La figura di Duccio Galimberti
contributo di Aldo Visalberghi

Gli aspetti più rilevanti della personalità di Duccio sono stati a mio avviso la sua capacità di organizzazione e conduzione della lotta partigiana sul piano militare, la sua cultura politica progettuale e soprattutto la sua profonda umanità. La vocazione militare era puramente funzionale alla sua concezione della guerra di liberazione. Non era certo un militarista, ma considerava essenziale che si passasse da una situazione di guerriglia spontanea per bande di vario colore, quale quella già in atto con il primo contatto militare del CLN del Piemonte (annientato con le fucilazioni al Martinetto di Braccini, Giambone e del generale Perotti), ad un'organizzazione articolata sul territorio di formazioni GL, spesso conviventi a mosaico con quelle Garibaldine, Autonome, Cattoliche e Matteotti. Questa impostazione non coincideva pienamente con quella di altri azionisti di primissimo piano, quali Livio Bianco o Giorgio Agosti, che consideravano la guerra partigiana come complesso di azioni largamente autonome sul territorio. Ma ben presto la validità della sua impostazione fu riconosciuta, proprio per la sua valenza politica. 

E' importante rileggere in proposito la lettera di Giorgio Agosti a Livio Bianco del 28 gennaio '45. Ne riporto la parte centrale. Dopo la morte di Duccio, rimasto praticamente solo ad occuparmi delle questioni militari con alcuni collaboratori più giovani e più inesperti che subivano molto la mia influenza, sono partito col proposito di non ricostruire un vero e proprio comando; ma semplicemente di rimontare un centro di collegamenti, con funzioni limitate allo smistamento dei soldi e della stampa, ma senza ufficio, senza circolari, senza cariche, senza burocrazia. Questa mia convinzione (alla quale non erano forse estranee le mie critiche sul metodo troppo accentratore di Duccio e sul conseguente pericolo di slittare verso i militari puri) si basava soprattutto sull'impossibilità di funzionamento efficace di un comando che non fosse poi subito individuato e bruciato; si può fare della stampa clandestina, del sindacalismo clandestino, ma non si può dirigere clandestinamente un esercito, tanto più quando all'assillo continuo della difesa contro la polizia si uniscono difficoltà materiali quasi insormontabili di collegamento. Un comando, mi dicevo, deve avere essenzialmente due funzioni: la funzione organizzativa e quella operativa: ora, la prima il comando GL non può svolgerla che in misura assai limitata, la seconda non può svolgerla affatto. Dimenticavo però - e questa è la ragione del mio revirement - che un comando su base squisitamente politica come quello GL ha una terza funzione, più importante delle altre due, ed è quella di impostare la politica militare del partito: funzione specialmente importante per il partito d'azione, che non dispone di forze di massa all'infuori di quelle partigiane. 

E che tanto più importante diventerà dati i rapporti sempre più stretti che vanno stabilendosi fra noi e gli alleati. Non si può quindi prescindere da un comando, che sia tale non tanto sul piano tecnico-burocratico, quanto sul piano politico diplomatico; che tenga cioè in mano le fila politiche dell'organizzazione GL, che tratti con gli alleati e domani col nostro governo, che impedisca deviazioni in senso antigaribaldino, e via dicendo; che raccolga insomma sul terreno politico i frutti delle molte iniziative spesso interessantissime, sempre irregolari e disordinate, delle formazioni periferiche. Problemi come quelli che tu ti sei trovato ad affrontare per la I Divisione (rapporti con le forze repubblicane) debbono di necessità essere affrontati e risolti dal centro secondo una direttiva uniforme. Questo è d'altronde il significato del Comando Alta Italia, che ha anche meno dei comandi regionali influenza diretta sulle bande; questo è il valore dell'opera di un Parri, il quale non ha mai sparato un colpo dal'8 settembre, ma che a Roma ha trattato da pari a pari con Wilson e con Bonomi. (G. Agosti - L. Bianco, Un'amicizia partigiana. Lettere 1943-1945, con introduzione di G. De Luna, Albert Meynier, Torino 1990). Le formazioni GL nel Piemonte, riorganizzate in Divisioni e Brigate, avevano avuto ben presto commissari politici accanto ai comandanti militari, gli uni e gli altri espressione spontanea dei singoli reparti, ma con ratifica e talvolta avvicendamenti disposti dal centro. 

La maturazione politica avveniva naturalmente, in modi molteplici (fogli clandestini, volantini, discussioni, pochi discorsi di indottrinamento). Il rigore morale nel comportamento sia fra partigiani (anche di diverse formazioni), sia soprattutto nei rapporti con la popolazione civile era curato al massimo da Duccio, in tutte le forme utili e concrete, senza retorica ma senza cedimenti (probabilmente più che nelle altre formazioni: cfr. lettera a G. Agosti a L. Bianco del 5 ottobre '44: le GL si sono ormai affermate come le bande dei partigiani per bene, le bande che hanno uno stile e un costume di guerra loro, che non taglieggiano le popolazioni, che hanno un simpatico spirito di corpo, che reggono bene agli inevitabili rovesci). Lo spirito di corpo poteva anche comportare qualche rivalità all'interno delle stesse GL, ma si trattava di sana emulazione piuttosto di veri contrasti. C'era ad esempio un certo spirito d'emulazione fra la I e la II Divisione GL, operanti nel Cuneese, tanto è vero che quando fu deciso dal Comando Regionale del Piemonte di trasferire reparti nella zona collinosa delle Langhe nel febbraio '45 non fu possibile aggregarle in una nuova sola divisione, ma ne nacquero due al comando rispettivamente di Alberto Bianco e di Giorgio Bocca. 

Io come ispettore inviato ad hoc sul posto dovetti accettare tale soluzione un po' obtorto collo, perché mi sembrava sproporzionata agli effettivi disponibili. Ma due mesi dopo, i nuovi arruolamenti, pur in una zona di pregressi insediamenti degli autonomi e dei Garibaldini, resero così consistenti le due nuove divisioni GL da liberarmi di ogni scrupolo per la mia trascorsa cedevolezza. Anche Duccio, mi dissi, ricordando una certa disinvoltura ottimistica con cui avevamo operato nel Canavese e nel Monferrato, avrebbe approvato, se fosse stato ancora vivo. Duccio era per tradizione familiare un mazziniano fattosi adepto del liberal-socialismo di Rosselli, ed aveva una concezione quasi religiosa dell'antifascismo. Ma le sue vedute politiche andavano ben oltre un radicale rifiuto di ogni dittatura, erano coraggiosamente costruttive e di respiro europeo. Nel '42 '43 aveva elaborato con Antonino Répaci un progetto di costituzione federale europea e interna, fondato sulle autonomie comunitarie ai vari livelli (e con esclusione dei partiti politici). Ma rifuggiva da ogni settarismo ideologico: ricordo il suo incontro con Pedro Ferreira (poi fucilato al Martinetto, medaglia d'oro) comandante di divisione GL in Val Chiusella insieme dichiaratamente monarchico. 

Si parlò di democrazia politica in senso largo, dell'alternativa monarchia/repubblica avrebbe deciso il popolo. Le difficoltà nei rapporti con formazioni di altro colore (per esempio con i reparti Matteotti di Piero Piero, sempre in Val Chiusella) Duccio le affrontò sempre con realismo e grande equilibrio, magari ingoiando qualche rospo. Ma non si poteva fare altrimenti, anche di fronte ai giustificati atti di prepotenza e sadismo. L'umanità di Duccio traspariva dal suo tratto, dal suo sorriso, dalla sua saggezza, ed anche dal suo disagio di fronte ad ogni pur necessaria crudeltà, quali le indispensabili rappresaglie su tedeschi e fascisti, che avessero infierito sulla popolazione civile. Ne parlammo a lungo nelle soste di alcune trasferte in comune. In proposito mi permetto di rimandare al mio articolo Il comandante regionale delle GL apparso nel novembre 1964 su Resistenza (Torino, direttore Gino Viano Bellandi). Ma non c'era altro modo di difendere il nostro popolo dalla brutalità nazifascista. Ed egli era veramente vicino al popolo, non per retorica o perché l'appoggio delle popolazioni è per il partigiano come l'acqua per il pesce. 

Mentre, ferito sul Monte Timone nel gennaio '44, attendeva a Canale d'Alba di trasferirsi a Torino, si impegnò a stendere un progetto di riforma agraria di grande apertura e concretezza (fu pubblicato sul Ponte nel 1959). Duccio era uomo di grande fascino personale, parlatore misurato e efficacissimo, dotato di un perfetto controllo di sé, anche nelle circostanze più imbarazzanti (ricordo un interrogatorio da parte di brigatisti neri sui dati anagrafici di una sua falsa carta di identità cui assistetti con la pelle d'oca). Sarebbe stato certamente un grande uomo politico e forse con lui vivo e operante il partito d'azione non si sarebbe frantumato e dissolto. Troppi di noi, fatto il nostro dovere di combattenti antifascisti sono ritornati ad operosa vita civile lasciando a politici di mestiere la cura del bene comune. Penso che Duccio non lo avrebbe fatto. Ed era figura che avrebbe potuto mutare qualcosa nella storia del dopoguerra. Forse nella Resistenza non sarebbe seguita quella desistenza ben presto denunciata da Calamandrei, né in seguito l'equivoco revisionismo che mette tutti sullo stesso piano.

Vorrei poi rammentare, più di quanto oggi si sia fatto, quale è stato l'apporto decisivo delle donne nel movimento GL e alla sua organizzazione militare. Nel quadro del Comando Regionale delle formazioni GL del Piemonte riportato nel volume curato da De Luna e altri Le formazioni GL nella Resistenza. Documenti (Franco Angeli, Milano 1985) su 51 nominativi sette sono di donne, in testa Ada Marchesini Gobetti. E non erano solo vestali del ciclostile, erano responsabili insostituibili dei collegamenti, cioè dell'essenza stessa della nostra organizzazione. Duccio ne era pienamente consapevole e vedeva nel loro impegno, come mi disse una volta, la migliore garanzia del carattere veramente popolare della nostra lotta.
Aldo Visalberghi













(Trieste 1919 - Roma 2007)
Pedagogista italiano, partecipò alle formazioni partigiane
di Giustizia e Libertà e dopo la liberazione si iscrisse al Partito d'azione e poi al Partito socialista italiano. Pedagogista di fama, professore universitario, fu presidente del Centro europeo dell'educazione. 
Fra le sue opere:
J. Dewey (1951)
Misurazione e valutazione nel processo educativo (1955)
Esperienza e valutazione (1958)
Educazione e condizionamento sociale (1964)
Educazione e divisione del lavoro (in collab., 1973)
Pedagogia e scienze dell'educazione (in collab., 1978)
Scuola e cultura di pace (1985)