MOVIMENTO D'AZIONE GIUSTIZIA E LIBERTÀ
INDICE 

  • La parabola del Movimento «Giustizia e Libertà» 
  • Elenco incompleto dei militanti del Movimento «Giustizia e Libertà» 
  • Giorgio Agosti 
  • Barbara Allason 

  • Mario Andreis 

  • Mario Angeloni 

  • Franco Antonicelli 

  • Vincenzo «Cencio» Baldazzi («Cencio» un capo-popolo romano) 

  • Giovanni Bassanesi 

  • Riccardo Bauer: una figura che onora la democrazia 

  • Camillo Berneri 

  • Dante Livio Bianco 

  • Luciano Bolis 

  • Intervista a Luciano Bolis (La Voce Repubblicana, 2 giugno 1992) 

  • Mario Boneschi 

  • Andrea Caffi 

  • Piero Calamandrei 

  • Guido Calogero 

  • Umberto Calosso 

  • Aldo Capitini 

  • Vindice Cavallera 

  • Umberto Ceva 

  • Nicola Chiaramonte 

  • Alberto Cianca 

  • Eugenio Colorni 

  • Fernando De Rosa 

  • Gioacchino Dolci 

  • Lettera di G. Dolci a Giovanni Ferro del 17 febbraio 1983 

  • Una lezione viva di antifascismo di Arturo Colombo 

  • Vittorio Foa 

  • Giaele Franchini Angeloni 

  • Alessandro Galante Garrone                                         
  • Tancredi Galimberti Duccio 

  • Aldo Garosci 

  • Armando Gavagnin 

  • Dino Gentili 

  • Dino Giacobbe 

  • Leone Ginzburg 

  • Michele Giua 

  • Renzo Giua 

  • Ugo La Malfa 

  • Carlo Levi 

  • Riccardo Lombardi 

  • Emilio Lussu 

  • Massenzio Masia 

  • Raffaele Mattioli 

  • Fausto Nitti 

  • Adriano Olivetti 

  • Ferruccio Parri 

  • Ada Prospero Gobetti 

  • Carlo Rosselli 

  • Nello Rosselli 

  • Ernesto Rossi 

  • Manlio Rossi Doria 

  • Max Salvadori 

  • Joyce Salvadori Lussu 

  • Gaetano Salvemini 

  • Luigi Scala 

  • Pasquale Schiano 

  • Fernando Schiavetti 

  • Altiero Spinelli 

  • Alberto Tarchiani 

  • Adolfo Tino 

  • Nello Traquandi 

  • Silvio Trentin 

  • Leo Valiani 

  • Franco Venturi 

  • Giordano Viezzoli 

  • Bruno Zevi 

 © I Quaderni della FIAP 
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MOVIMENTO D'AZIONE GIUSTIZIA E LIBERT
À


di Giovanni Ferro

Movimento GL di Giovanni Ferro



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LA PARABOLA DEL MOVIMENTO

«GIUSTIZIA E LIBERTÀ»

Per i giovani destinati a vivere nella seconda Repubblica, potrebbe forse giovare la conoscenza di quella che fu la gloriosa parabola del Movimento «Giustizia e Libertà», concepito nell’intento di sostituire quei partiti popolari che avevano dimostrato, nei confronti del fascismo, tutta la loro inettitudine.

Allo scopo di garantire un’area illimitata al Movimento, i promotori: Carlo Rosselli, Fausto Nitti, Emilio Lusso - da poco a Parigi, dopo la loro rocambolesca fuga dall’isola di Lipari nel mese di luglio 1929 - cui si erano uniti Gaetano Salvemini, Alberto Tarchiani, Gioacchino Dolci e Alberto Cianca - decisero di porre come condizione per l’adesione, la rinuncia al partito di provenienza, nella convinzione che tutte le vecchie formazioni politiche dovevano essere considerate superate. Il binomio «Giustizia Libertà» doveva diventare il denominatore comune di tutta l’attività antifascista, in grado di polarizzare tutto lo schieramento democratico, liberale e socialriformista esistente.

Il rigorismo ideologico, seguito fino allora, per contraddistinguere le rispettive posizioni politiche, era stato la causa dell’attaccamento fanatico al proprio partito e, conseguentemente, dell’indebolimento del Fronte antifascista nel suo complesso.

Avendo partecipato attivamente alla prima fase del Movimento in oggetto riferirò - qui di seguito - quella che fu la mia modesta esperienza di giovanissimo studente di scuole medie nella città di Rovigo, capoluogo del Polesine, culla del Socialismo democratico.

Terra di braccianti e di contadini che avevano ricevuto i primi elementi di civile convivenza dalla predicazione di due apostoli del Socialismo Italiano: Nicola Badaloni e Giacomo Matteotti. La pubblica amministrazione era stata affidata, per scelta democratica, ai 56 Sindaci socialisti della Provincia, istruiti con scrupolo religioso a redigere bilanci rigorosi e a scegliere le opere pubbliche giudicate necessarie a soddisfare i bisogni della collettività. Una fitta rete di Istituzioni popolari: cooperative di consumo e di produzione, Camere del Lavoro e Leghe contadine, Università popolari, affiancavano il Comune nell’opera di progressivo miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro della Comunità agricola e cittadina. Questa situazione di avanzato incivilimento non cessò repentinamente con la repressione violenta esercitata dallo squadrismo fascista, né con l’applicazione delle leggi eccezionali del 6 novembre 1926. Nella città e in tutti i Comuni agricoli si erano formati nel corso degli anni i partiti politici: quello socialista, quello popolare, quello repubblicano e un considerevole gruppo anarchico. Con la soppressione dei partiti, i rapporti politici si convertirono in rapporti amichevoli. Luoghi abituali d’incontro diventarono i caffè, le trattorie, le case private, secondo un rituale cospirativo adeguato ai vari ambienti, allo scopo di difendersi dall’organizzazione spionistica che faceva capo rispettivamente alla Polizia, alla Milizia e al Fascio locale.

Ero allora un giovinetto di 16 anni che frequentava la scuola media. Mio professore d’italiano era l’ex Sindaco socialista di Rovigo, Antonio Zanella. Trascorrevo le vacanze estive in parte presso un parente popolare del Basso Polesine e in parte presso un altro parente capolega socialista di Bagnolo di Po, nell’alto Polesine, che raggiungevo in bicicletta passando per Fratta Polesine dov’è sepolto Giacomo Matteotti, il cui cimitero era costantemente sorvegliato da poliziotti travestiti da muratori al fine di poter individuare i visitatori che venivano numerosi a rendere omaggio al Martire dell’ideale socialista.

Nei primi giorni dell’anno 1930, il giovane ingegnere di Porto Tolle, ma residente a Rovigo, Mario Zoppellari, già segretario di Giacomo Matteotti, animatore del movimento di opposizione al fascismo in tutta la provincia, ricevette la visita dell’amico e compagno di Ciniselli, dottor Giuseppe Germani, emigrato politico a Vienna. Questi aveva dovuto espatriare per sottrarsi alle persecuzioni fasciste cui era stato sottoposto per aver portato a spalla la bara del grande amico assassinato. Io fui incaricato di trasmettere al suo recapito di Vienna una serie di indirizzi di persone politicamente raccomandabili dei vari Comuni della provincia. A seguito di ciò presero a circolare, in tutte le località del Polesine le prime copie di un giornaletto clandestino, confezionato con una sottile carta di riso, dal titolo suggestivo: «Giustizia e Libertà», che sulla testata riportava un invito rivolto a tutti gli italiani: «Insorgere per risorgere». La diffusione di questo foglio aprì i cuori alla speranza di una prossima caduta del regime fascista e alimentò prepotentemente lo spirito di lotta che non si era mai assopito. Nei caffè, nelle trattorie, quel giornale passava di mano in mano. Nelle campagne, le stalle intiepidite dalla presenza degli animali, erano i luoghi abituali di ritrovo serale per letture, recite e conversazioni. L’intraprendenza della nostra guida spirituale era senza limiti. Facendoci schermo della gagliardia, simpaticamente seguita dalla popolazione, furono organizzate manifestazioni di propaganda antifascista nei vari paesi sotto l’egida di bellissimi «Carri di Tespi» che offrivano spettacoli teatrali in dialetto col deliberato proposito di mettere alla berlina gli arricchiti di guerra e i nuovi gerarchi, provocando esplosioni di ilarità. Podestà, segretari del Fascio, i capi della Milizia fascista, erano i bersagli più ricercati dell’umorismo che generava innumerevoli barzellette corrosive, tarlo roditore d’ogni regime dittatoriale. I collegamenti fra i vari centri della Provincia e il servizio informazioni erano svolti in modo impareggiabile dagli studenti che si recavano alla mattina nelle Università vicine di Padova e Bologna, rientrando alla sera con le notizie del giorno. In occasione della festa delle Matricole del 1929 era presente a Padova il segretario nazionale del P.N.F., Augusto Turati, nella speranza di ottenere una manifestazione di omaggio da parte degli studenti. All’ora del mezzogiorno la cittadinanza che gremiva le strade, seguiva incuriosita lo svolgimento d’un lungo corteo funebre di studenti in abito di circostanza, desiderosa di conoscere il nome del povero defunto. Lo stesso segretario del P.N.F. manifestò, in modo accorato, la sua partecipazione al lutto studentesco. Dopo una lunga fase di «suspense» gli studenti esplosero a gran voce: «È il funerale della Libertà!» - L’11 febbraio 1929 era stato stipulato il Trattato del Laterano con il quale il Governo fascista riconosceva lo Stato del Vaticano cui offriva una cospicua assistenza finanziaria e garantiva al clero l’insegnamento religioso nelle scuole. La parte più progressiva del clero, gli stessi ex Popolari e i militanti della F.U.C.I. (Federazione Universitari Cattolici Italiani) manifestarono la loro opposizione a tale accordo che legittimava la dittatura fascista in antitesi col sentimento popolare. Tutto ciò fece sì che quando arrivarono, tramite posta, le prime copie del giornale clandestino «Giustizia e Libertà», queste trovarono gli animi di tutti gli antifascisti, «popolari» compresi, pronti ad accoglierlo con entusiasmo, perché interpretava il sentimento comune.

Il 24 marzo furono operati decine di arresti di antifascisti a seguito della denuncia alla polizia dell’inevitabile Giuda per i soliti 30 denari. Alla vigilia della mia partenza per l’isola di Lipari, dov’ero stato destinato per trascorrere i 5 anni di confino politico assegnatimi, l’ispettore dell’OVRA, certo D’Andrea, mi sottopose ad un ultimo interrogatorio. Al momento del commiato si rivolse a me con aria bonaria, da vecchio nonno ad un nipote scapestrato dicendomi : «Se posso darle un consiglio, non aderisca mai al partito comunista perché - mentre noi consideriamo i democratici, i liberali, i repubblicani e i socialisti dei nemici di Governo, i comunisti li riteniamo nemici dello «Stato» e pertanto li combattiamo senza pietà».

Quando arrivai nel carcere di transito di Ancona vidi affluire dalle più diverse località del Nord centinaia di antifascisti d’ogni colore politico, in prevalenza comunisti, perché i democratici e i socialisti erano stati rilasciati o al massimo «ammoniti» per le ragioni espostemi dall’ispettore dell’O.V.R.A. citato più sopra. Potei tuttavia constatare dalle informazioni raccolte dagli arrestati provenienti da Trieste, Gorizia, Venezia, Ferrara, Bologna e dalla Romagna, che il Movimento «Giustizia e Libertà» aveva già assunto proporzioni di massa. Seppi in seguito che il dottor Giuseppe Germani, avendo risieduto diverso tempo a Trieste, aveva adottato per quella località la stessa tecnica distributiva seguita nel Polesine e ciò spiegava l’estensione del Movimento all’intera regione delle Tre Venezie. Dopo un soggiorno di 10 giorni nel malfamato Ucciardone, gremito da mafiosi arrestati dal Prefetto Mori, potei proseguire per il castello di Milazzo, ultima tappa carceraria prima di poter raggiungere l’isola di Lipari. Feci qui conoscenza con il socialista riformista di Molinella, Paolo Fabbri. Egli scontava la pena di tre anni di reclusione per aver favorito la fuga di Rosselli, Nitti e Lussu. Era una meravigliosa figura di contadino socialista, già braccio destro del leggendario Sindaco di Molinella, all’epoca confinato nell’isola di Ustica. Raggiunta Lipari fui informato della nuova spettacolare impresa «Giustizia e Libertà»: il volo effettuato sulla piazza di Milano di Giovanni Bassanesi e Gioacchino Dolci, lo stesso che l’anno prima era venuto col motoscafo a liberare Rosselli, Nitti e Lussu.

Una pioggia di manifesti inneggianti al movimento «Giustizia e Libertà» e sollecitanti gli italiani a «Insorgere per risorgere!» arrivarono dal cielo nell’ora di mezzogiorno dell’11 luglio 1930. Io in quel giorno soggiornavo nel carcere di Palermo.

Nella Milano di quell’estate, la centrale operativa del Movimento «Giustizia e Libertà» diffondeva un opuscolo: «Consigli sulla tattica», redatto da Riccardo Bauer e da Ernesto Rossi. Esso conteneva il progetto di una serie di esplosioni contro le Intendenze di Finanza delle principali città da realizzare nella ricorrenza del 28 ottobre. Alla preparazione degli ordigni esplosivi si dedicava l’ingegnere chimico Umberto Ceva. Il Giuda di turno determinò l’arresto simultaneo di tutto lo Stato maggiore di «Giustizia e Libertà» il 30 ottobre 1930. Nella notte del 24 dicembre Umberto Ceva si suicidò nel carcere di Regina Coeli per timore di compromettere dei compagni. Nel marzo 1931 furono prosciolti per non provata corresponsabilità: Parri, Damiani e Gentili.

Il 29 maggio 1931 il Tribunale Speciale presieduto dal gen. Tringali Casanova emetteva la seguente sentenza: Riccardo Bauer e Ernesto Rossi, 20 anni di reclusione, Vincenzo Calace di Bari, residente a Milano e Bernardino Roberto, 10 anni di reclusione, Francesco Fancello, Cesare Pintus del gruppo sardo, 10 anni di reclusione, il sergente aviatore Giordano Viezzoli, 6 anni.

Tutta la stampa internazionale solidarizzò con gli eroici combattenti della libertà suscitando entusiasmi e propositi di imitarne le gesta. Un giovane professore belga, di parte socialista, Leon Moulin, decise di venire in Italia per cimentarsi a fianco dei militanti antifascisti italiani. Manifestò i suoi propositi a Giovanni Bassanesi che viveva in Belgio e questo gli procurò un baule a doppio fondo con materiale propagandistico. Cospiratore dilettante, in un ambiente a lui sconosciuto, fu presto arrestato coinvolgendo nel suo arresto gli esponenti del movimento «Giustizia e Libertà» che erano sfuggiti alla grande retata, che aveva portato in carcere lo Stato maggiore del movimento, alcuni mesi prima. Le nuove vittime furono l’avv. Vittorio Albasini Scrosati e lo studente Bruno Maffi che furono condannati dal Tribunale Speciale a 2 anni di reclusione. Un ampio resoconto di quel processo fu pubblicato dal Bollettino «Italia» redatto da Filippo Turati a Parigi in virtù del fatto che, essendo imputato uno straniero, venne autorizzata la presenza della stampa estera.

Verso la fine del 1931 Parri, assolto dal Tribunale Speciale, fu assegnato nuovamente al confino di polizia a Lipari, da dove era partito due anni prima. Malgrado fossi entrato da qualche mese nelle file del partito comunista, attratto soprattutto dalla sua organizzazione, giudicata più idonea a dirigere la lotta per l’abbattimento della dittatura fascista, accolsi con entusiasmo il suo invito a frequentare la sua casa per trarne suggerimenti e consigli per approfondire la mia preparazione politica e culturale. Già militante del Movimento «Giustizia e Libertà» mi trovavo di fronte ad uno dei suoi più prestigiosi esponenti.

Mi riceveva la gentile signora Ester, mentre il professore era intento a potare le rose nel giardino. Il fascino esercitato su di me, ancor giovanetto, per la sua personalità fu tale ch’egli rimase per sempre la mia stella polare. Con rammarico lo vidi ripartire nella primavera del 1932, destinato a Vallo di Lucania. L’amnistia concessa per il Decennale gli consentì di far ritorno a Milano dove, per intercessione del prof. Giorgio Mortara, suo collega nello Stato Maggiore dell’esercito durante la guerra ’15-’18, avrebbe assunto l’incarico di Capo dell’Ufficio Studi della Società Edison.

Potrà sembrare incredibile, ma le isole di confino politico costituivano le più complete centrali d’informazione esistenti dell’attività antifascista che si svolgeva in Italia sotto la dittatura. I confinati politici provenivano da tutte le zone del Paese portando con sé i vari capitoli della vita nazionale. La corrispondenza con i familiari, e le loro visite saltuarie, consentivano l’aggiornamento periodico delle notizie omesse dalla stampa ufficiale. Essi ci informavano sul fascino esercitato sulla gente da alcune luminose personalità. I pugliesi ci illustravano ammirati la splendida figure del grande letterato Tommaso Fiore; i napoletani quella del filosofo di fama internazionale, Benedetto Croce, il quale suggeriva ai giovani di dedicarsi allo studio, pur dimenticando di sollecitarli all’azione. Anche l’illustre meridionalista avellinese, Guido Dorso era indicato fra i Maestri da seguire.

In occasione del primo decennale della Marcia su Roma il Governo promulgò un decreto di amnistia, come atto di forza e di sereno dominio. Molti confinati furono liberati e l’isola di Lipari cessò di essere adibita a località di confino. Coloro che non furono considerati meritevoli del provvedimento di generosità - ed io ero fra questi - furono concentrati nelle isole di Ponza e di Ventotene. La prima delle due divenne la mia nuova residenza coatta. Nei primi mesi del 1933 potei assistere all’arrivo a Ponza di tre illustri esponenti del Movimento «Giustizia e Libertà». Dopo un periodo di confino nelle isole di Lampedusa e di Ustica e 5 anni di prigione trascorsi nel penitenziario di Alessandria, in compagnia di Riccardo Bauer, Armando Gavagnin e Tito Zaniboni, era destinato a Ponza Cencio Baldazzi, il leggendario Capopopolo romano, già comandante degli «Arditi del Popolo».

Max Salvadori, che Gaetano Salvemini aveva incaricato di organizzare il Movimento «Giustizia e Libertà» nell’Italia meridionale, dovendo lasciare Ginevra dove viveva col padre esiliato, per rientrare in Italia allo scopo dichiarato di adempiere il servizio militare.

Il dottor Giuseppe Germani, lo stesso cui avevo spedito gli indirizzi polesani al suo recapito di Vienna. Egli aveva fatto ritorno in Italia per organizzare l’espatrio della famiglia Matteotti. Arrestato, per una missione secondaria, era stato coinvolto nel processo intentato dal Tribunale Speciale al terrorista Bovone di Genova, per giustificare di fronte all’opinione pubblica la condanna di 10 anni di reclusione, insostenibile se fosse stata dichiarata la vera causa del suo arresto.

Ai primi di marzo del 1933 fui liberato per poter adempiere il servizio militare di leva. Nell’ottobre del 1934, dopo sei mesi di compagnia di disciplina fui esonerato. Emigrai a Milano dove mi era stato offerto un lavoro come operaio meccanico presso lo stabilimento Philips-Radio. Presi gli opportuni contatti con l’organizzazione clandestina del partito comunista e, rispettando le dovute precauzioni, mi recai a far visita a Ferruccio Parri che mi accolse con l’abituale cordialità. Lo ritrovai animato dallo stesso spirito combattivo del nostro primo incontro all’isola di Lipari e, con la sua olimpica serenità, concordammo un piano di attività antifascista secondo il comune spirito unitario. La lettura della sua recensione sul «Carlo Pisacane» di Nello Rosselli mi consentì di verificare l’evoluzione subita dal suo pensiero politico che lo avrebbe indotto in seguito a concepire la Resistenza come «guerra di popolo». Io disponevo dei contatti col mondo operaio ed egli mi presentò invece a molti dirigenti degli Uffici Studi delle grandi aziende, tutti di orientamento democratico, liberale e socialista. Si trattava di Libero Lenti, della Snia Viscosa, del prof. Ferdinando Di Fenizio della Montecatini, di Ugo La Malfa della Banca Commerciale Italiana, di Roberto Tremelloni e di Virgilio Dagnino della Motta, nonché del comune amico socialista triestino Ermanno Bartellini ch’era stato con noi a Lipari e finirà i suoi giorni nel campo di Dachau. Ma la presentazione più importante fu quella di Rodolfo Morandi il quale aveva abbandonato «Giustizia e Libertà», dopo uno scambio di lettere polemiche con Carlo Rosselli, allo scopo di rivitalizzare il partito socialista italiano con la collaborazione di Lucio Luzzatto, di Lelio Basso, di Virgilio Dagnino ed altri.

Il 15 agosto 1935 l’Internazionale Comunista prese la clamorosa decisione di effettuare la famosa svolta tattica che doveva dar vita ai Fronti Popolari, ciò che comportava la collaborazione dei comunisti con i socialisti, considerati fino allora «social fascisti», e con tutti i democratici antifascisti e antinazisti. Il pericolo di guerra, che avanzava sempre più in modo minaccioso, aveva determinato la conversione politica dei comunisti. La nuova situazione internazionale consentì a me, a Parri e a Morandi di realizzare a Milano un vero e proprio Fronte Popolare rappresentato dall’organizzazione operaia nelle fabbriche, negli uffici, nelle redazioni dei giornali e delle riviste fra cui la semi ufficiale «Relazioni Internazionali».

«Giustizia e Libertà» riprese il suo ruolo promotore e ripeté le gesta della sua prima fase eroica. Fu in questi giorni di intensa attività politica antifascista che feci la conoscenza con un certo dottor Giovanni Valillo, farmacista, di origine molisana, un po’ anarcoide. Egli svolgeva in modo autonomo la sua attività. Redigeva con la sua macchina da scrivere un giornaletto: «La pietra focaia» che distribuiva personalmente recandosi in bicicletta davanti agli stabilimenti nell’ora di entrata degli operai. Un giorno questo mi confidò che si sarebbe recato a Parigi per ragioni professionali. Conversando con Parri, in uno dei nostri incontri settimanali lo informai di questa eventualità.

Per quanto io fossi assai perplesso per i rischi di una sua utilizzazione, egli insistette d’incaricarlo di portare a Carlo Rosselli i saluti di Chiaffredo Pautasso, il suo nome di battaglia. Al suo ritorno portò una lettera di Rosselli cucita in una scarpa. Quando la Direzione del P.C.I. fu informata del mio gesto amichevole mi fece comunicare il suo biasimo per aver io reso un servizio ad un «nemico di classe».

Immunizzato dal settarismo comunista dalla mia provenienza democratica, lo sopportavo nella convinzione comune con Parri che per abbattere la dittatura fascista tutte le forze disponibili erano necessarie.

Il 18 luglio 1936 le forze reazionarie spagnole insorsero contro il legittimo governo di Fronte Popolare. Carlo Rosselli ebbe l’intuizione politica di promuovere la partecipazione militare dell’antifascismo italiano e, con Angeloni, costituì la prima formazione partigiana in difesa della Repubblica spagnola coniando il motto: «Oggi in Spagna, domani in Italia» che anticipò la Resistenza italiana. L’opinione pubblica italiana fu galvanizzata dalla guerra civile spagnola. Per frenarla, la polizia fece ricorso agli arresti di massa. La predilezione fu riservata ai pregiudicati politici, perciò il 4 agosto 1936 io fui arrestato e inviato all’isola di Ventotene, dove mi adoperai per far prevalere lo spirito unitario di tutte le forze antifasciste, secondo l’esperienza milanese. L’organizzazione clandestina dell’isola costituì un organo direttivo formato da Giovanni Roveda per i comunisti, da Marcello Dugnani per i socialisti, da Cencio Baldazzi per «Giustizia e Libertà».

Il 9 giugno 1937 Carlo e Nello Rosselli furono barbaramente assassinati in una località termale dove Carlo stava curandosi la flebite contratta combattendo in Spagna. Aveva commemorato qualche giorno prima Antonio Gramsci ch’era morto a Roma.

Nel 1938 fui trasferito in Calabria dove l'amico Ugo La Malfa mi faceva pervenire le pubblicazioni dell’Ufficio Studi della Banca Commerciale Italiana e Parri, tramite mia sorella, mi ragguagliava sulla situazione politica in continua evoluzione.

Per completare il panorama geopolitico del Movimento «Giustizia e Libertà» debbo ricordare ai lettori di queste brevi note che dopo gli arresti di Milano del 1930 la «leadership» del Movimento fu di fatto assunta dagli esponenti torinesi. Fra i primi attivisti penso debbono essere ricordati: Mario Andreis e Aldo Garosci, i quali avevano la pubblicazione clandestina della rivista: «Voci d’officina». All’atto dei primi arresti, mentre Andreis fu imprigionato e condannato dal Tribunale Speciale, Aldo Garosci riuscì ad espatriare e a raggiungere Carlo Rosselli a Parigi. A seguito della delazione di un noto scrittore seguirono, succedendosi nel tempo, le cadute di meravigliose personalità che rispondevano ai nomi gloriosi di Barbara Allason, Leone Ginzburg, Vittorio Foa, Michele e Renzo Giua, Luigi Scala, Massimo Mila, Augusto Monti, Carlo Mussa Vivaldi, Vindice Cavallera, Carlo Levi, medico, artista, scrittore che eternò la sua località di confine con la celebre opera: «Cristo si è fermato a Eboli» che rese di grande attualità l’irrisolta «questione meridionale».

Il 4 agosto 1940 feci ritorno a Milano per fine pena. Durante il viaggio di ritorno registrai la nuova temperatura politica ascoltando le conversazioni dei borsari neri che salivano e scendevano dal treno prima e dopo Napoli. Riferendosi ai bombardamenti Alleati che si succedevano senza tregua, uno di questi personaggi, nel suo inconfondibile dialetto napoletano, esclamo: «Ah! don Gennaro! Dicillo a Churcillo che ’o fetente, sta a Roma, no’ a Napule!».

A Milano per ragioni cospirative, preferivo incontrare Ugo La Malfa confondendomi fra la gente che affluiva agli sportelli della Banca Commerciale di piazza della Scala. Frequentavo la sede della rivista «Relazioni Internazionali» dove potevo incontrare diversi militanti di «Giustizia e Libertà»: Silvio Pozzani, Enrico Serra, Tommaso Carini, Giovanni Lovisetti, Enrico Bonomi e altri che non ricordo. Ma la personalità cui mi indirizzò Parri e che mi rimase più impressa fu quella di Massenzio Masia, un tecnico finanziario di grande valore. Egli morirà eroicamente nella sua Bologna, arrestato dai tedeschi, al comando della formazione partigiana «Giustizia e Libertà».

Nel 1941 fui richiamato alle armi e assegnato al 57° reggimento di fanteria di Forlì. Considerato indesiderabile dall’ufficialità per i miei trascorsi politici, fui presto esonerato dal servizio. Tornai così a Milano dopo l’attacco dell’armata nazista all’U.R.S.S. La nuova «entente cordiale» favorì la collaborazione antifascista che si era interrotta dopo il Patto tedesco-sovietico del 1939.

Nel maggio 1942 fu costituito a Milano il Partito d’Azione in cui confluirono tutti i militanti del Movimento «Giustizia e Libertà».

Ferruccio Parri era assente giustificato perché arrestato e deferito al Tribunale Speciale con un gruppo di studenti dell’Università di Pavia: Luciano Bolis, Guido Bersellini, Gilberto Rossa. Parri fu prosciolto per non provata corresponsabilità e poté così dedicarsi all’organizzazione del neo-movimento dei Comitati di Liberazione Nazionale prima e poi della Resistenza armata.

«Giustizia e Libertà», dopo il 25 luglio 1943, riprese di fatto la sua autonomia e si dedicò alla costituzione delle formazioni partigiane.

Il primo nucleo si diede convegno il 12 settembre 1943 alla Madonna del Colletto sopra Cuneo. Fra i primi promotori credo debbano essere ricordati: Duccio Galimberti, Dante Livio Bianco, Nuto Revelli, Faustino Dalmazzo, Benedetto Dalmastro, Ettore Rosa ed altri.

La direttiva da seguire era quella lanciata da Duccio Galimberti dal suo studio di Cuneo, in risposta al discorso del gen. Pietro Badoglio che chiudeva con le tragiche parola: «… la guerra continua!» «La guerra continua - egli affermò - fino alla cacciata dell’ultimo tedesco dal suolo della Patria!».

I nuovi militanti di «Giustizia e Libertà» della seconda Repubblica devono impegnarsi a proseguire la lotta fino al giorno in cui «l’ultimo ladro di Stato» sia stato assicurato alla Giustizia!


 

ELENCO INCOMPLETO DI MILITANTI DEL

MOVIMENTO «GIUSTIZIA E LIBERTÀ»

1)   Giorgio Agosti

2)   Barbara Allason

3)   Mario Andreis

4)   Mario Angeloni

5)   Franco Antonicelli

6)  Vincenzo «Cencio» Baldazzi

7)  Giovanni Bassanesi

8)  Riccardo Bauer

9)   Roberto Bernardino

10)    Camillo Berneri

11)    Dante Livio Bianco

12)    Luciano Bolis

13)    Mario Boneschi

14)    Andrea Caffi

15)   Vincenzo Calace

16)    Piero Calamandrei

17)    Guido Calogero

18)   Umberto Calosso

19)    Aldo Capitini

20)    Vindice Cavallera

21)   Umberto Ceva

22)    Nicola Chiaramonte

23)    Alberto Cianca

24)    Eugenio Colorni

25)   Fernando De Rosa

26)   Gioacchino Dolci

27)   Francesco Fancello

28)    Vittorio Foa

29)    Giaele Franchini Angeloni

30)   Alessandro Galante Garrone

31)    Tancredi Galimberti Duccio

32)    Aldo Garosci

33)   Armando Gavagnin

34)    Dino Gentili

35)    Dino Giacobbe

36)   Leone Ginzburg

37)    Michele Giua

38)    Renzo Giua

39)    Ugo La Malfa

40)    Carlo Levi

41)    Riccardo Lombardi

42)    Emilio Lussu

43)    Joyce Lussu Salvadori

44)   Massenzio Masia

45)    Raffaele Mattioli

46)    Massimo Mila

47)    Augusto Monti

48)    Fausto Nitti

49)    Adriano Olivetti

50)   Ferruccio Parri

51)    Ada Prospero Gobetti

52)    Carlo Rosselli

53)    Nello Rosselli

54)    Ernesto Rossi

55)    Manlio Rossi Doria

56)    Max Salvadori

57)    Gaetano Salvemini

58)    Luigi Scala

59)   Pasquale Schiano

60)   Fernando Schiavetti

61)    Altiero Spinelli

62)    Alberto Tarchiani

63)    Adolfo Tino

64)    Nello Traquandi

65)    Silvio Trentin

66)    Leo Valiani

67)    Franco Venturi

68)   Giordano Viezzoli

69)    Bruno Zevi

 

 

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