Lombardi Riccardo

Riccardo Lombardi

(da Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, La Pietra, Milano, 1976, vol. III, pp. 400-401)

Nato a Regalbuto (Enna) il 16 agosto 1901 ( morto a Roma il 18 settembre 1984); ingegnere.

Attivo antifascista sin dagli anni in cui frequentava il Politecnico di Milano, prese parte alla lotta clandestina contro il regime. Nel 1930, in seguito alla sua partecipazione a una manifestazione di protesta nelle fabbriche milanesi, fu arrestato, percosso dalla polizia e sottoposto a dure sevizie che compromisero gravemente la sua integrità fisica.

Tra i più attivi dirigenti del movimento di «Giustizia e Libertà», fu poi uno dei fondatori del Partito d’Azione.

Nel gennaio 1943 iniziò anche la stampa clandestina dell’organo del partito Italia Libera. Fin dal giugno 1943, prima della caduta del fascismo, insieme a rappresentanti di altri partiti antifascisti gettò a Milano le basi del patto che avrebbe condotto alla costituzione del Comitato di liberazione nazionale (Comitato nazionale d’azione antifascista). Rappresentò infine il Partito d’Azione nel C.L.N.A.l..

Prefetto di Milano

Il 25 aprile 1945, come membro del Comitato insurrezionale di Milano prese parte all’incontro di alcuni esponenti del C.L.N. dell’Alta Italia con Benito Mussolini (la riunione ebbe luogo nella sede dell’Arcivescovado di Milano alla presenza del cardinale Schuster e, in essa, fu chiesta all’ex dittatore la resa incondizionata delle forze fasciste).


Nella notte tra il 25 e il 26 aprile Riccardo Lombardi assunse le funzioni di prefetto di Milano, incarico al quale era stato designato dal C.L.N.A.I. fin dall’agosto 1944.

Dopo la Liberazione fu designato ministro dei Trasporti nel primo governo De Gasperi (10 dicembre 1945-1 luglio 1946).

Eletto alla Costituente nel 1946, in quello stesso anno divenne segretario del Partito d’Azione (dopo le dimissioni di Emilio Lussu) e vi rimase sino allo scioglimento del partito (ottobre 1947). Aderì poi al Partito socialista italiano, membro della Direzione. È stato eletto deputato in tutte le legislature, sempre mantenendosi su posizioni di coerente antifascismo militante.

La democrazia dei C.L.N.

Sulla delicata fase di trapasso dalla democrazia del C.L.N. (nell’Italia del Nord appena liberata) al potere del governo centrale direttamente controllato dagli Alleati, Lombardi ha fornito l’interessante testimonianza della sua esperienza di prefetto di Milano.

Uno degli episodi, ha scritto Lombardi, «che mi pare abbia condizionato anche i successivi, è stato il rifiuto da parte del C.L.N. di fare assumere ai prefetti l’impegno di dipendere politicamente dalle autorità militari alleate, dalle quali formalmente avrebbero avuto la nomina [...].

Quando, nell’agosto 1944, il C.L.N. fece la designazione dei prefetti, fui proprio io che subordinai la mia accettazione, per quel che riguardava la prefettura di Milano, all’impegno che doveva essere preso da tutti i designati di pubblicamente dichiarare, nel momento in cui fossero stati formalmente investiti, che essi si sarebbero considerati politicamente responsabili davanti al C.L.N. e non davanti all’autorità militare alleata, dalla quale ricevevano l’investitura. La cosa può sembrare bizantina, ma aveva allora una grandissima importanza, se non si dimentica che una delle crisi maggiori della Resistenza, quella che fu determinata dalle dimissioni di Bonomi nell’ottobre-novembre 1944, derivò dal fatto che egli presentò le dimissioni al Luogotenente. Non è vero che alcuni partiti del C.L.N., allora si fossero opposti alle dimissioni di Bonomi; essi si opposero non alle dimissioni, ma al fatto che Bonomi avesse in un certo modo ricostituzionalizzato il potere della monarchia, di nominare il capo e i membri del governo, che così sarebbero stati responsabili politicamente davanti al Luogotenente e non davanti al C.L.N.».

L’autore continua soffermandosi sul carattere assunto dalla epurazione e sui limiti generali del nuovo regime democratico in Italia: «Nel problema istituzionale si vedeva il nodo attorno al quale si decideva il problema più importante, quello della continuità del vecchio Stato: per questo noi davamo tanta importanza al problema istituzionale, perché proprio l’aver riconosciuta la continuità giuridica e politica del vecchio Stato ha fatto naufragare il processo di epurazione. Se l’epurazione è fallita, è fallita proprio perché, quando abbiamo riconosciuto a coloro che avevano servito il fascismo, la qualità non di servitori del fascismo, ma dello Stato di cui si affermava la continuità, è chiaro che il processo di epurazione veniva privato delle sue basi politiche, delle sue basi morali e, alla fine, anche delle basi giuridiche, come dimostra il fatto che i tribunali annullarono in base a quel criterio la maggior parte delle sentenze di epurazione. [...]

Però il capolavoro della conservazione qual è stato in Italia? Quello di ritardare tutto: si diede alla Costituente soltanto il potere di redigere la Costituzione, ma non di fare le leggi, cioè non di fare le riforme. Durante questo periodo chi governava? Governava un governo di Comitato di liberazione che doveva necessariamente provvedere a tutto all’unanimità, perché la regola di una coalizione di questo tipo, non investita da un mandato elettorale, è l’unanimità e cioè il potere di veto a tutte le sue componenti. Ora, quando si deve decidere tutto all’unanimità, è chiaro che le decisioni che si riesce a realizzare rispondono obbligatoriamente alle scelte più moderate» (R. Lombardi,
Problemi di potere in Milano liberata, Milano, 1965).

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