Stato e Chiesa in Spagna (dalla collaborazione all'opposizione?)





QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.12

M. Illurdoz


Stato e Chiesa in Spagna (dalla collaborazione all'opposizione?)

© I Quaderni della FIAP 
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Quaderni della FIAP, n.12,
Stato e Chiesa in Spagna (dalla collaborazione all'opposizione?)

M. Illurdoz

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Nel momento in cui a Madrid in via Claudio Coello è esplosa l’auto del primo ministro spagnolo, non è saltato in aria soltanto l’ammiraglio Carrera Blanco bensì tutto un tentativo che da parte del governo franchista si portava avanti per presentare la nazione spagnola agli occhi dei paesi europei in una situazione di «normalizzazione». Le più immediate, e per certi aspetti inconsulte, reazioni del potere hanno dimostrato ampiamente - qualora ce ne fosse stato bisogno - che il vero volto del regime è tuttora di marca fascista, e le contraddizioni che alla base del paese esistono stanno a dimostrare come il popolo spagnolo ogni giorno di più si vada rendendo conto di questo stato di cose.
La conferma di questa linea politica non si è fatta molto attendere, come ha dimostrato la pesante condanna inflitta alla fine del ’73 a Marcellino Camacho (20 anni e un giorno) ed agli altri nove dirigenti delle comisiònes obreras (tra cui i 19 anni al prete operaio Francisco Garcia Salve); oppure nel marzo del nuovo anno rispolverare (la non troppo polverosa) garrota per uccidere Salvador Puig Antich militante del Movimento iberico di Liberazione. Questi avvenimenti non hanno destato commozione e solidarietà soltanto fra gli antifascisti di tutto il mondo, ma hanno dimostrato come la stessa popolazione spagnola, sfidando dure rappresaglie, sia scesa in piazza per esprimere il suo sdegno per il modo con cui si continua a governare. Tali episodi rientrano però nella contrapposizione «classica»: potere fascista da una parte, classe operaia, sfruttati (sia essi organizzati o individualmente) dall’altra.
Sennonché le contraddizioni del sistema franchista sono sempre più evidenti e numerose, ed incominciano a toccare centri nevralgici ed essenziali della sua politica e del suo mantenimento: è questo il caso della Chiesa cattolica. L’episodio, anch’esso del marzo ’74, di pochi mesi successivo quindi alla morte di Carrera Blanco, del vescovo di Bilbao, mons. Antonio Añoveros, posto agli arresti domiciliari per «gravissimo attacco all’integrità nazionale» avendo nella sua omelia del 24 febbraio ripreso una frase di Giovanni XXIII sui diritti delle minoranze, e che il potere franchista voleva mandare in esilio con conseguente minaccia, da parte del prelato, di una scomunica per chi avesse compiuto un simile gesto, ci ha posto bruscamente di fronte ad una realtà che è mutata. Anche nella Spagna franchista le relazioni fra lo Stato e la Chiesa non solo non sono più quelle successive alla guerra civile, ma non sono neppure quelle dell’inizio degli anni ’50, che condussero nell’agosto 1953 al Concordato precocemente invecchiato, in quanto in poco più di vent’anni all’interno di uno dei due contraenti, la Chiesa, si sono avuti mutamenti a livello religioso, culturale e psicologico tali da rendere questo rapporto, in certi momenti, assai critico.
Tali avvenimenti hanno fatto sì che anche la pubblicistica italiana si accorgesse del tema specie negli ultimi tempi, anche se con alterni risultati: si veda per esempio il volumetto di Francesco Amoveri, Stato cattolico e Chiesa fascista in Spagna. Analisi critiche ed esperienze alternative (Celuc, Milano 1974). Mentre per quanto concerne i sempre più numerosi saggi ed articoli su riviste e giornali, richiamo soltanto il recente contributo di Francesco Margiotta Broglio sul numero di giugno 1974 di «Nuova Antologia», uscito quando queste pagine erano già in bozze.
È con il Concilio Ecumenico Vaticano II che scoppiano le prime contraddizioni all’interno del mondo cattolico spagnolo, del suo clero ed anche del suo episcopato, con inevitabili conseguenze sui rapporti con il potere franchista. Se il post-Concilio fu in ogni dove segno di vivacità, gli avvenimenti spagnoli ebbero subito una risonanza forse unica rispetto ad altri «paesi cattolici», proprio perché la Spagna religiosa - come è stato notato da Martin Descalzo - aveva l’orologio fermo al Concilio di Trento. L’aspetto sociale del messaggio del Cristo venne riscoperto (se non per certi aspetti scoperto), il Vangelo non serviva solo per il cielo ma già in terra, tanto che ben presto parte del potere franchista vide nel Concilio ed in coloro che ne portavano avanti le indicazioni emerse, una pericolosa arma nelle mani di chi da anni si andava battendo per un ritorno al sistema democratico.
«Ad un popolo al quale si era parlato preferibilmente del cielo e degli angeli e dell’inferno - ha osservato padre Juan Arias in un articolo dell’aprile 1969 - si comincia a parlare della terra e dei sindacati e della libertà di espressione e dei diritti fondamentali dell’uomo chiamato da Dio a continuare l’opera della creazione attraverso il Cristo. E il trauma è cosi forte che, non solo l’autorità costituita ma anche una gran parte della massa del popolo, più imborghesita di quanto molti suppongano anche nelle classi operaie drogate dalla televisione e dal frigorifero e dalla “seicento”, si risente e si spaventa e perfino si scandalizza. E comincia a nascere un nuovo clima di anticlericalismo. Questa reazione avvertita in alcuni strati molto numerosi del popolo viene “strumentalizzata” tanto dal potere civile quanto dalla autorità ecclesiastica. E si presentano i nuovi promotori della pastorale più compromessa con la problematica della sociologia evangelica come sacerdoti “marxisti” e, se si tratta di catalani o di baschi, come “separatisti”».
Da queste premesse è facile comprendere come gli episodi, che segnano una crescita nell’ambito cattolico, siano sempre più numerosi, ed a poco può servire il tentativo da parte della gerarchia cattolica spagnola maggiormente legata al regime di ostacolare e reprimere questo processo di rinnovamento religioso, primo passo per un più generale rinnovamento politico.
Il tentativo di offrire una cronaca commentata degli avvenimenti più importanti nei rapporti fra regime franchista e chiesa spagnola è quindi alla base del lavoro che segue, così da permettere al lettore una migliore comprensione della realtà sociale spagnola, di certe scelte che hanno contraddistinto la politica religiosa degli ultimi anni, il senso degli avvenimenti più recenti. L’impegno politico dell’Autore fa sì che, al di là dei limiti metodologici insiti in un lavoro del genere, non ci si trovi di fronte ad una piatta ed «obiettiva» cronaca, ma si ha modo di calarsi nella realtà socio-religiosa del paese.
L’Autore nella sua ricostruzione ha privilegiato due direttrici, che sintetizzando, possiamo chiamare di «vertice» e di «base»; vale a dire da una parte l’analisi dei mutamenti all’interno dell’episcopato iberico tali da condurre alla fine del ’72 alla discussione nell’ambito della 17ª Assemblea plenaria dei vescovi e nel gennaio successivo all’approvazione da parte della Conferenza episcopale spagnola, di un documento quale La Iglesia y la Comunidad politica (lo si veda in parte in Appendice) considerato di importanza storica, proprio perché in esso per la prima volta veniva meno e si poneva in discussione la plurisecolare tradizione spagnola di completa osmosi fra Stato e Chiesa. Ancora su questo piano «verticistico» l’Autore si è soffermato sugli episodi di carattere diplomatico incentrati sui colloqui da parte della diplomazia vaticana con Madrid per una revisione del Concordato del 1953. Argomento questo che implica il più generale tema della politica concordataria, che la Santa Sede ha seguito (e segue) in particolare nel secolo XX, alla luce dei più recenti dettami ecclesiologici susseguenti il Concilio Vaticano II, dal quale è emerso evidente che più che situazioni di privilegio la Chiesa deve agire per «procurare effettivamente situazioni ideali in cui sia possibile la libertà religiosa senza bisogno di concordati». (Come ha notato mons. Luigi Sartori nel fascicolo monografico di «Humanitas» del gennaio-febbraio 1974 su Concordato: revisione o superamento?).
D’altra parte l’Autore ha posto la sua attenzione su quanto accadeva alla base, sui numerosi episodi di «resistenza» e di ribellione alla classe dominante al potere che hanno visto - specie negli ultimi tempi - operai e sacerdoti, cattolici e non credenti uniti insieme. Questa unità ci è offerta anche dal modo con cui tali episodi sono riferiti, cioè senza distinzione sul maggiore o minore peso «politico» che essi hanno avuto: così che la dura critica al regime da parte dell’abate di Montserrat nell’aprile 1969 precede di poche righe la notizia del parroco di Amorebieta che si è rifiutato di officiare una messa «per la Corporazione del regime», oppure l’assassinio del sacrestano di Avila, da parte di un sottoispettore di polizia, perché «reo» di aver suonato le campane in modo particolare così da avvertire dei militanti dell’ETA della presenza della polizia (si veda alla pagina 25).
Di questi fermenti che hanno contraddistinto l’azione alla base il fatto più importante degli ultimi anni è, di certo, il collegamento che si è stabilito fra movimento operaio e clero spagnolo, specie quello più giovane. Tale aspetto ha delle conseguenze non solo di carattere religioso e politico, ma anche di tipo sociologico: infatti, secondo quanto ha scritto Noël Langlois sulla rivista dei gesuiti francesi «Etudes» dell’aprile 1968, «tradizionalmente il clero spagnolo - salvo rare eccezioni - si reclutava nel ceto contadino o in quello dei piccoli commercianti. Ma, paradossalmente, la condizione clericale conferiva al sacerdote i privilegi della borghesia. Il nuovo clero, spagnolo è stato capace non solo di riandare verso il popolo, ma anche di tornare a immergersi nello spirito della classe operaia».
Lo scoprire i problemi specifici del movimento operaio, il portare avanti una pastorale del lavoro, l’essere essi stessi - sacerdoti o seminaristi - attori in prima persona della esperienza di lavoro in cantieri o in fabbriche (un vero e proprio «boom» dei preti-operai), ha fatto conoscere al popolo spagnolo un nuovo volto della Chiesa, non più la «Chiesa dei vincitori», ma una Chiesa che avverte i reali problemi, coglie le ingiustizie patite dalla classe operaia e cerca di darvi una risposta non paternalista in quanto fa causa comune con lo stesso movimento operaio. Quanto mai sintomatico a tale proposito il fatto che alcuni anni or sono siano stati indicati al nunzio da parte di numerosi cattolici della diocesi di Madrid, quali candidati a vescovi ausiliari della capitale, quei sacerdoti che vivevano e svolgevano la loro attività pastorale nelle zone più emarginate della città: uno di essi, sacerdote operaio, parroco di Moratalaz, che portava avanti una esperienza comunitaria tipica della fase postconciliare, in quel periodo in cui dalla base veniva proposto quale vescovo ausiliare, era in carcere. (Per una più ampia documentazione anche in riferimento alle particolari realtà «locali» spagnole, rinvio al volume Le organizzazioni rivoluzionarie nelle chiese europee, a cura del movimento «7 novembre», Ora Sesta Edizioni, Roma 1973, specie le sezioni sulla Catalogna e Paesi Baschi).
Una terza direttrice, sulla quale l’Autore non si è particolarmente soffermato ma che di certo completa l’analisi sociale del cattolicesimo spagnolo ed i suoi rapporti con il regime franchista, è, a mio avviso, la borghesia intellettuale che ha recepito il Concilio Vaticano II e se ne è fatta portavoce e promotrice, sfuggendo alle insidie integraliste dell’«Opus Dei». In particolare mi riferisco al gruppo facente capo alla rivista «Cuadernos para el dialogo» ed al suo direttore Joaquim Ruiz-Jiménez.
Anche questa rivista negli anni passati è stata al centro di conflitti con il potere politico, e non solo nei momenti «critici» del periodo conciliare e dell’immediato post-concilio: ancora nel gennaio 1973 veniva sequestrato il fascicolo perché vi era pubblicato integralmente il documento della commissione pontificia «Justitia et pax» contenente una lucida e severa analisi delle ingiustizie sociali e politiche spagnole ed una denuncia del regime responsabile primo di tali ingiustizie. Se sul piano puramente religioso «Cuadernos para el dialogo» è la bandiera del cattolicesimo postconciliare, per quanto concerne gli aspetti più politici essa si pone in prima fila nell’ambito dell’«opposizione legale». Anche nella rivista e nel suo direttore si avverte, specie negli ultimi tempi, il collegamento sempre più stretto con le masse operaie e le loro istanze: non è soltanto per un aspetto professionale infatti che Ruiz-Jiménez ha fatto parte del collegio di difesa di Marcellino Camacho, e che in una recente intervista ha espresso la profonda convinzione che nella fase storica del dopo-Franco, «i lavoratori saranno i grandi protagonisti della Spagna».
L’aver evidenziato queste componenti non deve portarci a considerazioni troppo ottimistiche, in quanto - non possiamo dimenticarlo - permangono nella realtà spagnola atteggiamenti di un cattolicesimo ormai superato ed antistorico ma che trovano appoggio e sostentamento proprio nelle forze che per così lungo tempo hanno tenuto in vita il regime franchista. Ciò va tenuto sempre presente quale sfondo della situazione spagnola nella quale però faticosamente il rinnovamento religioso e politico si sta muovendo; così facendo non cadremo in facili illusioni che domani potrebbero risultare gravi errori storici.
Il compito primario per tutti noi sarà quindi di capire questa realtà spagnola in tutte le sue sfumature e nelle diversità di espressioni che la caratterizzano da regione a regione. Proprio queste diversità, che rappresentano la vitalità e l’identità più vera del popolo spagnolo, sono sempre state represse dal potere franchista, e la loro difesa ha significato, spesso, difesa dei diritti fondamentali dell’uomo che è patrimonio comune sia dei laici che degli ecclesiastici, sia dei cattolici come dei non credenti.
«Talvolta i popoli, o per meglio dire, la classe dirigente che decide il destino dei popoli - affermava mons. Añoveros nella già ricordata «incriminata» omelia del 24 febbraio scorso - possono cedere alla tentazione di sacrificare le caratteristiche e i valori peculiari del proprio paese, ai vantaggi che discendono dalla semplice crescita economica. Questa decisione, ispirata al calcolo e al vantaggio delle classi dominanti, merita una chiara disapprovazione. Il diritto dei popoli a conservare la loro genuinità include anche la facoltà di disporre di una organizzazione socio-politica che protegga e promuova la loro giusta libertà e la loro personalità collettiva. Lo Stato deve essere al servizio delle persone e dei popoli e deve rispettare sinceramente il pluralismo sociale e culturale esistente nel paese. Non è compito della chiesa, bensì dei cittadini, fissare la formula tecnica che permetta di coordinare i diritti e i doveri dei diversi popoli nell’ambito dello Stato o delle organizzazioni internazionali».

Camillo Brezzi
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