L’EPURAZIONE NELLA CITTÀ DEL «DUCE» (1943 – 1948)





QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.43

Dino Mengozzi

L'epurazione nella città del "Duce" (1943-1948)
© I Quaderni della FIAP 
È permessa la riproduzione integrale
a fini scientifici e divulgativi del presente articolo
con obbligo di citazione della fonte


Quaderni della FIAP, n.43
L'epurazione nella città del "Duce" (1943 - 1948)

Dino Mengozzi


https://drive.google.com/open?id=0B8bcCsEzG5UveHRqOExVSW5VdTg


Non si dispone ancora a tutt’oggi - storiograficamente parlando - d’un quadro completo e definitivo sull’epurazione in Italia, a differenza della Francia dove le ultime ricerche per quanto odiose sembrano aver colmato in parte la deprecata lacuna. Per adesso noi possiamo contare - si parla naturalmente di studi critici - su lavori forzatamente incompleti o tangenziali all’argomento soprattutto per l’indisponibilità archivistica attribuibile a causa di varia natura. Lavori tuttavia che hanno avuto il merito d’aver indicato l’importanza del tema, prospettato metodologie di ricerca o addirittura tracciato linee interpretative con diverse ottiche da Pavone a Gambino, da Quazza a Flores, da Canosa a Mercuri, ecc. tanto per citare qualcuno degli storici più significativi.

Per giungere al completamento del mosaico, così difforme da zona a zona, occorreranno diversi scavi locali come appunto questo - che la FIAP ha sponsorizzato - dovuto al giovane studioso Mengozzi; scavo che sotto il profilo storico si può ritenere pressoché esemplare. Va però osservato, senza che per questo ne venga infirmato il merito, che il Mengozzi è stato favorito da almeno due elementi essenziali: primo, la zona forlivese del tutto unica in Italia per i particolari rapporti durante il fascismo con Mussolini e col suo parentato ivi residente; secondo, la presenza nel CLN e poi nella Commissione d’epurazione d’un uomo prestigioso come l’avv. Angeletti dell’antifascismo democratico, nutrito di grande scienza giuridica e senso dello Stato, scrupoloso nel verbalizzare ogni discussione e decisione sì da lasciare un patrimonio archivistico ineccepibile per la materia qui trattata.

Ma, a parte questi dati oggettivi non facilmente riscontrabili altrove, va riconosciuto al Mengozzi una non comune capacità euristica e una non minore conoscenza di altre fonti locali di varia provenienza ch’egli dimostra di padroneggiare con un sicuro senso di sintesi senza mai distogliere l’attenzione dall’intreccio che gli eventi locali hanno con una più ampia trama. Donde quelle conclusioni finali, che egli presenta giustamente in forma problematica, ma che comunque rivelano un supporto filologico robusto. Inoltre, con molta correttezza storica, egli lascia intravvedere di non ignorare il multiforme e contraddittorio processo che va sotto il nome di «epurazione» e quindi l’impossibilità di ridurlo ad un unico schema interpretativo; anche perché, fra l’altro, tale processo coinvolge insieme guerra e dopoguerra in contesti regionali differenti fino al formarsi dell’Italia repubblicana.

Non a caso tutto il saggio critico appare implicitamente percorso dalla preoccupazione per le difficoltà che lo storico incontra allorché nel fenomeno epurativo cerca di individuare l’emergere di una nuova classe politica e nel contempo di cogliere la vischiosità della vecchia struttura burocratica coi suoi funzionari e i suoi tecnici. Proprio per questo il nostro giovane studioso ha motivatamente ritenuto corretto, sotto il profilo metodologico, di dover scartare in partenza formule globalizzanti per meglio scrutare invece nel particolare omissioni di atti, contraddizioni e anche parziali successi.

Confluiscono prima di tutto nel saggio alcuni problemi da cui non è possibile prescindere, non fosse altro per sfrondare il campo da inveterati pregiudizi. In primo luogo gli Alleati, i quali - a misurare il loro comportamento nel microcosmo forlivese - non sembrano affatto imputabili di soverchie censure, al contrario di quanto taluno aveva scritto in passato in più di un’occasione. I loro interventi repressivi appaiono piuttosto dettati in generale dalla preoccupazione di spegnere certe intemperanze per proteggere la sicurezza del retrofronte. In questo senso il GMA pare orientato a garantire le più immediate condizioni per la sopravvivenza dei civili, mediante finanziamenti per lenire la disoccupazione, piuttosto che imporre la «restaurazione» agli antifascisti. Se qualcuno intenderà esprimere giudizi negativi sul Comando alleato, dovrà farlo essenzialmente per la zona a ridosso del fronte. Qui effettivamente, come si verificò anche a Forlì nell’immediato post-liberazione, il governatore frenò alcuni atti di governo e la denuncia a mezzo stampa degli ex squadristi. Ma questo non precludeva, una volta scomparse le ragioni militari, una evoluzione democratica e moderna degli enti di governo locale e nazionale.

In secondo luogo, ciò che caratterizza l’epurazione nella città del duce sono paradossalmente le insufficienze della sinistra, che soprattutto nella sua parte più attiva e guerrigliera rivelava carenze di cultura dello Stato, come lo stesso Amendola ha più volte ammesso, per cui la dibattuta questione sulla continuità o rottura veniva a risolversi da sé con una prevalenza della prima sulla seconda, proprio là dove l’iniziativa dei Municipi «rossi» non conosceva supposte coercizioni esterne. In questo quadro, i settori più avveduti del P. d’A., che avevano maturato fin dalla clandestinità le analisi più lucide sulle riforme istituzionali, non riuscivano ad imporsi nell’immaturità dell’ora. Significative le lettere inedite di A. C. Jemolo a sindaco di Forlì.

Nascevano così diverse conseguenze. Da un lato la diffidenza verso lo Stato portava ad una censura fra il Governo della Resistenza di Parri e le Assemblee di governo locale, il che frenava l’azione del centro già indebolito dall’ostilità dei settori politici e burocratici moderati; dall’altro la rimessa in moto - in sede locale - delle Amministrazioni pubbliche avveniva nell’improvvisazione e ricalcando lo schema della loro tradizionale struttura. Inoltre, tale timidezza verso le leggi faceva sì che anche l’epurazione venisse abbozzata senza concrete istruttorie, senza l’appoggio e la mobilitazione dei partiti, i quali poi non avevano messo ancora profonde radici nel tessuto sociale e quindi non potevano molto influire sulle naturali resistenze popolari a esporsi con denunce, testimonianze o altre segnalazioni a danno degli epurandi.

Vi è poi un altro importante fatto che emerge dall’analisi del Mengozzi; fatto da non sottovalutare e che proprio l’epurazione mette in luce. Ed è questo. La sinistra forlivese in generale, con particolare riferimento all’ala estremista, sembra concepire il fascismo come un fenomeno militare all’interno della società civile - anziché una componente deteriore compresente nella storia d’Italia - a cui si deve rispondere appunto in termini militari. Ciò naturalmente la conduce a privilegiare la denuncia pubblica e infamante per far crollare la sua «credibilità» di fronte alla società. Di conseguenza il processo epurativo finisce per essere prevalentemente orientato contro il singolo esaurendosi spesso nello «scandalo», senza che emerga invece la preoccupazione ulteriore e più concreta di costruire un solido quadro penale rispettoso del dettato giuridico e statuale. E non c’è chi non veda - parlando a posteriori - che solo in quest’ottica l’epurazione avrebbe forse potuto assumere risvolti di rinnovamento.

Dato l’isolamento in cui venne a trovarsi il P. d’A. nel dopoguerra, come è stato sottolineato, la pratica agitatoria della sinistra impose la concezione più semplicistica secondo cui il rinnovamento poteva consistere nella sostituzione del tradizionale personale politico in camicia nera. Ciò, però, come suo correlativo, ingigantiva il problema dei tecnici e dello specialismo della burocrazia. Competenze tanto più insostituibili dal momento che era stata sottovalutata o parzialmente ignorata la necessità di mutare non solo gli uomini ma anche le strutture degli enti di governo. Di fatto, curiosamente, per il prevalere di tale logica politica, questa seconda parte del problema veniva lasciata scoperta dopo le prime elezioni amministrative, che portavano un nuovo personale politico ad occupare quegli scranni da cui il fascismo sembrava averlo escluso per sempre. Siffatta prospettiva politica, che prescindeva normalmente da un’ottica statuale del governare, andava poi a coartare l’epurazione in una logica riduttiva, mirando cioè a colpire la figura del fascista più in vista, sia esso cantoniere o console della Milizia, anziché la struttura autoritaria che avvolgeva la città.

In questo senso pare abbastanza corretto da parte del Mengozzi poter sottolineare il persistere di una «determinante» militaresca, anche se commisurata a tempi di pace. Insomma, a voler dir tutto in breve, molto spesso il fucile lasciava il posto alla pubblica denuncia - almeno in un primo tempo - e la denuncia mirava a far crollare la fabbrica del consenso da cui si era servito con successo il fascismo; quel consenso che sembrava, in un periodo tanto breve quanto passionale, legato al cosiddetto «vento del Nord».

La verifica che il Mengozzi ha condotto sul concreto gli ha inoltre permesso di constatare e quindi di correggere eventualmente certe opinioni piuttosto diffuse in materia. Ne segnalo qualcuna: il lavoro delle Commissioni d’epurazione risultò spesso improvvisato e privo di documentazione legalmente probatoria, a meno che non si confonda il giudizio politico molto descrittivo da esse formulato con l’istruttoria vera e propria, che invece mancò nella quasi generalità dei casi. Inoltre i partiti, nonostante l’esteriore unanimità a proposito del licenziamento dei «caporioni» più invisi alla popolazione rarissimamente misero in atto pazienti e concrete raccolte di dati preferendo in genere fortificarsi attraverso il tesseramento poco selettivo e col lancio di inoppugnabili affermazioni di principio. Soprattutto quei partiti che si attestavano su una piattaforma moderata amarono per lo più lasciare il problema nello schema di un rigido formalismo legislativo o in silenzio più volte tinto di insofferenza. In tal modo di P. d’A che tentò prima di definire un criterio uguale per tutti sull’inammissibilità dei compromessi nei partiti e poi di impegnare quest’ultimi nell’applicazione della Legge Nenni, restò emarginato condannandosi al suicidio politico.

Tutto sommato, il bilancio del mutamento e della continuità che il Mengozzi ha prospettato nel forlivese potrebbe essere sostanzialmente così formulato: all’indomani della Liberazione emergeva un nuovo personale politico, formatosi nella clandestinità e che - soprattutto nella componente socialista e repubblicana - si riallacciava ai vecchi leader del pre-fascismo da Nanni a Schiavi, da Spallicci a Gaudenzi e a Missiroli. Qui una vasta componente aveva maturato nel corso del ventennio fascista nuove acquisizioni culturali forzatamente prive di un’intrusione di pragmatismo e sperimentazione amministrativistica.

Di contro, invece, persisteva la zona oscura dei mestieri e delle corporazioni, dai professionisti ai funzionari statali in genere, dove la continuità si mostrava più resistente. In modo particolare la burocrazia degli uffici pubblici, altrettanto indispensabile quanto impossibile a essere improvvisata, costituiva la vera ossatura della continuità fra la vecchia e la nuova città, anche se prima quella casta aveva convissuto col fascismo il più delle volte con simpatia e forse solo talvolta subendo. Stranamente, almeno in un primo tempo, si trovavano di fronte con scarsa possibilità di simbiosi due stratificazioni: una nuova classe politica che si potrebbe definire più umanistica che tecnica e una tradizionale classe burocratica che continuava a farla da padrona in virtù delle proprie competenze.

Università di Urbino, aprile 1983.

LORENZO BEDESCHI

Comments