Redazionale. Recensione al volume di

Edith Bruck, Signora Auschwitz. Il dono della parola, Marsilio (collana Gli specchi della memoria), 1999, 96 pagine. 

Signora Auschwitz il libro di Edith Bruck, testè pubblicato da Marsilio nella collezione di specchi, narra del tormento del deportato nella morsa del dovere di testimoniare e della sofferenza che la testimonianza delle offese personalmente subite o dai propri cari e infine da una ampia porzione di umanità incolpevole, suscita.Il perché del titolo: "un’impacciata studentessa rivolgendomi una domanda mi chiamò "Signora Auschwitz".

Il perché della testimonianza: "per tenere in vita i miei morti e tutti i morti".
La narrazione degli impegni scolastici dell’autrice per testimoniare è come il mormorio di una foresta percossa dal vento, il canto di un torrente di montagna: pur non essendo espressa in versi è una poesia.Adorno che aveva detto che dopo Auschwitz non si sarebbe potuto più fare poesia, se fosse ancora tra noi, raccoglierebbe un’ulteriore dimostrazione di essersi sbagliato.Emerge splendida la figura della madre sempre corrucciata pronta a sgridare, ma che metteva tra i capelli biondi della figlia un fiocco rosso. 

E così ne parla: "Io di mia madre, che temo anche da morta, penso che non mi perdonerebbe se smettessi davvero di tenerla in vita attraverso le mie testimonianze, se non parlassi più di lei, trasformata forse in sapone, forse in paralume o concime".
Anche il padre, uomo schivo, è ricordato con nostalgia.
La tentazione di sospendere la testimonianza per liberarsi dal tormento è ricorrente, ma prevale sempre il senso del dovere.L’ebraismo è tenerezza per un mondo crudelmente oppresso, ingiustamente vilipeso, oggetto di un folle criminale tentativo di radicale distruzione. È tenerezza per i rapporti famigliari, per il fascino della tradizione. È reazione alle incomprensioni, alle pesanti ingiustificate accuse.Edith respinge l’odio per le offese e così la dolciastra retorica del perdono. Edtih esprime il parere che i film più celebrati come Schinderlist e La vita è bella non toccano il fondo della Shoah. Si lamenta che nessuno abbia dedicato un’opera all’italiano Perlasca che salvò 5.000 ebrei ungheresi.
Edith è giusta e non dimentica nell’inferno del Lager l’SS che le chiese il nome (oltre il numero) e quello che le diede un paio di guanti rotti. In questa confessione alla terapista di appoggio il dramma di Edith."Lavora in questo periodo? Riesce?""Oh, sì... sto scrivendo un libro sul peso della testimonianza e della gabbia del mio vissuto, della fatica e del senso di colpa che mi procura. Una sorta di congedo... dire di no costa quasi quanto dire il sì e dal no non nasce niente di utile. Fuggire dalla testimonianza nella malattia non è ammissibile, è una sconfitta doppia. Devo poter dire sì o no da persona sana, tranquilla, serena. E non lo sono...".Dramma che si conchiude con il prevalere del senso del dovere.
Nel corso della narrazione non mancano i riferimenti alle pulizie etniche e ai drammi del nostro tempo.Il libro consta solo di 93 pagine: si legge prestissimo.