.

Il 1° maggio 1943, il generale Eisenhower trasmetteva le proprie disposizioni all’AMG. In esse anzitutto fissava il criterio per cui, obbiettivo principale era «la sicurezza delle forze di occupazione e delle loro linee di comunicazione». Inoltre, «la legge e l’ordine dovevano essere ristabiliti fra la popolazione civile; cibo e soccorsi distribuiti secondo la necessità». L’AMG doveva assumersi il peso dell’amministrazione civile, utilizzare le risorse economiche del territorio occupato e «assecondare gli sforzi politici e militari delle forze alleate in vista di future operazioni». Fu anche stabilito che inglesi ed americani avrebbero avuto uguali responsabilità nel campo politico, legale e finanziario.


IL GOVERNATORE MILITARE

Il Maresciallo Sir Harold R.L.G. Alexander (allora generale), fu nominato Governatore Militare, ed il Maggior Generale Lord Rennel of Rodd diventò capo degli affari civili e dell’AMG. Il Maggior Generale statunitense Frank J. McSherry (allora Brigadiere Generale) fu nominato suo aiuto, e quale capo di Stato Maggiore fu designato il Brigadiere Generale Charles M. Spofford (allora Tenente Colonnello).

Fu allora autorizzata la creazione di sei divisioni speciali: Legale, Finanziaria, Rifornimenti Civili, Salute Pubblica, Sicurezza Pubblica e Proprietà del Nemico. Si provvide all’impiego di consiglieri, secondo le varie necessità; a questo scopo si iniziarono corsi di allenamento per ufficiali, scelti nelle varie specialità delle armate inglesi e americane. Insieme ad esperti civili, furono istruiti ed addestrati nelle scuole di Charlottesville (Stati Uniti) e di Wimbledon (Inghilterra). Molti fra questi erano combattenti dell’altra guerra. La scuola ebbe inizio nell’Africa settentrionale, a Bouzarea, nel marzo del 1943 e più tardi a Chera. In un primo tempo il corpo insegnante prese il nome di «Sezione AFHQ del Governo Militare»; più tardi diventò il «G-5» al comando del Brigadiere Generale Julius C. Holmes.

Inglesi ed americani lavorarono insieme. Mentre preparavano i piani per le operazioni future, si mettevano al corrente delle rispettive amministrazioni e, vivendo in comune, imparavano a conoscersi. Coll’avvenuta pubblicazione del programma dell’AMG, gli allievi della scuola di Charlottesville che si erano dedicati principalmente all’Italia, furono mandati nell’Africa settentrionale. Qui vennero raggiunti da ufficiali inglesi, alcuni chiamati da Wimbledon; altri prelevati dai loro posti di amministratori coloniali, in Libia, Eritrea ed Etiopia.


IL D-DAY

Il «giorno D», partiti dalla Tunisia, i funzionari civili sbarcarono sulle coste della Sicilia. Il Colonnello Charles Poletti (allora Tenente Colonnello) era a capo dell’amministrazione civile della 7ª armata. Egli aveva con sé circa 50 ufficiali; il primo sbarcò insieme con le truppe. Il Commodoro C.E. Benson (allora Capitano di Gruppo), capo dell’amministrazione civile dell’8ª armata, sbarcò anch’esso coi suoi uomini, nelle vicinanze di Catania.

I funzionari civili portavano dodici proclami, preparati in anticipo. Oltre al convenzionale annuncio di occupazione, i proclami riguardavano la Sicurezza Pubblica e le Finanze. Fu formato il «Gruppo della 15ª armata», Lord Rennel continuando nella sua doppia carica. I primi rapporti dalla Sicilia raccontano una storia che adesso conosciamo anche troppo. I funzionari civili, addetti alle unità tattiche si resero così indispensabili ai comandanti militari, che si dovettero abbandonare i piani originali che tendevano a «disseminare il personale» nelle varie regioni. Talvolta, nei casi di rapida avanzata, i funzionari civili «occuparono» delle città prima dell’arrivo delle truppe. Il tiro nemico contro le coste aveva causato un considerevole numero di morti fra la popolazione civile e il primo dovere del CAO (Corpo Funzionari Civili) fu quello di dare sepoltura ai cadaveri.

Dal punto di vista civile, cibo, trasporti e assistenza sanitaria erano di urgente ed immediata importanza. Alcune città avevano riserve di cibo per due o tre giorni soltanto. Fortunatamente, la verdura era abbondante, benché l’olio fosse scarso; anche i medicinali scarseggiavano. Non c’era energia elettrica e le ferrovie non funzionavano, le linee di rifornimento civili erano interrotte dal traffico dell’esercito. La miseria era grande. L’assenza di tessili e di sapone si faceva sentire. Fortunatamente l’acqua non mancava, e reparti di nettezza urbana vennero immediatamente organizzati.

Durante gli ultimi dieci giorni di luglio, Lord Rennel stabilì il suo Quartier Generale a Siracusa, trasferendolo poi a Palermo il 7 agosto. La Città era caduta il 22 luglio e il Colonnello Poletti aveva immediatamente iniziato la sua amministrazione. Intanto, quattro nuove divisioni di specialisti erano state formate: Sicurezza, Monumenti, Belle Arti ed Archivi, Relazioni Pubbliche ed Educazione. Quest’ultima, per un certo tempo, fu abbinata alle Belle Arti.

Messina cadde il 17 agosto e l’isola venne interamente liberata dal nemico. L’AMGOT amministrava adesso un territorio di 9.923 miglia quadrate, comprendenti nove province e 357 comuni, e una popolazione di più di 4 milioni di anime. 



IL PRIMO RAPPORTO

Il primo rapporto di Lord Rennel al Generale Alexander, reggeva ancora dopo parecchi mesi di Governo Militare in Italia. Egli faceva notare la scarsità del personale e la difficoltà di mantenere i funzionari in cariche fisse, dato il rapido cambiamento della situazione. Il problema dei viveri e quello della Sicurezza Pubblica, erano enormi.

Il prezzo del grano dovette essere cresciuto. Venne mantenuto il sistema fascista dell’ammasso e di conseguenza i contadini continuarono ad imboscare. La razione base di cibo fu portata a 300 grammi di pane più 40 di pasta, ma non fu possibile mantenerla. Seimila tonnellate di viveri erano arrivati dall’Africa settentrionale, ma dovettero essere mandate a Messina in vista delle prossime operazioni militari.

Ai Carabinieri furono distribuiti dei bracciali, e ricominciarono a lavorare; siccome però l’esercito, considerandoli come militari, li aveva disarmati, il loro prestigio ne aveva sofferto assai. La Mafia riapparve ed i furti, specialmente nei primi giorni, presero proporzioni allarmanti. Il primo tribunale sommario fu installato a Licata. Il 31 agosto, 1.291 persone erano già state giudicate dal Tribunale dell’AMG; tre furono i casi di furto o mercato nero e le sentenze d’assoluzione furono 155. I funzionari per gli affari legali dell’AMG, 21 in tutto, si trovarono di fronte a problemi difficilissimi. La delinquenza in Sicilia era maggiore che in qualunque altra parte del continente italiano. Tutti i tribunali italiani erano chiusi, il personale giudiziario disperso od assente, e gli archivi distrutti. I pochi fabbricati rimasti in piedi erano occupati da unità militari. Soltanto al principio di ottobre fu possibile riattivare tutti i tribunali siciliani.

Le banche furono riaperte il 6 settembre e vi si trovarono depositi per un ammontare di sei miliardi di lire. Le prime lire di occupazione erano arrivate per via aerea fin dal 24 luglio e il 9 agosto ben 2.163.200.000 di lire erano stati recapitati. Così fu possibile pagare le truppe, finanziare le ferrovie italiane dello stato e assistere le amministrazioni locali. Queste operazioni vennero eseguite per tramite dell’Agenzia Finanziaria Militare Alleata, che si occupa dell’amministrazione delle Amlire. Il cambio era stato stabilito prima dello sbarco, in ragione di 100 lire per il dollaro e 400 lire per la sterlina.

Nel campo dell’amministrazione municipale, il titolo fascista di «Podestà» venne abolito e quello di «Sindaco» rimesso in uso. Lord Rennel suggerì di diminuire il numero dei funzionari alleati, cedendo ai municipi un maggiore e più vasto campo di lavoro. Ci furono alcune lagnanze da parte della popolazione, delusa nella sua speranza di vedere arrivare il regno dell’abbondanza insieme agli alleati e ci fu l’inevitabile malcontento per la mancanza di carbone, concimi e mezzi di trasporto. La libertà di stampa venne ripristinata, e un giornale, la «Sicilia Liberata» uscì a Palermo con personale italiano, sotto la direzione del Psychological Warfare Branch (PWB).

Nell’ultima parte di luglio, a Tizi-Ouzou, nelle montagne ad oriente di Algeri, si organizzò una scuola di Governo Militare. Gli ufficiali vi ritornarono dalla Sicilia per tenervi conferenze e progettare nuove attività. Queste ebbero inizio il 3 settembre, quando i funzionari civili sbarcarono coll’avanguardia dell’8ª armata nei pressi di Reggio Calabria. Sei giorni più tardi, il 9 settembre, la 5ª armata sbarcava a Salerno, 35 miglia a sud di Napoli. Era accompagnata dal personale dell’AMG, compresi i diplomati di Tizi-Ouzou. Capo della CAO era il Brigadiere Generale Edgar Erskine Hume (allora Colonnello che ricopre ancora la stessa carica). Lo sbarco sul continente iniziò un nuovo e più complicato capitolo nella storia del Governo Militare Alleato.



III

BRINDISI E LA RIORGANIZZAZIONE


Durante il periodo Palermo-Brindisi, l’organizzazione dell’AMG dovette compiere un grande sforzo. La situazione politica creata dall’armistizio e la possibile co-belligeranza, fecero svanire il programma delineato dall’AMGOT. Il nuovo status italiano, rendeva infatti necessario un cambiamento completo dei piani alleati.

La guerra però era ancora in corso; non si poteva prescindere dai criteri tradizionali del Governo Militare. Anche senza le contraddizioni determinate dalla nuova situazione, questo periodo sarebbe stato già difficile di per se stesso, data la necessità di sviluppare una amministrazione più vasta e consistente di quella ritenuta possibile o necessaria durante le prime fasi dell’occupazione siciliana.

Altre complicazioni sorsero in seguito ad un fatto imprevisto (Napoli cadde il 10 ottobre del ’43 ed a quel tempo la frase «per Natale a Roma» non pareva assurda): il ritardo dell’avanzata, che posticipò il riassestamento della politica interna italiana.

Il 24 luglio 1943 poco dopo lo sbarco alleato in Sicilia, Mussolini cadde e il Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, affidò il potere al Maresciallo Pietro Badoglio. Il 3 settembre, un armistizio militare, che stipulava la resa incondizionata delle forze armate italiane, fu firmato in Sicilia. La sua esistenza, tuttavia, fu mantenuta segreta fino all’8 settembre. Il Re e Badoglio lasciarono Roma il giorno dopo arrivando a Brindisi il 12, dove una missione militare alleata fu inviata ad incontrarli.

In un certo senso, questa missione può essere considerata come il nucleo di quella che doveva diventare più tardi la Commissione di Controllo Alleata. Il Tenente Generale inglese Sir Frank Noel Mason MacFarlane fu nominato capo della missione. Capo di Stato Maggiore era il Maggiore Generale americano Maxwell D. Taylor, allora Brigadiere Generale, e più tardi comandante della 102ª divisione aero-trasportata in Francia. La missione comprendeva una sezione per le comunicazioni, oltre a quelle navali, militari ed aeree. Il Vice Ammiraglio inglese A. J. Power capo della sezione navale, arrivò anch’esso il 12 settembre, mentre il Vice Maresciallo dell’Aria inglese R. M. Foster allora Commodoro, giunse il giorno dopo. Il Contro Ammiraglio Elley W. Stone (Riserva navale degli Stati Uniti, ora commissario capo della CA e allora comandante Stone) venne il 16 settembre e fu incaricato delle comunicazioni. Robert Murphy, Ministro statunitense all’AFHQ, e Harold Macmillan, Ministro residente britannico all’AFHQ (più tardi presidente attivo della Commissione Alleata) erano i consiglieri politici. I due ministri nominarono dei sostituti - Samuel Reburn (am.) e Harold Caccia (inglese) per formare eventualmente, la sezione politica dell’ACC.


IL COMPITO DELLA MISSIONE

Il compito della missione consisteva nel «trasmettere le istruzioni militari del Comandante in Capo al governo italiano; raccogliere e trasmettere le informazioni del servizio segreto ed organizzare, per quanto possibile, una azione coordinata delle forze armate e del popolo italiano contro i tedeschi». Gli alleati avevano la flotta italiana a loro disposizione, la stazione radio di Bari era intatta: sotto tutti gli altri aspetti, la situazione non apparve affatto promettente. Le divisioni italiane disponibili (tre nel sud e quattro in Sardegna) erano male equipaggiate ed il loro mantenimento costituiva un problema preoccupante.

Intanto, i governi britannico ed americano avevano preparato la dichiarazione di resa. Si trattava dei cosiddetti «termini lunghi» (in contrasto ai «termini corti» dell’armistizio militare) e comprendevano 44 clausole politiche, economiche e finanziarie. I «termini lunghi» furono firmati il 29 settembre, quando fu proposta la cobelligeranza. Ne risultò «una dichiarazione italiana di guerra contro la Germania», in data 13 ottobre. Il giorno dopo l’Italia veniva accettata come co-belligerante dalla Gran Bretagna, dalla Russia e dagli Stati Uniti. Alla Conferenza di Mosca (dal 19 al 30 ottobre) fu diramata una dichiarazione sulla politica alleata nei riguardi dell’Italia; vi si insisteva sul ripristino delle libertà democratiche, sull’azione da condursi contro le istituzioni fasciste e sulla formazione di un governo più rappresentativo possibile; fu anche autorizzata la creazione di una Consulta. La scelta del momento per mettere in atto i principi della politica alleata in Italia fu lasciata al Comandante in Capo. Infine Badoglio costituì un governo italiano di «tecnici». Fin dal primo momento, il territorio amministrato da questo governo, senza il controllo diretto degli alleati, fu chiamato «Italia del Re»: comprendeva le quattro province di Lecce, Taranto, Brindisi e Bari.

La prima riunione del nuovo gabinetto italiano ebbe luogo il 24 novembre a Brindisi. In quell’occasione, i capi principali dell’ACAMG conobbero per la prima volta le personalità italiane con cui dovevano in seguito trattare. In quel momento, gli alleati si erano già organizzati per far fronte alla nuova situazione ed era nata la Commissione Alleata di Controllo (ACC). 



ANTECEDENTI

La futura Commissione Alleata trovò la sua origine nella missione militare alleata; fu in parte il logico sviluppo dell’AMGOT ed in parte il risultato dei piani speciali studiati per far fronte ad una situazione politica insolita. La missione militare continuò i suoi sforzi per ottenere un reale contributo alla guerra da parte delle forze armate italiane, ed ottenne un successo considerevole nel campo della marina e dell’aeronautica. Inoltre, fu considerato necessario nominare degli esperti in altri campi. Questi, che possono essere considerati come precursori delle sotto-commissioni della ACC, erano rappresentanti di sezioni speciali: Legge, Servizio Segreto, Viveri, Lavoro, Profughi, Industria e Commercio, Salute Pubblica e Finanza.

L’esperto finanziario fu uno dei primi ad essere chiamato e svolse una parte importante; poiché i tedeschi avevano rubato o distrutto le matrici della Banca d’Italia e asportato tutti i valori in contanti il Generale MacFarlane chiese e ricevette immediatamente cinquanta milioni di Amlire. Il 19 settembre (due giorni dopo il collegamento della 5ª con l’8ª armata a Vallo in Campania) si verificò la prima fusione non ufficiale tra la missione militare e l’AMGOT. Lord Rennel e il Generale Holmes si recarono dal Generale MacFarlane. Una dozzina circa di funzionari dell’AMGOT erano sbarcati per assumere la giurisdizione delle Puglie, ossia «dell’Italia del RE». Fu deciso dai generali che in questa zona il personale dell’AMGOT sarebbe dipeso dal Generale MacFarlane. Fu inoltre stabilito che la missione avrebbe svolto una funzione non esecutiva, ma di collegamento.

Nel campo dell’AMGOT, gli avvenimenti si erano susseguiti con grande rapidità dopo l’8 settembre. La prima fase operativa seguì l’esempio siciliano, mentre nella Sicilia stessa cominciavano a sorgere problemi più vasti creati da una amministrazione a lunga scadenza. L’organizzazione dell’AMGOT era diventata piuttosto pesante; in seguito alla firma dell’armistizio e, più tardi, della dichiarazione di co-belligeranza, si decise di dividere il territorio liberato. Fu quindi stabilito il 1° ottobre (e la decisione fu messa in atto il 18 dello stesso mese) che l’AMGOT sarebbe stato diviso in due parti, il nome di AMGOT (Governo Militare Alleato dei Territori Occupati) fu anch’esso ufficialmente cambiato in AMG (Governo Militare Alleato).

La prima frazione fu addetta al 15° Gruppo di armate, con Quartier Generale a Bari (più tardi trasferito a Caserta). Lord Rennel manteneva la sua posizione di Capo degli affari civili, alla dipendenza del Generale Alexander. La sua sezione continuava ad essere responsabile per il Governo Militare Mobile, nella zona di combattimento. La seconda frazione, considerata come Quartier Generale dell’AMGOT, sotto la direzione del Generale McSherry, era responsabile del Governo Militare Statico, nelle zone di retrovia. Palermo fu scelta come Quartier Generale di questa frazione; la linea di demarcazione passava a nord delle province di Bari, Potenza e Salerno.

L’«Italia del Re» non era sottoposta all’autorità del GMA. Poco dopo questa divisione dei poteri, furono create le «Regioni», ed il Colonnello Poletti diventò RCAO (Capo regionale per gli affari civili) della I Regione (Sicilia), il 26 ottobre. Allo stesso tempo, furono formate la II Regione (Calabria e Lucania) e la III Regione (Campania).


PROGETTI SPECIALI

La formazione dell’ACC tuttavia, derivò da piani speciali oltre che dai cambiamenti amministrativi. L’armistizio militare riservava agli alleati il diritto di esercitare un controllo amministrativo sul governo italiano e nei «termini lunghi» era specificata la nomina di una «Commissione di Controllo» per regolare e mettere in atto le clausole amministrative dell’armistizio.

La possibilità di una rapida e completa occupazione dell’Italia era stata prevista molto prima dell’armistizio. Fin dal 21 agosto 1943, l’AFHQ aveva formulato un piano per far fronte ad una simile evenienza; un totale di 1.759 funzionari erano stati addestrati per tale scopo. L’AMG iniziò immediatamente la propria riorganizzazione interna per adeguarsi alla nuova situazione. Cominciò allora l’infiltrazione dei suoi funzionari nella missione militare. Il 2675° Reggimento, per il personale americano, fu creato il 30 settembre. Funzionari furono assegnati tanto all’AMG di Palermo quanto alla missione di Brindisi onde studiare i particolari della fusione. Il 23 ottobre, il Generale MacFarlane fu informato che la missione militare sarebbe stata sostituita dalla Commissione di Controllo Alleata, alle dipendenze del Maggior Generale Kenyon A. Joyce (am.).

Il 30 ottobre un programma particolareggiato dei capi di Stato Maggiore congiunti stabiliva la formazione di un ente diviso in quattro sezioni. La sezione militare comprendeva le seguenti sottocommissioni: Marina, Forze Terrestri, Aeronautica, Prigionieri di Guerra, Fabbriche di Materiale Bellico, Controllo del Materiale Bellico. La sezione politica aveva il controllo degli affari esteri ed interni: profughi stranieri, informazioni, stampa e censura. La sezione economica ed amministrativa era divisa in due parti: nel campo economico, comprendeva le seguenti sotto-commissioni: Finanze, Commercio Estero, Industria e Commercio, Lavori e Servizi Pubblici, Carburante, Viveri, Lavoro, Agricoltura, Foreste e Pesca. Nel campo amministrativo, vi erano le seguenti sotto-commissioni: Interni (compreso il razionamento), Legale, Sicurezza Pubblica, Salute Pubblica, Controllo della Proprietà, Educazione, Belle Arti e Monumenti. La quarta sezione riguardava le comunicazioni ed era divisa in due sotto-commissioni: Telecomunicazioni e Poste, Trasporti Interni (ferrovie ed automezzi) e Naviglio.


LE FUNZIONI

Le funzioni della Commissione di Controllo Alleata furono definite nel modo seguente:


  • Far valere e mettere in atto lo strumento di resa; 
  • Assicurare che la condotta del governo italiano si conformasse alle richieste alleate di una base di operazioni, specialmente per i trasporti e le comunicazioni; 
  • Agire quale organo di collegamento per la politica svolta dalle Nazioni Unite verso l’Italia. 

Su questa base, fu organizzata il 2 novembre, la Commissione di Controllo Alleata, che iniziò effettivamente la sua attività il 10 dello stesso mese. Il Comandante in Capo della zona fu nominato presidente ex-officio; il Generale Joyce assunse il titolo di Vice Presidente in carica. Questa nuova organizzazione comprese un quartier generale nazionale ed uffici regionali e provinciali. Il capo di ogni sezione assunse il titolo di Vice Presidente. Il 6 novembre il Generale Joyce arrivò a Brindisi. Aveva così alcuni giorni a sua disposizione per rendersi conto, in seguito alle spiegazioni del Generale MacFarlane, delle difficoltà politiche inerenti al suo nuovo posto.




IV

NAPOLI E LA CO-BELLIGERANZA


Le settimane di riordinamento politico e amministrativo a Brindisi, furono cariche di lavoro per i funzionari civili. L’AMG dell’8ª armata, nella sua fulminea traversata della Calabria, dovette presto accorgersi dell’impossibilità di fermarsi abbastanza a lungo nei diversi comuni per stabilirvi un governo. Fu provato l’esperimento di lasciarvi dei funzionari e questo primo gruppo sperimentale diventò il nucleo della futura II Regione. I problemi da affrontare erano più o meno gli stessi che in Sicilia; ma quello dei profughi, che più tardi diventò così complesso, apparve per la prima volta a Cosenza. L’AMG della 5ª armata, nel frattempo, passava un periodo tempestoso a Salerno. Doveva amministrare la città mentre dalle colline sovrastanti, il nemico sparava di continuo.

Il 1° ottobre, il Generale Hume entrava a Napoli colle prime pattuglie della 5ª armata. La popolazione, che si era ribellata ai tedeschi qualche giorno prima, accolse le truppe alleate con cordialità. Lo stato della città era però spaventoso. Il cibo era scarso e il primo compito dell’AMG fu di scoprire ed utilizzare i depositi nascosti. Nonostante le terribili distruzioni tedesche, il porto fu riattivato, grazie agli eroici sforzi della PBS (Sezione della Base Penisolare), ed entro una settimana le navi poterono servirsene. Le distruzioni tedesche erano state metodiche e su larga scala. Il problema più grave era la mancanza d’acqua; il sistema idraulico aveva subito danni gravi, l’acquedotto principale era esploso in parecchi punti e tutti i serbatoi, meno uno, erano asciutti. L’unico rimasto fu preso dalla AMG e l’acqua severamente razionata. In dieci giorni, la riserva di acqua era ristabilita, grazie all’aiuto della PBS. Altrettanto grave si trovò ad essere la distruzione delle fognature, che minacciò, data la mancanza d’acqua, di causare serie epidemie. Queste furono fortunatamente evitate da una serie di piogge torrenziali. Gli edifici pubblici, telefoni, uffici postali ed alberghi, erano stati o minati, o demoliti dai tedeschi, e l’Università incendiata.


TEMPI DURI

L’autunno e l’inverno successivo non furono facili per la città di Napoli. A parte lo sconvolgimento della vita normale, c’erano gli attacchi aerei e il freddo. Sembrò anche, in alcuni periodi, che la città dovesse patire la fame; fortunatamente, le misure energiche e tempestive riuscirono a salvarla. Tuttavia, in certi strati della popolazione, la denutrizione si fece sentire assai, il mercato nero imperversò, dato il grande afflusso di derrate nel porto, e assunse proporzioni ingenti.

La prostituzione aumentò notevolmente. La situazione però non fu mai disperata. Le lettere della popolazione civile parlavano di «condizioni difficili, ma non intollerabili».

La minaccia di una epidemia di tifo fu circoscritta dall’AMG e ciò costituisce forse il suo maggiore successo. Fin dal 29 settembre, il gruppo di ufficiali che si addestrava a Tizi-Ouzou aveva previsto il pericolo e, d’accordo cogli esperti della «Rockefeller Foundation» aveva stabilito piani per combatterlo. Il 22 novembre fu dato l’allarme; l’8 dicembre gli esperti arrivarono a Napoli. Alla dipendenza dell’AMG, si misero al lavoro con gli insetticidi MYL e DDT. La commissione americana contro il tifo si insediò a Napoli coordinando l’intero programma. Le condizioni della città erano tali da creare l’ambiente più propizio per il tifo. I bombardamenti tedeschi avevano danneggiato specialmente i quartieri più poveri; e l’affollamento nelle case popolari e nei ricoveri favoriva il diffondersi dei pidocchi del tifo.

Furono praticate 3.265.786 disinfezioni. C’erano 50 centri di disinfezione con 700 impiegati; circa 50 squadre vennero inviate ad altrettanti centri fuori Napoli per arginare il dilagare dell’epidemia. In base ai dati raccolti, dal 1° gennaio 1943 al giugno 1944, i casi di malattia furono 2.020, di cui 429 fatali. Il 75% dei casi si verificò durante l’inverno 1943-44. L’epidemia si sparse rapidamente durante il mese di dicembre. Nelle ultime due settimane, i casi denunciati crebbero con ritmo allarmante, da 50 a 300; dal 30 dicembre in poi, cominciarono a declinare. Alla fine di febbraio, 10 casi soltanto furono denunciati. Era chiaro che i metodi adoperati a Napoli per la prima volta nella storia avevano evitato un disastro, non solo per la popolazione di Napoli, ma anche per le truppe alleate. 



GLI SFOLLATI

Napoli era anche piena di sfollati. Il problema stava diventando acuto in tutta l’Italia liberata. La gente senza casa, misera e spaventata, si aggirava per le campagne, a piedi o coi mezzi di fortuna che riusciva a procurarsi. Il rapporto dell’AMG dell’8ª armata dimostra che l’afflusso dal sud era aumentato da 100 a 550 persone al giorno durante il mese di novembre. Durante lo stesso mese, i funzionari civili dell’8ª armata raccolsero circa 30.000 sfollati; nelle province occidentali il movimento, molto minore, non era praticamente controllato.

In dicembre, però, la Sotto-commissione pei Dispersi, a cui era stato affidato il compito di provvedere agli sfollati, installò un piccolo Quartier Generale a Lucera, in provincia di Foggia, e incaricò un suo funzionario di fondare un «centro di rastrellamento» a Napoli. Circa 1.800 sfollati passarono da questo centro nel mese di gennaio 1944. Il 18 ottobre 1943 la sotto-commissione aveva organizzato un campo per ebrei e jugoslavi alla periferia di Palermo. Un altro, fondato dall’AMG a Ferramonti sul continente, fu ceduto alla sotto-commissione in novembre. A Bari arrivavano in sempre maggior numero profughi jugoslavi ed erano ospitati in campi provvisori, nell’attesa di partire per il Medio Oriente. 



LA SICILIA

L’esperienza dell’AMG in Sicilia fu preziosa per l’avvenire. L’isola cominciava gradualmente a tornare alla normalità. Il servizio postale interprovinciale fu ripreso il 17 settembre; la pesca ricominciò su tutta la costa, sia pure con restrizioni. Il razionamento, dal 1° novembre fu limitato al pane, alla pasta, alla farina, allo zucchero ed all’olio. Durante l’autunno, l’isola iniziò le prime esportazioni  3.214 tonnellate di agrumi  alla Gran Bretagna. In cambio, carichi di carbone arrivarono dall’Inghilterra per un ammontare di 75.000 tonnellate (al 1° gennaio). Furono stabiliti dei «Consigli per le Risorse Locali» in vista di una equa distribuzione all’esercito e ai civili. Un lavoro importante fu svolto da alcune divisioni dell’AMG che più tardi dovevano fondersi colle Sotto-commissioni dell’ACC. Lord Rennel, in principio d’autunno, trovò utile tenere delle riunioni di capi-divisione per delineare la politica da seguire.

Le Sotto-commissioni dell’Educazione, le Belle Arti ed il Lavoro cominciarono a svolgere la loro attività in Sicilia. Quella dell’Educazione dovette affrontare gli stessi problemi che si presentarono anche in seguito, e fin da allora furono trovati i mezzi per risolverli. Il 25% delle scuole era stato reso inservibile e un numero assai maggiore, specialmente nelle grandi città, era stato requisito per le truppe; ciò nonostante, il 1° dicembre tutte le scuole in Sicilia furono riaperte, parecchie in fabbricati temporanei, case private od altri posti. I maestri dovevano essere vagliati dal punto di vista politico, e fu a Palermo che venne ideata la «scheda personale» per separare i pochi buoni dalla vasta maggioranza di fascisti. Furono presi accordi coi funzionari della finanza al fine di elargire fondi per le riparazioni delle Università di Catania e di Messina. I libri di testo elementari, impregnati di fascismo, furono riscritti; per parecchi mesi però, la serie completa di testi non riapparve sul mercato. L’epurazione nelle Università si svolse internamente e senza difficoltà. Fu così creato un precedente per il giorno in cui altre università sarebbero state controllate dagli alleati. 



LE BELLE ARTI

Il compito della Sotto-commissione dei Monumenti e delle Belle Arti si estendeva dai famosi templi greci al ricupero di documenti preziosi adoperati come carta da involgere o addirittura buttati nella spazzatura. Fortunatamente, le grandi chiese normanne, come quella di Monreale e di Cefalù e la squisita Cappella Palatina, erano intatte; ma il barocco, specialmente a Palermo, aveva subito gravi danni. Circa 250 chiese e palazzi furono riparati, e rinforzati, in cooperazione cogli italiani. Una somma di 20 milioni di lire fu stanziata per tale scopo. I funzionari delle Belle Arti - coll’approvazione del AFHQ - limitarono la requisizione dei fabbricati classificati come opere d’arte, stabilirono un’intesa colle forze aeree per evitare i bombardamenti di centri artistici, e infine prepararono una pianta dei «monumenti protetti» che venne distribuita a tutte le formazioni aeree.

Appena caduta Palermo, i funzionari del Lavoro cominciarono a studiare le condizioni dell’isola. Constatarono che i prezzi erano caotici, che dovunque c’era corruzione. Il sistema delle «indennità» fasciste rendeva così confusa la situazione dei salari, che una sola cosa appariva chiara: l’assoluta sproporzione tra le mercedi e il rincaro del costo della vita. Furono aperti uffici provinciali del lavoro che funzionarono giorno e notte alla dipendenza dell’amministrazione alleata. 40.000 italiani vennero impiegati nell’isola dagli Alleati. Un ordine generale del 1° ottobre aboliva il sistema corporativo sindacale fascista in Sicilia. I sistemi alleati, che si stavano sviluppando nell’isola, furono stabiliti definitivamente soltanto dopo l’occupazione di Napoli: tariffe preferenziali per i lavoratori impiegati dagli alleati; aumento generale del 70% degli stipendi; accoglienza favorevole alle domande che non intralciavano gli sforzi fatti per mantenere basso il livello dei prezzi; incoraggiamento agli italiani che desideravano formare delle unioni di lavoro libere, con sistemi democratici.

A Brindisi, verso la fine del 1943, il governo italiano stava ancora cercando di accogliere nuove rappresentanze politiche nei suoi quadri. A Napoli erano insediati sei partiti (Comunisti, Socialisti, Partito d’Azione, Demo-Cristiani, Democratici del Lavoro e Liberali) che si erano accordati per cooperare; formavano il Comitato di liberazione Nazionale. Essi chiesero l’autorizzazione di tenere un Congresso a Napoli per il 20 dicembre. Essendo Napoli territorio amministrato dall’AMG, le riunioni politiche erano vietate; ma la Commissione di Controllo Alleata, sollecita nell’incoraggiare qualunque movimento che potesse allargare le basi del governo italiano, chiese al Maresciallo Badoglio che la riunione fosse tenuta a Bari. Il Congresso ebbe luogo a Bari il 28 gennaio e si formò una Giunta Esecutiva, base della futura «opposizione».

LA LIBERA STAMPA


Nel campo alleato, fu fatto un passo avanti per sviluppare la «libertà di stampa», uno degli obiettivi della Conferenza di Mosca; si istituì l’«Allied Publication Board». Questo organismo comprendeva rappresentanti dell’ACC, dell’AMG, del PWB e della censura militare alleata. Aveva il potere di accordare o negare il permesso di pubblicazione a giornali e riviste e di controllare la distribuzione delle notizie in Italia. Fu durante questo periodo che un osservatore russo venne aggiunto alla Commissione.

I funzionari della Commissione erano in contatto giornaliero coi ministri italiani, ma il lavoro esecutivo era svolto da funzionari dell’AMG. Nelle zone amministrate dal governo italiano, la «defascistizzazione» era lenta e penosa, mentre sotto il controllo dell’AMG progrediva speditamente. 93 sindaci su 152 furono dimessi dall’AMG nella provincia di Cosenza; 70 su 89 in quella di Reggio; 27 su 32 in quella di Matera. Sia le difficoltà delle comunicazioni che le incertezze della giurisdizione rendevano il compito arduo. A un certo momento l’ACC si trovava a Brindisi, la sede del 15° gruppo di armata dell’AMG era a Bari e le retroguardie dell’AMG erano divise tra Palermo e Napoli. Appariva quindi indispensabile la fusione della Commissione coll’AMG, e ciò avvenne, come era stato previsto da molto tempo. Il 10 gennaio 1944, il Generale MacFarlane tornò a capo della Commissione, sostituendo il Generale Joyce. Due settimane più tardi, la Commissione ed il governo italiano cambiarono sede; quest’ultimo si insediò a Salerno e la Commissione stabilì un doppio Quartier Generale, a Napoli e a Salerno. Il trasferimento venne accompagnato dalla riorganizzazione dei vari gruppi del Governo Militare.


FUSIONE

Il Generale MacFarlane fu nominato Presidente Aggiunto e Commissario Capo della Commissione di Controllo Alleata, nonché Capo degli Affari Civili, sotto al Generale Alexander, che restava Governatore Militare. L’Ammiraglio Stone fu nominato Commissario Capo Aggiunto; il Generale MacSherry fu chiamato in Inghilterra al Quartier Generale Supremo Alleato. Il Generale Spofford diventò Capo Sezione del Governo Militare, e il Brigadiere Maurice S. Lush, il quale aveva sostituito Lord Rennel quale Capo della Sezione AMG del 15° gruppo d’armata, prese il posto di Commissario Esecutivo alle dipendenze del Generale MacFarlane. ll Colonnello Norman A. Fiske fu più tardi nominato Commissario Esecutivo Aggiunto.

Furono create quattro sezioni: Politica, Economica, Amministrativa e di Controllo Regionale. Alle dipendenze della sezione Economica furono poste le seguenti Sotto-commissioni: Viveri (che si occupava del razionamento interno), Lavori e Servizi Pubblici, Trasporti, Naviglio, Industria e Commercio, Lavoro, Agricoltura, Finanza. La sezione Amministrativa comprendeva le seguenti Sotto-commissioni: Legale, Salute Pubblica, Interni, Sicurezza Pubblica, Monumenti, Belle Arti e Archivi, Controllo della Proprietà, Educazione. La sezione del Controllo Regionale s’incaricò dell’amministrazione generale e dei contatti diretti con gli AMG regionali e dell’esercito. Si occupava anche dei profughi e dispersi. C’era poi un certo numero di sotto-commissioni indipendenti: Esercito, Marina, Aviazione, Comunicazioni e Riserve di Materiale Bellico.

Questa nuova organizzazione dal nome alquanto pesante - ACC-AMG - era però flessibile nel suo funzionamento. Poteva adattarsi facilmente alle necessità della situazione italiana: lavoro di prima linea colle armate; collaborazione coi funzionari italiani nelle retrovie; collegamento consultivo coll’«Italia del Re». Essendo i suoi funzionari riuniti sotto un comando unico, potevano spostarsi facilmente da un punto all’altro, secondo le esigenze. 



ESTENSIONE DEI POTERI


L’autorità del nuovo comando si estendeva alle zone amministrate dall’AMG della 5ª e 8ª armata e alle seguenti regioni: (Reg. I) Sicilia, (Reg. II) Calabria e Lucania, e, dal punto di vista consultivo, Puglie, (Reg. III) Campania, (Reg. IV) Lazio-Umbria (di cui solo una piccolissima parte era in mani alleate), (Reg. V) Abruzzi-Marche e Sardegna. Quest’ultima era stata controllata da una missione alleata speciale, per poi passare sotto il controllo della Commissione il 31 gennaio. Il 22 gennaio 1944, gli alleati sbarcavano ad Anzio e i funzionari dell’AMG, come al solito, seguivano le truppe.

Questo rapido succedersi di avvenimenti ebbe fine colla tanto attesa consegna dell’Italia meridionale al governo di Badoglio e colla prima conferenza dei Commissari regionali dell’ACC. Il trasferimento fu annunciato il 10 febbraio 1944 dal Maresciallo Sir Henry Maitland Wilson (allora Generale e Comandante Supremo Alleato nel Mediterraneo) dietro approvazione del Consiglio Consultivo per l’Italia. La Sicilia, la Sardegna e il territorio italiano a sud delle province di Salerno, Potenza e Bari, passarono al governo italiano.

Alcune condizioni furono poste, per salvaguardare le opere militari e proteggere i funzionari italiani nominati dall’AMG, durante l’occupazione alleata. Il trasferimento, contemplato fin dal novembre, era una prova del desiderio sincero degli alleati di vedere il governo italiano affermarsi, ma anche un provvedimento disposto allo scopo di rendere disponibili i pochi funzionari per le operazioni in altri settori. Il trasferimento di questo territorio al Governo Italiano non porta nessuna diminuzione nel personale dell’ACC.

In tutto il territorio italiano, l’ACC restò a custodia della legge e dell’ordine, volendo avere le prove dell’efficienza dell’amministrazione italiana prima di rinunciare interamente alle sue responsabilità. Quantunque, dal momento della consegna, tutti i decreti e gli ordini venissero firmati dagli italiani, gli alleati dovevano assicurarsi che tali ordini e decreti non fossero in conflitto coi termini dell’armistizio. In quanto alla sicurezza pubblica, alla finanza, ai rifornimenti, tutti di origine alleata, e alle comunicazioni, l’ACC non poteva abbandonare immediatamente ogni controllo. Il trasferimento avvenne gradatamente. Alla fine di gennaio, c’erano in Sicilia 176 funzionari; un mese più tardi, dopo l’avvenuto trasferimento, furono ridotti a 153; alla fine di marzo, erano 128; alla fine di maggio 111, e alla fine di ottobre ne rimanevano 358.

La prima riunione formale delle Commissioni Regionali, tenuta a Napoli il 3 marzo 1944, fu un avvenimento importante nella storia della Commissione. Per la prima volta, studiando i rapporti dei capi delle sotto-commissioni e dei Commissari Regionali, fu possibile farsi un quadro completo dei problemi affrontati e risolti.

Il Maresciallo Alexander si interessò molto al triplice compito svolto dalla Commissione: soccorso agli italiani bisognosi, appoggio al governo italiano per aiutarlo a raggiungere lo status di cobelligeranza, creazione di una nuova vita democratica in un paese oppresso dal fascismo.

C’erano ancora molte difficoltà da superare e molti problemi restavano insoluti. Era stato fatto tuttavia un grande sforzo per stabilire un governo abbastanza forte da distogliere una parte del peso delle responsabilità alla Commissione. L’organizzazione era più coerente, la linea di condotta più uniforme, i risultati pratici raggiunti più numerosi malgrado le difficoltà.



V

DIETRO LA LINEA DI CASSINO


Nella primavera del 1944, la campagna italiana subì una sosta: ci fu solo lo sbarco di Anzio. Questa sosta determinò una diminuzione di attività nei gruppi avanzati dell’AMG e un maggiore interesse per la situazione politica.

Delle dodici «regioni» in cui l’Italia doveva essere divisa per ragioni amministrative, tre erano già completamente sotto il controllo della Commissione Alleata, ed altre due parzialmente.

Nella I Regione (Sicilia), ormai lontana dal fronte, cominciavano a farsi sentire i primi accenni del separatismo e tornava la Mafia. La II Regione, all’estremità della penisola, non aveva quasi sofferto danni, ma era afflitta dalla mancanza di trasporti, di energia e di rifornimenti. Le città, piccole all’infuori di Taranto e Bari erano disseminate e con pochi mezzi di comunicazione; tanto che fu necessario formare una «Regione» separata per la Calabria (VIII Regione) col Quartier Generale a Catanzaro.

La III Regione comprendeva le province di Napoli, Benevento ed Avellino; parte del territorio era ancora controllato dal nemico o amministrato dall’AMG dell’8ª armata. Nella città di Napoli  il cui porto era di vitale importanza per le armate alleate  risiedeva il Quartier Generale, e lì si svolgevano le principali attività. Napoli, assai sconquassata, con una popolazione densissima e un forte agglomeramento di truppe alleate in licenza, pronte a spendere largamente per divertirsi, presentava naturalmente i problemi più disparati: dal mercato nero alle malattie veneree, dalle misure igieniche alle minacce di sciopero, dalla mancanza di alloggi alla deficienza del razionamento, dai giornali clandestini ai litigi politici.

L’amministrazione della IV Regione  che si estendeva da Frosinone a Viterbo (Roma compresa)  costituiva ancora un potere potenziale più che attuale. Il nucleo del suo Stato Maggiore lavorava a Napoli, studiando i piani per l’occupazione di Roma: l’instaurazione del Governo Militare nella città, l’ammassamento di 7.000 tonnellate di viveri, l’addestramento di 3.000 carabinieri scelti e perfino la preparazione di una guida della Città Eterna per le truppe che vi sarebbero andate in licenza.

La V Regione, che doveva eventualmente comprendere il territorio costiero Adriatico, da Chieti a Pesaro, includeva per ora solo le province di Foggia e Campobasso. Queste zone, principalmente agricole, e poco danneggiate dalla guerra, erano relativamente pacifiche e soddisfatte. Foggia, era naturalmente considerata importante, sia come base aerea, sia come granaio dell’Italia meridionale.

La VI Regione - Sardegna - era amministrata direttamente dall’ACC e non era stata mai sottoposta al controllo dell’AMG. La sua popolazione di un milione circa, era sparsa, viveva di pastorizia; i principali problemi erano la solita scarsità di viveri e la distruzione dei centri più importanti - causate dai bombardamenti aerei.


QUESTIONI POLITICHE

A metà febbraio, il Generale Mason MacFarlane aveva quasi completato il suo compito di fondere l’ACC e l’AMG in un unico organismo. Sembrò giunto il momento adatto di sviluppare le relazioni coll’amministrazione italiana. Tuttavia, una serie di violenti incidenti politici portarono alla creazione di un nuovo governo italiano, su basi più larghe, secondo i desideri espressi dalle Nazioni Unite alla Conferenza di Mosca. A Napoli, la Giunta di «opposizione» formata dai sei partiti, si era ribellata a certe dichiarazioni fatte dal Primo Ministro Churchill alla Camera dei Comuni, il 22 febbraio 1944. Churchill aveva detto che solo dopo la liberazione di Roma si sarebbe potuto formare un governo italiano più rappresentativo. Il 4 marzo, i partiti decisero di fare interrompere il lavoro per 10 minuti, in segno di protesta, riprendendo il tempo perduto con 15 minuti di lavoro straordinario alla fine della giornata. Lo «sciopero» non fu permesso, perché avrebbe intralciato lo sforzo bellico. Fu invece concessa l’autorizzazione a una riunione di massa che ebbe luogo il 12 marzo. Questo era d’accordo colla linea di condotta costante, dell’ACC: accordare la massima libertà politica purché non fosse di pregiudizio alla sicurezza militare.

Il rapido succedersi degli eventi politici faceva prevedere la formazione di un nuovo governo italiano. L’ACC avrebbe quindi dovuto trattare con una nuova serie di funzionari.

Il 14 marzo, la Russia Sovietica accordo il riconoscimento «de facto» al governo Badoglio. Il 26 marzo, Palmiro Togliatti, capo del Partito Comunista Italiano, tornò dalla Russia col consenso del Consiglio Consultivo per l’Italia. Il 1° aprile il Partito Comunista annunciò che era disposto a far parte del governo Badoglio, ed il 6 aprile, la Giunta dei sei partiti ritornò anch’essa sulla sua decisione. Il 12 aprile il Re d’Italia dichiarò che si sarebbe ritirato e nominò suo figlio, il Principe di Piemonte, Luogotenente Generale del Regno, a partire dal giorno in cui gli alleati sarebbero entrati a Roma. Sempre col Maresciallo Badoglio alla presidenza del Consiglio, e con le rappresentanze dei sei partiti, venne formato un nuovo gabinetto che si riunì per la prima volta il 27 aprile, dichiarò l’accordo di tutti i partiti per lo sforzo bellico, e rinviò la questione istituzionale a dopo la fine delle ostilità.

Mentre il governo italiano era travagliato da questi riassestamenti, bisognava pensare all’esistenza di circa 10 milioni d’Italiani. Il compito ricadeva sulle spalle dell’ACC. Dopo il trasferimento di territorio, le condizioni delle Puglie apparvero peggiori di qualsiasi previsione: l’epurazione dei fascisti negli strati più bassi della popolazione era molto in ritardo e la riapertura delle scuole egualmente. In Sicilia, le ferrovie erano amministrate interamente dagli italiani, sotto la sorveglianza della Commissione Alleata. A Napoli, fu organizzata una «settimana di pulizia», grazie a 5000 latte di benzina e a 60 camion concessi a tale scopo dalle autorità militari. Il mercato nero di Napoli continuava a prosperare; ad esso era imputabile la maggior parte dei reati giudicati tanto dall’AMG quanto dai tribunali italiani. In una settimana, ad esempio, vennero giudicati 573 casi e pronunciate 497 condanne. Un corpo speciale di polizia italiana in borghese venne formato per combattere i ricettatori, ma non ottenne buoni risultati. Attraverso le montagne da Bari in su, sfilava una continua processione di contadini, carichi di sacchi. I posti di blocco, anche avendo una disponibilità di personale sufficiente, non avrebbero potuto arginare questo movimento. Le malattie veneree dilagavano e vennero prese misure energiche per ospedalizzare ed isolare le prostitute infette. Le cucine economiche davano da mangiare a 10.000 persone al giorno. Nella regione campana, furono riparate 46 chiese, di cui 38 a Napoli, compresa la chiesa di Santa Chiara, dove furono messe in salvo le tombe reali degli Angiò. Le cattedrali di Capua e Benevento furono anche restaurate e in quest’ultima si poterono recuperare le famose porte di bronzo del XIII secolo. L’antica Pompei, colpita nei giorni precedenti l’invasione da 200 bombe, fu riassettata e i palazzi reali di Napoli e di Caserta, protetti da ogni ulteriore pericolo.


UN PROBLEMA SERIO

I profughi italiani - e non italiani - diventavano un problema sempre più serio. Una organizzazione separata per i profughi italiani era stata creata il 4 febbraio 1944. Il movimento dei profughi nelle zone dell’8ª armata si era ridotto ad appena 800 al mese, ma nel territorio della 5ª armata (in parte come conseguenza dello sbarco di Anzio) era salito a 14.000. Oltre ai due centri esistenti altri tre campi erano stati stabiliti nell’Italia occidentale e uno nell’Italia orientale, per una capacità totale di circa 15.000 persone. Il problema degli sfollati nel sud era stato risolto da comitati di assistenza insieme al governo italiano. Furono installate cucine economiche nei diversi centri, nei punti di passaggio e nelle stazioni ferroviarie. Alla fine di marzo, il numero totale dei profughi italiani si aggirava intorno ai 60.000. Durante quel mese, circa 14.000 sfollati erano passati tranquillamente dalle zone di battaglia attraverso i campi di smistamento, dove venivano lavati, nutriti ed alloggiati; dopo aver ricevuto le cure mediche e lasciato le loro generalità erano inviati nelle varie regioni dell’Italia meridionale e in Sicilia, per non gravare troppo sulle risorse dei comuni o delle città.

Alla fine di marzo furono pronti nove campi per profughi non italiani nell’Italia meridionale; fu così possibile far fronte all’afflusso sempre crescente che arrivava dall’altra sponda dell’Adriatico. In questi campi, lo sbarco, il transito, il nutrimento ed il vestiario dei profughi dovevano essere improvvisati d’urgenza; e di questo si occupavano dei funzionari scelti in ogni sezione della ACC. Fra di essi vi erano professori, specialisti di monumenti e belle arti, avvocati, scrittori, finanzieri, agricoltori, chiunque insomma potesse essere disponibile, senza considerazioni di età o di esperienza. Dovevano occuparsi come meglio potevano di una massa di donne, bambini, e vecchi, che si trovavano nella miseria più assoluta e appartenevano a non meno di 29 nazionalità diverse: arrivavano disordinatamente in campi dove i trasporti ed i rifornimenti erano ridotti al minimo. Per di più, siccome ben presto apparve chiaro che parecchi di questi profughi erano andati dai tedeschi, fu necessario creare un sistema di accurata discriminazione. In aprile, il mese peggiore, arrivarono 7.700 profughi; circa 2.000 in un giorno solo. Alla fine di aprile, il totale ammantava a 23.000, di cui 11.000 venivano dal Medio Oriente.


SITUAZIONE ALIMENTARE CRITICA

La situazione viveri era, come al solito, critica. Si dovevano continuamente rivedere i progetti per il futuro, le importazioni restavano sempre sottoposte alle esigenze militari. Ai commissari regionali fu impartito l’ordine di far sì che gli italiani seminassero quanto più grano era possibile, in modo da limitare le importazioni al minimo. Bisognava servirsi del sistema italiano degli ammassi, anche se impopolare, perché era il solo efficiente. Il prezzo stabilito per ogni quintale di grano, in vista del rincaro della vita, doveva essere di 900 lire per quello tenero e di 1000 lire per quello duro. Il raccolto, insieme alle importazioni, doveva permettere di portare la razione base per l’Italia a 200 grammi di pane al giorno.

In marzo, 32.000 tonnellate di semenze di patate arrivate dal Canada, dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, furono distribuite dalla sotto-commissione per l’agricoltura ai contadini della Sicilia, delle Puglie e della Campania: quest’ultima ricevette una parte maggiore perché coltivasse patate per le altre regioni. Grazie agli sforzi della sottocommissione delle comunicazioni, il servizio postale con l’estero fu ripristinato il 16 febbraio 1944 e 20.000 lettere e pacchi dall’estero furono distribuiti a Napoli. La sotto-commissione delle finanze decise di consentire l’invio di assegni da parte degli emigranti, che una volta costituiva una fonte di valuta pregiata per le finanze italiane. Una missione del Ministero della Guerra degli Stati Uniti arrivò in Italia per controllare l’attività finanziaria della Commissione. Per la prima volta, dall’armistizio, il carbone della Sardegna arrivò in quantità considerevoli e venne distribuito in Sicilia e sul continente.


L’ERUZIONE DEL VESUVIO

Un avvenimento sensazionale, che distolse l’attenzione dalla politica e sostituì perfino le notizie di guerra nelle prime pagine dei giornali, successe verso la metà di marzo: l’eruzione del Vesuvio il 18 marzo. Il cratere del vulcano era franato il 13 marzo. L’eruzione cominciò alle 16,30 del 18 e fu la più violenta da quarant’anni. Durante i sei giorni di attività, il Vesuvio emise 500.000 metri cubi di lava all’ora ed i torrenti di lava erano larghi quasi 50 metri, ed avevano una profondità di più di 10 metri. Persino gli aeroplani tedeschi sorvolarono il Vesuvio per vedere lo spettacolo. La lava infuocata scese per i dirupi a minacciare i villaggi annidati sulla montagna, ed il 20 di marzo cominciarono a crollare le case a San Sebastiano, Massa di Somma e Cercola.

L’ACC però aveva previsto questa eventualità e 300 camion prelevati sia dalle unità militari che dal deposito della Commissione stessa, provvidero ad evacuare gli abitanti e le loro masserizie e a portarli a una distanza sicura. L’operazione fu diretta dagli ufficiali e i funzionari della Commissione e da 100 agenti della polizia militare, inviati d’urgenza. La Croce Rossa installò delle cucine; in tutto vennero soccorse 20.000 persone. Il vulcano si calmò finalmente, ma non prima di avere emesso nuvole di fittissima cenere nera che il vento portò fino a Bari e all’isola di Capri, e che rovinò migliaia di ettari di terreno e i raccolti di primavera. 600 persone a Massa e 215 a San Sebastiano ebbero le case distrutte.


L’ESERCITO ITALIANO

Il contributo delle forze armate italiane allo sforzo bellico andava crescendo costantemente, sotto la guida delle tre sotto-commissione dell’ACC - Aviazione, Marine ed Esercito. La flotta italiana faceva servizio di scorta ai convogli e trasporto di truppe dall’Africa settentrionale a Napoli. Fu apprezzato il lavoro dei sommergibili italiani che, durante le operazioni nell’Egeo, portarono viveri e rifornimenti alle truppe, sempre sotto un intenso bombardamento. Gli aeroplani italiani da caccia, bombardamento e ricognizione, sotto la direzione alleata, avevano eseguito 3.000 voli di guerra e si prevedeva che sarebbero arrivati a 1.000 voli al mese, nonostante il materiale scadente.

Nel dicembre del 1943, si formò un corpo di liberazione italiano, una vera e propria unità di combattimento. Dopo un periodo passato a fianco della 5ª armata, entrò in azione il 31 marzo 1944, sul fronte dell’8ª armata, partecipando alla conquista del Monte Marrone in un attacco di sorpresa. Le autorità militari alleate avevano approvato la collaborazione di truppe italiane, ma in tutta l’Italia liberata, l’equipaggiamento italiano bastava appena per 30.000 uomini e non vi era possibilità di rinnovarlo. La prima unità italiana ad entrare in azione fu una compagnia di mulattieri, che, il 9 dicembre 1943, subì 14 perdite, tra morti e feriti.

La caratteristica del periodo Napoli-Salerno (periodo statico in quanto ad azioni belliche) fu la stretta collaborazione tra i ministeri governativi e le corrispondenti sotto-commissioni della CCA. Settimanalmente, ed in certi casi giornalmente, avevano luogo riunioni tra i ministri ed i funzionari alleati; si arrivò ad una intesa definitiva, che sarebbe stata impossibile nei primi tempi, quando c’era ancora una certa diffidenza. La sotto-commissione dell’Educazione, ad esempio, sottomise al ministro italiano dell’educazione tutte le misure da applicarsi, anche in territorio amministrato dall’AMG, perché potesse discuterle ed approvarle. Il ministro, dal canto suo, non prendeva alcun provvedimento senza consultare la commissione ed esser sicuro di non intralciare il lavoro di essa nelle zone avanzate.

Questo fu anche un periodo di preparazione e di revisione. Vediamo, per esempio, il lavoro svolto dalla sotto-commissione degli Interni (più tardi conosciuta come sotto-commissione di governo locale). Essa si occupava principalmente dell’organizzazione del governo democratico nelle province e nei comuni italiani. L’esempio era stato dato in Sicilia, col ristabilimento delle Giunte Comunali e delle Deputazioni Provinciali, non ancora elettive, ma rappresentanti tutte le categorie. Da Salerno, i membri della sotto-commissione partirono per un giro d’ispezione in tutta l’Italia liberata per studiare sul posto le condizioni politiche e psicologiche della provincia e per sollecitare i prefetti indolenti ad occuparsi maggiormente della democratizzazione. La sotto-commissione si preoccupava anche di vagliare e scegliere i prefetti che un giorno avrebbero dovuto sostituire quelli che, certamente sarebbero mancati nelle province del Nord, ancora occupate dal nemico. Organizzava inoltre dei corsi di amministrazione locale, a mezzo di conferenze tenute dallo Stato Maggiore della Commissione e da funzionari italiani.

L’OFFENSIVA ALLEATA


Questo periodo terminò coll’offensiva alleata sferrata l’11 maggio 1944. L’8ª armata fu trasferita segretamente sul fronte di Cassino e i funzionari dell’AMG dell’8ª armata iniziarono il lavoro fra le rovine, il 18 maggio. La travolgente avanzata delle forze alleate lasciò dietro a sé città e villaggi devastati. Nella zona fra Cassino e il mare, intere zone erano inabitabili; ciò creò un nuovo problema per l’AMG. Gli sfollati, che si erano nascosti sulle colline, scesero a Fondi e a Terracina dopo la liberazione, aumentando così la popolazione normale del doppio e del triplo. Quasi 100.000 civili furono nutriti giornalmente nelle città distrutte. I funzionari della 5ª e dell’8ª armata, addetti al rifornimento, dovettero stabilire dei centri di rifornimento di prima linea, per seguire la rapida avanzata. C’era anche scarsità di medici.

La vita normale però, riprese presto nelle zone di battaglia e dopo due settimane, i viveri erano già razionati e venduti come al solito, eccetto nelle zone completamente spopolate di cui gli abitanti (12.000) furono dislocati nei villaggi circostanti. Il 22 maggio la parte della provincia di Napoli per tanto tempo amministrata dall’AMG della 5ª armata, passo sotto l’amministrazione della III Regione. Il personale addetto alla IV e V regione, seguiva regolarmente l’esercito, stabilendosi in circa 50 comuni, man mano che le truppe avanzavano. I funzionari civili della 5ª armata, oltre ad avere la gestione delle zone avanzate, dovevano anche formare un gruppo scelto per l’instaurazione del Governo Militare a Roma. I funzionari della GMA di Roma e lo Stato Maggiore del Comando Alleato per la zona di Roma (RAAC)  ente che doveva assumere il controllo e l’amministrazione militare della città  lavoravano e collaboravano insieme.

Mentre la battaglia per Roma si avvicinava alla conclusione, il 30 maggio ebbe luogo una conferenza dei Commissari Regionali dell’ACC, da cui risultò che i seguenti obiettivi erano stati raggiunti: le importazioni di grano erano più regolari; la razione per i lavoratori addetti ai lavori pesanti era cresciuta; più di 10.000 tonnellate di zolfo erano state spedite in Inghilterra; circa 15.000 chilometri di rete stradale era in riparazione. Un decreto reale che ristabiliva l’amministrazione locale in Italia era stato emanato ad applicato nel territorio ancora sotto la giurisdizione del Governo Militare, i poteri passavano alla giunta comunale e al sindaco.

A Palermo era stata scoperta una combriccola di falsificatori di valuta. 42.000.000 di lire furono recuperate e 39 persone arrestate. Ad Avellino si erano organizzate le scuole sotto le tende. Le solite lagnanze arrivavano da ogni parte per la mancanza di mezzi di trasporto, l’AMG avendo la priorità per ragioni tattiche. Un «comitato anti-inflazione» si era formato e fu consigliato ai capi di Stato Maggiore congiunti di prendere delle misure di controllo contro l’aumento dei prezzi. Una forma benigna di vaiolo si era sviluppata a Napoli e 150.000 vaccinazioni erano state inoculate. Sempre a Napoli, in seguito al controllo delle carte annonarie, furono ritirate 300.000 carte false.

In occasione della riunione dei commissari regionali, il Maresciallo Alexander mandò i suoi rallegramenti al Generale MacFarlane per il lavoro svolto dall’ACC - che egli chiamò la sua «terza armata» - ed espresse la sua soddisfazione per il modo efficace con cui gli AMG dell’esercito avevano saputo risolvere i vari problemi. Tutto era pronto per il trasferimento del Quartier Generale e tutti aspettavano la parola d’ordine che avrebbe permesso alla Commissione di estendersi, geograficamente e politicamente, per svolgere il suo compito su scala nazionale.



VI

ROMA E LA STABILIZZAZIONE


Le truppe alleate entrarono a Roma il 4 giugno 1944. Nelle prime ore del mattino successivo, l’AMG della 5ª armata si installò nella capitale e mise i carabinieri alle dipendenze dei funzionari di pubblica sicurezza del Governo Militare. Costoro avevano assunto il controllo di tutta la città divisa in dieci distretti e ne informavano per radio il Quartier Generale, stabilito al Campidoglio.

La città, che non aveva subito né bombardamenti alleati, né le rapine tedesche, era quasi incolume, sebbene molti edifici fossero minati. La pressione dell’acqua era bassa per via dei danni causati all’acquedotto principale della città. Le due centrali elettriche erano intatte e funzionavano, ma la principale fonte di energia elettrica di Roma, - la centrale idro-elettrica di Terni - era stata sistematicamente distrutta dai tedeschi. La città poteva disporre solo dai 25.000 ai 30.000 kilowatts mentre il suo fabbisogno normale era di circa 115.000 kilowatts.

Automezzi carichi di viveri entrarono nella città insieme agli elementi avanzati dell’AMG e 350 tonnellate al giorno arrivavano regolarmente dai grandi depositi di Anzio, per nutrire la popolazione: a Roma vi erano 1.400.000 possessori di carte annonarie oltre ai rifugiati che si ritiene ammontassero a circa 200.000 o 300 mila persone. Entro una settimana le banche furono riaperte. I piani dell’AMG furono attuati senza difficoltà. L’occupazione di Roma può considerarsi come l’operazione più semplice nella storia del Governo Militare, grazie all’opera e l’aiuto dei partigiani.

La seconda fase - quella di stabilizzazione - cominciò dopo soli 10 giorni, quando l’AMG lasciò la città perché il fronte della 5ª armata si era allontanato dalla capitale. Fu creata una speciale «Regione romana» che si doveva occupare della città e della zona circostante compresa nel governatorato di Roma.

I consiglieri politici della Commissione di Controllo Alleata, addetti all’AMG della 5ª armata entrarono immediatamente in contatto con il comitato di liberazione nazionale. Il Re d’Italia trasmise i suoi poteri al Principe di Piemonte, che diventò il Luogotenente Generale del Regno. Il Maresciallo Badoglio rassegnò le sue dimissioni e quelle del suo Gabinetto; poi venne a Roma l’8 giugno per tentare di formare un nuovo governo basato sui sei partiti del C.L.N. Badoglio, tuttavia, non ebbe successo, ed il nuovo Gabinetto fu formato da Ivanoe Bonomi, ex primo ministro e presidente del comitato di liberazione nazionale.

La Commissione di Controllo Alleata, che aveva come compito principale quello di istituire un governo italiano capace di far servire le risorse del paese allo sforzo bellico degli alleati, si affrettò a facilitarne il trasferimento a Roma (15 luglio). Anche la Commissione trasferì il suo Quartier Generale nella capitale, lo stesso giorno.

IL NUOVO CAPO


Il 22 giugno, il generale MacFarlane, commissario capo, si ammalò e dovette tornare in Inghilterra per subire una grave operazione. Fu sostituito dall’ammiraglio Stone, capo commissario aggiunto, con il titolo di «capo commissario in carica». Una volta che l’amministrazione nazionale italiana fu di nuovo stabilita nella sua sede tradizionale, il consiglio consultivo per l’Italia approvò un secondo trasferimento di territorio al governo italiano (20 luglio), che comprendeva le province di Napoli (escluso il comune ed il porto di Napoli, che rimanevano zona militare alle dipendenze dell’AMG), di Avellino, di Benevento, di Foggia e di Campobasso. Un terzo trasferimento di territorio previsto per il 15 agosto, doveva comprendere le province di Roma (la capitale inclusa), Littoria e Frosinone.

Il governo italiano e la Commissione di Controllo Alleata erano così installati tutt’e due nella capitale, come era stato progettato quasi un anno prima. Pur nella loro varietà, i problemi ai quali dovevano far fronte apparivano complicati, in un certo senso, dalla atmosfera stessa della Città Eterna. Il popolo di Roma è l’erede di molti secoli di tradizione imperialistica. La presenza del Vaticano attirava gli sguardi del mondo intero sulla città ed i suoi cittadini. I romani erano stati appena toccati dalla guerra ed erano ben lungi dall’aver subito quello che soffrirono, per esempio gli abitanti di Londra. Il malcontento dei romani si rifletteva nella stampa della città.

Delle quattro libertà stampate sulle Amlire, la libertà di parola si era imposta con straordinaria rapidità. Al suo arrivo, il generale Hume, SCAO dell’AMG della 5ª armata, annunciò che vi sarebbe stata una completa libertà di parola, mitigata, naturalmente, dalla solita censura militare. La stampa romana presentava, per l’Ufficio delle Pubblicazioni Alleato, un problema nuovo e molto vasto. Prima della liberazione di Roma, esso aveva dovuto occuparsi di circa 15 giornali quotidiani e più di 115 settimanali nell’Italia liberata.

Ora si trovava di fronte ad una capitale di circa due milioni e mezzo di abitanti, servita da giornali di fama mondiale, quali il «Messaggero» e il «Giornale d'Italia». In un primo tempo, tutti i giornali che fossero stati o meno portavoce del fascismo continuarono ad uscire, ma dopo due giorni, l’intera stampa fascista fu soppressa e fu messo in atto il piano dell’APB (Ufficio delle Pubblicazioni Alleato).

IL PIANO DELLA COMMISSIONE ALLEATA PER LE PUBBLICAZIONI

In base a questo piano, ognuno dei sei partiti al governo aveva il diritto di pubblicare un giornale; due giornali erano permessi ai gruppi di opposizione (e cioè ai partiti non rappresentati nella coalizione), e due agli «indipendenti». In tutto, compresi l’«Osservatore Romano», organo del Vaticano, ed il «Corriere di Roma», stampato dal PWB, dodici quotidiani venivano pubblicati nella città. Il difficile compito di concedere i permessi per le nuove pubblicazioni nel territorio dipendente dal governo italiano, fu trasferito ad una commissione della stampa italiana. Da principio, l’APB si riservò il diritto di mettere il veto alle decisioni della commissione; in seguito diventò un semplice organo di controllo per ciò che riguardava gli interessi alleati.

Roma era un punto centrale, da dove era possibile vedere gli avvenimenti in giusta prospettiva. A Roma, per esempio, la sotto-commissione delle finanze poté finalmente entrare in contatto con l’ufficio centrale della Banca d’Italia. (Il suo governatore, Azzolini, fu esonerato dalle sue funzioni. Più tardi egli fu processato e condannato a 30 anni di reclusione per aver permesso ai tedeschi di asportare i 55.000 kg. di riserva aurea italiana).

L’AMG della 5ª armata era entrata nella città con 600 milioni di lire italiane e 240 milioni di Amlire; questa somma fu depositata alla Banca d’Italia. La fiducia del pubblico è illustrata dal fatto che ogni giorno i versamenti erano superiori di 4 o 5 milioni ai depositi ritirati. In agosto, l’acquisto di buoni del tesoro fatto dai romani, superò le vendite di 3.500 milioni di lire: fu cioè tre volte superiore alla somma investita in tutta l’Italia meridionale durante l’anno fiscale 1943-44. I depositi bancari crescevano costantemente, al ritmo di tre miliardi di lire al mese.

La politica finanziaria della Commissione Alleata può essere considerata come un successo. Questa politica era basata su tre principi fondamentali: la riapertura delle banche al più presto possibile; l’organizzazione e il potenziamento della Banca d’Italia, in modo che potesse finanziare le spese del governo italiano; la riduzione del deficit e la consolidazione del credito nazionale. Lo stato del debito pubblico italiano richiedeva una riforma drastica ed a lunga scadenza. I risultati della politica finanziaria del fascismo erano tali da richiedere una completa revisione dell’organizzazione fiscale che, in sostanza, era rimasta molto simile al sistema di tasse agricole di altri tempi.

I funzionari addetti alle finanze dovevano rendere conto delle spese riguardanti tutte le attività italiane e dell’ACC, compresi i prestiti elargiti dall’AMG alle amministrazioni locali nelle zone avanzate, per riparare acquedotti, fognature, e strade. I poteri di revisione che la Corte dei Conti aveva in origine, le furono restituiti, sicché diventò nuovamente uno dei più adeguati strumenti del governo per il controllo del bilancio. Sistematicamente, i funzionari finanziari riapersero i conti correnti postali  in Italia è la Banca dei Poveri » e ben presto le entrate superarono le uscite.

A Roma, anche il lavoro della sotto-commissione legale fu definito in modo più chiaro. La Corte di Cassazione fu reinstaurata in un clima antifascista, rinforzando così l’amministrazione giudiziaria italiana. I compiti della sotto-commissione legale comprendevano la preparazione di tutti i proclami ed ordini generali alleati, il controllo dei decreti stabiliti dal governo italiano, nonché delle misure riguardanti il trasferimento di territorio; l’interpretazione dei termini di armistizio  documento di fondamentale importanza e tenuto ancora segreto. Oltre a questi compiti, la sotto-commissione legale doveva intraprendere la vasta opera di far rifunzionare i tribunali italiani. La giustizia in Italia si trovava a mal partito, dopo un ventennio di indolenza e di asservimento.

DECRETI ITALIANI

È nota la procedura con cui i decreti italiani venivano pubblicati e resi esecutivi nei territori dell’AMG. Era una procedura che risparmiava la pubblicazione di duplicati, poiché le leggi dell’AMG e i decreti italiani - che entravano in vigore non appena il territorio veniva restituito alla giurisdizione del governo italiano – erano identici. Allo stesso tempo, questa procedura permetteva di introdurre un nuovo spirito giuridico nei disegni di legge italiani, senza tuttavia interrompere il compito della giustizia. La sotto-commissione doveva inoltre sorvegliare i processi per le violazioni ai decreti-legge alleati, in tutti i tribunali militari alleati, sommari, superiori e generali.

Il lungo e penoso compito di epurazione politica fu affidato principalmente alla sezione degli affari civili, sebbene ogni sotto-commissione dovesse parteciparvi, allo stesso modo delle amministrazioni regionali. Sollecitato e guidato dall’ACC, il governo italiano creò una organizzazione incaricata di provvedere a questo compito immane. Il decreto del 29 luglio 1944 per le sanzioni contro il fascismo, creava l’organo legale per il processo di epurazione e per la punizione dei delitti fascisti.

Una certa epurazione meno organizzata era già stata iniziata, quando il primo «Podestà» fu congedato in Sicilia, ma il coordinamento era difettoso, o per lo meno non aveva raggiunto il grado desiderato. La sotto-commissione per l’educazione aveva studiato un suo programma di epurazione, in collegamento con gli insegnanti antifascisti, ed aveva fatto piazza pulita nell’università di Roma prima ancora che fossero emessi i decreti ufficiali. Le autorità italiane furono consultate circa la pubblicazione dei libri di testo riveduti. I libri di studio delle scuole medie furono esaminati in collaborazione e fu deciso che 213 erano decisamente nocivi, 546 dovevano essere purgati e 4.117 potevano essere adoperati.

ANCORA GLI SFOLLATI


Anche la sotto-commissione per i profughi non italiani iniziò a Roma un importante capitolo della sua storia. Nel mese di giugno, dovette occuparsi di tutti i cittadini alleati bisognosi residenti nell’Italia liberata, 6000 dei quali si trovavano nella sola città di Roma.

I problemi a cui la sotto-commissione doveva far fronte avevano ormai un carattere statico. Pochissimi profughi potevano essere rimpatriati - 1000 soltanto furono inviati negli Stati Uniti, in seguito a richiesta personale del Presidente. La Commissione Intergovernativa per i profughi partecipò alla scelta di questi 1000, chiamati profughi «senza stato». Circa 700 ebrei furono anche inviati in Palestina. Vennero organizzati tre campi, di cui uno per gli orfani. Ben dieci missioni estere furono nominate presso la sotto-commissione per curare gli interessi dei vari gruppi nazionali. Dall’agosto, alcuni di questi gruppi potevano ricevere denaro regolarmente. L’ufficio informazione della sotto-commissione rispondeva a migliaia di lettere dall’estero.

Per i profughi italiani furono organizzati sette campi principali. Alcuni di essi, stabiliti nelle zone avanzate, servivano per lo smistamento dei profughi che venivano poi mandati in regioni più vicine alle loro case. Un nuovo problema si presentò con l’esodo dei profughi dal sud verso il nord. Essi tentavano di tornare alle loro case approfittando di ogni mezzo possibile; giungevano nelle zone devastate dalla guerra e si trovavano senza viveri e senza rifugio di alcun genere. Fu quindi necessario adottare severi provvedimenti per il controllo del traffico civile. Nel mese di agosto, le cose cambiarono. Vari fattori - stasi delle operazioni belliche, la mancanza di mezzi di trasporto, la sovrappopolazione delle regioni meridionali ed il bisogno di mano d’opera nel nord - contribuirono alla decisione di far tornare i profughi, nei limiti del possibile, ai loro centri di provenienza. Il problema dei profughi si accentrò quindi sulla questione del rimpatrio. Dalla Sicilia, 11.000 profughi tornarono alle loro case sul continente italiano. Il 23 settembre 1944, si verificò una fusione tra la sotto-commissione per i profughi e l’organizzazione analoga italiana. Il nuovo ente si chiamo «sotto-commissione per il rimpatrio dei profughi» ed era amministrato dalla sezione degli affari civili.

NUOVI PROBLEMI


Intanto, gli AMG dell’esercito avanzavano insieme alle truppe combattenti e dovevano far fronte a nuovi problemi. Quello dei partigiani, o patrioti, sorse poco dopo la conquista di Cassino. Diventò urgente con l’occupazione di Roma e la successiva avanzata attraverso la Toscana. Il primo rapporto completo in merito a questo, problema che doveva in seguito diventare «scottante» fu scritto il 13 luglio 1944 dal funzionario dell’AMG addetto alle 34ª divisione. Secondo la definizione dell’ACC - che organizzò un ufficio al suo Quartier Generale per occuparsi della questione - i patrioti sono sudditi italiani armati, «membri di genuine bande combattenti, che hanno partecipato ad atti di sabotaggio o fornito alle forze alleate importanti informazioni riguardanti il nemico».

L’attività dei patrioti era stata particolarmente efficace nei dintorni di Firenze; avevano aiutato l’esercito a rastrellare la città dai franchi tiratori tedeschi e fascisti. Avevano svolto attività di guerriglia in modo più o meno organizzato, effettuando incursioni per procurarsi armi e munizioni.

Il compito immediato del funzionario dell’AMG consisteva nel trasformare il patriota da libero combattente in onesto cittadino rispettoso della legge, ed incanalare il suo zelo patriottico facendogli svolgere una attività utile e disciplinata. Specificatamente, il problema consisteva nel far consegnare le armi ai patrioti trovando loro un impiego in base ad un sistema di priorità. E ciò quando si trattava di patrioti in buona fede e meritevoli, poiché vi erano migliaia di falsi patrioti, che si valevano del titolo per ottenere vantaggi. Dopo una seria inchiesta fatta dai comitati italiani ed alleati, «attestazioni di comportamento meritevole» furono distribuite ai patrioti degni di questo nome.

A Firenze, dove per la prima volta l’attività dei patrioti italiani venne resa nota al mondo intero, l’AMG dell’8ª armata si acquistò una celebrità maggiore di quella delle stesse truppe combattenti. I suoi funzionari furono infatti i primi ad attraversare l’Arno, l’11 agosto, con rifornimenti di viveri ed acqua per la popolazione affamata. L’AMG dell’8ª armata era una vecchia unità formata al Cairo fin dal 31 maggio 1943. Al comando del capitano Benson, aveva percorso l’intera penisola italiana, cominciando la sua attività in Sicilia. L’Amministrazione di Firenze fu forse il suo compito di maggior portata. Durante le ultime tre settimane di agosto, 380 civili furono uccisi e 1260 feriti nella città devastata, senza contare i cadaveri sepolti sotto le macerie. Spettò all’AMG sotterrare i cadaveri e curare i feriti. Sotto la direzione dei suoi funzionari, viveri ed acqua furono trasportati attraverso le rovine del Ponte Vecchio, fra le mine che esplodevano di continuo. Come se ciò non bastasse, l’AMG dell’8ª armata riceveva la seguente lettera: «La Baronessa X invia i suoi saluti all’amministrazione dell’AMGOT e desidererebbe sapere dove si può procurare scatolami e salumi, zucchero, burro, ecc., e anche sapone. Con i migliori saluti e ringraziamenti».

L’ARTE A FIRENZE

Mentre i carri armati pesanti si aprivano una strada attraverso gli edifici in rovina sulle rive dell’Arno, i funzionari della sotto-commissione delle Belle Arti cercavano opere d’arte in mezzo alle macerie. Questi funzionari ebbero molto da fare perché nei dintorni della città vi erano 23 nascondigli che contenevano i tesori d’arte di Firenze, famosi nel mondo intero. Alcuni di questi preziosi cimeli erano stati asportati dai tedeschi per «proteggerli» - secondo quanto si può leggere in un ordine tedesco – «dagli antiquari ebrei americani».

Per fortuna esistevano degli elenchi delle opere d’arte nascoste e si poté scoprire che i tedeschi avevano asportato 58 casse piene di famose sculture in marmo e bronzo (compresi alcuni capolavori di Donatello e Michelangelo); 26 casse di sculture elleniche, 291 quadri (tra cui lavori di Tiziano, Botticelli, Raffaello e Murillo), 25 o 30 casse di quadri piccoli e 25 rotoli idi disegni per affreschi.

La sotto-commissione delle Belle Arti ed i Monumenti riuscì malgrado il suo gran lavoro, a pubblicare anche una «guida di Firenze» per i soldati, di cui furono vendute 75.000 copie. Una simile «guida di Roma» pubblicata dall’ACC, ebbe una tiratura di oltre 250.000 copie.

Durante gli ultimi mesi d’estate, la malaria fece la sua apparizione. Date le condizioni del momento, questa minaccia appariva altrettanto seria quanto a Napoli quella del tifo. D’accordo con le unità militari, la sotto-commissione di salute pubblica adottò misure di controllo per proteggere la salute delle truppe e della popolazione civile. Le paludi Pontine  che i tedeschi allagarono distruggendo un lavoro di bonifica durato 60 anni  erano un terreno particolarmente propizio per le zanzare. Ogni settimana, questa zona veniva spruzzata per mezzo di aerei. Più di 5000 civili si assunsero il compito di spargere a mano il «verde di Parigi». Circa 9.000.000 di compresse di atabrina furono distribuite alla popolazione ed altre sette milioni tenute in riserva. I casi di malaria diventarono assai più rari.

Nelle zone paludose erano naturalmente frequenti, ma per fortuna vi furono pochi decessi. In Sardegna, una delle regioni peggiori per malaria, il numero di casi fu minore degli anni precedenti. Tra gennaio e giugno del 1943, si verificarono nell’isola 4.055 casi di malaria. Nel 1944, durante lo stesso periodo 1.852 casi soltanto furono accertati.

A richiesta della Commissione Alleata, cominciavano a giungere i medicinali. Chinino, insulina, zolfo ed etere venivano direttamente dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna o erano regalati all’Italia dalle organizzazioni mediche dell’esercito americano. Laboratori biologici furono impiantati a Palermo, Napoli e Siena per la fabbricazione di antitossine, vaccini e sieri. Furono anche fabbricati vaccini per combattere il colera che stava dilagando tra il bestiame e costituiva una grave minaccia per le greggi, già decimate dai saccheggi tedeschi. La produzione sperimentale della penicillina fu anche iniziata per la prima volta nei laboratori italiani.

Nelle zone avanzate, l’AMG dell’8ª armata rese noto di essersi occupato di 23.000 profughi, da Cassino in poi. Furono formate l’VIII e la IX Regione (Toscana ed Emilia). Il 28 agosto, la I, III e VII Regione furono unite alla provincia di Campobasso, per formare un’unica “Regione meridionale”. Il Quartier Generale di questa nuova Regione fu stabilito a Napoli ed il personale dell’ACC nel sud fu ridotto del 50%. Molti funzionari erano quindi disponibili per le zone settentrionali che potevano da un momento all’altro essere occupate dagli eserciti alleati.

La sotto-commissione degli interni aveva iniziato l’addestramento di prefetti per l’amministrazione delle province settentrionali. I funzionari della Commissione Alleata erano giunti alla conclusione che era molto più facile governare che insegnare ad altri il compito di amministrare un paese.

Il problema dei trasporti diventava sempre più urgente e difficile da risolvere. La mancanza di gomme era assoluta.



VII

RIASSUNTO


Il 22 agosto la prima riunione dei commissari regionali dopo quella del maggio 1944, fu tenuta a Roma. Secondo l’Ammiraglio Stone era il momento adatto per riassumere il passato e guardare all’avvenire. L’ACC si stava trasformando: benché i suoi obiettivi fossero ancora sottoposti ai termini dell’armistizio, i funzionari civili cominciavano a sostituire i militari.

I nuovi arrivati erano membri dell’amministrazione economica americana per l’estero (FEA) e dovevano far parte della sezione economica. Il Brigadiere Generale William O’Dwyer, il nuovo vicepresidente, cominciò a studiare le difficoltà economiche dell’ACC. Corrispondenti italiani accreditati presso la Commissione furono ammessi per la prima volta ad assistere alla riunione alleata.

Il Vice Ammiraglio C. E. Morgan (inglese), capo della sotto-commissione navale, lodò l’azione della marina italiana e disse che «aveva cooperato al massimo allo sforzo bellico degli alleati», dimostrando grande valore, degno delle «più alte tradizioni navali».

Il Maggior Generale Langley Browning (inglese), capo della sotto-commissione delle forze terrestri, fu altrettanto entusiasta nel lodare il lavoro del corpo italiano di liberazione e i servizi resi dalle truppe italiane. «Poca gente», egli disse, «si rende conto del bel lavoro svolto dall’esercito italiano. Col nostro aiuto, esso si è riorganizzato e coopera lealmente come co-belligerante, senza chiasso e quasi senza attrito». «La mia sotto-commissione», disse il Generale Browning, «controlla adesso la più grande azienda mondiale di vestiti e scarpe usate. È diventata esperta in generi alimentari, poiché distribuisce viveri a quasi mezzo milione di persone».

Il Vice Maresciallo dell’Aria W.A.B. Bowen-Buscarlet (inglese), capo della sotto-commissione delle forze aeree, parlò nel suo rapporto, di oltre 800 missioni di guerra compiute dall’aviazione italiana durante il mese di agosto e disse che il morale era alto. Al personale italiano era stato distribuito equipaggiamento alleato.

Il Maresciallo Wilson comandante supremo alleato nel Mediterraneo, parlò alla conferenza tenuta in agosto, congratulandosi colla ACC «per il lavoro svolto fra tante difficoltà». Egli dichiarò apertamente che, secondo lui, l’ACC doveva risolvere due problemi vitali per la salvezza dell’Italia: i viveri ed il lavoro.

Disoccupazione e fame erano le desolanti conseguenze della guerra e minacciavano di provocare un’agitazione sociale e di diventare perciò un pericolo per la sicurezza militare. L’approvvigionamento di Roma costituiva un esempio tipico; la mancanza di mezzi impediva il trasporto dei prodotti da una zona all’altra. Le difficoltà da superare per ottenere un razionamento adeguato erano anch’esse legate al problema dei trasporti: se si fossero aumentate le razioni il trasporto avrebbe richiesto un maggior numero di automezzi.

I romani, come il resto della nazione a nord del Garigliano, si sentivano offesi per non aver avuto anch’essi la razione di 300 grammi di pane, stabilita per l’Italia meridionale il 1° luglio 1944. Ma tutti i calcoli accurati dell’ACC non bastavano per portare a Roma le 1.400 tonnellate di viveri necessari, dato che porti e ferrovie erano rovinati e i rifornimenti dal nord interrotti. La città riceveva soltanto da 1.100 a 1.200 tonnellate, mentre normalmente aveva bisogno di 2.000 tonnellate al giorno. I romani andavano in campagna a comprare quello che ancora si poteva trovare ed avevano il permesso ufficiale di riportare 15 chili di derrate per persona al giorno.

Questo costituiva un danno per le province circostanti e anche per Napoli che stava lentamente tornando alla normalità: si dovettero stringere i controlli ed istituire i posti di blocco. Il Colonnello Poletti, arrivato a Roma come commissario regionale il 20 giugno, applicò la lezione imparata a Napoli e a Palermo ed i controlli diventarono effettivi. I commissari regionali delle province viciniore protestavano energicamente dicendo che, per i loro prodotti, non tutte le strade conducevano a Roma. La IV Regione (zona di Roma) dovette improvvisare dei contratti complicati per far venire il grano da Macerata o il legname da Rieti.

La Commissione era ansiosa di poter estendere la razione di 300 grammi di pane a tutta l’Italia liberata e da tempo si raccomandava in questo senso ai capi di stato maggiore. A parte il beneficio sociale, economico e politico, la misura era urgente per la salute pubblica. Si prevedeva che un periodo prolungato di razionamento al di sotto di 300 grammi sarebbe stato deleterio per la salute dei cittadini. Il regime alimentare dell’italiano è basato sul pane, la pasta e lo zucchero. Le ricerche avevano dimostrato che la razione giornaliera di 300 grammi di pane, 15 grammi di zucchero - razione ufficiale nell’Italia meridionale - conteneva soltanto 753 calorie. Dopo il 1° settembre, nei centri urbani con una popolazione superiore ai 50.000 abitanti, fu aggiunto un supplemento di carne e legumi, e cioè altre 143 calorie. Il comitato sanitario della Lega delle Nazioni aveva concluso nel 1936 che 2.400 calorie dovevano considerarsi una adeguata dose giornaliera per un uomo o una donna non addetti a lavori manuali, in un clima temperato.

Migliaia di tonnellate di cibo erano state importate dalle sotto-commissioni dei viveri nella basi alleate; ma la scarsità di trasporti, resa costante dalle esigenze sempre crescenti delle operazioni militari, impediva l’aumento delle importazioni. Spesso all’ultimo momento si era obbligati a cambiare la rotta dei bastimenti per ragioni militari, e ciò impediva alle derrate di arrivare secondo i piani prestabiliti. Ciò nonostante, dai depositi disponibili, furono prelevate razioni supplementari per gli operai addetti ai lavori pesanti, per gli ospedali, i prigionieri, la polizia, i ferrovieri, i mietitori, i profughi, in breve per tutte quelle persone che ne avevano urgente bisogno.

Secondo gli esperti della sotto-commissione dell’agricoltura, la situazione alimentare italiana era così disastrosa a causa degli esperimenti fascisti di autarchia.

I fascisti avevano diminuito la razione del pane da 200 a 150 grammi nel marzo 1942. Gli italiani avevano quindi la razione più bassa di tutta l’Europa occidentale malgrado il fatto che l’Italia fosse una nazione prevalentemente agricola. Per di più, l’organizzazione creata dal fascismo per la raccolta e la distribuzione dei viveri sulla falsa riga dell’autarchia (l’Italia per altro non cessò mai di importare viveri), era venuta meno fra la sfiducia degli agricoltori e l’inefficienza burocratica. L’ACC, se fu costretta a servirsi del sistema degli ammassi, lo migliorò cercando di ottenere la cooperazione degli agricoltori. Il nome di ammassi fu cambiato in «Granai del popolo».

La campagna per spingere l’Italia a produrre più grano possibile fruttò alla fine del raccolto di ottobre, un totale di 9.004.226 quintali; ossia il 78% degli 11.600.000 quintali a qui si era sperato di arrivare come massimo. Questo risultato venne qualificato dalla sotto-commissione dell’agricoltura, come «soddisfacente» considerando la mancanza di trasporti e la frequente apatia degli incaricati locali. Dei funzionari speciali dell’ACC per il controllo del raccolto si recarono sul posto per sorvegliare la mietitura. Chi conosceva il mercato nero e l’abitudine ormai radicata negli agricoltori di nascondere il raccolto, sapeva che la sorveglianza era necessaria. I funzionari di controllo dissero di aver scoperto almeno 62 metodi usati dagli agricoltori per evitare le consegne agli ammassi.

Sul piano nazionale, la stretta collaborazione della Commissione coi funzionari italiani per l’agricoltura  come per esempio l’organizzazione in comune di comitati comunali e provinciali di stile americano  contribuì molto alla efficienza della nuova struttura agricola in Italia. La divisione del ministero italiano dell’agricoltura in due sottosegretariati, uno di produzione e uno di alimentazione (ossia di distribuzione) venne fatta in seguito al suggerimento della Commissione. Ciò servì a chiarire la situazione creata dalle organizzazioni fasciste e facilitò la ripresa della principale attività del paese.

La ripresa però non faceva parte del programma della Commissione. La sotto-commissione dei lavori pubblici si limitava a delineare o suggerire un programma ed a prestare aiuto. I lavori eseguiti da imprese italiane per la riparazione di centinaia di ponti e per il mantenimento della rete stradale servivano direttamente di appoggio alle armate e venivano diretti dai funzionari dei lavori pubblici dell’ACC.

La sotto-commissione dei lavori pubblici si trovava di fronte ad un insieme di devastazione. Le armate avevano combattuto sul suolo italiano con un accanimento forse mai raggiunto fino allora. La lenta avanzata aveva lasciato dietro di sé città e paesi ridotti a cumuli di macerie. Nella valle del Liri, diecine di località erano inabitabili e i senza tetto più di 10.000. Gli ingegneri dei lavori pubblici approvarono immediatamente un piano per fabbricare delle case in nove comuni. Nella regione Lazio-Umbria risultò che 27 città erano dal 25% al 100% inabitabili. Un apprezzamento preliminare calcolava a 2.700.000.000 di dollari il costo dei danni di guerra.

L’Italia centrale, che aveva subito i danni più gravi, era anche rimasta senza energia elettrica; ora lo sviluppo elettrico era la chiave della ripresa industriale, poiché tutte le fabbriche ne avevano bisogno per funzionare. La demolizione sistematica fatta dai tedeschi aveva distrutto il 94% degli impianti elettrici; più di 4.000 uomini vennero immediatamente impiegati per sgomberare le macerie e ricuperare le poche parti ancora utilizzabili. Macchinari di emergenza e pezzi vari furono ordinati negli Stati Uniti. Questo materiale doveva portare l’energia alle industrie capaci di fabbricare i pezzi che mancavano alle centrali elettriche parzialmente distrutte.

Prima di poter affrontare qualsiasi problema industriale, gli ingegneri italiani e l’ACC dovevano risolvere un’altra difficoltà, specialmente nelle zone dove si era maggiormente combattuto e che erano le più importanti dal punto di vista industriale. Le informazioni sui campi di mine seminati dai tedeschi e dagli alleati, quali risultavano dai rapporti del AFHQ dell’AAI (Armate Alleate in Italia), e del PBS, non erano affatto incoraggianti. Le zone fra la linea Hitler e la linea Gustav, la testa di ponte di Anzio, la regione intorno a Pisa e Livorno, tutte le possibili zone di sbarco, specialmente sulla costa occidentale, il settore di Pescara e la linea Gotica, erano coperte di estese fasce minate, che costituivano un pericolo costante ed impedivano la ripresa d’ogni attività normale. I «detectors» erano un’arma segreta e adoperati soltanto dall’esercito. 30 soldati italiani vennero addestrati a Capua da ingegneri inglesi, per imparare a rimuovere le mine, secondo i mezzi tecnici più moderni. Questi uomini furono il nucleo delle scuole appositamente create dalla Commissione, per insegnare gli stessi metodi ai civili.

Fu trovato che la fiamma ossidrica, ancora più del cemento, doveva essere l’elemento principale per i primi passi della ricostruzione industriale. A Piombino, per esempio, 500 bombe erano penetrare in tre minuti attraverso il tetto d’acciaio dei capannoni. Ci volevano migliaia di operai che lavorassero con la fiamma ossidrica per sgomberare i rottami, e cioè prima di poter cominciare a fare un inventario delle parti ancora utilizzabili. L’asportazione o la demolizione tedesca del macchinario avevano ridotto ulteriormente la capacità industriale italiana. Gli alleati adoperarono quello che era rimasto per riparare il loro materiale bellico. Le necessità di guerra e l’impossibilità di importare macchinario durante le operazioni, non permisero una ricostruzione estensiva. Tuttavia, la sotto-commissione dell’industria aveva, per la fine di ottobre 1944, rimesso in attività alcune fabbriche per la produzione civile, impiegando più di 50.000 persone.

Nella zona tessile a nord di Firenze, 400 filande furono ispezionate, ma l’energia elettrica mancava. Malgrado ciò, gli stabilimenti dell’Italia meridionale produssero 1.500.000 metri di tessuto durante il mese di settembre. La mancanza di materie prime per i superfosfati aveva fermato la grande industria italiana dei concimi ma fu possibile riattivarla in tempo per la semina di primavera. Collo stimolo della commissione, le miniere di zolfo in Sicilia raggiunsero il livello più alto in parecchi anni e, in settembre, produssero 3.500 tonnellate al mese. Nel campo degli oggetti di uso comune, la sotto-commissione del commercio, insieme a quella dell’industria, organizzò il ricupero e la riparazione di migliaia di paia di scarpe che furono date al governo italiano per la distribuzione. Fu deciso che tutto ciò che era superfluo per l’economia nazionale doveva essere esportato per ottenere crediti in moneta estera; e così vennero promosse le esportazioni di agrumi, noci, vini, semi, minerali, ecc. alle nazioni alleate.

Quando si trattava di viveri o ricostruzione, i trasporti erano di vitale importanza. La sotto-commissione dei trasporti aveva l’incarico di sorvegliare tutta le rete ferroviaria italiana, cedutagli dal servizio militare delle ferrovie al seguito immediato delle forze armate. La Commissione organizzò il trasporto di merci civili col sistema delle priorità. I viveri avevano la priorità N. 1, e cioè la precedenza assoluta in tutto. Vennero anche utilizzati i vagoni militari che tornavano vuoti dal fronte. Il tonnellaggio trasportato crebbe da 3.000 tonnellate mensili al principio del 1944, a quasi 300.000 durante lo stesso anno. I tedeschi avevano avuto cura di portar via il maggior numero di mezzi possibili. Un esempio preso in base alle cifre del 1942 in quattro province, dimostrava che mancava il 68% di tutti i veicoli e non meno dell’84% dei camion da tre tonnellate in su.

Di conseguenza la Commissione doveva contare sempre di più sui propri trasporti militari, che erano scarsi e consumati dall’uso continuo. Il movimento ferroviario venne combinato con quello dei camion nelle zone interne dove le ferrovie mancavano. Per esempio, il grano e le patate di Macerata erano portate per camion a Jesi e continuavano per Roma sui vagoni merce che tornavano vuoti da Ancona. La carta era raccolta ad Albacina e la lignite a Spoleto. A Terni ed a Narni, il grano per semina ed il concime giunti fin lì con autocarri, erano caricati sui treni diretti a Sud.

Ai primi di settembre, il generale O’Dwyer fu chiamato a Washington per riferire sulla situazione economica in Italia. Partì con un grosso volume di cifre e fatti che documentavano le richieste italiane di assistenza, approvate dall’ACC. Poco dopo l’incontro del primo ministro Churchill col presidente Roosevelt, a Quebec l’11 settembre 1944, una serie di comunicati fu diramata a Londra e a Washington, promettendo aiuto al popolo italiano.

L’UNRRA, che aveva mandato una commissione in Italia alla fine dell’estate, (missione affiancata all’ACC) per investigare le possibilità, con un fondo di 50.000.000 di dollari per i bambini, le gestanti e gli sfollati si preparava eventualmente ad assumere la responsabilità dei profughi.

LA POLIZIA ITALIANA

In mezzo a questi sviluppi internazionali, l’attenzione si fermò sui carabinieri italiani. La stampa italiana sosteneva che i carabinieri non erano riusciti a mantenere l’ordine e la legge, permettendo alla folla romana di linciare Donato Carvetta, testimonio ufficiale al processo di Pietro Caruso, ex questore di Roma (più tardi giustiziato). La sotto-commissione di sicurezza pubblica aveva cercato di ricostituire i RR.CC., come la principale autorità di polizia. Il numero dei carabinieri era stato originariamente fissato a 55.000; ma gli arruolamenti non avevano superato i 43.000. Per indurre più uomini ad arruolarsi ed ottenere elementi migliori, fu deciso di dare a tutta la polizia delle razioni uguali a quelle dell’esercito e di rivestirli colle uniformi dell’esercito (la polizia non aveva ricevuto vestiario per più di un anno). 5.000 truppe scelte furono trasferite nell’arma dei carabinieri, in modo da lasciar libero un ugual numero di uomini per il servizio al nord. Delle squadre mobili di carabinieri vennero inviate nelle zone delle armate per ristabilire l’ordine e fare applicare la legge in collaborazione cogli AMG della 5ª e dell’8ª armata.

Una sorgente di forza nuova cominciò col ritorno di alcuni prigionieri specializzati, giacché dal settembre, i prigionieri di guerra italiani tornavano sempre più numerosi. Dopo quasi un anno di discussioni fra gli alleati ed il governo italiano, il numero era stato fissato a cento al giorno.

Il 1° ottobre 1944, l’ACC subì una piccola trasformazione per adeguarsi alle nuove condizioni. Uno scaglione di avanguardia, fu formato presso il quartiere generale del 15° gruppo dell’esercito, per assistere nel coordinamento dei diversi AMG sparsi nelle zone di prima linea. Un numero maggiore di osservatori russi venne aggiunto alla Commissione. Le regioni vennero denominate secondo i «compartimenti» italiani, abolendo la numerazione. Quattro regioni si trovavano ancora in mano del nemico: Liguria, Piemonte, Lombardia, e Venezia, mentre due, Emilia e Toscana, restavano in zona di combattimento. Il cattivo tempo sulla linea Gotica rallentava l’avanzata delle armate alleate. La questione dei rifornimenti diventava preoccupante per gli AMG.

TRASFERIMENTO DI TERRITORI


Il 16 ottobre, sei nuove province passarono al governo italiano; fu il quarto trasferimento di territorio. Nove giorni più tardi, il 25 ottobre 1944, l’ACC ricevette l’ordine dalle autorità superiori di sopprimere il secondo «C» e diventò «Commissione Alleata». Al tempo stesso i Governi Alleati annunciarono uno scambio di rappresentanti diplomatici col governo italiano. L’arrivo di speciali rappresentanti del dipartimento di Stato americano e del Ministero degli Esteri inglese venuti per ottenere dalla CCA informazioni precise sulle più urgenti necessità dell’Italia, rappresenta una nuova prova delle buone intenzioni degli Alleati. Per la prima volta piani e programmi delle necessità italiane e dei possibili crediti alleati furono studiati, di comune accordo, dalla Sezione Economica dell’AC e da uno speciale Comitato interministeriale del governo italiano.

Il primo anniversario della Commissione Alleata, il 10 novembre 1944, fu segnato dall’annuncio fatto simultaneamente a Londra e a Washington, della nomina di Macmillan a presidente effettivo e dell’ammiraglio Stone come commissario capo della Commissione. In questa occasione, il generale Mark W. Clark, comandante generale del 15° gruppo di armate, scrisse al generale Hume una lettera di elogi per il governo militare. La lettera diceva in parte: «Durante l’intero periodo di servizio della 5ª armata in Italia, il Governo Militare Alleato è stato una delle sue parti integrali. I funzionari dell’AMG sono stati affiancati ai diversi corpi e divisioni inglesi, francesi, brasiliani e americani. Questi uomini ed ufficiali dell’AMG sono stati esposti agli stessi pericoli ed alle stesse privazioni dei nostri combattenti. Alcuni sono morti, altri mutilati, altri fatti prigionieri. Non pochi fra essi hanno ricevuto decorazioni dalle nazioni rappresentate».

«I piani preparati dal personale dell’AMG presso il quartier generale della 5ª armata, hanno dato buona prova e la loro esecuzione è stata efficiente. Se, l’AMG non avesse funzionato, il comando di armata avrebbe dovuto preoccuparsi di problemi di ordine civile, il che sarebbe stato assai gravoso. L’AMG ha dunque avuto una parte importante nelle successive avanzate della 5ª armata. Nella città di Salerno, Napoli, Roma, Siena, Pisa, Firenze, Lucca e Pistoia a turno, quanto nei centri minori, l’AMG della 5ª armata ha saputo creare un governo efficiente».

«Tutte queste città avevano conosciuto le rovine della guerra e la distruzione inflitta da un nemico spietato. Gli abitanti erano quasi morti di fame; i servizi pubblici sconvolti; le banche e i tribunali chiusi; l’agitazione politica dilagava ed i centri artistici come gli istituti di cultura erano, o distrutti, o chiusi. Gli sforzi dell’AMG furono così efficaci, che la situazione migliorò in brevissimo tempo. I profughi sono stati trattati con cura speciale. Più di 20.000, nel solo settore di Anzio, sono stati evacuati senza una sola perdita. Il Governo Militare Alleato, per il suo importante contributo alla vittoria, si merita la gratitudine delle Nazioni Unite».

C’era ancora molto da fare in tutti i campi, ma la Commissione Alleata, secondo le parole di Macmillan, concentrava la sua attenzione sul compito di cancellare radicalmente il «C» centrale dalla sigla ACC.




VIII

IL NUOVO INDIRIZZO PER L’ITALIA


Da parecchio tempo la Commissione stava cercando di risolvere il compito di cancellare il «C» centrale dalla sigla ACC. Si trattava di trasferire sempre maggiori responsabilità al governo italiano. La via non era facile. In molte località, gli uffici statali non avevano l’attrezzatura necessaria per sostenere questo peso. La ricostruzione dell’amministrazione governativa, improvvisata dal maresciallo Badoglio a Brindisi, ricevette un impeto nuovo, quando il governo, trasferendosi a Roma, ritrovò gli archivi centrali ed un maggior numero d’impiegati esperti. Molti funzionari importanti, però, erano scappati coi fascisti ed altri dovevano essere epurati, il che ritardò nuovamente l’efficienza della nuova amministrazione. Ciò nonostante, alle sotto-commissioni dell’ACC venne ripetuto l’ordine di lasciare una maggiore indipendenza agli italiani. La sotto-commissione dei lavori e servizi pubblici, fece il primo passo in questo senso quando, in novembre, concesse al Genio Civile del ministero italiano dei lavori pubblici, l’autorizzazione di eseguire qualsiasi progetto di lavori non militari, senza previa approvazione.

Le inevitabili crisi politiche ritardavano il trasferimento all’amministrazione italiana. Il 26 novembre, in seguito alle pressioni dell’opposizione che voleva un potere centrale più «forte», il ministro Bonomi e i sei partiti di coalizione, dovettero dimettersi. Un nuovo governo fu formato il 7 dicembre, con Bonomi nuovamente presidente del consiglio, ma con soli quattro partiti, perché i socialisti e il partito d’azione si erano astenuti. Durante questo periodo, il lavoro di collaborazione subì una fase di attesa, dovuta alla mancanza di contatti tra le sotto-commissioni ed i ministeri italiani. La Commissione Alleata dovette aspettare che gli italiani si mettessero d’accordo.

Alla prima riunione del nuovo Consiglio dei Ministri (il 12-12-44) Bonomi rese omaggio al lavoro prestato dall’AC. Parlando delle clausole dell’armistizio che il nuovo governo si è impegnato a rispettare, egli ha dichiarato: «Ogni Ministro accetta le clausole dell’armistizio, per quanto dure esse siano; ma dacché l’Italia ha potuto riprendere le relazioni diplomatiche con le Nazioni Unite esse hanno avuto una interpretazione più benevola nei nostri riguardi. Ciò si deve al tatto ed alla comprensione del capo dell’AC, Ammiraglio Stone, che porta nei rapporti con l’Italia democratica uno spirito di sincera amicizia e di sapiente collaborazione, di cui noi gli siamo assai grati, e di cui serberemo vivo ed incancellabile ricordo».

LA FEBBRE TIFOIDEA

L’inverno nelle zone avanzate, fu un periodo di stasi. Il fronte si estendeva da Ravenna sull’Adriatico, a Pisa sul Tirreno. Il funzionario delle belle arti, nel suo rapporto su Ravenna, liberata il 5 dicembre, diceva che i famosi mosaici bizantini avevano subito dei danni lievi ed erano stati immediatamente impermeabilizzati. Colle armate alleate ferme davanti alle difese montane della linea Gotica, gli AMG dell’esercito rivolsero sempre più la loro attenzione alla seconda fase delle operazioni, ossia alla stabilizzazione. L’Emilia, per esempio, sotto il comando della SCAO (AMG dell’8ª armata) si assunse l’amministrazione delle zone liberate nelle province di Ravenna e di Forlì.

Le epidemie di tifo, abbastanza gravi nelle regioni di Arezzo e di Rimini, obbligarono l’AMG ad adattare misure di emergenza. Gli impianti delle fognature infette, che contaminavano l’acqua, dovettero essere verificati nelle località più sparpagliate. La scabbia, causata dalla penuria di sapone, infieriva nelle Marche al sud di Ravenna e nell’isola d’Elba; l’AMG dovette agire. All’isola d’Elba fu improvvisato con successo un medicamento a base di zolfo, grasso di macchina e grappa. L’isola, dopo l’amministrazione dei francesi, che l’avevano occupata nel giugno del 1944, era passata alle dipendenze dell’AMG della Toscana, dove lo straripamento dell’Arno aveva causato parecchi danni. La distribuzione dei viveri era resa difficile dalla mancanza dei trasporti e Firenze era gremita di truppe in licenza a cui era proibito mangiare nei ristoranti civili. L’AMG della 5ª armata era riuscito così ad impedire una forma di sperpero delle risorse italiane di viveri.

Nelle zone di retrovia, l’inverno fu calmo e senza incidenti. Castel di Sangro, isolato dalla neve, fu per quasi due settimane senza cibo, finché la sotto-commissione per l’alimentazione, su richieste delle autorità regionali dell’AC, riuscì a rifornirlo con dieci tonnellate di farina lanciate coi paracadute. In Sicilia continuava la agitazione; il poco grano esistente negli ammassi e le continue incette, obbligarono l’AC a mandarvi dei bastimenti di grano destinati altrove. Inoltre, alcune voci premature di una chiamata alle armi dell’esercito italiano, provocarono disordini.

Il ritorno alla normalità, appariva forse più evidente nelle province del sud, dove una popolazione di nove milioni era separata dall’Italia centrale da una zona di 30 miglia di larghezza (campo di battaglia del 1943-44), nella quale 300.000 persone erano senza casa. Razioni speciali di viveri furono distribuite a questa gente, oltre a coperte e medicinali; e 170.000 metri di cotone catramato vennero adoperati per riparare le case senza tetto. L’American Relief for Italy, Inc. ed il Vaticano, dettero la priorità a quella zona nei loro programmi di assistenza. Intanto, più di 218.000 mine erano rimosse dalle autorità regionali dell’AC.

LA RIPRESA ECONOMICA

Al quartier generale della Commissione, si cominciava a riprendere in considerazione il problema della ricostruzione economica. Gli AMG dell’esercito avevano tenuto in Siena parecchie riunioni coi funzionari delle regioni avanzate. Si erano anche riuniti settimanalmente i comitati interministeriali del governo italiano, colla sezione economica, per avviare il vasto lavoro di ricostruzione. Un «Consiglio delle priorità» fu istituito dall’AC per giudicare a chi, per primo, fra i numerosi richiedenti, dovevano essere distribuiti i rifornimenti e permesso lo sfruttamento delle risorse locali dipendenti dall’AC. La Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) tenne il suo primo congresso a Napoli il 29 gennaio 1945. La sotto-commissione del Lavoro, aiutò a radunare i delegati sparsi in varie parti dell’Italia liberata. Una missione speciale del U.S. Commercial Corporation (agenzia per l’economia di guerra) arrivò in Italia per esaminare le possibilità future di commercio e per offrire al governo italiano, tramite la Commissione Alleata, di acquistare una partita di merci che l’agenzia aveva accumulate in Turchia. A Roma, il 15 gennaio, il PWB cessò il servizio radiofonico e la diramazione delle notizie; e le agenzie alleate entrarono nella capitale per vendere direttamente ai giornali italiani, le notizie dall’estero.

Il nuovo presidente effettivo, H. Macmillan, quale Ministro Residente Britannico per il Mediterraneo, presso l’AFHQ, divideva il suo tempo fra l’Italia, la Grecia e Londra. Egli studiò l’attività della Commissione e fece delle raccomandazioni a Londra ed a Washington per una maggiore collaborazione anglo-americana. I funzionari dei Lavori Pubblici della Commissione, ritornarono al Quartier Generale dopo una visita allo Stato Maggiore e dissero di aver trovato una maggior comprensione della questione italiana. Bisognava rendersi conto, però, che per chi era abituato a considerare e a cercar di risolvere i problemi mondiali, l’Italia appariva come un segmento appena visibile.

Intanto erano arrivati i primi tre direttori civili americani per le sotto-commissioni dell’Industria, Agricoltura e Trasporti. A capo della sotto-commissione del Lavoro, fu nominato un inglese. Cominciava così la sostituzione del personale militare con tecnici civili.

I risultati dei suggerimenti di Macmillan, e i punti di vista anglo-americani non tardarono a farsi sentire. Il 30 gennaio lo Stato Maggiore anglo-americano formulava un programma che realizzava più o meno, gli obbiettivi della Commissione. Il nuovo «Deal» per l’Italia fu comunicato in un promemoria al governo italiano il 24 febbraio; e reso pubblico lo stesso giorno.

FUNZIONE CONSULTIVA

Il nuovo programma lasciava alla Commissione l’incarico di assistere con consigli il governo italiano e di predisporre tutto quanto potesse servire nei territori ancora occupati. Essa doveva anche sorvegliare la sicurezza pubblica, agevolare trasporti e comunicazioni di vitale importanza per lo sforzo bellico. I diritti alleati, quali erano stati definiti nei termini dell’armistizio, non dovevano essere esercitati integralmente.

In particolare, questo programma aboliva la Sezione Politica della Commissione. Le ambasciate inglese ed americana si sarebbero incaricate d’ora innanzi di consigliare la Commissione dal punto di vista politico. Tutte le commissioni regionali dell’ACC nel territorio passato al governo italiano, dovevano chiudersi; sarebbero rimasti soltanto pochi ufficiali di collegamento e specialisti in comunicazioni, trasporti e finanza, come aiuto alle autorità militari. Il governo italiano poteva ora riprendere le relazioni diplomatiche con tutti gli stati alleati e neutrali, informando la Commissione sui negoziati in corso. Nelle zone sotto la giurisdizione italiana, la legislazione dei decreti e la nomina di funzionari, diventava assolutamente indipendente dalla Commissione. Una sola riserva fu fatta: riguardava la nomina di alcune cariche nell’esercito, nei trasporti, nelle comunicazioni e nella polizia.

A quattro sotto-commissioni, Legale, Belle Arti, Educazione e Governo locale, fu impartito l’ordine di astenersi dal dare consigli al governo italiano, a meno che non fossero richiesti espressamente. Il governo italiano fu pregato di istituire severi controlli economici e relazioni culturali fra gli alleati e l’Italia dovevano essere incoraggiate con scambi di artisti, scienziati e di pubblicazioni. I prigionieri di guerra italiani in Italia, sarebbero stati restituiti alle autorità italiane e liberati dal loro «status» di «collaboratori» (degli alleati).

Questo programma fu immediatamente attuato. La sezione politica venne abolita il 1° marzo. Il 1° aprile fu impartito l’ordine di chiusura delle sezioni regionali nel territorio del governo italiano. Le relazioni tra il governo e gli alleati vennero affidate ai ministri e sottosegretari italiani ed ai direttori e vice-direttori delle sottocommissioni. L’amministrazione dei viveri e del carburante in territorio libero, fu restituita agli italiani il 1° marzo. Intanto, grazie all’aumento delle importazioni di grano, si erano accumulate delle riserve ed il 1° marzo fu possibile fissare la razione di 300 grammi di pane (o il suo equivalente in 200 grammi di pane al giorno e 550 grammi di pasta alla settimana), per tutta l’Italia liberata.

Mentre si attuavano questi cambiamenti, il PWB sospendeva i suoi servizi radiofonici e di notizie il 5 marzo, in tutta l’Italia liberata, eccettuato Roma. Le agenzie di notizie italiane ed alleate erano libere di agire ovunque al sud delle zone di combattimento. Anche all’industria cinematografica italiana fu dato un nuovo impulso, colla creazione di un «Consiglio temporaneo per i film» presieduto da un funzionario dell’AC.

L’8 marzo si riunì a Roma la prima conferenza, dopo l’agosto 1944. In questa riunione furono spiegati i nuovi scopi della Commissione e studiati i piani per il Governo Militare dell’Italia del nord. Fu anche insistito sull’importanza di collaborare col C.L.N.A.I. (Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia).

Il trasferimento dei poteri nell’Italia meridionale ebbe luogo il 1° aprile come era stato stabilito. Le Regioni della Sardegna, e della Sicilia, vennero abolite ed una nuova Regione fu formata riunendo in una sola quelle Abruzzi-Marche e Lazio-Umbria. Ufficiali di collegamento furono inviati a Cagliari per la Sardegna, a Palermo e Catania per la Sicilia, e, per il continente, a Bari, Napoli e Roma. Il comune di Napoli restava sotto l’AMG e così pure le isole Pantelleria e Lampedusa, che dipendevano dall’ufficiale di collegamento di Palermo. Così fu ridotto a una sessantina il numero dei funzionari rimasti nel territorio del governo italiano, a parte quelli addetti al Quartier Generale dell’AC. Un piccolo numero di funzionari incaricati dalla Commissione di controllare il raccolto delle ulive, continuò a lavorare fino al 15 aprile. La nuova regione creata fu chiamata Marche-Umbria. Il Governo Militare, ormai, veniva esercitato soltanto in Toscana, nella nuova regione, a Napoli, Pantelleria e Lampedusa e nelle zone della 5ª ed 8ª armata. Per tutto il resto dell’Italia, il potere era in mano alle autorità italiane.

Al Quartier Generale dell’AC, si cominciò a ridurre il numero dei funzionari  erano circa 300 . Parecchi così vennero resi disponibili per il nord affrettando il trasferimento dell’amministrazione ai civili, secondo il desiderio dei capi di Stato Maggiore. Le 22 sotto-commissioni dell’AC comprendevano nell’aprile 1945 13 direttori inglesi e 10 americani. Quella della Finanza aveva due direttori, uno inglese ed uno americano. Dei 22 direttori due inglesi e quattro americani, erano civili. Un civile americano, A.G. Antolini, era capo della sezione Economica, a causa della sua carica di vice-presidente effettivo. I vice-presidenti aggiunti erano il Brigadiere D.L. Anderson (inglese), incaricato della produzione ed il Brigadiere Generale Edward B. MacKinley (americano) addetto ai rifornimenti. Le sotto-commissioni degli Affari Civili, col Brigadiere Gerald A. Upjohn (inglese) come vice-presidente, avevano tutti direttori militari. In totale, il personale della Commissione comprendeva 1.304 ufficiali e 2.808 uomini. Degli ufficiali, 567 erano americani e 737 inglesi. Fra i soldati, 1.045 erano americani e 1.763 inglesi. Inoltre c’erano una trentina di civili americani e tre inglesi ed una quantità di giovani americane come segretarie.

Il territorio trasferito, comprendeva circa mezza Italia, con 19 milioni di persone. L’AMG governava ancora un ottavo del territorio nazionale con una popolazione di cinque milioni; gli altri tre ottavi d’Italia, con 21 milioni di persone, si trovavano ancora sotto la dominazione tedesca. Tenuto conto delle difficoltà determinate da questa situazione, le condizioni della nazione si potevano considerare abbastanza buone. Se la Sicilia non era ancora calma, la Sardegna si avviava verso la normalità ed esportava bestiame: in una prima spedizione mandò 4.100 pecore, 1.200 capi di bestiame e 500 cavalli al continente, nonostante la vendetta di un pastore che causò la distruzione di 800 pecore. Cagliari, che tanto aveva sofferto per i bombardamenti, aveva nuovamente l’energia elettrica, l’acqua, i tram, e il gas, benché ridotti. La produzione di carbone della Sardegna aveva subito un rallentamento, dovuto al malcontento fra i lavoratori. Però era ben avanzato un vasto progetto idro-elettrico che prometteva di aumentare l’energia elettrica del 50%. Nell’Italia meridionale c’erano viveri in abbondanza, ma la partenza degli alleati aveva provocato un aumento di disoccupazione. A Napoli dopo cinque anni, si riattivò l’illuminazione stradale. Anche Roma poco a poco, riprendeva le sua fisionomia di una volta. La criminalità era in diminuzione. La capitale cominciava ad aver riserve di viveri per un mese. Le regioni devastate degli Abruzzi e del Lazio avevano ormai sorpassati i pericoli dell’inverno.

Ovunque, a misura che la Commissione Alleata si ritirava, i funzionari e la popolazione esprimevano il loro rimpianto. Il lavoro assiduo svolto dalle commissioni regionali era stato apprezzato dalla popolazione che riconosceva gli sforzi compiuti dall’AC per migliorare la situazione. I piani generali per l’amministrazione erano svolti al Quartier Generale dell’AC da specialisti consulenti, ma il lavoro pratico, naturalmente, avveniva sul posto. Quando si trattava di riparare un ponte, di mantenere in ordine le strade, di prevenire una epidemia, di restaurare un monumento, o di fare arrivare dei viveri in una località bisognosa, la popolazione e i funzionari italiani collaboravano cogli incaricati della Commissione. Problemi urgenti erano risolti giornalmente dai funzionari regionali e provinciali e la popolazione si poteva rendere conto delle difficoltà che essi dovevano superare. Al Quartier Generale si dovevano studiare programmi su un piano nazionale, senza mai perder di vista il lato politico. Alle amministrazioni regionali invece, spettava di saggiare questi programmi e cercare di attuarli, fra le continue lamentele dei cittadini e degli agricoltori.

I GOVERNI MILITARI DELL’ESERCITO

Le amministrazioni regionali erano fondate sulle stesse basi degli AMG, che avevano la missione di amministrare il territorio e di sbrogliare tutte le questioni urgenti. Gli AMG della 5ª e dell’8ª armata erano organizzati nello stesso modo, con alcune varianti di forma e di struttura. Ambedue erano formati da funzionari inglesi ed americani.

Il Tenente Generale Lucien T. Truscott (am.) conferì una decorazione al merito (la «Meritorious Service Unit Plaque») all’AMG della 5ª armata. Il gruppo di specialisti che faceva parte di questo organismo alle dipendenze della SCAO, era dislocato presso il Quartier Generale dell’Armata. Vi erano inoltre i funzionari civili addetti alle varie divisioni che avanzavano insieme alle loro rispettive unità. Il controllo tecnico ed amministrativo era esercitato dalla SCAO d’intesa con i funzionari dell’AMG che dipendevano direttamente dai comandi militari.

L’organizzazione dell’AMG dell’8ª Armata era un po’ diversa. Vi erano due Quartier Generali; il primo nelle vicinanze del fronte, presso il Quartier Generale avanzato dell’esercito ed il secondo nelle retrovie. Il primo era formato da pochi funzionari incaricati di mantenere il collegamento tattico con il personale dell’AMG, distaccato presso le truppe combattenti. Il secondo, invece, era formato dal solito gruppo di specialisti.

I compiti dei funzionari civili incaricati di collaborare direttamente con le divisioni di prima linea, erano generalmente gravissimi. Si trattava di entrare insieme con le truppe nelle città appena liberate e di occuparsi della popolazione civile. Essi cominciavano con affiggere sui muri il proclama GMA, informando la popolazione che nessuno doveva spostarsi oltre 10 Km. dalla propria abitazione, senza permesso. Requisivano poi tutti gli automezzi a disposizione per trasportare gli sfollati; mobilitavano gli abitanti (e talvolta anche i prigionieri di guerra) per sotterrare i morti; mettevano al sicuro i documenti ufficiali più importanti; facevano un rapido sopralluogo della situazione alimentare; organizzavano insomma, i primi elementi di un governo locale.

La missione dei funzionari civili addetti alle retrovie era più minuziosa e particolareggiata. Essi dovevano controllare la scelta degli impiegati municipali italiani; persuadere i contadini a tornare nei campi (che a volte erano ancora entro il raggio d’azione dell’artiglieria nemica); assumere operai locali per la riparazione delle strade e dei ponti che servivano ai militari e decidere il momento giusto per chiedere la collaborazione dei funzionari delle amministrazioni provinciali: questi, sempre alle dipendenze della SCAO, amministravano la zona nell’attesa di ulteriori avanzate.

Il gruppo «specialisti» dell’AMG coordinava le varie attività, recandosi anche in prima linea, se necessario. La marea di profughi che ingombravano le strade durante le avanzate, rendeva necessaria una accurata organizzazione del traffico. Bisognava impedire ai civili in fuga di intralciare la marcia delle truppe avviandoli verso i campi di smistamento e più tardi nelle zone di retrovia.

L’organizzazione dei rifornimenti era il compito più difficile degli AMG dell’esercito. Essi dovevano organizzare depositi di viveri nelle zone avanzate, adeguare la distribuzione ai complessi movimenti dell’esercito, utilizzare le risorse locali quando possibile, aumentare o diminuire le razioni secondo i prodotti disponibili.



IX

IL LAVORO DELLE SOTTOCOMMISSIONI


Per rendersi conto dei risultati ottenuti in ogni campo dalla Commissione Alleata, basta esaminare i rapporti delle sotto-commissioni. I suoi specialisti, essendo quotidianamente a contatto coi tecnici italiani dei vari ministeri, potevano farsi un’idea precisa delle necessità più urgenti e coordinare i lavori da eseguire. Dovevano inoltre esser sempre a disposizione dello Stato Maggiore dell’esercito, che spesso aveva bisogno di loro per delle missioni speciali.

LA SOTTOCOMMISSIONE PER LE FORZE TERRESTRI

La sotto-commissione delle Forze terrestri dell’AC si chiamava anche «Missione militare presso l’esercito italiano». Si deve ad essa, per esempio, se l’esercito italiano è risorto. Con degli elementi demoralizzati, mal equipaggiati e stanchi (molti soldati italiani erano stati sotto le armi per otto anni) questa sotto-commissione riuscì a riformare delle unità abbastanza efficienti. Il Ministero della Guerra e l’esercito italiano furono completamente rinnovati; con una nuova organizzazione che eliminava gli elementi non essenziali, si formò un certo gruppo di unità da combattimento, in base all’equipaggiamento ed ai trasporti disponibili. L’amministrazione fu epurata e divisa in 11 Regioni Territoriali, 99 Distretti Militari e 90 Depositi Regionali. Ciò avrebbe servito, col tempo, ad estendere l’autorità e il controllo del Ministero della Guerra in tutta l’Italia.

Il sistema di mobilitazione era stato corrotto dai metodi fascisti e le diserzioni erano numerose. Una divisione italiana, ad esempio, perse i suoi uomini in ragione di 250 individui al giorno, riducendo così i suoi effettivi da 7.500 a 2.500. Nell’autunno del 1944, una chiamata alle armi nel Lazio, raccolse 3.700 uomini, mentre il numero previsto era di 14.000. Le misure consigliate dalla sotto-commissione per eliminare i difetti del sistema e modernizzarlo, dettero degli eccellenti risultati. Ad una nuova chiamata alle armi in Sardegna, per 10.000 uomini, se ne presentarono 13.000.

Venne fissato a più di 300.000 il numero di uomini per il nuovo esercito italiano. Un quinto dell’equipaggiamento doveva essere prelevato dai depositi militari italiani rimanenti, tre decimi dagli Stati Uniti e più di metà da rifornimenti inglesi: la razione del soldato fu portata a 3.378 calorie al giorno, massimo mai raggiunto nella storia italiana. Alle truppe di prima linea si provvide a distribuire una razione di cognac. Si pensò inoltre di dotare l’esercito di cantine mobili, di un giornale (La Patria), insomma di tutte le comodità che richiede un esercito moderno. Più di 175.000 uomini vennero addetti alle linee di comunicazione alleate. C’erano delle compagnie di segnalatori, altre adibite alla manutenzione delle strade e dei battaglioni portuali.

Nella primavera del 1945 cominciarono a rimpatriare i soldati italiani dei Balcani. Erano 35.000, compresi i superstiti della famosa Divisione Garibaldi che, al comando del Maresciallo Tito, si era battuta valorosamente contro i tedeschi. I patrioti italiani avevano reso dei servizi preziosi alle truppe, specialmente come esploratori, e si erano meritati il rispetto degli alleati. Furono autorizzati ad arruolarsi nell’esercito italiano ed in un mese vennero assunti 3.000 con l’aiuto della sotto-commissione delle forze di Terra e della «Sezione Patrioti» dell’AC.

Furono autorizzati sei gruppi di combattimento: Cremona, Friuli, Folgore, Mantova, Piceno e Legnano. Vennero equipaggiati interamente con armamento inglese ed addestrati ai metodi tattici moderni da istruttori britannici. Il gruppo Cremona fu mandato per primo al fronte con l’8ª armata, al principio del 1945. In complesso, benché si trattasse di una unità militare improvvisata e dotata di armi nuove, se la cavò con onore. Alla fine della guerra in Italia, l’esercito italiano aveva subito 11.100 perdite, dovute ad azione nemica. Il Corpo Nazionale di Liberazione aveva mandato dei gruppi di combattimento in Corsica ed avevano avuto circa 8.100 perdite. Altre 3.000 si ebbero tra le truppe in servizio sanitario al fronte. Alla fine della campagna, soltanto il gruppo «Friuli» era rimasto inattivo, per mancanza di equipaggiamento. La sotto-commissione dichiarò che il contributo di questi gruppi aveva permesso una concentrazione di forze sufficienti per lanciare l’offensiva finale e sfondare le difese nemiche.

LA SOTTOCOMMISSIONE DELLA MARINA

La sotto-commissione della marina lavorava per il Comando Navale Alleato del Mediterraneo e controllava l’amministrazione del Mediterraneo e controllava l’amministrazione del ministero della marina italiano per conto della Commissione Alleata. Sotto la sua guida, la marina italiana cooperò utilmente allo sforzo bellico I campi di mine furono spazzati dai suoi marinai ed il suo personale presidiava le installazioni portuali, risparmiando così il potenziale umano alleato. Più di 35.000 operai lavoravano nei cantieri di Taranto e di Napoli ed in quelli più piccoli di Palermo e Livorno. Nella primavera del 1945, erano state eseguite più di 2.000 riparazioni e 1.000 messe in bacino. Erano state riparate mensilmente, 150 unità, tra navi da guerra e mercantili.

Alla fine di marzo 1945, secondo i rapporti della sotto-commissione, sei incrociatori, otto caccia e circa quarantatré torpediniere e corvette avevano scortato 1.400 convogli di 12.300 navi. Inoltre, avevano trasportato 209.000 soldati e civili italiani, 54.000 soldati alleati e 62.000 tonnellate di merce percorrendo più di 1.884.000 miglia. Dal settembre 1943, la marina aveva partecipato a più di 900 missioni. Per un periodo di circa cinque mesi, a due incrociatori venivano affidate delle ricognizioni con «valore ed efficienza». Il personale della nuova marina ammontava a circa 80.000 uomini.

Un battaglione di truppe di sbarco italiane - il «San Marco» - combatté sul fronte di terra. Il ministero della marina, con l’aiuto della sotto-commissione, preparò un progetto per chiamare sotto le armi 4.500 uomini: la prima chiamata dall’armistizio in poi. Intanto 430.000 rottami di proiettili venivano trasferiti dalla marina alle acciaierie, per essere convertiti in 150.000 tonnellate di acciaio per le costruzioni industriali. Si attuava così il piano di trasformare le spade in aratri.

LA SOTTOCOMMISSIONE PER LE FORZE AEREE

La sotto-commissione dell’aeronautica funzionava come le altre sotto-commissioni. Gli effettivi dell’aviazione italiana erano di circa 31.000 uomini. Quando gli alleati assunsero il controllo, c’erano circa 200 velivoli, fra caccia, bombardieri e idrovolanti. Il personale, però era efficiente e di morale alto. Con delle macchine logore, eseguivano voli pericolosi per portare delle tonnellate di rifornimenti alle truppe in Jugoslavia. Gli abilissimi meccanici italiani vennero trasferiti in blocco - erano 9.000 - alle Forze Aeree Alleate. I vecchi aeroplani italiani furono mantenuti in efficienza con dei ripieghi ingegnosi, perché le parti di ricambio erano pressoché inesistenti. Si cercavano dappertutto delle parti che potessero essere riadattate: nel Medio Oriente, nell’Africa del Nord e, più tardi, nell’Europa occidentale, ma con poco successo. Finalmente, cinque squadriglie da caccia alleate e bombardieri furono destinate all’aviazione rinnovata. Nell’aprile del 1945, gli italiani avevano effettuato più di 13.400 voli di guerra, meritandosi le lodi del comando aereo alleato per i loro attacchi alle linee tedesche nei Balcani.

LA SOTTOCOMMISSIONE PER LA SICUREZZA PUBBLICA


Alla sotto-commissione della Sicurezza Pubblica, spettava l’ingrato compito di far rispettare la legge e l’ordine in una società disorganizzata dalla guerra. Bisognava ricostruire la polizia italiana e trasformarla in un ente apolitico efficiente e pronto a servire il pubblico. La cosa non era facile: prima di tutto andava distrutta l’eredità di corruzione fascista e poi bisognava procurarsi i trasporti, le razioni e l’abbigliamento necessario. Il totale dei carabinieri fu portato a 55.000 uomini (nel luglio del ’45 tale numero fu portato a 65.000). Gli agenti di P.S. (32.000), la Guardia di Finanza (30.000), la Guardia Forestale (4.500) e circa 7.500 metropolitani, dovettero essere riorganizzati. Uniformi alleate servirono a risolvere il problema del vestiario. L’Ovra, polizia segreta fascista, fu abolita. I Vigili del Fuoco - altri 13.000 uomini da controllare - furono riorganizzati alla meglio, dato lo scarso materiale. Fu iniziata la sorveglianza accurata e continua del traffico civile. Nel territorio del governo italiano, la circolazione fu lasciata libera, ossia senza bisogno di permessi. Nelle zone regionali dell’AMG fu istituito un tipo semplice di permesso di polizia; nelle zone d’operazione, invece, il traffico era controllato severamente e nessuno poteva circolarvi senza un permesso speciale dell’esercito.

Un collegamento stretto dell’AMG con gli organi militari di sicurezza dell’esercito, impedì agli agenti nemici di diventare pericolosi. Pochissimi riuscirono ad evitare la cattura, malgrado la persistenza del nemico, che continuava a reclutare spie fra gli italiani a lui devoti. Ancora il 25 aprile, fu calato col paracadute in territorio alleato un agente con un apparecchio radio e 300.000 lire in contanti. Dal dicembre 1944 all’aprile 1945, la sotto-commissione ebbe a giudicare 120 casi di spionaggio. Tutti i fascisti di cui si conoscevano le simpatie per il nemico, vennero internati in campi di concentramento. Le sotto-commissioni dovettero anche investigare la vita privata di migliaia d’italiani che avevano contatti ufficiali colla Commissione Alleata, o che erano sospetti di tendenze fasciste.

Bisognava anche sfollare le prigioni che, dato l’accumularsi delle pratiche nei tribunali, si erano riempite ad oltranza, provocando dei disordini interni. Le 35 prigioni giudiziarie dell’Italia liberata erano piene di prigionieri che aspettavano di essere giudicati. Le 17 prigioni penali, invece, erano abbastanza sgombre e potevano accogliere altri 9.000 ospiti nella primavera del 1945. Altro problema da risolvere fu quello del mantenimento e dell’amministrazione di 9.000 guardiani.

LA SOTTOCOMMISSIONE LEGALE

Il funzionamento della giustizia era rallentato temporaneamente dall’epurazione. I membri presidenti delle commissioni di epurazione erano prelevati dal personale giudiziario privando i tribunali di 150 giudici. Furono reclutati nuovi giudici e richiamati quelli a riposo. La sotto-commissione doveva riesaminare tutti i processi più importanti. Fino al 1° maggio, i tribunali dell’AMG avevano liquidato 82.778 casi. Soltanto nelle regioni meridionali bisognava riesaminare 8.892 processi svolti da tribunali italiani. Il ritardo era così grande che il 1° maggio c’erano ancora 16.000 casi da giudicare in Sardegna, 7.135 nell’Italia meridionale e 2.000 in Toscana.

La sotto-commissione legale provvide a ridurre a quattro i quindici proclami emessi dall’AMG. Nella primavera del ’45, le quaranta ordinanze generali furono ridotte a ventuno; soltanto i cinque avvisi pubblici (consegna delle armi, coprifuoco, ecc.) rimasero immutati. Inoltre la sotto-commissione fiancheggiò l’opera di giuristi italiani intesa a compilare i decreti riguardanti i matrimoni fra membri delle forze armate americane o alleate e donne italiane; si occupò anche del suffragio femminile secondo la legge italiana.

Il campo d’azione della sotto-commissione legale diventava sempre più vasto. Fu consultata sul funzionamento dell’Assemblea Costituente (organo che sarà convocato dopo la liberazione completa del paese e rappresenterà il primo passo verso il ritorno al regime parlamentare). Dovette decidere in merito all’applicazione della legge italiana in caso di scioperi ferroviari ed alla giurisdizione della commissione italiana di epurazione riguardo ai giudici nelle colonie amministrate dagli inglesi. I conflitti fra le società autorizzate dalla AMG e le autorità italiane, i diritti di proprietà dei civili sui macchinari abbandonati, la prostituzione e la relativa procedura criminale italiana, erano tutte questioni che passavano per le sue mani.

LA SOTTOCOMMISSIONE PER IL GOVERNO LOCALE


La sotto-commissione del governo locale, che aveva il compito di provvedere alla ricostruzione dei comuni e delle province, per reintegrarle nell’amministrazione italiana centrale, si manteneva in contatto continuo col ministero dell’interno. La difficoltà maggiore era di trovare un numero sufficiente di funzionari di carriera che oltre ad essere competenti fossero altresì esenti da ogni macchia di fascismo. Per la prima volta dal 1939, fu indetto un concorso per segretari comunali che dovevano amministrare i 7.339 comuni italiani. Spesso accadeva che i funzionari di carriera, vagliati e preparati a questo scopo, non accettassero nomine in province lontane dalla capitale, col pretesto di malattia o di difficoltà finanziarie. La sotto-commissione allora, doveva scovare un altro funzionario e, talvolta, l’inconveniente si ripeteva.

Nei primi mesi del 1945, la sotto-commissione collaborò col governo italiano a un progetto di elezioni che dovevano aver luogo appena la situazione politica e militare lo avrebbe permesso. La sotto-commissione consigliò una modernizzazione delle leggi elettorali italiane, per ottenere una votazione libera, segreta e democratica, degna della democrazia rinascente. Fu provveduto al trasporto delle schede e dei foglietti d’istruzioni, ed alla requisizione dei locali necessari per le votazioni.

LA SEZIONE DEI PATRIOTI


La Sezione Patrioti della sotto-commissione aveva percorso molta strada dall’estate del 1944. Sulla Linea Gotica, le armate alleate trovarono delle bande di patrioti ben organizzate ed i metodi di smobilitazione divennero più efficaci. Certificati firmati dal Maresciallo Alexander, erano stati stampati per distribuirli ai patrioti riconosciuti. I patrioti della Linea Gotica provenivano quasi tutti da unità militari alleate ed erano spesso comandati da ufficiali alleati. Molti erano stati costretti dalle condizioni invernali sulle montagne, ad attraversare le linee e chiedere aiuto agli alleati. In collaborazione col governo italiano, 76 ufficiali furono addetti all’assistenza ed al riordinamento delle bande.

Fu creato un centro di assistenza per ricevere i patrioti, nutrirli, rivestirli, curarli, e se necessario, dar loro un impiego o rimandarli con mezzi rapidi in seno alla famiglia. Venivano pagati, secondo i servizi resi: i feriti ricevevano un compenso maggiore e le famiglie dei morti in combattimento una indennità ancora più grande. In vista della liberazione del nord, dove 100.000 patrioti stavano combattendo, vennero progettati circa 30 nuovi campi.

L’EPURAZIONE

La revisione degli antecedenti politici del personale governativo procedeva intanto rapidamente. Gli italiani miravano a sottoporre la nazione a un grande processo generale che valesse a distruggere l’influenza fascista infiltratasi in tutti gli strati amministrativi, comprese le istituzioni parastatali semi private, controllate dal governo. La procedura fu riconosciuta giudiziosa, equa e scevra da sospetti di vendette personali. Sembrò anche abbastanza pratica per raggiungere lo scopo: il risanamento di una intera generazione.

Nella primavera del 1945, il decreto fondamentale di defascistizzazione - decreto 159 - aveva già generato altri 120 decreti secondari. Le categorie erano quattro. La prima riguardava la punizione dei delitti fascisti: atti di violenza e tradimento della costituzione. La seconda, epurazione generale dell’amministrazione; e questo poteva dirsi senz’altro il lavoro più difficile dato che bisognava distinguere fra i fascisti veri e quelli nominali. La terza riguardava il recupero delle fortune individuali accumulate dai fascisti. La quarta, il sequestro delle proprietà degli enti fascisti.

Prima della fine di aprile, la categoria per la punizione dei delitti fascisti aveva esaminato 4.600 casi; di cui 4.398 erano stati messi sotto processo. I 22 casi più gravi vennero giudicati dall’Alta Corte che pronunciò 16 condanne. L’inchiesta sulle fortune individuali si fermò su 4.400 casi. Fu rapidamente svolta l’istruttoria di 1.300 di essi, mentre furono emessi 554 ordini di sequestro. Si provvide infine a confiscare proprietà di enti fascisti per più di un miliardo di lire.

Non meno di 300 commissioni d’inchiesta furono nominate dal governo italiano per l’epurazione degli impiegati statali e parastatali. Queste commissioni incontravano la solita difficoltà dei mezzi di trasporto, che impediva ai loro membri un disbrigo rapido delle inchieste. Ma la difficoltà maggiore consisteva nel riesumare fatti ormai lontani nel tempo. L’AMG aveva condotto una epurazione considerevole per conto suo. Quando si trasferiva in una zona nuova, destituiva immediatamente i funzionari a capo dell’amministrazione fascista; in seguito, coll’aiuto di comitati italiani, procedeva al licenziamento dei funzionari minori che avevano fatto parte della gerarchia fascista. Le autorità italiane riferirono alla Commissione Alleata che su 485.741 impiegati ne erano stati esaminati 165.254 e 26.331 erano stati deferiti alle commissioni d’inchiesta. Le commissioni ne avevano assolti 11.102; licenziati o messi a riposo 2.330, mentre erano state inflitte piccole punizioni agli altri 4.831. Le cariche più importanti erano state epurate per prime. Si provvide, per esempio, ad esaminare immediatamente la posizione dei prefetti delle province liberate nella primavera del 1945; su 98, 34 furono processati, 6 licenziati e 16 puniti leggermente.

LA SOTTOCOMMISSIONE DELLE BELLE ARTI


Gli esperti della sotto-commissione per i monumenti, belle arti ed archivi, si occuparono assiduamente del patrimonio artistico italiano. Appena un paese era liberato, i funzionari delle belle arti vi entravano al seguito delle truppe e facevano riparare alla meglio i monumenti colpiti, per impedire che venissero ulteriormente danneggiati. Verso la metà di aprile, quasi 120.000.000 di lire erano stati già spesi per lavori di riparazione di 534 progetti nella Campania e in Toscana, ed era stato chiesto lo stanziamento di altri 40.000.000. Il Campo Santo di Pisa fu provvisto di un tetto provvisorio e gli affreschi rovinati vennero ricoperti con appositi teli. Furono indetti concorsi per la ricostruzione di sei ponti fiorentini fatti saltare dai tedeschi, quando si ritirarono dalla città. Si scelsero quattro progetti e i lavori ebbero subito inizio. La Biblioteca Colombaria di Firenze (fondata nel 1735) era stata distrutta. Si fecero degli scavi e la famosa collezione poté essere salvata. A Palazzo Venezia, a Roma, fu fatta un’esposizione di capolavori europei. Vi passarono, in sei mesi, 175 mila visitatori, quasi tutti soldati in licenza: gli incassi delle entrate ammontarono a 1.500.000 di lire, che vennero devolute per il restauro dei monumenti italiani.

Fotografie di opere d’arte danneggiate e prove documentate dei furti tedeschi, furono regolarmente trasmesse a Washington ed a Londra per aiutare i periti artistici, appena entrati in Germania, a riconoscere i tesori d’arte italiana rapinati dai tedeschi. Nel periodo che precedette l’attacco finale delle linee settentrionali tedesche, la sotto-commissione fece dare delle carte geografiche dettagliate delle zone artistiche. Queste vennero distribuite agli equipaggi dei bombardieri per proteggere i monumenti storici da un bombardamento indiscriminate. Si è visto quanto questa precauzione abbia servito a mantenere i danni artistici al di sotto del livello previsto. Nel nord gli esperti si preparavano la ricercare le opere d’arte asportate dalla Toscana e da Montecassino.

LA SOTTOCOMMISSIONE PER L’EDUCAZIONE

Nel marzo del 1945, la sotto-commissione dell’Educazione aveva praticamente finito il suo compito nell’Italia liberata. Quindici Università erano aperte e funzionavano, a Catania, Palermo, Messina, Napoli, Sassari, Bari, Perugia, Roma, Urbino, Macerata, Pisa, Siena, Firenze e Camerino. A parte le università, quasi 1.200.000 studenti frequentavano in 29 province liberate, 18.000 scuole - asili infantili scuole elementari, commerciali e secondarie. Malgrado ciò, 4.000 fabbricati scolastici erano ancora chiusi. Si era esaminata la posizione di 38.000 impiegati scolastici; e se ne erano licenziati 1.889 (quasi tutti occupavano le cariche amministrative più alte) a causa delle loro tendenze fasciste. Furono riveduti dieci libri di testo per le scuole elementari; e se ne stamparono all’incirca 2.000.000 di copie. I giovani esploratori, cattolici ed altri, furono riformati e riuniti in una federazione comune. Cinquemila ragazzi si iscrissero. Rinacquero anche le giovani esploratrici. A 500.000 bambini bisognosi vennero distribuite refezioni scolastiche gratuite in circa 500 comuni. Le relazioni culturali furono incoraggiate in tutti i modi. La letteratura delle nazioni alleate, proibita per anni. dal fascismo, fu introdotta di nuovo. Si prese in esame lo scambio di studenti fra l’Italia e l’America, e venne accordato ad uno dei maggiori scienziati italiani di recarsi negli Stati Uniti per studiarvi la «fisica nucleare».

LA SOTTOCOMMISSIONE PER I PROFUGHI

La sottocommissione dei «profughi e rimpatrio» aveva il compito doloroso di occuparsi degli sfollati di guerra e di tutte le loro miserie morali. Fino al 1° maggio più di 177.000 profughi italiani e circa 60.000 alleati erano passati per le sue mani. I suoi registri contenevano 78.749 nomi di 73 nazionalità diverse, di cui 60.000 erano stati rintracciati. Per gli altri si sapeva soltanto che si trovavano in Italia durante l’anno precedente. Anche alla Croce Rossa Italiana erano registrati 90.000 nomi, e 60.000 presso il Vaticano. Dalla Croce Rossa britannica (al reparto delle «Relazioni con l’Estero») erano passate circa 13.000 domande di notizie e messaggi. In molti casi si era riusciti a rintracciare le persone ed a rimetterle in contatto colle loro famiglie di cui non sapevano più nulla dal principio della guerra. L’aiuto finanziario diretto prestato ai profughi dalla sotto-commissione, ammontava a circa 75.000.000 di lire.

Il 1° aprile l’UNRRA cominciò ad occuparsi anch’essa dei profughi ed assunse la responsabilità di quattro campi e due ospedali nell’Italia meridionale. Intanto, la sotto-commissione organizzava il lavoro da svolgere al nord, dove si prevedeva che un milione di persone avrebbero varcato le frontiere per entrare in Italia. Si prevedeva anche lo spostamento di 100.000 abitanti che dall’Italia settentrionale sarebbero tornati al sud, e viceversa. Per far fronte a queste nuove difficoltà, la sotto-commissione allestì 40 campi nell’Italia centrale e settentrionale.

LA SOTTOCOMMISSIONE PER I PRIGIONIERI


La sotto-commissione dello «Smistamento del Materiale e dei Prigionieri di guerra», aveva una doppia missione e si occupava di un altro genere di rimpatrio. Al momento dell’armistizio, più di 500 mila prigionieri italiani erano in mani alleate  circa quattro quinti in possesso degli inglesi e un quinto degli americani . Molti erano stati mandati in India, nel Medio Oriente, in Inghilterra e negli Stati Uniti. Per riportarli in patria occorrevano i trasporti, sempre scarsissimi. Inoltre bisognava che il governo italiano fosse capace di organizzare un rimpatrio in massa. Bisognava provvedere agli alloggi, ai viveri, al lavoro per i rimpatriati, tanto più che molti tra questi avevano le case in territorio ancora occupato dal nemico. Fu deciso, intanto, di far tornare degli specialisti, scelti individualmente, che sarebbero stati utili all’esercito italiano, alla rinascita industriale del paese od alla pubblica amministrazione. Sarebbero tornati anche gli ammalati ed i prigionieri più anziani.

In principio il rimpatrio fu lento. Soltanto 1300 prigionieri tornarono nel 1943, circa 11.500 nel 1944 e nell’aprile 1945 altri 5.000: un totale di circa 18.000. In questa cifra non erano compresi i soldati italiani che tornavano dai Balcani, non potendo essi considerarsi prigionieri. Secondo gli accordi della convenzione di Ginevra, il denaro guadagnato dai prigionieri era mandato in Italia alle loro famiglie. A tutto marzo 1945, i prigionieri tenuti dagli inglesi avevano mandato a casa quasi 450.000 sterline.

Lo smistamento del materiale di guerra significava la ricerca per tutto il paese del materiale abbandonato ed il recupero di ciò che poteva ancora servire. Veniva, in seguito, consegnato all’esercito italiano, o all’industria. Un metodo simile era seguito per ricuperare la roba scartata dagli alleati: veicoli rotti, alluminio, gomma o tela vecchia, rottami di ferro e di acciaio: alla fine di aprile rappresentavano 10.000 tonnellate al mese. Un «Consiglio di Liquidazione» dell’esercito e della marina degli Stati Uniti, arrivò in Italia in aprile per studiare quanto materiale bellico superfluo potesse essere venduto al governo italiano.

LA SOTTOCOMMISSIONE PER LA SANITÀ PUBBLICA

Anche la sotto-commissione della Sanità Pubblica si occupava di ricuperi, ma per uno scopo diverse: raccoglieva coperte, zanzariere ed altra roba scartata dai militari e ne faceva indumenti per i bambini poveri.

Più di 182.000 coperte furono distribuite agli ospedali, agli orfanatrofi ed ai poveri delle zone devastate. Arti artificiali vennero importati dagli Stati Uniti per servire come modelli alle fabbriche ortopediche locali; occorreva una grande produzione per poter fornire 58.000 mutilati. A Napoli fu fondato un riformatorio per ragazzi traviati. Una sezione speciale della sotto-commissione, in collaborazione colle autorità del Vaticano, prestò la sua opera per rifornire viveri alla città di Roma. Vennero distribuiti 110.000 pasti al giorno in mense aziendali, 100.000 in cucine popolari e 42.000 nei refettori papali dei villaggi distrutti. Gli enti italiani di sanità pubblica furono riordinati e le misure d’igiene rinforzate. La Croce Rossa italiana, rimessa in funzione; cominciò a rendere dei servizi preziosi. Il latte - in polvere o evaporato - fu distribuito ai bambini e alle gestanti; la mortalità infantile diminuì. Nel giugno 1943, la mortalità infantile fu del 127/1000, mentre nel giugno 1944, il mese della liberazione di Roma, risultava del 189,2/1000. Nel luglio salì al 221,3/1000, ma cominciò a calare il mese successivo; e dopo le fluttuazioni normali dell’inverno, scese al 70,7/1000 nell’aprile del 1945. Le conseguenze della denutrizione erano evidenti nei decessi dovuti a tubercolosi, benché le statistiche in quel campo fossero notoriamente inesatte. In Italia non si usava, come in America o in Inghilterra, denunciare questa causa di morte.

La sotto-commissione cercò di distribuire equamente i medicinali importati in Italia. Le zone sottoposte al Governo Militare avevano la precedenza, la salute delle truppe essendo la cosa essenziale. Poi venivano gli ospedali. I dottori erano i terzi ad essere riforniti, e, per ultimo, venivano le farmacie. Alla fine del 1944, la sotto-commissione aveva distribuito 3.500 tonnellate di medicinali, per un importo di 6.000.000 di dollari. Alla fine di maggio del 1945, erano arrivate altre 970 tonnellate di medicinali e comprendevano cotone idrofilo, corredini per gestanti, aspirina e siero anticolerico. Vennero anche importati vaccini animali confezionati nei laboratori americani e sconosciuti in Italia. I tecnici italiani poterono imitarli. Gli ovini morivano tutti di brucellosi, una malattia che provocava aborti e dava una febbre fluttante a chi beveva il latte delle bestie ammalate. 5.000 tubetti di vaccini vennero fabbricati e si iniziò la vaccinazione delle vacche.

Il tifo, che alla fine del 1943 e al principio del ’44 aveva imperversato a Napoli, un anno dopo era quasi scomparso. Una delegazione della sotto-commissione di Sanità Pubblica fece un giro nelle diverse regioni per insegnare ai funzionari italiani dell’igiene l’applicazione di nuovi metodi profilattici. Furono accumulati sufficienti depositi per poter disinfettare 500.000 persone in caso di necessità. Una forma benigna di vaiolo persisteva nell’Italia meridionale.

Le misure di controllo consistevano nell’isolamento e nella vaccinazione. 3.552.400 persone furono vaccinate fino alla primavera del 1945. La sotto-commissione si preparò anche a combattere la malaria: gli enti italiani ricevettero cinquanta milioni di compresse di atabrina e gruppi di specialisti lavorarono al risanamento del delta del Tevere. 4.350 case, contenenti 39.000 camere, vennero spruzzate con 55.000 litri di petrolio e 5.400 tonnellate di concentrato di DDT. Furono così immunizzati gli abitanti di una zona di oltre 120 miglia quadrate.

RIFORNIMENTI

Il lavoro della sotto-commissione era intralciato dalla severa limitazione dei rifornimenti. Le importazioni arrivavano per tramite dell’esercito, che doveva pensare prima di tutto a provvedere viveri e medicinali ai suoi uomini. I rifornimenti per i civili furono importati regolarmente anche durante il periodo peggiore della guerra sottomarina. Nella primavera del 1945, erano stati importati più di 2.500.000 tonnellate di generi diversi, per un valore di 300.000.000 di dollari. I convogli arrivavano in Italia alla media di uno ogni cinque giorni. In ogni convoglio, otto navi erano riservate alla Commissione Alleata. A volte, i bastimenti carichi di cereali erano sei per ogni convoglio. Considerando che, generalmente, la capacità delle navi Liberty è di 8.000 tonnellate, ci si farà una idea del naviglio necessario per mantenere un afflusso costante di rifornimenti nei porti italiani.

Il resoconto ufficiale, fatto dalla sotto-commissione di Finanza, sull’arrivo dei rifornimenti, era sempre in ritardo sugli arrivi effettivi e doveva poi essere coordinato fra Roma, Londra e Washington. Più di 500.000 tonnellate di carbone importato erano state destinate ad usi civili. I prodotti petroliferi, che l’Italia importava anche in tempi normali, furono fatti arrivare in notevoli quantità, 405.000.000 di litri di benzina ed olio, quasi un milione e mezzo di chilogrammi di altri lubrificanti. Il totale fu valutato a circa 15 milioni di dollari e doveva servire soltanto fino alla fine di gennaio 1945. La stampa libera italiana abbisognava di circa 5000 tonnellate di carta importata dagli Stati Uniti. Il cotone per riattivare gli stabilimenti di Napoli, doveva essere importato dagli Stati Uniti e dall’Egitto.

LA SOTTOCOMMISSIONE PER L’ALIMENTAZIONE


I viveri erano, naturalmente la parte essenziale delle importazioni; 1.496.000 tonnellate ne erano arrivate in Italia a tutto il 30 aprile, di cui più di un milione erano grano o farina. La metà di questi viveri veniva dai domini inglesi del Canada, dell’Australia, del Sud Africa e dal Medio Oriente. Comprendevano orzo, carne, pesce, formaggio, latte, legumi secchi, olio e grassi, uova in polvere.

La sotto-commissione che si occupava di questo problema così vitale, era in uno stato di crisi continua: c’erano difficoltà di ogni genere: o le risorse di viveri italiani non rispondevano alle previsioni, o i carichi di grano non arrivavano in tempo, o mancavano i mezzi di trasporto. La distribuzione sistematica dei viveri era un obbiettivo molto distante, ma fu fatto un passo avanti quando, nel febbraio del 1945, cominciò a funzionare il commissariato italiano per l’alimentazione.

La sotto-commissione dovette provvedere da questo momento a trasportare i prodotti delle campagne nelle zone urbane; trovare dei sacchi per il grano; accumulare delle riserve di sale per le regioni settentrionali (nell’aprile del 1945 quasi 17.000 tonnellate vennero riservate per il Nord); insegnare ai fornai a fare pane onesto, aiutare l’esercito ad acquistare viveri freschi. Le armate alleate in Italia avevano consumato 150.000 tonnellate di viveri freschi fino all’agosto del 1944. Inoltre, 110.000 pecore erano state macellate. A proposito di pecore, erano nate delle nuove complicazioni: le truppe indiane insistevano nel dire che potevano mangiare soltanto le pecore di sesso maschile. La sotto-commissione doveva pure sorvegliare il funzionamento dei pastifici e la messa in scatola di viveri. La scoperta di 1.361 chilogrammi di anelli di gomma che servirono per la chiusura di barattoli di 600.000 chilogrammi di polpa di frutta rappresentò, a un dato momento, un’insperata fortuna. Sei stabilimenti furono rimessi in funzione per la fabbricazione di 13.500 tonnellate di zucchero e circa 18.000 ettari di terreno vennero coltivati a barbabietole.

I tentativi per andare incontro ai bisogni urgenti della popolazione si concludevano in una ridda di statistiche scoraggianti. C’erano 24.000.000 di persone da sfamare nell’Italia centrale, prima della fine della campagna. Di queste, 18.000.000 potevano essere classificati come consumatori normali ricevevano da 822 a 906 calorie; queste erano divise fra i viveri ottenibili colle carte annonarie e quelle da comprarsi sui mercati controllati; ora accadeva spesso che sui mercati purtroppo, non si trovava nulla. Nel settembre del 1942, il valore calorifico giornaliero dei viveri comprati colla carta annonaria, era di 1.600. Nel giugno del 1944, quando gli alleati entrarono a Roma, era di 510 calorie. Queste crebbero nel luglio a 720, fino a che nel marzo del 1945 arrivarono a 904.

Le categorie speciali stavano meglio. I ricoverati negli ospedali (erano 181.000) ricevevano 2.081 calorie al giorno. Il personale di polizia, circa 57.000 uomini, ne aveva 2.266 a testa. I prigionieri - 53.000 - ne avevano 1.771 e gli sfollati 1.921. C’erano poi delle razioni supplementari (103 calorie extra) per gli operai addetti ai lavori pesanti, per gli scolari e per le gestanti. Al principio del 1945, queste erano 365.000 e ricevevano 168 calorie in più del normale. I 240.000 lavoratori pesanti avevano diritto a 1.062 calorie extra; gli operai ordinari potevano contare su un’aggiunta di 367 calorie alla loro razione normale.

LA SOTTOCOMMISSIONE PER L’AGRICOLTURA

La sotto-commissione dell’Agricoltura, intanto, si sforzava di potenziare la produzione dei generi alimentari al massimo, per poter ridurre le importazioni. Alla chiusura della stagione 1944-45, la campagna degli ammassi, o granai del popolo, aveva prodotto 11.221.100 quintali, ossia il 9% del totale prefisso. La raccolta dell’olio d’oliva era anch’essa al di sotto delle speranze (483.840 quintali alla fine di maggio), ma tuttavia sufficiente per una razione minima. La sotto-commissione, che collaborava col ministero italiano dell’Agricoltura, Foreste e Pesca, vedeva attuarsi i suoi piani di sviluppo e modernizzazione.

Una serie di conferenze nazionali fu tenuta dalla Commissione coi funzionari italiani, per cercare di migliorare il controllo delle coltivazioni e di evitare che troppo grano venisse coltivato senza criteri economici. Venne anche preso in esame l’urgente bisogno di concimi e di insetticidi, (senza nitrogeno la terra non poteva rendere). L’industria italiana delle semenze vegetali, una delle più importanti del mondo, venne incoraggiata, e più di 500.000 chilogrammi di semenze furono esportate, specialmente nei Balcani, per venire in aiuto della Grecia e della Jugoslavia. Furono incoraggiate le coltivazioni dei giardini ad orto, per rimediare alla scarsità di frutta e verdura nelle zone urbane; quantunque nel Lazio, nella Campania e in Toscana si facessero due raccolti per stagione.

Si riuscì a persuadere le autorità navali alleate a diminuire le restrizioni sulla pesca e si procurarono reti, cordame e lubrificanti ai pescherecci. I pescatori italiani, malgrado le restrizioni navali e la perdita frequente delle reti per causa dei relitti vicino alla costa, erano riusciti a procurare al paese circa 30.000 tonnellate di pesce in un anno, fino alla primavera del 1945. I pescatori di Lampedusa mandavano 50 quintali di pesce al giorno a Napoli e a Roma, forzando così il mercato nero a diminuire il prezzo della carne. L’importanza del pesce è grande, ogni 100 grammi avendo un valore nutritivo di 70 calorie.

Anche il problema delle bonifiche fu affrontato dalla sotto-commissione. Quasi 800.000 ettari di terreno fertilissimo erano inutilizzabili. Bisognava costruire degli scoli meccanici e i tedeschi avevano asportato 65.000 pompe a motore.

La mancanza di bestiame era un altro problema molto serio. Il numero di buoi nell’Italia liberata dal 1942 alla fine del 1944, si è andato riducendo del 42%, i cavalli del 41% e gli asini del 34%. Le foreste erano state trascurate; il 75% degli alberi veniva abbattuto per farne legna da ardere e non c’era nessuno che impedisse questo scempio. Il carbone dolce era il combustibile più usato in Italia per cucinare ed i centri urbani ne richiedevano una grande quantità. Napoli, per esempio, ne consumava normalmente 50.000 quintali al mese. Ci volevano cinque quintali di carbon dolce. Il legname serviva agli eserciti alleati per la costruzione dei ponti e degli accantonamenti. La Calabria, dal settembre del 1943 all’aprile del 1945, ne fornì 150.000 tonnellate e diede lavoro a 58 segherie.

Le foreste formavano il 20% del territorio italiano ma soltanto il 3% erano proprietà statale. Il 31% apparteneva ai comuni ed il 66% a privati. Si progettò di dare incremento alla proprietà pubblica; di intensificare la coltivazione dei boschi di castagni - 870.000 acri - in modo da ottenere un maggior numero di castagne per esportazione e di promuovere il rimboschimento e l’impianto di vivai. La sotto-commissione consigliò di far venire dei pini di Monterey, dei cipressi meridionali e degli eucalipti australiani, tutti adatti al terreno italiano.

LA SOTTOCOMMISSIONE PER I TRASPORTI


Ma il lavoro più ingrato fu quello della sotto-commissione dei trasporti: nulla si poteva fare senza mezzi di trasporto; e i trasporti erano scarsissimi. I viveri erano inutili se rimanevano fermi sulle banchine dei porti; le materie prime per le industrie e i prodotti delle fabbriche avevano, bisogno di camion per giungere ai consumatori. Gli operai stessi rendevano meno senza mezzi per recarsi al lavoro. I 7.500 autobus dell’Italia liberata erano ridotti a 2.000 nel 1945.

Il naviglio era sempre stato uno dei mezzi di trasporto più importanti in Italia; ma adesso era quasi tutto requisito dall’Ufficio Alleato per la Navigazione nel Mediterraneo (Mediterranean Shippig Board). La sotto-commissione della Navigazione, però, decise di restituire all’Italia una buona parte della sua flotta di velieri, composta di 2.000 navi.

Le ferrovie erano state molto distrutte dalla guerra e, benché le linee principali fossero state rapidamente ricostruite dall’esercito, per ogni tre tonnellate di carico trasportate, due erano di rifornimenti militari. Le linee ferroviarie in Sicilia e in Sardegna erano sottoposte al controllo dell’AC e funzionavano bene. Sul continente, a tutto il 1° aprile del 1945, le ferrovie dello stato potevano contare su 7.635 chilometri di linee ferroviarie in attività; di queste, nemmeno un terzo era controllato dalla Commissione; gli altri due terzi erano alle dipendenze dirette dell’esercito. Il tonnellaggio civile, nell’aprile del 1945, era arrivato a 380.000 tonnellate al mese, di cui 58.000 in Sardegna, 152.000 in Sicilia e 172.000 sul continente.

Grandi progressi erano stati fatti nella navigazione costiera. Si confrontino le cifre: nel marzo del 1945 si trasportarono merci per un carico di 74.000 tonnellate. Nel febbraio se ne erano trasportate per 43.000 tonnellate, e nell’autunno del 1944 per sole 10.000 al mese. C’era un fatto, tuttavia, dei cui bisognava tener conto: e cioè che in Italia si preferivano, ai trasporti via mare, quelli stradali. Vero è che in tempi normali accadeva il contrario a causa del consumo a cui le strade montagnose della penisola sottoponevano il materiale rotabile e a causa del costo del carburante che si doveva tutto importare.

Il problema principale era dunque quello di organizzare efficientemente i trasporti stradali esistenti. L’AC contribuì alla sua soluzione creando un «Gruppo Alleato di Trasporti Motorizzati» con personale dell’esercito italiano, addestrato e diretto da ufficiali alleati. Il materiale era composto di circa 1.000 vecchi camion donati dall’esercito nel febbraio del 1944 e da altri 1.700 promessi dal governo degli Stati Uniti fin dall’autunno del 1944. Nel gennaio del 1945, questi camion cominciarono ad arrivare e, in aprile, ne erano stati consegnati 1.600. Il Gruppo Alleato dei Trasporti avrebbe potuto contare entro breve tempo su 2.400 camion e 9.000 uomini, per trasportare 150.000 tonnellate di rifornimenti al mese. Altri camion importati vennero consegnati dalla Commissione Alleata al governo italiano per essere usati come trasporti civili. L’organizzazione generale dei trasporti italiani era conosciuta sotto la forma abbreviata di ENAC ed era una cooperativa creata in vista della situazione straordinaria e controllata dal governo. La merce non doveva essere rimossa senza il permesso dell’ENAC e si doveva far ogni sforzo per ridurre il prezzo di trasporti. Si sperava cosi di far ribassare i prezzi del mercato nero. L’ENAC, dopo molte difficoltà, cominciò a funzionare il 1° febbraio 1945 e in aprile trasportava già 43.000 tonnellate ogni dieci giorni. In Sicilia si era fatto altrettanto, ottenendo sin dal principio, ottimi risultati.

Oltre a coordinare il movimento di centinaia di derrate e cercare di ottenere dall’esercito un aumento di tonnellaggio mercantile, la sotto-commissione doveva sorvegliare i diversi servizi dei trasporti, osservando la più stretta economia. Inoltre, dirigeva i lavori del porto di Civitavecchia, sorvegliava la ricostruzione delle linee ferroviarie civili, organizzava un servizio di zattere sul Tevere, autorizzava delle linee di autobus tanto necessarie nelle province, e, il 22 gennaio del 1945, inaugurava il primo servizio regolare di treni per passeggeri fra Roma e il Sud.

LA SOTTOCOMMISSIONE PER I LAVORI PUBBLICI

La sotto-commissione dei Lavori e Servizi Pubblici, fin dall’inizio della sua attività si era preoccupata della manutenzione delle strade principali. Nel 1944 vennero riparati più di 6.400 chilometri della rete stradale e furono costruiti 736 ponti principali; senza contare la riattivazione di centinaia di ponti minori. Nel febbraio del 1945, il programma dei lavori stradali aveva fatto passi da gigante. Fu dato inizio alla costruzione di altri 278 ponti, fu completato il restauro di 238 e iniziata la riparazione di altri 542.

L’artiglieria e le mine avevano distrutto centinaia di ponti: soltanto nella provincia di Pesaro, sulla linea Gotica, ne erano saltati più di 1000. Le strade sottoposte al controllo della sotto-commissione, erano più di 5.000. In un mese si fecero 391 contratti per rimozione di macerie, 244 per lavori idraulici, riparazioni di fogne e arginamento di inondazioni e vennero restaurati 471 edifici pubblici. Spesso, prima di cominciare un lavoro, bisognava rimuovere le mine; in Italia, Sicilia e Sardegna, si rimossero quasi 1.200.000 mine in 22 mesi. I civili, l’esercito italiano e il personale militare alleato avevano tutti prestato la loro opera in questo lavoro, coordinato dalla sezione degli affari civili. Si calcolava che ci fossero ancora 3.000.000 di mine da estrarre al terreno. Per farsi un’idea di come fosse stata abbondante la micidiale semina tedesca, basti il fatto che nella zona Livorno, Pisa, Lucca, Pistoia, si rimossero quasi 100.000 mine. Nella zona Pescara-Chieti se ne trovarono 400.000 e nei dintorni di Roma più di 200.000.

Per ricostruire materialmente il paese, bisognava rifare i villaggi e le case distrutte. Per la fine di aprile del 1945, i comitati per gli alloggi si erano messi all’opera in 393 comuni ed avevano iniziato 14.323 progetti di ricostruzione, di cui 6.429 erano già completati. Il costo totale di queste opere ammontava a quasi un miliardo e mezzo di lire. La sotto-commissione inoltre, sgomberava i porti e ricuperava i piroscafi affondati. Furono riattivati 16 impianti di gas nelle città principali, compreso quello romano, che, in tempi normali, producevano altrettanto gas quanto ne producevano i 49 impianti dell’Italia liberata a sud della linea Gotica.

Nelle paludi Pontine erano stati quasi interamente prosciugati 33.000 acri di terreno allagato; nell’aprile del 1945 ne restavano ancora sott’acqua meno di 5.000. Intanto arrivavano i primi macchinari pesanti: caldaie per asfalto, rimorchi da 16 tonnellate, compressori ed altro macchinario. Quando cominciò il suo lavoro, la «Sezione Servizi Pubblici», della sotto-commissione si trovò dinanzi a difficoltà impreviste. Nell’Italia centrale, prima della guerra, si producevano 1.292.336 Kilowatts di forza motrice. Nell’estate del 1944 gli alleati trovarono solamente 45.000 Kilowatts. Nel maggio del 1945 la capacità produttiva era stata portata a 264.500 Kilowatts. Nella Italia meridionale, la capacità produttiva ante-guerra era di 350.935 Kilowatts. Se ne trovò soltanto 156.900 che furono portate fino a 227.000. La Sicilia, che ne aveva prima 91.673, era rimasta con 45.800 Kilowatts e fu portata a 64.000 Kilowatts. La Sardegna fortunatamente fu trovata intatta coi 96.080 Kilowatts di prima della guerra. Riassumendo: l’Italia liberata aveva prima della guerra una capacità di 1.831.024 Kilowatts. I tedeschi ne lasciarono solo 343.780. La sotto-commissione dei lavori pubblici riportò gradualmente la capacità a 701.580 Kw. Furono ricostruiti 5000 chilometri di linee ad alta tensione e l’energia venne distribuita nelle zone settentrionali fino a Rimini ed Ancona.

I tedeschi avevano demolito scientificamente, facendo saltare le stesse parti in tutte le macchine, in modo da renderne impossibile lo scambio.

Gli ingegneri italiani, tuttavia, quando avevano potuto, erano stati altrettanto scaltri. Avevano nascosto parecchio macchinario essenziale e molti pezzi importanti. La loro genialità meccanica aveva potuto porre un riparo a molti danni, cosicché il materiale da importare fu minimo. Esso consistette specialmente in: 31 tonnellate di tubi condensatori, 100 tonnellate di trasformatori e 50 tonnellate di materiale isolante. A Castelnuovo Lardello tutti gli sforzi furono fatti per riattivare la importante centrale. Grazie al «cannibalismo» una generatrice di 12.000 Kw fu riattivata usando vapore vulcanico per il funzionamento delle turbine, risparmiando così preziosi combustibili.

Il 20 gennaio del 1945, la sotto-commissione fece una innovazione radicale nel sistema italiano della forza elettrica. Riunì sotto un controllo unico, (Central Grid System), tutte le piccole centrali elettriche dell’Italia centrale. Ciò permetteva di trasferire l’energia superflua ai paesi che ne avevano bisogno. Assicurava una continuità di energia ai paesi più importanti e aiutava a regolare le frequenze e i voltaggi. Il metodo nuovo fu applicato da ingegneri americani e britannici specializzati e immediatamente si realizzò un progresso. Crebbe così la quantità di energia disponibile e fu possibile la distribuzione agli stabilimenti industriali. Si progettò anche di unificare le frequenze a quelle generalmente usate in Europa: 50 cicli. Il 1° febbraio fu fatto un altro passo avanti colla creazione di comitati consultivi elettrici regionali per la Sicilia, la Sardegna, l’Italia meridionale e l’Italia centrale. Erano formati da rappresentanti del governo italiano, da compagnie private e dalla sotto-commissione, che procedeva ad integrare i piani e i lavori attraverso un organo cooperativo centrale. La cura della sotto-commissione si rivolgeva in particolar modo a riattivare quello che si può dire il centro nevralgico della società moderna, vale a dire i telefoni e le poste e i telegrafi. In stretta collaborazione colle sezioni di segnalazioni dell’esercito, la sotto-commissione tentò di riattivare le linee di comunicazione civili.

LA SOTTOCOMMISSIONE PER LE COMUNICAZIONI

La sotto-commissione era stata fra i primi enti a far parte della Missione Militare Alleata ed era stata in un primo tempo alle dipendenze dell’ammiraglio Stone, esperto in comunicazioni civili. In quei primi giorni di confusione, non esisteva un’autorità italiana per le telecomunicazioni e la coordinazione dei servizi era difficilissima. La sotto-commissione dovette letteralmente ricreare le comunicazioni italiane, rovinate dal sabotaggio tedesco.

Gli impianti avevano sofferto; i lavori erano ritardati dal cattivo tempo, dalle mine e dalla mancanza di mezzi per trasportare gli operai sul posto di lavoro. Per riattivare la rete telefonica e telegrafica, fu necessario riallacciare 120.000 chilometri di fili, dei quali circa 1.200 chilometri erano nuovi. Da una strada principale erano spariti 25 chilometri di cavo senza lasciar traccia; altrove erano stati asportati 150 pali. Nella zona di Anzio 50 chilometri di linea erano stati così battuti da proiettili e frammenti di granata da renderla inutilizzabili. Grazie all’ingegnosità degli italiani, soltanto 1.900 chilometri di filo dovettero essere rinnovati integralmente. Per tutti gli altri fu rimesso in efficienza il vecchio materiale. Anche 1.900 chilometri di cavo sotterraneo dovettero essere rimessi in ordine: su di un’estensione di 800 chilometri, si trovarono più di mille interruzioni. Andarono rifatte le sospensioni di cavi sui ponti; sull’Arno ne occorsero due di 160 metri di lunghezza. La lista del materiale di cui si servì la sotto-commissione comprendeva due tonnellate di stagno per saldature e 60.000 protettori di carta isolante.

Una considerevole quantità di materiale fu destinato alle centrali telefoniche. Undici di queste, tra le più importanti, erano state distrutte, ventisei danneggiate seriamente, le altre trentasette avevano subito danni minori. Inoltre 160 centrali secondarie erano state o demolite, o rovinate, 37 centrali dovettero essere riequipaggiate. Mentre a Napoli la distruzione era stata totale, a Roma si potevano salvare 14 centrali telefoniche. Alla fine quasi tutte le centrali furono riattivate.

Nel marzo del 1945, il telegrafo e il telefono avevano ripreso a funzionare in Sicilia e in Sardegna. Nell’Italia meridionale quasi tutti gli uffici telegrafici e telefonici erano stati riallacciati alla rete centrale. Nell’Italia centrale, la ripresa dei servizi variava da provincia a provincia, dal 20 al 70%. Nell’Italia meridionale il telegrafo nel dicembre del 1943, funzionava già. La Sicilia fu riallacciata al continente nell’agosto del 1944: in ottobre si poteva comunicare per telefono e telegraficamente tra Roma e la Sardegna. Un mese più tardi venne riattivato il servizio di telegrammi e radiogrammi coll’estero. Questo, però, fu riservato all’uso militare fino alla primavera del 1945.

Il servizio postale era generalmente inaugurato dalla sotto-commissione pochi giorni dopo la liberazione di un paese. La prima inaugurazione ebbe luogo a Palermo nell’agosto del 1943. La censura civile seguiva il servizio postale a misura che questo si estendeva. A Napoli entrò in vigore il 10 dicembre del 1943 e poche settimane dopo si iniziò anche in Sicilia. Nel gennaio del 1944 furono ristabilite le comunicazioni postali tra i prigionieri e le loro famiglie. Fu anche ripristinato il servizio d’informazioni di cui si occupava la sezione «profughi» del Vaticano. Il mese seguente furono ristabiliti i servizi postali con l’estero.

Il 17 giugno del 1944 vide la ripresa del servizio postale tra Roma e il sud; e il 30 settembre quello tra Firenze e il resto dell’Italia liberata. Quando cominciarono le battaglie finali, la posta arrivava in punti vicinissimi al fronte. Nel dicembre del 1944, furono accettate lettere raccomandate per gli Stati Uniti e l’Inghilterra; e il 28 dicembre arrivò a Napoli il primo blocco di 10.000 pacchi-regalo dall’America. Altri 60.000 pacchi simili arrivarono nei due mesi seguenti a Roma, a Napoli e a Palermo. Il 29 aprile del 1945 le poste italiane erano collegate a quelle di tutti i paesi dell’Europa liberata.

LA SOTTOCOMMISSIONE PER IL COMMERCIO


Mentre l’AC, per due anni aveva studiato i problemi del governo militare, la sotto-commissione del commercio cercava di ricondurre la vita commerciale italiana sulla via della normalità. Sceglieva i generi più facilmente esportabili  compresi i piccoli depositi di materiali  antimonio e cadmio  che potessero servire agli arsenali di guerra delle Nazioni Unite.

Fino all’aprile del 1945, le esportazioni dirette principalmente negli Stati Uniti d’America, Gran Bretagna, Francia, Africa Settentrionale e Malta, ammontarono a più di 163.000.000 di tonnellate, per un valore di più di 1.627.000 lire. Nel marzo, fu battuto il primato con 9.638 tonnellate, che comprendevano ingenti quantità di mercurio e di essenze di profumi, per un valore di 280.000.000 di lire. La stagione 1944-45 fu fruttifera per gli agrumi: vennero esportati 911.434 casse di limoni e 80.380 di aranci amari. Andarono tutti alle isole britanniche dove gli abitanti mancavano di vitamine. Altri generi spediti all’estero furono: pomice, seta, stagno, zolfo, talco, radica, acido tartarico e canapa.

La meta delle sotto-commissioni era il ripristino del commercio privato, appena le condizioni mondiali e la guerra lo avrebbero permesso. Bisognava distruggere l’influenza deleteria che dieci anni di contatti coll’asse avevano avuto sull’economia nazionale. Col concorso degli addetti commerciali britannico ed americano, si eliminarono per sempre i controlli di stato fascisti e si incoraggiarono il commercio internazionale e le imprese private a riprendere gli affari coll’Italia. In tal modo, la nazione, ingolfata nei debiti, avrebbe potuto, poco a poco rifarsi una piccola riserva di moneta internazionale.

I piani commerciali, di cui in un primo tempo doveva occuparsi il governo erano divisi in due categorie: la prima comprendeva le merci utili allo sforzo bellico contro la Germania ed il Giappone. Le Nazioni Unite avrebbero avuto precedenza sui generi disponibili a prezzi stabiliti. Nella seconda categoria erano comprese tutte le altre merci, che le ditte italiane erano libere di esportare dove volevano e vendere al migliore acquirente. Fu promosso il commercio dei manufatti italiani. Dall’America arrivavano già richieste di treccia di paglia, di fisarmoniche e persino di cappelli umani, per la fabbricazione di retine, parrucche ed usi chirurgici. Nel 1939 se ne esportò 30.000 chilogrammi per due milioni di lire. Si iniziarono trattative coll’Argentina per l’importazione della carne congelata, colla Spagna per le acciughe e colla Svizzera per i medicinali, cibo e macchinario. Si fecero scambi: per esempio, prugne jugoslave contro sale italiano.

Il «Consiglio delle Forze Alleate per le Risorse Locali» era la più alta autorità militare alleata per disporre delle risorse del paese, secondo le necessità militari e l’economia civile. In questo era coadiuvato dalle sotto-commissioni dell’industria, del commercio, dei lavori e servizi pubblici e del lavoro. Nella primavera del 1945, i rappresentanti del governo italiano furono invitati a prender parte alle riunioni del consiglio, quando dovevano discutersi delle questioni di economia civile. La sotto-commissione teneva una lista del materiale controllato; questo materiale era in mano delle forze armate e veniva distribuito dalla Commissione Alleata. Il resto era messo a disposizione del governo italiano che, col tempo, sostituì la Commissione in questa funzione di controllo.

L’esercito, ad esempio, nell’aprile del 1945, consegnò alla Commissione 3.700 tonnellate di cemento, 82 tonnellate di gas di ammoniaca e 35 tonnellate di vernice. Queste vennero distribuite, a turno, a varie industrie. La sotto-commissione aveva anche una lista di richieste di materiale da parte dei militari ed un elenco dei vari materiali che poteva fornire all’esercito qualora ne avesse bisogno. Filo di ferro, garza, una calcolatrice elettrica, un catalizzatore per la preparazione dell’acciaio solforico concentrato, erano alcuni degli oggetti richiesti. Tra il materiale disponibile, si può citare la grafite, il legno compensato, rottami di rame, qualunque cosa insomma potesse rispondere alle necessità di una guerra meccanizzata. La sotto-commissione dovette anche organizzare il ricupero, la riparazione e la distribuzione degli oggetti di vestiario delle forze armate alleate. Parecchi stabilimenti lavoravano a questo scopo. Più di 165 mila paia di scarpe e 300.000 capi di vestiario,  pantaloni, camicie, giacche, pastrani, calze, mutande, maglie, berretti ed impermeabili  furono accomodati e distribuiti ai lavoratori italiani, ai contadini, alla polizia e ai bisognosi delle zone devastate. Uno di questi stabilimenti arrivò a produrre 40.000 capi per settimana.

LA SOTTOCOMMISSIONE PER L’INDUSTRIA

Per farsi un’idea della vastità del compito affrontato dalla sotto-commissione dell’industria, basta studiare il censimento fatto dalla sezione economica in 38 province dell’Italia liberata. Il rapporto – «Censimento e ispezioni per la ricostruzione nazionale» - è un opuscolo di 253 pagine che fu pubblicato nel febbraio 1945. Gli accertamenti compiuti in 1.769 stabilimenti dimostravano che in media il 40% del valore totale del materiale era stato danneggiato. Il 28,7% delle distruzioni era dovuto ai bombardamenti; inoltre i tedeschi avevano asportato il 25,7% del materiale industriale.

Su 8.962 impianti industriali elencati, 2.403 soltanto erano in piena efficienza e impiegavano 93.839 persone. Altri stabilimenti lavoravano parzialmente, impiegando 105.472 persone 3.908 impianti erano improduttivi, mantenevano occupati 21.493 uomini. La mancanza di carbone, di energia elettrica, di parti di ricambio e di materie prime, impediva una maggiore ripresa dell’attività. Nel 1945, per esempio, la sotto-commissione aveva progettato la produzione di 37.000 quintali di tonno da inscatolare, ma dovette rinunciarvi perché la lamina di latta, importata, non arrivò in tempo. Il tonno fu mangiato fresco. Un impianto chimico aveva bisogno di 35 tonnellate di carbone al mese, e quindi non poteva lavorare.

Tuttavia, il lavoro della sotto-commissione dell’industria continuava faticosamente a progredire e nell’aprile 1945, diecine di fabbriche, con più di 150.000 impiegati, erano in piena produzione. Le parti rimaste intatte negli edifici distrutti servivano per la ricostruzione di nuove fabbriche. Le pompe, le caldaie, le turbine, venivano rimosse dalle fabbriche danneggiate ed usate per rimetterne altre in efficienza. La sotto-commissione persuadeva le autorità militari dell’utilità, per lo sforzo bellico, di rimettere in attività alcuni impianti industriali, ed otteneva il permesso di derequisire i locali occupati dalle truppe. L’«Ufficio alleato per le risorse locali» formò nel 1945 un «comitato di coordinazione industriale» che doveva decidere se le richieste della sotto-commissione fossero giustificate e l’opportunità o meno di future requisizioni di stabilimenti industriali da parte delle autorità militari. Nel marzo, venti stabilimenti furono rilasciati dai militari: fabbriche di concimi, officine di riparazione per vagoni ferroviari, distillerie di olio c di sapone, mulini, magazzini per depositi di grano e di tabacco, fabbriche di scatolame e stabilimenti chimici.

La produzione delle acciaierie di Napoli e di Terni era quasi tutta utilizzata dall’esercito per la costruzione di ponti «Baley»; la sotto-commissione riuscì ad ottenere una parte dell’acciaio  che più tardi arrivò fino al 30%  per le industrie italiane. La sotto-commissione di salute pubblica domandava urgentemente del cloro, per disinfettare l’acqua durante il periodo estivo; nel marzo, fu inaugurata la prima fabbrica di cloro. Un mese prima, a Torre Spaccata, si era iniziata la lavorazione della gomma ricuperata. Cogli avanzi ceduti dall’esercito americano lo stabilimento riusciva a produrre, alla fine di aprile, sei tonnellate al giorno di gomma ricuperata.

L’industria della canapa era importante per lo sforzo bellico navale e fu raccomandato alla sotto-commissione di rimetterla in efficienza al più presto. I contadini, dopo l’occupazione alleata di Napoli, avevano smesso di consegnare la canapa; i prezzi, dicevano, erano troppo bassi. Su 29 filande, 28 erano ferme. Fu creato un nuovo ufficio italiano, che sostituisse quello fascista, di controllo sulla canapa; i prezzi vennero stabiliti equamente, la marina inglese procurò il carbone necessario e furono trovate le parti di ricambio per riparare il macchinario. L’industria poté raggiungere una produzione mensile di 140.000 sacchi; 415.000 metri quadrati di tessuto, pesante e leggero; 35 tonnellate di filo e di spago e 400 tonnellate di cordame. Le forze armate presero il 75% della produzione. Approssimativamente 20.000 persone vennero impiegate: metà per la manifattura e metà per la coltivazione.

L’industria tessile - lane e cotoni - era stata duramente colpita dalla guerra. Era indispensabile rimetterla in efficienza, dato l’urgente bisogno di vestiario per la popolazione. I 5.898 telai meccanici dell’Italia meridionale erano ridotti a 1.992. I fusi per la lavorazione del cotone erano 416.616 prima della guerra: ora, 189.000 erano completamente distrutti. Nel marzo 1945, la sotto-commissione portò la produzione mensile a 130.000 Kg. di filo e 820.000 Kg. di tessuti. L’industria della lana nell’Italia liberata era concentrata intorno a Prato, in Toscana. Di 222.700 fusi esistenti prima della guerra, 58.500 erano scomparsi e 2.494 telai su 5.730 non si poterono ritrovare. Le filande di Prato si rimisero al lavoro procurandosi un’energia improvvisata con dei motori da camion, e riuscirono a produrre 20.000 metri al giorno. Quando ottennero l’energia elettrica, la produzione salì a più di 40.000 metri, con ulteriori progressi in vista.

L’esercito aveva assolutamente bisogno di cemento e la sua produzione fu per molto tempo severamente controllata dalle forze armate. La sotto-commissione tuttavia, impiantò sei fabbriche di cemento ed ottenne una gran parte della produzione per le costruzioni civili. Una fabbrica a Colleferro, dopo un anno di lentissime riparazioni ed ancor più lento rifornimento di carbone, arrivò finalmente a consegnare 5.000 tonnellate di cemento nell’aprile 1945. Le altre cinque fabbriche ne produssero, tutte assieme, una quantità press’a poco uguale. Anche le industrie italiane del vetro e delle ceramiche, di fama mondiale, cominciarono a rifiorire. Cinque vetrerie, durante questo periodo, produssero 2.000 meri quadrati di lastra al giorno e fiale per uso farmaceutico. Una fabbrica di ceramica confezionava isolanti elettrici. Quasi tutte le grandi vetrerie avevano subito ingenti danni e la sotto-commissione fu costretta a rimettere in uso dei piccoli impianti dove la lavorazione veniva fatta quasi interamente a mano.

L’economia italiana era basata sulle sostanze chimiche. Tutte le industrie le adoperavano ed erano assolutamente indispensabili alla agricoltura. Il terreno, impoverito da secoli di coltivazione intensa, non poteva rendere se non riceveva una quantità adeguata di fertilizzanti. C’erano due impianti di superfosfati in Sicilia, la cui produzione complessiva ammontava nell’agosto del 1944, ad appena 2.000 tonnellate. Nel maggio 1945, grazie agli sforzi della sotto-commissione, dieci fabbriche erano in piena efficienza e producevano in media 20.000 tonnellate al mese. Questo risultato non fu raggiunto senza le solite difficoltà. La preparazione dei superfosfati richiede il 60% di fosfato e questo doveva essere importato dall’Africa settentrionale. Più di 84.000 tonnellate furono importate nonostante il prezzo altissimo e la scarsità di naviglio. In tempi normali l’Italia importava 800.000 tonnellate di questo fosfato. Molte fornaci erano state fatte saltare dai tedeschi e il cemento reffrattario occorrente per la riparazione era pressoché introvabile. I superfosfati dovevano rimanere accumulati per parecchi mesi in enormi capannoni asciutti, con grandi aperture laterali e tetti altissimi. Spesso gli enti militari requisivano questi magazzini, che erano adatti per autorimesse o depositi di rifornimenti: bisognava costantemente ricorrere alla derequisizione.

Mentre all’industria dei superfosfati occorre pochissima energia elettrica, quella dei fertilizzanti di nitrogeno ne consuma grandi quantità. L’energia era severamente razionata. I tedeschi erano fuggiti asportando tutto il platino della grande fabbrica di Crotone; questo metallo serve per convertire l’ammoniaca sintetica in acido nitrico; bisognò improvvisare un metodo nuovo. Al principio del 1945 la produzione totale dei tre impianti in attività era di sole 2.000 tonnellate al mese. Anche gli anticrittogamici erano essenziali alla agronomia italiana, per proteggere la frutta, i vigneti e gli ortaggi.

La primavera del 1945 vide la produzione di 3.000 tonnellate mensili di solfato di rame, ottenuto con mezzi di fortuna, adoperando il rame ricuperato. Un’altra fabbrica produceva 600 tonnellate mensili di carburo di calcio ed altre quattro iniziavano la produzione del bisolfito di carbonio, sostanza chimica essenziale alla fumigazione del grano, all’estrazione dell’olio d’oliva e alla lavorazione delle fibre sintetiche.

Anche le miniere erano controllate dalla sotto-commissione dell’industria. Le più importanti miniere italiane di carbone si trovano in Sardegna e producono un carbone bituminoso di qualità inferiore. Quando gli alleati occuparono l’isola, il porto di Sant’Antioco  dove veniva caricato il carbone  aveva subito ingenti danni: quattro gru su cinque erano distrutte; 70.000 tonnellate di carbone bruciavano sulla banchina e una grossa nave era stata affondata vicino al molo di carico. Le miniere producevano mensilmente meno di 5.000 tonnellate di carbone. Gli alleati cominciarono i lavori di riparazione; fecero venire oltre 1.000 tonnellate di rifornimenti vari e nel gennaio 1944 la produzione si svolgeva al ritmo di 2.000 tonnellate al giorno. Alla fine dell’anno, la produzione totale ammontava a 375.978 tonnellate. In gran parte, questo carbone fu messo a disposizione delle forze armate, risparmiando una spesa sul trasporto di 7.500.000 dollari.

Nel 1943, le miniere di zolfo siciliane producevano soltanto 400 tonnellate al mese; all’inizio del 1945, 5.500 tonnellate di zolfo venivano estratte mensilmente e 48 impianti lavoravano in pieno.

Nell’Italia centrale, sette miniere di lignite furono riattivate poco dopo la liberazione e nel 1944 produssero 65.000 tonnellate, malgrado la mancanza di energia elettrica e la distruzione dei binari ferroviari. Anche le miniere di pirite, allagate dai tedeschi, non potevano lavorare per mancanza di energia elettrica; si trovarono però dei depositi di oltre 335.000 tonnellate di pirite. Le miniere di mercurio  anch’esse nell’Italia centrale  non subirono gravi danni. Furono ritrovate più di 8.000 bottiglie di mercurio, che gli italiani erano riusciti a nascondere. Dato il gran bisogno di questo metallo nel mondo intero, la merce fu destinata in gran parte all’esportazione.

Con l’aiuto della sotto-commissione, oltre 100 miniere italiane di ogni genere avevano ricominciato a produrre durante la prima metà del 1945.

PROGRAMMA COMUNE


La faticosa esperienza delle varie sotto-commissioni economiche aveva insegnato che, data l’interdipendenza tecnica delle industrie moderne, bisognava tracciare un programma assai vasto e lungimirante. Per mettere in moto la macchina economica italiana, bisognava esportare una certa quantità di prodotti. Il programma di «pronto soccorso» per la ricostruzione economica italiana fu varato il 27 marzo, dalla Commissione Alleata, insieme al governo italiano. Durante lo stesso periodo, si discussero le basi di un progetto complementare; si trattava di creare un ufficio industriale consultivo, simile al «consiglio americano per la produzione» (U.S. Production Board). Questo ufficio doveva distribuire le materie prime più importanti e decidere le fabbricazioni.

Il programma, che esponeva le vedute della Commissione e del governo, era il frutto, di una lunga e stretta collaborazione fra i tecnici italiani ed alleati. Era un documento importante: i suoi fascicoli accatastati, raggiungevano un metro di altezza. Il programma sottolineava la necessità di rinnovare l’economia italiana e di rendere le industrie italiane il più possibile autonome, onde evitare di ricorrere continuamente alle risorse e al naviglio alleato.

Prima di requisire i prodotti dell’industria italiana, la questione veniva esaminata a fondo; si studiava il risparmio di tonnellaggio navale che tali requisizioni avrebbero portato. Il governo degli Stati Uniti stanziò un capitale di 100.000.000 di dollari, che il Ministero del Tesoro iscrisse a credito del governo italiano. In parte, doveva servire all’acquisto del materiale. Il resto della somma doveva controbilanciare le spese fatte dalle truppe americane in Italia, il valore delle esportazioni e le somme inviate dall’America alle famiglie italiane. Anche gli inglesi si regolarono presso a poco nello stesso modo.

Il programma era diviso in due parti: la prima  categoria A  si occupava delle «responsabilità militari», e cioè di alleviare il malessere della popolazione, qualora potesse essere di pregiudizio alle operazioni militari. I governi inglese ed americano dovevano pensare alle spese. La seconda parte  categoria B  riguardava l’attività economica: industrie principali, trasporti, energia elettrica, agricoltura, generi di uso e consumo, carburante e materie prime. Qualora si fossero trovate intatte le industrie dell’Italia settentrionale, le materie prime avrebbero potuto sostituire le merci confezionate.

Benché in tempo di pace l’Italia importasse 1.200.000 tonnellate di carbone al mese, soltanto 500.000 tonnellate sarebbero state importate inizialmente in base al nuovo programma. Si calcolava che per ogni tonnellata di nitrato di ammoniaca fabbricato in Italia, ci sarebbe stato un risparmio di tonnellaggio cinque volte superiore.

Per evitare che una parte dei cereali venisse data al bestiame, occorreva procurarsi del mangime. Ci volevano dei chiodi per ferri da cavallo; senza chiodi i ferri erano inservibili e senza ferri i cavalli non potevano camminare. Bisognava procurarsi le parti di ricambio per i trattori, che erano, in media, vecchi di 15 anni. Fu insistito sulla necessità di aumentare il numero dei mezzi di trasporto; quelli esistenti costituivano appena il 41% del minimo necessario per i bisogni civili. Ci volevano i veicoli sufficienti per trasportare ogni mese 1.240.000 tonnellate di merci previste nel programma. Un quarto di questo tonnellaggio era riservato ai viveri ed il resto al materiale: carburante e prodotti per gli impianti industriali. Erano anche urgentemente richiesti vagoni ferroviari per passeggeri (i civili finora avevano viaggiato nei carri bestiame) ed autobus.

LA SOTTOCOMMISSIONE PER LE FINANZE


Al centro dell’attività alleata, c’era la sotto-commissione delle finanze: questa interferiva in ogni questione, perché ad essa spettava il compito di dare il benestare finale alle requisizioni desiderate dagli AMG e di mantenersi in stretto collegamento coi funzionari italiani della finanza. La sotto-commissione trasmetteva al governo italiano le disposizioni in materia finanziaria emesse dai capi di Stato Maggiore alleati; calcolava l’ammontare dei crediti e dei debiti esistenti fra l’Italia e gli alleati; fissava i crediti alleati, il rimborso delle spese alle missioni diplomatiche italiane e sorvegliava le banche, le compagnie di assicurazione e la borsa. Per tramite dell’ufficio finanziario alleato, una delle sue sotto-divisioni si incaricava anche di procurare la moneta necessaria per gli stipendi delle truppe alleate che, generalmente, spendevano il 15% della loro paga in Italia. Per un certo tempo, servì anche da ufficio postale, per trasmettere al governo italiano le richieste alleate. Queste erano considerevoli: le forze armate spendevano una media di uno o due miliardi di lire al mese, per acquisti di materiale e per compensare i vari servizi. Spesso, però, gli inglesi pagavano in contanti e in certi casi, anche gli americani adottarono lo stesso sistema.

La sotto-commissione si occupò delle finanze italiane, ridotte in uno stato deplorevole dall’amministrazione fascista e da uno spreco eccessivo dovuto alle spese militari. Il governo fascista aveva dovuto ricorrere ad una politica finanziaria a corta scadenza; il «deficit» era cresciuto di anno in anno, ed il debito pubblico si avvicinava agli 850 miliardi di lire. Nel primo anno fiscale, 1943-44, dopo l’arrivo degli alleati, ammontava a 56.996.400.000 di lire. Per il 1944-45, fino al 30 aprile, le rendite furono soltanto di 20 miliardi 308.200.000 di lire e si calcolava che le spese si aggirassero tra i 115.132.700.000 e i 137.617.800.000 di lire. Vi erano in circolazione circa 285 miliardi di lire italiane, mentre la circolazione normale era stata, nel 1938, di 30 miliardi. Adesso circolavano anche le Am-lire, che, dal 1° marzo 1945 ammontavano a un totale di 61.353.035.607 di lire. In questa somma erano compresi circa sei miliardi e mezzo di am-lire anticipate al governo italiano. Diciotto miliardi di lire italiane erano valuta nuova, emessa dal governo.

La lira, ufficialmente, aveva ancora il valore di 100 rispetto al dollaro e di 400 per la sterlina. Ma sul mercato nero, il dollaro era venduto da 250 a 350 lire, secondo i giorni, e la sterlina, da 900 a 1200 lire. Per risanare il debito pubblico, bisognava ricostruire l’economia e soprattutto ridare al paese la fiducia nell’avvenire dell’Italia.

Per la prima volta dopo la liberazione, fu emesso nell’aprile del 1945 un prestito di buoni del tesoro, colla speranza che la nuova Italia liberata sarebbe stata capace di raddoppiare lo sforzo fatto nel 1942, durante l’amministrazione fascista. Allora, il prestito emesso era stato coperto per 12 miliardi. I nuovi buoni del tesoro furono emessi al 5% per cinque anni, a 100 lire l’uno alla pari, ma venduti a 97,50 dando così un interesse effettivo del 6,14%.

Le sottoscrizioni nell’Italia centromeridionale, raggiunsero 33 miliardi di lire, e 50 miliardi nel nord, portando così il totale previsto a sette volte la cifra raggiunta dall’ultimo prestito fascista.

La fiducia del pubblico cominciava a farsi sentire. I depositi bancari erano cresciuti di quasi 21.340 milioni di lire dal luglio 1944 al febbraio 1945. C’erano allora nelle banche 78.179 milioni in conto corrente. I risparmi postali erano cresciuti di 5.866 milioni di lire in un periodo di nove mesi. Durante lo stesso periodo, gli investimenti in buoni del tesoro ammontarono a 18.442 milioni di lire.

Di grande aiuto furono gli assegni spediti dall’America e dall’Inghilterra a parenti italiani. Al 31 marzo, ne erano arrivati 465.447 dagli Stati Uniti per un valore di 21.998.596,66 di dollari, e 22.113 dall’Inghilterra, un valore cioè di 323.743 sterline, 15 scellini e 4 pence.

Anche le entrate erano cresciute, altro segno di progresso economico, quantunque gran parte del miglioramento si dovesse attribuire alle pressioni energiche della sotto-commissione. In 36 province dell’Italia centrale e meridionale liberate da un anno o più si verificò un aumento di quasi un miliardo di lire. Questo dal 1° luglio 1944 al 1° aprile 1945: in meno d’un anno furono infatti versati 9.653.900.000 di lire; nello stesso periodo, del 1943-44, si erano incassati soltanto 8.670.400.000 di lire. La riscossione delle tasse non era facile; c’erano 54 tasse governative e 21 locali,  più di 100 in tutto  per alcune delle quali la riscossione era così onerosa da togliere il 50% del profitto. Il lotto governativo costituiva una buona fonte di guadagno: in otto mesi, fino al marzo 1945, aveva reso più di 242 milioni di lire. Napoli versava da sola 10 milioni di lire alla settimana.

Un’altra entrata importante furono i monopoli di stato - sale, tabacchi e fiammiferi. L’80% degli incassi per il solo tabacco andava al tesoro italiano. La parte finanziaria dei monopoli era controllata dalla sottocommissione delle finanze, mentre la sotto-commissione dell’industria si occupava dei rifornimenti. Nei sei mesi prima del 31 dicembre 1944, gli incassi del tabacco - 1.420 milioni di lire - formavano il 20% di tutta la rendita dello Stato. Le entrate lorde del tabacco per l’anno fiscale 1943-44 (per il territorio al sud della linea di Cassino) furono di 4.225 milioni di lire, che crebbero l’anno seguente fino a 4.362. Dodici manifatture fabbricavano in media 373.000.000 di sigarette al mese (più una quantità di sigari e di tabacco da presa), impiegando 25.000 operai. Si coltivavano in Italia circa 19.000 tonnellate di tabacco per i sette milioni e mezzo di fumatori, ossia gli uomini al di sopra dei 17 anni. Le manifatture dei tabacchi lavoravano a rilento perché la carta arrivava irregolarmente dagli Stati Uniti e spesso mancava l’energia elettrica. Inoltre, la guerra aveva distrutto il 14% delle macchine per la fabbricazione delle sigarette ed il 20% del macchinario per tagliare il tabacco. Nel 1944, il prezzo ufficiale delle sigarette si aggirava dalle 14 alle 30 lire al pacchetto di 20; nel 1945, costavano da 40 a 100 lire il pacchetto.

Il monopolio del sale procurò un’entrata di 334 milioni di lire durante l’anno fiscale 1943-44, e di 634 milioni fino all’aprile dell’anno successivo. Fortunatamente, fin dal principio, si erano incontrate relativamente poche difficoltà. La produzione, nei primi quattro mesi del 1945, fu di 6.550 tonnellate, soltanto nelle miniere regolari. Le quattro grandi miniere di sale marittimo non avevano ancora ripreso a funzionare. Il reddito del monopolio dei fiammiferi era relativamente scarso: per l’anno fiscale 1943-44 furono dichiarati alla sotto-commissione di finanza 160.000.000 di lire. Ci volle un lavoro intensivo per riuscire ad aumentare la produzione del 1944 fino a poter crescere la razione a 25 fiammiferi per persona al mese. Nella primavera del 1945, fu portata a 50. Il 1° maggio dieci fabbriche producevano un miliardo e duecento milioni di fiammiferi al mese. Nel 1943, una sola fabbrica di fiammiferi era in funzione.

Il programma della sotto-commissione delle finanze comportava anche la protezione della proprietà alleata e il controllo della proprietà nemica e di quella fascista. Di questo, fino al principio del 1945, si era occupata la sotto-commissione del «controllo della proprietà», che fu poi assorbita dalla sotto-commissione delle finanze. Fino al 30 aprile 1945, i funzionari della prima sotto-commissione avevano assunto la protezione di 5.093 proprietà americane, 1.133 inglesi, 657 francesi, 21 russe, 92 greche, 16 jugoslave, 74 brasiliane ed altre 207 proprietà degli alleati, 181 proprietà fasciste e sei tedesche erano sotto controllo - in tutto 7.480. I fabbricati - ville, tenute, case - ammontavano a 1.320; le proprietà industriali e commerciali - fabbriche, botteghe e banche - erano 185; le proprietà parastatali 161. Inoltre 5.806 persone possedevano titoli, valori, ecc. Il 30 aprile 1945, 5.149 proprietà erano state restituite ai proprietari o ai loro agenti accreditati. Le proprietà fasciste parastatali, che erano semi-pubbliche, furono restituite al governo italiano. Furono anche scongelati parecchi conti in banca; allo scoppio della guerra, i depositi alleati raggiungevano un miliardo e 435 milioni di lire. Di questi, 819 milioni appartenevano a sudditi americani, 295 milioni a cittadini inglesi, 280 milioni a cittadini francesi e 41 milioni a alleati di varie nazionalità. Nel trattare queste operazioni di trapasso di beni, i funzionari della sotto-commissione dovevano agire da amministratori delle imprese più diverse; una di queste operazioni riguardava un campo romano di corse per levrieri. Il proprietario ebbe perfino a guadagnarci.

LA SOTTOCOMMISSIONE DEL LAVORO

La sotto-commissione del lavoro partecipava alle operazioni economiche della Commissione. I funzionari del GMA aiutavano le forze armate a procurarsi la mano d’opera nei porti e impiantavano le officine di riparazione. Queste impiegavano più di 335.000 italiani.

Il lavoro procedeva in collaborazione coll’ufficio alleato delle «Risorse Locali», che aveva un comitato per i salari, diretto da un funzionario dell’AC. Si studiava la coordinazione degli stipendi alleati con quelli italiani, basati in maggioranza sulle indennità di caro-vita. I salari corrisposti dagli alleati, però, dovevano essere più alti, affinché le forze militari potessero disporre di una mano d’opera scelta.

Nonostante il rincaro dei prezzi ed il conseguente malcontento fra gli operai, la sotto-commissione riuscì sempre ad ottenere la cooperazione delle organizzazioni italiane del lavoro, per il regolamento dei dissidi. Non ci fu mai una seria minaccia di sciopero che potesse intralciare lo sforzo bellico.

Il compito principale della sotto-commissione era quello di aiutare l’AC a svolgere la sua missione democratica: liberare l’Italia dal sistema corporativo fascista e riorganizzare un’amministrazione del lavoro libera in seno al governo nazionale.

Quando si formava un ufficio del lavoro regionale o provinciale, bisognava assicurarsi che il reclutamento dei funzionari fosse esente da corruzione e da favoritismi fascisti. Bisognava stabilire delle unioni del lavoro indipendenti che garantissero la libertà della domanda e dell’offerta, e che regolassero equamente gli stipendi.

La sotto-commissione istruiva i datori di lavoro, come gli operai, nell’arte democratica delle discussioni e delle negoziazioni per giungere ad un accordo. Incoraggiava gli sforzi italiani cominciati fin dalla liberazione di Napoli per organizzare un Sindacato dei lavoratori.

Nel settembre 1944, si fondevano le tre confederazioni del lavoro di Bari, Napoli e Roma, e formavano la «Confederazione Generale Italiana del Lavoro». Si calcolava che la CGIL  accettata dalla Commissione come rappresentante accreditata del lavoro italiano, contasse due milioni di membri. Furono iniziate le trattative per ristabilire le relazioni colla Camera Internazionale del Lavoro. I capi delle organizzazioni inglesi, russe e americane visitarono l’Italia approvando la rinascita dei movimenti italiani.

L’opera svolta dalla sotto-commissione del lavoro per la coordinazione dei salari, toccava uno dei centri vitali della società italiana. L’inflazione era una minaccia seria per un paese devastato dalla guerra, coi negozi vuoti e nell’impossibilità di procurarsi gli oggetti di prima necessità. I prezzi crescevano costantemente, ma per fortuna sempre con una certa misura. Il controllo dei prezzi - per mantenere la merce esistente ad un livello accessibile alla gran massa dei consumatori - era pressoché inefficace. Soltanto le misure prese dall’AMG per imporre un controllo dei prezzi sugli oggetti in vendita alle forze armate, avevano riscosso un successo moderato.

Il mercato nero, ossia il mercato libero ed incontrollato, continuava a prosperare. Ci furono delle azioni locali isolate; i cittadini di Grosseto, per esempio, avevano creato un comitato di vigilanza ed erano riusciti ad imporre al mercato dei prezzi fissi e moderati. Ma si trattava di casi eccezionali. I poveri, e la classe media specialmente, soffrivano di questa situazione. Per far calare i prezzi esorbitanti del mercato nero, ci volevano o dei rifornimenti di viveri adeguati, o una polizia abbastanza forte e numerosa da potersi imporre. Nella regione Marche-Abruzzi, i posti di blocco stradali erano passati sotto il controllo della polizia militare e dopo qualche settimana i prezzi erano calati abbastanza da permettere ad una famiglia di vivere con 3.500 lire al mese. L’abbondanza dei viveri migliorava naturalmente la situazione. Nell’autunno del 1944, l’AMG di Napoli rovinò gli speculatori, inondando il mercato di patate.

Nella primavera del 1945 a Roma, come in altri centri urbani, si doveva acquistare la maggioranza dei viveri al mercato nero. La razione ufficiale dava in media 800 calorie al giorno. Per arrivare alle 1.600 calorie necessarie, bisognava «arrangiarsi». Il mercato nero trafficava principalmente in merce civile. I generi alleati si vendevano a prezzi altissimi, ma formavano una piccolissima parte del traffico generale. I furti nei depositi alleati erano minimi. Per poter vendere la merce degli alleati ai civili, il personale militare doveva adoperare mezzi di trasporto militari e ciò rendeva l’operazione complicata e pericolosa. Su 2.000 casi di mercato nero giudicati nel 1944 dalla polizia militare americana, soltanto la metà riguardava casi di vendita di materiale alleato. Per il 20% di questi casi, si trattava di furti semplici, effettuati da civili; e il 35% erano per possesso illegale, ossia gente che aveva accettato dei regali dai soldati alleati. I reati più comuni erano commessi da persone che cercavano di procurarsi viveri, benzina, coperte, vestiario, oppure di servirsi degli automezzi alleati per il trasporto di grano, olio d’oliva. ecc.

Il prezzo ufficiale del grano era stato fissato in 1.000 lire al quintale. Sul mercato nero, si vendeva per 8.000 o 13.000 lire secondo la stagione.

Per ottenere un regime normale di 2.200 calorie, una famiglia romana di cinque persone, doveva spendere 12.456 lire, nel mese di marzo 1945. La stessa famiglia, nel dicembre 1944, avrebbe speso 10.227 lire.; nel settembre 1943, 2.392 lire; nel settembre 1942 1.147 lire e nel settembre 1938, la spesa mensile non avrebbe superato le 448 lire.

Più del 90% di questo cibo necessario si trovava soltanto sul mercato nero. Per le città vicine a zone produttive, la percentuale era leggermente minore. A Roma, nel 1938, il pane costava 1,85 lire al chilogrammo; nel gennaio 1945, costava, sul mercato nero, da 80 a 120 lire al kg. La stessa proporzione c’era per la pasta: da 2,70 lire al kg. era arrivata a 220 lire per quella bianca e 200 lire per quella più scura. L’olio da 7,68 al litro, era cresciuto a 440 e 450 lire; la carne da 9,67 lire a 500 o 600 lire al kg.

Il dislivello fra i prezzi e i salari può essere illustrato dal fatto che un ragazzino di quattr’anni si guadagnava 15 lire per una lustratura di scarpe, mentre un uomo, capo di famiglia, riceveva 8 lire al giorno come indennità di disoccupazione. Per parecchi anni prima della caduta del fascismo, non c’era stata una revisione degli stipendi. Erano state autorizzate periodicamente delle indennità di carovita, che servivano solo da palliativi. La differenza di trattamento tra operai semplici ed operai specializzati stava scomparendo. Un muratore era ufficialmente pagato 283 lire al giorno, mentre un manovale poteva riuscire a guadagnarne 273. Fu riferito alla sotto-commissione che il costo di produzione delle filature di Prato ammontava, al principio del 1945, a 300.000 lire al giorno. Di queste, 8.000 lire soltanto andavano per la retribuzione della mano d’opera. Un tempo il costo della lavorazione si calcolava fosse del 33%; adesso era ridotto al 2,5%. Il filo di Lucca si pagava, in fabbrica, 14 lire per cento metri; a Roma, nei negozi, il prezzo era di 140 lire.

Nell’aprile del 1945, i prezzi cominciarono a calare leggermente, e una famiglia di cinque persone poté nuovamente campare con 12.296 lire al mese. Ciò fu dovuto alla imminente liberazione dell’Italia settentrionale; si sapeva che nel nord il livello dei prezzi era più basso e ciò influiva sul mercato. La Commissione Alleata, il 30 marzo 1945, impiantò un ufficio consultivo anti-inflazione, che doveva consigliare il commissario capo sulle misure di controllo da adottare nel territorio dell’AMG. Fu istituita una linea di demarcazione economica fra il nord e il resto dell’Italia, per evitare che dopo la liberazione il nord fosse invaso dall’inflazione. Si voleva anche impedire agli speculatori di impadronirsi dei prodotti disponibili e realizzare dei profitti fantastici rivendendoli al sud. L’ufficio consultivo decise di inaugurare un controllo severissimo sui salari e sui prezzi; chiese al governo di fare gli acquisti direttamente, per tramite dei suoi enti per l’alimentazione e di respingere il numero di licenze di vendita accordate ai distributori. Agli uffici nazionali, regionali e provinciali per la coordinazione dei salari, fu raccomandato di agire con cautela, cercando di giungere ad un accordo fra le diverse parti interessate. Il governo italiano, in questi comitati, doveva rappresentare il consumatore.

Provvedimenti simili furono presi dall’AMG in tutto il paese.



X

L’ULTIMO GIRONE


Il nuovo piano per l’Italia era ben avviato. Spettava ora agli italiani continuare il lavoro, senza sorveglianza e assumendosi ogni responsabilità. La liberazione dei prigionieri di guerra italiani in Italia urtò in un lieve ostacolo. Gli stessi prigionieri italiani, che lavoravano per gli alleati, e godevano di una relativa libertà, erano contrari al cambiamento del loro status; il loro mantenimento era gratuito ed erano economicamente indipendenti. Si arrivò finalmente ad un accordo per il rilascio di questi uomini  erano 34.000  ed il governo italiano fu incaricato della loro protezione.

Nel territorio restituito all’amministrazione italiana, il collegamento tra la Commissione ed il governo cominciava a funzionare secondo i resoconti del mese di aprile. In Sardegna, il periodo di siccità fu deleterio per il bestiame. Nelle città dell’isola la disoccupazione era grande, ma le zone rurali mancavano di mano d’opera in seguito alla chiamata alle armi. In Sicilia, la compagnia dei trasporti organizzata dall’AMG nel 1943, doveva essere ceduta al governo italiano.

L’ufficiale di collegamento di Catania fece un rapporto informando che la criminalità era in lieve aumento, ma che i ragazzi si recavano a scuola con maggiore assiduità. Da 8.000 il numero dei ragazzi che seguivano le lezioni aumentò fino a 20.000. A Bari, le autorità dovevano occuparsi di 600 famiglie rimaste senza casa in seguito all’esplosione di un piroscafo nel porto. A Napoli, il commissario dell’AMG (che fungeva anche da ufficiale di collegamento per l’Italia sud occidentale) parlava di un aumento della criminalità e di un gran fermento tra gli operai. La Commissione stava anche cercando di affrettare il trasferimento dei poteri ai funzionari civili. L’amministrazione per l’economia estera ed il servizio estero ausiliario  ambedue organizzazioni dipendenti dal ministero degli esteri americano  offrirono dei posti agli ufficiali della Commissione. Se accettavano, questi ufficiali venivano smobilitati dal Ministero della Guerra americano e diventavano impiegati civili della Commissione Alleata. Anche gli inglesi aumentarono il numero dei loro impiegati civili, ma su scala minore.

Preoccupandosi del lavoro da svolgere nel nord, la Commissione riaffermò che, giunto il momento, l’AMG avrebbe dovuto collaborare in pieno con i Comitati di Liberazione; il compito dei CLN però, sarebbe stato unicamente consultivo: l’AMG avrebbe assunto tutti i poteri da essi esercitati prima della liberazione. 50 ufficiali americani furono scelti dall’Alto Comando tra le unità combattenti per seguire un corso speciale organizzato dall’AC; essi sarebbero stati eventualmente assegnati all’AMG, per l’amministrazione delle zone settentrionali. Furono stabiliti dei piani per la chiusura delle frontiere, sia come misura di sicurezza, per impedire la fuga dei criminali di guerra, sia per evitare un afflusso di profughi dall’Europa centrale  si prevedeva che più di un milione sarebbero rimpatriati. Ingenti quantità di viveri furono depositati nei porti di Ancona e di Livorno per essere più tardi inviati al nord. 20.000 carabinieri furono mobilitati per mantenere l’ordine nelle nuove zone liberate.

La sostituzione di soldati americani con civili ex-combattenti cominciò a cambiare l’aspetto generale della Commissione. Questo cambiamento fu ancora accentuato dalla mobilitazione di un certo numero di ufficiali inglesi ed americani per l’amministrazione dell’Austria, dopo la caduta di questo baluardo nazista.

L’esperienza dell’AC servì di esempio per il Governo Militare di altri paesi. Molti funzionari che prestavano servizio in Germania avevano già lavorato in Italia. L’AMG in Germania redasse i suoi «Fragebogen» (questionari di sicurezza) sul modello delle «schede personali» italiane. Queste avevano lo scopo di vagliare i numerosi funzionari dello stato e scoprire quelli veramente responsabili.

Furono accuratamente studiati i problemi di frontiera  la Liguria e il Piemonte al confine francese, Trieste e la Venezia Giulia al confine jugoslavo.

Ufficiali alleati del servizio segreto che disponevano di fondi adeguati, aiutavano i patrioti italiani nelle zone settentrionali; li tenevano in continuo stato di allarme per far fronte agli attacchi tedeschi contro gli importantissimi impianti industriali della valle del Po.

Alla vigilia della liberazione dell’Italia del nord, tanto l’AC quanto l’amministrazione italiana, segnavano il passo. Nella provincia di Ravenna furono prosciugati 22.000 ettari di terreno allagato dai tedeschi in ritirata. Lungo la costa Adriatica, gli agricoltori ricominciarono l’allevamento dei bachi da seta.

Nella provincia di Macerata, 100.000 porcellini erano pronti per l’esportazione. Ad Ancona, si era iniziato con successo l’ammasso delle uova: 340.000 uova furono raccolte ogni mese e messe in vendita a 10 lire l’uno (a Roma le uova costavano 25 lire).

Nella Repubblica indipendente di San Marino ebbe luogo, il 1° aprile, l’elezione semestrale del Reggente. San Marino espresse la sua gratitudine all’AMG per gli aiuti prestati in viveri, trasporti, rifornimenti medici, nonché per la soluzione del problema dei profughi, di cui la piccola repubblica era gremita.

Fu studiata la possibilità di trasferire altri territori alla giurisdizione del governo italiano. Per la prima volta, nella storia italiana, fu organizzata a Rimini una scuola tecnica libera. La città di Rimini, inoltre, formulò un piano elaborato per la sua ricostruzione.

La campagna finale ebbe inizio il 9 aprile, e il 15 dello stesso mese la 5ª e l’8ª armata sfondarono le linee nemiche lungo l’intera penisola. Il 20 aprile cadde Bologna. Truppe italiane addestrate dall’esercito britannico ebbero l’onore di partecipare per la prima volta alla liberazione di una delle loro grandi città.

In rapide puntate, gli eserciti alleati irruppero nella valle del Po e risalirono fino alle Alpi. Le grandi città del nord  Milano Genova, Venezia e Torino  furono tutte liberate dai patrioti prima che vi entrassero le forze alleate. Ovunque, le valorose forze di patrioti salvarono gli impianti industriali e le centrali elettriche; mantennero l’ordine e giustiziarono i fascisti, compreso l’ex Duce Benito Mussolini.

Quando i nazisti si arresero senza condizioni in Italia, il 2 maggio 1945, le province del nord erano praticamente intatte. La popolazione era attiva ed energica, sebbene fosse difficile lavorare per la scarsità di carburante e di materie prime. L’AC entrava nell’ultima fase della sua missione.


INDICE

Pag.

Presentazione                                1

I - Introduzione .                              6

II - Sicilia - I primi giorni                    8

III - Brindisi e la riorganizzazione      11

IV - Napoli e la co-belligeranza         15

V - Dietro la linea di Cassino            21

VI - Roma e la stabilizzazione          27

VII - Riassunto                                33

VIII - Il nuovo indirizzo per l’Italia       39

IX - Il lavoro delle sottocommissioni   45

X - L’ultimo girone                            68



1. Per un quadro pressoché completo del ruolo svolto dalla propaganda degli Alleati in Italia è da consultare la Ph.D sostenuta nella Princeton University nel 1954 da R.W. Van de Velde “The Role of U.S. Propaganda in Italy’s return to Political Democracy, 1943-1948”.

2. Lamberto Mercuri: «1943-1945. Gli Alleati e l’Italia», ed. E.S.I., 1975, pp. 58 e 59.

3. Lamberto Mercuri, già cit., pag. 195.

4. I. Berlin: «Churchill e Roosevelt», in Tempo Presente, a. X febbraio, 1965, pag. 9.

5. Luigi Bonnate: «L’Italia nel nuovo sistema internazionale» in Comunità, n. 170 ottobre 1973, pp. 49.

6. «Clement Atlee in visita a Washington fu pronto ad esser d’accordo con Hoover. Egli citò Roosevelt quando disse «inevitabile» che gli Stati Uniti avrebbe giocato un ruolo più grande nel salvare la civiltà. Il Presidente Roosevelt venne ancora più avanti. Puntando su di un atlante, egli informò il suo interlocutore londinese “Qui è dove voglio portare le truppe americane”. Il dito di Roosevelt rimase su Algeri». A.A. Hochling «American’s Road to War 1939-41», London, 1970.

7. Vedi «Profilo ideologico del Novecento», in «Storia della Letteratura italiana», Garzanti, 1969, pag. 216.

8. Nel luglio 1945 ne rimanevano solo 4: 2 in Sicilia, 1 a Lampedusa e l’ultimo a Pantelleria.