MOMENTI DELL’«ANTI-RESISTENZA» (Un dibattito parlamentare)





QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.25

Giuseppe Sircana


MOMENTI DELL’«ANTI-RESISTENZA» (Un dibattito parlamentare)

© I Quaderni della FIAP 
È permessa la riproduzione integrale
a fini scientifici e divulgativi del presente articolo
con obbligo di citazione della fonte


Quaderni della FIAP, n.25,
MOMENTI DELL’«ANTI-RESISTENZA» (Un dibattito parlamentare)

Giuseppe Sircana

https://drive.google.com/open?id=0B8bcCsEzG5UvakJ4dmJCRWhBUGc

[La versione integrale del testo e delle immagini è disponibile nel formato pdf]



Spesso arbitrariamente si parla di «svolta» riferendosi ad un determinato fatto e intendendo fissare in esso l’inizio di un mutamento. In questo modo ci si dimentica di considerare che, se il dato rivelatore può essere colto in una precisa circostanza, questa è spesso solo la manifestazione esplicita ed appariscente di un processo da tempo in atto. Rifuggiamo perciò dall’idea di considerare sic et simpliciter come inizio di quel processo di distacco dai valori espressi dalla Resistenza questa o quella data. Ci sembra più appropriato cogliere, in certi avvenimenti, le scadenze più significative di questo processo già percepibile all’indomani del 25 aprile 1945 nello stato d’animo di quanti «subirono» il corso degli avvenimenti dalla caduta del fascismo alla lotta partigiana fino alla Liberazione. Il discorso potrebbe andare più in là, risalendo al 25 luglio 1943, quando quegli ambienti che per venti anni avevano sorretto il regime fascista se ne distaccarono, accelerandone la caduta, in seguito ai rovinosi eventi bellici. Il ricambio di Mussolini con Badoglio configurava in una prospettiva più lunga il mantenimento di una sostanziale continuità dei rapporti economici e sociali, che altrimenti rischiavano di essere travolti dal logoramento del regime. La lotta partigiana, esprimendo una volontà politica, che esigeva una netta rottura, sotto tutti i punti di vista, con il passato regime, sembrava avere in sé la forza per imporre un cambiamento radicale. L’euforia dell’aprile 1945 contribuì ad infondere in molti questa impressione, che, in qualche caso, si fece certezza. Chi si trovò invece a reggere le sorti del paese sulla spinta del moto resistenziale dovette subito rendersi conto come quelle forze, che con il 25 luglio avevano inteso succedere a se stesse, non avevano affatto rinunciato al loro disegno ed erano più che mai agguerrite nella difesa dei loro interessi. Si disse allora che la «Resistenza era al potere» e tutti i partiti si proclamavano animati dal medesimo desiderio di veder sorgere dalle rovine del fascismo una stato democratico, nel quale avrebbero dovuto trovare finalmente composizione quelle istanze sociali e civili per troppo tempo disattese. Ma al di là delle enunciazioni formali, all’interno dello stesso schieramento antifascista vi era già chi, paventando chi sa quali tentativi «rivoluzionari» predisponeva una strategia «restauratrice». Già nell’estate 1945 (fine luglio-primi agosto) di fronte al Congresso Nazionale DC Alcide De Gasperi metteva a fuoco il ruolo di questo partito attaccando a fondo la politica delle sinistre: «Ci sono nell’aria sintomi di una volontà rivoluzionaria. E sembra che nella Consulta nazionale si voglia fare il tentativo di dichiarare improvvisamente l’instaurazione di un nuovo stato (velleità nutrite da chi ha la cura di preparare la Costituente) e che si cerchi di cogliere il momento di maggiore fermentazione politica per travolgere i metodi democratici di rinnovamento».
La caduta del governo Parri segnò senza dubbio un netto punto a favore di quanti miravano ad una restaurazione conservatrice e videro quindi compiaciuti il dissolvimento dello spirito «ciellenistico» e di «rivoluzione democratica». D’altra parte non tutto il paese era stato investito dal benefico «vento del Nord». La questione istituzionale e il referendum del 2 giugno 1946 fornirono la prima esplicita manifestazione di una realtà contraddittoria. Il fatto che l’istituto monarchico raccogliesse ancora tanto seguito contrastava la volontà di rottura con il passato e di rinnovamento che promanavano dalla lotta di liberazione. In quella circostanza si palesò inoltre la consistenza elettorale del movimento qualunquista, che, sia pure in maniera atipica e contraddittoria, esprimeva una realtà politica che disconosceva ed avversava lo spirito della lotta di liberazione. Un discorso compiuto sull’anti-Resistenza non può dunque prescindere dall’analisi del movimento animato da Giannini (cfr. S. Setta, L’Uomo qualunque, 1944-48, Bari, 1975).
Se le ombre del passato oscuravano l’immagine dell’Italia al momento della sua nascita, con le elezioni del 18 aprile 1948 questa immagine venne messa a fuoco e i suoi contorni divennero nitidi. Ebbe allora occasione di esprimersi in maniera compiuta e definitiva il desiderio di rivalsa di quanti, alla paura del «salto nel buio» univano la ricerca di una rappresentanza politica, che, dopo il fascismo, continuasse a tutelarne i valori, a interpretarne le aspirazioni e a difenderne gli interessi.
Vale la pena, a questo proposito, richiamare quanto scrisse Ferruccio Parri nella prefazione al documentato volume di Zara Algardi sui Processi ai fascisti (Firenze, 1958):
«D’altra parte, dopo un breve interludio sospensivo, la direzione De Gasperi non può avere come sua legittimazione e giustificazione politica che la premessa antifascista. Ma la massa che si raccoglie dietro la nuova trincea è in gran parte, la parte prevalente, l’Italia, anche ecclesiastica, non toccata o battuta, e minacciata dalla Liberazione, istintivamente, quasi visceralmente, contraria alla Liberazione, ritenuta anticamera del comunismo.
De Gasperi, uomo di notevole statura nonostante le grosse responsabilità che a mio parere gli vanno addebitate, fece capire, e disse anzi un giorno, che l’inquadramento nella Democrazia Cristiana era stato il solo modo efficace per utilizzare politicamente in senso non retrogrado questa massa informe, per utilizzare - anzi - forze genericamente di destra a profitto di politiche in qualche senso di sinistra. Entro ristretti e temporanei limiti si può convenirne. Ma con quale rovescio della medaglia!».
25 aprile 1945, 2 giugno 1946, 18 aprile 1948: queste tre date fissano in maniera emblematica la contraddizione profonda che accompagnò la nascita e i primi passi della Repubblica. Assumiamo questa schematizzazione cronologica con tutte le riserve che abbiamo espresso in apertura. Un certo disegno politico, come è poi venuto attuandosi a partire dal 18 aprile 1948, induce a cogliere in quella data il suo atto di nascita più logico e coerente. Non è questa la sede per affrontare un discorso sul senso di quel risultato elettorale, ma non si può non constatare come esso abbia comportato, tra le altre conseguenze, il riciclaggio di uomini, strutture, «valori», che il vento della Liberazione sembrava aver spazzato via. È vero che questa controspinta reazionaria era già in atto da tempo, ma non vi è dubbio che nel risultato del 18 aprile essa trovava il suo assestamento e la sua assicurazione, divenendo da allora più pressante e spregiudicata. In breve tempo le posizioni del 25 aprile furono rovesciate: nel nuovo Stato c’era spazio e comprensione per i vinti di Salò, mentre era la Resistenza ad essere posta sotto accusa.
Su quello che fu, giustamente, definito il processo alla Resistenza è stato scritto molto; sono altresì note le clamorose e sconcertanti riabilitazioni di personaggi compromessi con il regime fascista e la loro incontrastata ascesa ai vertici di organismi delicati dello Stato repubblicano. Lo stesso reinserimento nella politica attiva di quelle forze che si richiamavano esplicitamente al fascismo avvenne in quegli anni. Nel già citato scritto di Ferruccio Parri venne così ricostruito il clima di quel periodo:
«La epurazione, male impostata, ridotta ad una farsa. L’apparato del tempo fascista ristabilito e indennizzato, quando non promosso e premiato. I profittatori del regime passato dominatori ancora della economia nel regime nuovo. Tutte le responsabilità, anche le più maiuscole, cancellate. Quasi tutti i traditori condonati, ogni viltà compatita. Restituite cattedre e giornali a chi avvelenò lo spirito pubblico di ieri.
E sempre sul rovescio della medaglia, trattamento inverso per chi aveva sgominato i fascisti: avversione, ostracismo, diffamazione, disoccupazione. E persecuzione giudiziaria purtroppo sistematica.
Le amnistie si applicano a destra, ma non a sinistra. E questa è una colpa specifica, e grave, di questi regimi. Sul piano della giustizia, sul piano almeno di una pacificazione seriamente voluta, queste istruttorie, queste inquisizioni che continuano tuttora, con motivazioni storicamente e anche giudiziariamente assurde, quando non ipocrite, avrebbero dovuto per iniziativa governativa esser state troncate da un pezzo. Ma la giustizia non riesce ad essere eguale e giusta, la pacificazione ha un senso solo, perché su questo regime pesano di più i sentimenti e le propensioni di un’Italia e di un’Amministrazione che fu fascista rispetto a quelli ai quali ufficialmente si richiama».
Ci sarebbe allora da chiedersi come mai, in così breve volger di tempo, la nuova, classe dirigente sembrava voler dimenticare il fatto che la Repubblica era nata da una drastica rottura con il passato e perché, al contrario, venne ricercata e ristabilita una sostanziale continuità dello Stato. È indubbio che, a un certo punto, fece difetto a chi governava il paese, una convinta volontà antifascista e di rinnovamento generale. Tutte le inadempienze, le complicità che senz’altro ci furono ai vari livelli dell’apparato statale non si spiegano se non alla luce di questo comportamento politico. Così l’azione della magistratura che mandò assolti i criminali fascisti e perseguì i partigiani, non può trovare una spiegazione esauriente nella semplice circostanza che tra i magistrati prevalessero elementi e tendenze conservatrici. Naturalmente il fatto che le leve di comando dell’apparato giudiziario erano rimaste in mano a persone che non avrebbero mai potuto «consentire un processo al passato che direttamente le colpiva» si rivelò decisivo e ciò accresce semmai la responsabilità politica di chi impedì il rinnovamento anche in questo delicato settore. Ma tutto ciò non fu causa, ma effetto della costituzionale gracilità in cui era nata la democrazia. Achille Battaglia, che ha dedicato un validissimo saggio ai rapporti tra giustizia e politica di quegli anni, ha scritto: «non è vero che la magistratura abbia sempre sabotato le leggi antifasciste provocando cosi l’indebolimento del nuovo regime. Entro certi limiti, è vero proprio il rovescio: dall’indebolimento dell’antifascismo nacquero le interpretazioni fallaci delle sue leggi, e la loro disapplicazione». Certo furono commesse da parte del legislatore molte ingenuità predisponendo strumenti legislativi tecnicamente imperfetti e favorendo quindi la loro sostanziale disapplicazione. Ma al di là di tutto questo, il fatto che delle medesime leggi si facessero col passare del tempo interpretazioni sempre più restrittive (se riguardavano il proscioglimento di partigiani) o estensive (se riguardavano il proscioglimento di fascisti) dimostra di per sé come sull’esercizio della giustizia abbia influito il clima politico. Ed è al clima politico di quel periodo che intendiamo rifarci, concentrando la nostra attenzione su un momento particolare, nell’anno 1949.
Il 25 febbraio 1949, quando si svolse alla Camera il dibattito che qui riportiamo integralmente, non era ancora trascorso un anno dalle elezioni del 18 aprile 1948. Il quadro politico, ormai chiaramente definito esprimeva la netta contrapposizione tra la democrazia cristiana e i suoi alleati minori da una parte e le sinistre dall’altra. Ogni richiamo all’unità antifascista che andasse oltre il motivo celebrativo e intendesse costituire la base per riprendere il dialogo politico interrotto, era considerato da parte governativa strumentale e come tale rifiutato. L’unità antifascista era ormai considerata dalla DC e dai suoi alleati una necessità tattica del passato, ormai superata, mentre il vero nemico dello Stato, era ora individuato a sinistra. Il dibattito parlamentare suscitato dall’assoluzione del comandante Borghese, costituì l’occasione per tutte le forze politiche di confrontarsi intorno a temi assai importanti, i cui sviluppi informeranno la vita politica italiana, possiamo dire, fino ai giorni nostri. Se nelle denunce dell’opposizione sugli organi dello Stato «politicamente infetti» si possono cogliere le prime avvisaglie di quello che sarà successivamente il ruolo dei «corpi separati», nell’atteggiamento del governo, che rivendica, insieme all’autonomia della magistratura, la posizione di «equidistanza» dello Stato di fronte agli attacchi di destra e di sinistra, si può cogliere la prima teorizzazione degli «opposti estremismi». Riproducendo questo documento siamo consapevoli di limitare la nostra analisi ad un solo momento, seppur assai significativo, di una realtà che conoscerà negli anni successivi sviluppi più intensi ed applicazioni anche più sconcertanti (tanto da dover dedurre che per il governo l’estremismo era uno solo, quello di sinistra naturalmente).
A questo proposito va detto che l’evoluzione del quadro politico interno si svolgeva parallelamente ai profondi mutamenti nel frattempo intervenuti sulla scena internazionale, dove, dopo la rottura del fronte alleato antinazista, aveva inizio il periodo di guerra fredda. Non è qui il caso di approfondire questo aspetto, essenziale ai fini della comprensione del clima politico di quegli anni, ma è fuori discussione che certe iniziative di politica interna fossero diretta conseguenza o quanto meno condizionate dalle scelte di campo in politica estera.
Tornando ad occuparci più propriamente del dibattito parlamentare del 25 febbraio 1949, vogliamo svolgere alcune brevi considerazioni sull’atteggiamento del governo. Si coglie certo una differenza di accenti tra le dichiarazioni del Ministro della Giustizia Grassi, che tagliava corto sostenendo l’impossibilità di un intervento governativo, che avrebbe leso l’indipendenza della magistratura e le rozze argomentazioni del Ministro dell’interno Scelba, che, rovesciando le parti, contrattaccava. Scelba rinfacciava ai comunisti di aver accolto nella loro fila ex fascisti, contestava loro la pretesa di identificarsi con la Resistenza e addirittura addebitava loro la responsabilità di quanto ora lamentavano. Se certa stampa oltraggiava la Resistenza ed offendeva i suoi capi, Scelba si rivolgeva ironicamente all’opposizione: «quali mezzi il potere esecutivo ha per colpire manifestazioni di stampa che una legge dello Stato da voi approvata, ha voluto libere da ogni interferenza del potere esecutivo?». Ma al di là di queste sfumature di «carattere» traspare una filosofia politica che con gesti di «pacificazione nazionale» tendeva al recupero degli «orfani» del fascismo. Le vicende successive, con i morti uccisi da una sola parte, dimostreranno che tipo di «pacificazione» a senso unico fosse quella portata avanti dal governo.
Tra gli altri interventi assume particolare importanza quello di Togliatti che, esponendo gli esatti termini della «famigerata» amnistia che prese il suo nome, denunciò «il dolo del giudice» nell’interpretare la legge in modo contrario allo spirito con cui venne concepita. Mattei, ex comandante partigiano, aderendo alle tesi governative recò un grosso servizio a chi, nonostante tutto, ci teneva ad una patina antifascista. Significativa la difesa d’ufficio della Magistratura che si assume il neofascista Roberti. Ma tutti gli interventi (a cominciare da quello molto documentato di Longo) contengono elementi per una riflessione, che oggi, sulla scorta dell’esperienza vissuta, ci può aiutare a comprendere meglio quel periodo e quella politica. Già nel 1953, quando il neofascismo aveva raggiunto considerevoli percentuali elettorali e si era mostrato riottoso a farsi inglobare nell’equilibrio degasperiano, conquistando uno spazio politico autonomo, il Ministro di Grazia e Giustizia Zoli riteneva forse «eccessivo» l’atteggiamento d’indulgenza mostrato dalla Repubblica democratica nei confronti dei colpevoli ex fascisti. Lo stesso Zoli fornì alla Camera le cifre di queste indulgenza:
«Le persone, nei confronti delle quali è stato iniziato procedimento per la collaborazione, sono state 43 mila circa: di queste sono state prosciolte per amnistia ben 23 mila, per altri motivi 14 mila; sono state condannate 5.928. Di questi condannati sono stati liberati immediatamente, per effetto dell’applicazione del decreto di amnistia o di indulto del 22 giugno 1946, 2.231. I rimanenti condannati, salvo i latitanti, che sono 384, usufruirono, oltre che dei benefici del predetto decreto del 1946, anche degli altri successivamente emanati, in numero di 3.863. Provvedimenti individuali di clemenza a favore dei condannati, quando la pena non fu interamente estinta per provvedimento generale di condono, 139; provvedimenti di liberazione condizionale, emanati a favore dei condannati, 696. Cosicché risultano tuttora detenute 226 persone in espiazione di pena e 47 persone come giudicabili. Vi sono, a parte 334 latitanti e 67 giudicabili latitanti. Ma nei confronti dei latitanti è evidente che non può essere preso, senza venir meno a rigorosi principi di giustizia e alla doverosa imposizione del rispetto della legge, nessun provvedimento di clemenza».
E con notevole senso autocritica aggiunse:
«Ma noi dobbiamo chiedere alle persone in buona fede: quale è stata la risposta a queste prove di volontà di distensione, di volontà di pacificazione?
Noi abbiamo visto, in risposta a tutto ciò, rinascere il metodo di un tempo: della contumelia volgare, della minaccia, dell’incitamento all’odio e del disprezzo verso gli uomini della democrazia, verso l’antifascismo, verso la stessa Resistenza.
La democrazia ha dimostrato il suo intendimento di pacificazione; è apparsa questa intenzione una debolezza e se ne è approfittato, se ne è abusato in taluni casi, fino al punto da giungere a forme stomachevoli».
Sappiamo che queste considerazioni lasciarono, come suol dirsi, il tempo che trovarono. L’espressione «La Resistenza continua» cessò di essere soltanto un efficace slogan commemorativo e divenne un impegno concreto intorno al quale si misurò (dalla lotta al governo Tambroni alla risposta alla strategia della tensione) e continua a misurarsi la capacità di tenuta dello Stato democratico.

Giuseppe Sircana

Comments