L'organizzazione del movimento femminile cattolico dal 1943 al 1948


 

QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.37

di Elisa Bizzarri

L'organizzazione del movimento femminile cattolico dal 1943 al 1948


© I Quaderni della FIAP 
È permessa la riproduzione integrale
a fini scientifici e divulgativi del presente articolo
con obbligo di citazione della fonte


Quaderni della FIAP, n.37


L'organizzazione del movimento femminile cattolico dal 1943 al 1948

di Elisa Bizzarri

Quaderno n.37



[La versione integrale del testo è disponibile nel formato pdf]


Introduzione

Agli inizi del secolo l’interesse sempre maggiore per i problemi femminili, acuiti dall’espandersi dell’industria e dalla crescente utilizzazione nelle fabbriche di mano d’opera femminile, più conveniente in quanto meno retribuita di quella maschile, determina la formazione dei primi movimenti femminili organizzati. Gli appelli individuali, che non erano mancati anche nel decennio precedente (basterà ricordare, a tale proposito, i nomi della Kuliscioff e di Anna Maria Mazzoni[1], si vanno trasformando in istanze più generali che, interessando settori sempre più vasti della popolazione femminile, comportano l’esigenza di organizzarsi e di darsi un programma preciso che vada oltre la semplice denuncia prevedendo anche soluzioni concrete.

Nel 1901, venne, infatti, fondata a Milano l’Unione Femminile Nazionale di ispirazione laica, e nel 1906 il partito socialista diede vita ad una «Lega per gli interessi femminili»; di conseguenza, anche da parte cattolica, la necessità, da tempo sentita, di dare alle donne cattoliche la possibilità di esprimersi autonomamente, attraverso una propria organizzazione, divenne, a questo punto, necessità.

Il 4 luglio 1908 la Principessa Cristina Giustiniani Bandini si reca da S.S. Papa Pio X per esporgli un progetto, abbozzato solo a grandi linee, di organizzazione femminile cattolica; di fronte allo scetticismo del Papa, la nobildonna ricorrerà ad un argomento efficacissimo ed inoppugnabile: la necessità di un movimento femminile cattolico da contrapporre ai nascenti movimenti femministi in modo concreto, dando cioè alla donna una collocazione sociale anche al di fuori della famiglia, senza tuttavia intaccare i princìpi della tradizione e della religione, che la vedono compagna dell’uomo, anche se non equiparata a lui, nei diritti e nella funzione sociale.

Nel primo discorso del Papa all’Unione Donne di Azione Cattolica (21 aprile 1909 costituzione ufficiale dell’U.D.A.C.I.) questi concetti vengono ribaditi e la posizione della donna nell’ambito della famiglia e fuori di essa, chiarita e delimitata con precisione dalle parole stesse del Santo Padre: «All’uomo il dovere di provvedere col suo lavoro i mezzi per sostenere ed educare la famiglia, alla donna la cura dell’economia domestica e principalmente dell’educazione dei figli...»; e ancora: «la donna ha pure altri doveri che sorpassano la cerchia della famiglia e riguardano il prossimo. È la donna che deve asciugare le lacrime, lenire dolori, sollevare le miserie temporali e spirituali di coloro che soffrono adempiendo così una missione sociale che la farà apparire angelo d’amore fra gli umani dolori»[2].

Come si vede chiaramente, la funzione sociale della donna al di fuori della famiglia è rigidamente ristretta ad un ambito puramente assistenziale, e il richiamo a San Paolo che la vede soggetta all’uomo, non lascia dubbi sull’indirizzo e sugli scopi di questa nuova organizzazione. È illuminante, a tale proposito, una lettera datata 15 agosto 1908 indirizzata da Papa Pio X a Toniolo «… In tanta confusione di idee - scrive il Pontefice - Ella ripeta anche a quelle due ottime che se si pensasse di formare una qualche associazione, di questa non possono far parte che donne che siano veramente cattoliche senza epiteti (e di questo converrebbe fare esplicita dichiarazione nello Statuto) e che lo scopo della associazione deve essere quello della azione della donna nella famiglia, in qualunque stato si trovi e nella società per le opere infinite di religione e di beneficenza, esclusa affatto la politica e la esigenza di diritti, che sono in opposizione diretta coi doveri imposti alla donna dalla Provvidenza”[3].

La posizione del Papa, estremamente esplicita per ciò che riguarda i diritti della donna, e la sua preoccupazione acché essi Siano del tutto estranei alla nuova organizzazione, trovano una loro spiegazione nei fatti che precedono la formazione dell’Unione.

Questa, infatti, non nasce semplicemente dalle preoccupazioni che si nutrono negli ambienti cattolici più vicini alla Santa Sede nei confronti del dilagante spirito laico, della diffusione sempre crescente del materialismo socialista e dell’adesione che le prime istanze dei movimenti femministi riscuotono anche tra le donne cattoliche; è bensì anche un punto di arrivo, la conclusione di tutto un processo di presa di coscienza da parte delle donne cristiane e della parte più avanzata del mondo cattolico, nei confronti della mutata posizione della donna all’interno della società, soprattutto dei problemi che il suo parziale inserimento nel mondo del lavoro, nei settori più umili, ha creato, affiancando alla ben nota «questione sociale» la più complessa «questione femminile».

Già nel 1898 infatti, all’interno dell’Opera dei Congressi, viene messa in luce da Monsignor Radini, poi vescovo di Bergamo, la necessità che le donne partecipino attivamente all’azione sociale cattolica nei confronti di quelle masse maschili e femminili, il cui pedissequo sfruttamento ha posto nei termini più gravi la «questione sociale», questione che per i cattolici rappresenta un problema ad un tempo morale e politico; morale in quanto l’ala più progressista ha posto l’accento sulla netta contraddizione tra questo tipo di organizzazione economica del lavoro, e i princìpi evangelici di giustizia e di solidarietà umana, politico in quanto non occuparsi del problema significa lasciare libero spazio all’espandersi delle idee socialiste che trovano sempre più largo credito tra quella gente, cui la religione, intesa come devozione, speranza, preghiera, non basta più, non può bastare.

Si tratta, perciò, di ridare alla religione e ai suoi principi un valore tangibile che si concretizzi più in opere ed azioni che in quelle forme di religiosità, ormai per molti, solo formali e consuetudinarie.

È perciò nell'ambito di questa esigenza che, facendo appello a «tutte» le forze tradizionalmente vicine alla Chiesa, ci si rivolge anche alle donne cristiane affinché contribuiscano direttamente alla rinascita spirituale della società moderna e costituiscano proprio loro il più valido baluardo per la difesa dei principi tradizionali.

La giustificazione e i limiti di questo appello li troviamo nella stessa dottrina cristiana cosi come lo stesso Radini la enuncia a questo proposito: «Quando Dio creò la donna? Quando volle che l’uomo fosse sociale nel fatto e nel diritto: non est bonum hominem esse solum. Perché la creò Iddio? Perché all’uomo fosse di aiuto: Facimus adiutorium simile sibi. Quale la dichiarò Adamo quando la vide e l’ebbe da Dio? Compagna sua: quam dedisti mihi sociam. Con quali limiti fu ella data aiuto e compagna? Senza limiti di sorta; sicché dove l’uomo agisce ivi deve essergli la donna aiuto e compagna”[4].

Perciò il potere e il dovere da parte della donna di assumersi responsabilità sociali se derivano dal fatto che il fine soprannaturale è per l’uomo e la donna il medesimo, e la dignità di entrambi è voluta da Dio, per lo stesso motivo il tipo di denuncia e quindi di lotta che questo femminismo cristiano porta avanti è contro l’avvilimento della dignità della donna più nel campo morale-educativo che nel campo giuridico-sociale nei confronti del quale nutre, al contrario, una certa indifferenza.

Possiamo perciò dire che come l’attenzione posta e le soluzioni prospettate alla questione sociale scaturiscono per i cattolici dalla rilettura e da un più attento esame della dottrina cristiana, che non solo le legittima ma ne costituisce il fondamento, così l'appello alle donne perché si assumano anch’esse le proprie responsabilità sociali trova la sua «base ideologica» nella stessa verità cristiana.

Il femminismo cattolico trova la sua prima espressione in una rivista: «Azione Muliebre», che ha quasi subito occasione di far sentire la propria voce e quella delle donne che intende rappresentare, raccogliendo centomila firme contro una proposta di legge presentata alla Camera in favore del divorzio[5].

Tuttavia a pochissima distanza dalla sua fondazione si verifica, al suo interno, in relazione alla questione del voto femminile, la prima spaccatura. Un articolo di Adele Coari si pronuncia infatti a favore di esso, ma la direttrice del giornale, Elena Da Persico, si dissocia completamente dall’opinione espressa dalla sua redattrice[6].

La Coari andrà allontanandosi sempre più dalle posizioni della rivista sino a fondarne una propria, «Pensiero e Azione», molto più avanzata e progressista di «Azione Muliebre».

La strada che percorre la Coari, e che la porterà allo scontro con le alte gerarchie ecclesiastiche, è quella della presa di coscienza, attraverso l’attenzione posta al problema delle donne operaie, della condizione della donna nella società e la conseguente redazione di un programma minimo femminista, che l’avvicina alle posizioni più avanzate delle laiche.

Già nel 1906 le sue opinioni si scontrano con quelle del Pontefice, che si pronuncia contro la concessione del voto alle donne[7], ma nel 1908, dopo il Congresso di Roma a cui partecipano tutte le associazioni femminili, e nel quale viene votata una mozione a favore dell’insegnamento laico, la Coari, che pure si è battuta contro la mozione, viene liquidata per le sue evidenti adesioni, dimostrate in altre occasioni, con i principi del femminismo laico e socialista[8].

L’Unione Donne che nasce subito dopo sarà perciò la risposta delle forze cattoliche più conservatrici e più tradizionaliste a questa esigenza, profondamente sentita, di un’associazione che riunisca le donne cattoliche, ma è una soluzione calata dall’alto, e dello spirito e del pensiero che hanno animato la Coari non resterà la minima traccia.

Nonostante ciò l’U.D.A.C.I. non ebbe un facile inizio, i pregiudizi di molti nei confronti di un’associazione di donne, l’iniziale diffidenza di buona parte del clero e l’impreparazione dell’elemento femminile cattolico non furono ostacoli facili da superare, pur con l’appoggio della Santa Sede. Tuttavia, superato questo iniziale momento di difficoltà, l’Unione si diffuse rapidamente, con l’appoggio delle Diocesi e delle Parrocchie, su tutto il territorio nazionale.

La sua attività fu incentrata, sin dall’inizio, sull’apostolato e sull’attività assistenziale, non ebbe cioè quei connotati di rivendicazione sociale e politica che caratterizzavano gli altri movimenti femminili.

Per ciò che riguarda gli anni che seguirono alla creazione ed alla diffusione dell’Unione, l’azione dell’U.D.A.C.I. seguì le direttrici tracciate, al momento della sua formazione, dalla Santa Sede, e l’attività da essa svolta restò sostanzialmente immutata[9].

Con l’avvento del fascismo essa rimase praticamente l’unica associazione che venne lasciata libera non solo di esistere, ma di continuare ad accrescersi; la netta divisione dei ruoli che si determinò tra l’A.C. e le organizzazioni fasciste, le prime curavano la formazione religiosa della gioventù, le altre quella politica, fece sì che i motivi di attrito fossero ridotti al minimo.

Un momento di tensione si ebbe - come è noto - nel 1931, quando in occasione del Congresso nazionale dell’Azione Cattolica si verificarono scontri e violenze da parte dei fascisti; come osserva Pietro Scoppola: «essi non furono solo il risultato di un contrasto di vertice fra il regime e il Vaticano, ma anche della tensione esistente all’interno del mondo cattolico fra il vertice e una base restia, in alcuni casi, ad accettare la linea di intesa e di collaborazione con il fascismo prevalente dopo il ’29»[10].

Tuttavia anche l’Enciclica: «Non abbiamo bisogno» formulata da Pio XI in quella occasione, benché contenga «le uniche espressioni di condanna verso il fascismo che si trovino in un documento ufficiale della Chiesa» non rappresenta «una confutazione sul piano dottrinale», (si tratta) bensì di una polemica pratica.

Anche per questo tra i cattolici, mentre si formò una coscienza anticomunista molto forte, non si formò mai una coscienza antifascista di massa altrettanto forte, o almeno non per opera della Chiesa»[11].

Tutti gli avvenimenti che seguiranno poi: la guerra, la caduta del fascismo, lo sbarco degli Alleati e il fronte che taglierà in due il Paese sino alla fine del conflitto, non incideranno, se non parzialmente, sulle strutture dell’organizzazione, che riuscirà, anche nei momenti peggiori, a non perdere del tutto la propria efficienza.

L’unico mutamento di rilievo, a livello strutturale, si avrà alla fine della guerra, allorché nel 1946 verrà varato il nuovo Statuto, che trasformerà l’A.C., da federazione di organizzazioni ampiamente autonome, in una formazione compatta ed unitaria direttamente dipendente dalla Santa Sede (Doc. n. 1).

La differenza sostanziale tra questo Statuto e quello del ’39, promulgato dallo stesso Pio XII, risiede nel ripristino di quadri dirigenti laici ai vertici della gerarchia, ferma restando la dipendenza dalla Santa Sede e il controllo esercitato da parte di questa sia attraverso la riserva delle nomine, sia tramite la Commissione Episcopale (Doc. n. 2)

 



[1] Vedi Nilde Jotti, Partiti e movimenti di fronte all’emancipazione: da Turati al P.C.I., in «Rinascita», marzo 1961, pp. 209 ss.; e ancora Eugenio Garin, La questione femminile: cento anni di discussioni, in «Belfagor», gennaio 1962, pp. 27 s.

[2] Senza autore, Magnificat, edito a cura del Consiglio Superiore dell’U.D.A.C.I., settembre 1934, p. 17.

[3] Paola Gaiotti De Biase, Le origini del Movimento Cattolico Femminile, Morcelliana Brescia 1963, p. 195.

[4] Ivi, p. 21.

[5] Ivi, p. 31.

[6] Ivi, p. 44.

[7]Ivi, p. 98 s

[8] Ivi, p. 148 s.

[9] Vedi per la storia dell’Unione Donne di A.C. Armida Barelli, La sorella maggiore racconta, Società editrice «Vita e Pensiero», Milano 1949; Giovanna Canuti, Cinquant’anni di vita, S.A.L.E.S. Roma 1959; Magnificat, op. cit.; Maria Rimoldi: Presidente centrale dell'Unione Donne di A.C. dal 1925 al 1949 (profilo a cura di L. Uboldi), U.D.A.C.I. Roma 1969.

[10] Pietro Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, il Mulino, Bologna 1977, p. 33.

[11] Lidia Menapace, La Democrazia Cristiana: natura, struttura e organizzazione, Mazzotta editore, Milano 1974, p. 16.