SULLA RESISTENZA IN EUROPA


 

QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.53

di
Carlo Francovich
Avio Clementi
Pasquale Iuso
Gaetano Messina
Fulvio Tucci

Sulla Resistenza in Europa

Introduzione di
LEO VALIANI 



© I Quaderni della FIAP 
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a fini scientifici e divulgativi del presente articolo
con obbligo di citazione della fonte


Quaderni della FIAP, n.53

 
Sulla Resistenza in Europa


di
Carlo Francovich
Avio Clementi
Pasquale Iuso
Gaetano Messina
Fulvio Tucci

Quaderno n.53



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Introduzione di
LEO VALIANI

I saggi che compongono il n.53 della serie dei “Quaderni della FIAP” bene delineano il tema che la promotrice della pubblicazione, ad eccezione forse dello scritto del Tucci, peraltro ricco di non poche suggestioni sulla realtà della Resistenza in Toscana e così sulle tensioni di quei giovani che parteciparono alla battaglia per la libertà, hanno dato alla raccolta. E ribadiscono, altresì, la funzione prevalentemente culturale e non reducistica della F.I.A.P.

Il primo di tali saggi, una lezione di Carlo Francovich tenuta nel lontano 1964 all’Università di Roma, vuole essere anche un omaggio, un ricordo del compagno scomparso da qualche tempo. Gli altri, incentrati sulla Resistenza italiana all’estero, come viene comunemente indicata tale storiografia, portano elementi nuovi e stimolanti ad una lettura, per non pochi aspetti inedita, su quel che fu la tragedia vissuta dai reparti italiani sorpresi dall’armistizio del settembre 1943 lontano dalla madre patria.

Ma non può essere solo questione di titolazione, naturalmente.

Il processo di una “nuova” coscienza nazionale, cioè a dire l’atmosfera della ripresa, destinata a seguire l’oscuro tracollo del settembre 1943, nella quale vibrava, nonostante tanti aspetti di abiezione fascista, la resurrezione degli italiani che trovarono, in larga misura in sé, come per una interna illuminazione, lo slancio a partecipare alla lotta armata contro i nazisti e gli “alleati” di questi, fino alla riconquista del paese ricostituito in una nuova nazione.

Oggi, in un certo senso quasi analogo, un problema si pone per la storia d’Europa contemporanea. Si tratta di cogliere il senso e di interpretare la funzione delle varie forze e così il collasso di miti e di ideologie alla luce di un processo in divenire, di capire, inoltre ciò che è vivo e cosa è morto alla luce della nostra coscienza di uomini d'oggi.

Riconosciamo che anche i testi della battagli antifascista e antinazista di ieri, visti oggi, ci appaiono diversi. Ognuno di noi è carico dell’esperienza di ciò che è seguito ad essi e che ci impegna ad una nuova o rinnovata azione politica in armonia con i nuovi problemi che si affacciano oggi, anche per le nuove generazioni.

Leo Valiani


LA RESISTENZA IN EUROPA: CENNI

Questo testo di lezione che il prof. Carlo Francovich tenne, nel marzo 1964, all’Università di Roma in un corso di aggiornamento didattico per insegnanti di scuola media superiore, è del tutto inedito. Non fu mai rivisto dall’autore; egli parlò di getto e senza l’ausilio di appunti scritti. Noi vi abbiamo apportato alcune piccolissime correzioni di forma e di punteggiatura senza alterare minimamente la sostanza della lezione.

Per noi la riproposta ha valore non solo scientifico, ma anche personale di ricordo di un indimenticabile amico e compagno scomparso di recente.

l.m.

Nello stretto limite di un’ora non mi è possibile esaurire e neanche toccare in tutte le sue parti un argomento così vasto com’è quello della Resistenza in Europa. Se alla Resistenza in Italia è stato assegnato un tempo di 5 o 6 lezioni, è giusto pensare che ogni altro paese d’Europa avrebbe diritto a un limite di tempo altrettanto ampio: i problemi italiani sono problemi europei, sono problemi che esistono per tutti gli altri stati europei; quindi io mi limiterò ad un breve cenno relativo ai problemi generali per poi, se loro sono d’accordo, mettere un po’ più a fuoco il problema della Resistenza in Germania che ha una situazione abbastanza simile a quella italiana.

Nella maggior parte degli Stati europei, la Resistenza contro il tedesco è stata la Resistenza contro un nemico straniero, contro lo straniero che invade il paese e in pratica tanto a Parigi quanto a Bruxelles il resistente, anche se in terra occupata, è un soldato francese, è un soldato belga che si batte contro l’esercito tedesco. Viceversa, negli altri paesi dove sussiste, al momento della guerra, un regime di dittatura politica, la lotta contro i fascisti e contro i nazisti assume l’aspetto anche di lotta per il rinnovamento sociale, per il cambiamento delle strutture politiche e amministrative del paese, e direi che questa parte riguarda in modo particolare l’Europa orientale e certi paesi dell’Europa centrale.

In Ungheria, la dittatura esisteva già fin dal 1920. In Polonia, la dittatura di Pilsudski esisteva dal 1926; in Jugoslavia il Re Alessandro impose un regime dittatoriale dal 1929; in Bulgaria dal 1923; in Austria c’era un regime pseudo democratico, ma praticamente sotto un capo dello Stato del partito cristiano-sociale, Enselbert Dolfuss che, in sostanza, instaurò un regime dittatoriale; e si può dire che una dittatura esisteva anche in Grecia al momento in cui la guerra scoppia e una dittatura esisteva altresì nel 1939 in Cecoslovacchia, dove i Cechi, i Boemi vivevano già sotto l’oppressione dell’occupazione nazista. Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio, Lussemburgo e Francia sono paesi democratici come del resto lo era la Cecoslovacchia nel 1938, paesi democratici che si battono non più per cambiare la struttura interna del loro paese, ma unicamente per scacciare, almeno in un primo tempo, il nemico. Quindi, in quei paesi dove esiste già una dittatura, la Resistenza e la continuazione della lotta clandestina precedente, come in Italia: qui l’8 settembre non è che cambi molto la situazione; la data e gli avvenimenti ad essa collegati danno maggiore ampiezza alla lotta antifascista, ma in realtà essa è la continuazione di quella che c’era stata durante il ventennio fascista, sia pure in misura molto minore. Comunisti, socialisti, partito d’azione, esistevano già prima dell’8 settembre; l’8 settembre dà forza e maggior vigore a questi movimenti. Ora, lo stesso è per i paesi dove la dittatura si è imposta; data la limitazione del tempo a mia disposizione, vediamo la situazione in Germania e come si svolge in Francia.

Nella Germania, sarebbe un grave errore pensare, come generalmente si pensa, che i tedeschi fossero tutti nazisti o siano tutti nazisti. In Germania, il regime nazista, il regime di Hitler si affermò con una violenza tale - una violenza che noi ben conosciamo perché l’abbiamo provata anche qui in Italia - che si impose, prima che negli altri paesi d’Europa, in Germania stessa, infierendo, in modo particolare, contro i tedeschi. Quando i campi di concentramento cominciano ad essere affollati dagli ebrei di tutta Europa, dai resistenti di tutta Europa, in quel momento in Germania molti erano già passati attraverso questi campi e vi vivevano già, da parecchi anni, almeno 500.000 tedeschi, senza contare quelli che erano stati massacrati. Io vorrei ricordare delle cifre: nel 1934, un anno dopo l’avvento della dittatura tedesca, si hanno 53 condanne a morte, nel 1935 sono 96, nel 1936 sono 88, nel 1937 sono 86, nel 1938, 89, nel 1939, 143. Se pensate alle condanne a morte inflitte dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato creato da Mussolini, voi vedete che le proporzioni sono enormemente diverse. Io credo, tutto sommato, che in Italia, almeno con le sentenze del Tribunale, le uccisioni, diciamo così, legali degli antifascisti, compresi gli oppositori slavi della Venezia Giulia, non arrivano a una ventina. Questa cifra noi la raggiungiamo in un anno. Per non parlare di quello che succede dopo, sempre in Germania, al momento dello scoppio della guerra, nel 1940. Le uccisioni, le esecuzioni sono 306 nel 1940, 1.146 nel 1941, 3.393 nel 1942, 5.684 nel 1943, 5.784 nel 1944. Nell’ultimo anno non si contano perché ci sono dei massacri dei superstiti, di quelli che sono sopravvissuti nei campi di concentramento. Il metodo di Hitler era veramente spaventoso: i suoi avversari, a parte quelli che venivano uccisi dalle SS, dalle SA, che passavano davanti al tribunale, venivano condannati a morte per mannaia, non per fucilazione, e si conserva ancora, mi pare nella prigione di Amburgo, il ceppo dove il condannato doveva appoggiare la testa per essere troncata. A un certo momento, dopo l’attentato a Hitler nel 1944, si procedette alla esecuzione sommaria, qualche volta senza processo, tagliando la testa a più di 7.000 persone; vengono usati i ganci delle macellerie e col filo spinato vengono impiccati e muoiono di una morte generalmente lenta, perché il sistema funziona piuttosto male. Nel complesso si può dire che sono circa 32.000 i tedeschi condannati e uccisi dopo un processo regolare; quelli uccisi senza processo non si contano, come non si contano nelle altre parti d’Europa. Muoiono in modo veramente coraggioso, questi oppositori tedeschi, perché la polizia lì funziona molto bene, molto meglio che da noi; non ci sono scappatoie, non c'è modo di scappare; la giustizia tedesca è implacabile contro tutti e non risparmia nessuno. Non per sminuire il valore dei miei compagni, dei resistenti italiani, ma non so quanti italiani avrebbero retto sotto un simile regime di oppressione e sotto le torture che i tedeschi infliggevano. Mi raccontava il mio amico Leo Valiani, che aveva un cugino nella Resistenza in Germania, che loro contavano che uno che fosse arrestato dalla Gestapo potesse al massimo resistere alle torture per 48 ore, e questo è tutto ciò che chiedevano ai membri della cospirazione, 48 ore di tempo per dare la possibilità agli altri appartenenti del gruppo di volatilizzarsi e di sfuggire alle prime ricerche della polizia. Questa composizione ideologica tedesca, come dappertutto, e così da noi, è fatta in nome di varie ideologie politiche. In modo principale, i più battaglieri, come del resto in tutte le parti del mondo, sono i comunisti, che danno il la, fin dal primo giorno, alla resistenza tedesca. Pensate che i deputati comunisti massacrati sono 54; i rappresentanti del partito socialdemocratico sono 58, sono perciò un numero maggiore, però maggiore era il numero degli eletti; il partito comunista non era un partito tanto grande quanto lo era la socialdemocrazia tedesca che aveva radici profonde; comunque 58 deputati socialisti e 54 comunisti scontano con la vita l’opposizione al regime.

C’è un’opposizione fatta però da tutte le classi sociali: vi si trova l’operaio, vi si trova l’intellettuale, vi si trovano il cattolico e il protestante; esiste un’opposizione cattolica fatta soprattutto, in veste ufficiale, dal vescovo di Monaco e dal vescovo di Munstendhal. E c’è l'opposizione della base cattolica che soprattutto si esprime nella sua forma più nobile e più bella in un gruppo di giovani studenti che loro probabilmente hanno già sentito ricordare: il gruppo di Monaco della “Rosa bianca”, i fratelli Inge e Sophie Scholl, i quali organizzano questa associazione segreta e la fanno con elementi artigianali, perché collegamenti non esistono più; comprano un ciclostile e con questo cominciano a fare dei comunicati e a diffonderli nell’Università, questo quando la guerra era già cominciata e quando cominciava a profilarsi già la sconfitta tedesca. Sono anime nobilissime che entrano nella lotta con lo spirito del sacrificio. Essi sono convinti che, nel momento stesso in cui entrano nella vita e nella lotta clandestina, saranno condannati a morte e dovranno sacrificarsi. Lo dicono a chiare lettere: “La Germania sta facendo delle cose vergognose in tutto il mondo - essi scrivono – c’è da vergognarsi di essere tedeschi. Noi con la nostra vita dobbiamo testimoniare al mondo che c’è una Germania migliore di quella delle SS, di Hitler e dei suoi accoliti, dobbiamo dimostrare questo con la nostra vita”; e cominciano da soli a fare questa diffusione di manifestini, sebbene l’attività si svolga soprattutto nella sede dell’Università (e l’Università anche allora, anche a Monaco, non soltanto in Italia, era piena di studenti nazisti e fascisti): nonostante ciò loro vollero testimoniare l’altra Germania. A un certo memento i loro manifestini li portarono in cima ad un androne, ad una scala, e dall’alto rovesciarono la valigia piena di manifestini e cercarono di fuggire. Furono invece bloccati alle porte (c’era stata una spiata), furono presi e processati, torturati, naturalmente, perché la tortura era necessaria per strappare i nomi degli altri compagni che collaboravano con loro; torturati, ma con fede serena, con la fede che dava loro la religione, e la loro convinzione patriottica, resistettero e non parlarono, tant’è vero che non vi furono altre condanne a morte all’infuori dei due arrestati del primo momento. Entrambi morirono, il fratello e la sorella Scholl gridando “Viva la Germania libera” e aggiunsero: “Noi moriamo anche per voi, per voi che in questo momento ci condannate”. Quindi c’era un movimento, direi, di base cattolica.

I comunisti hanno un’esperienza assai più vasta; i comunisti, come in Italia, nascono già in clandestinità, nascono già come nucleo, come minoranza, almeno allora, rivoluzionaria che vuole attuare la rivoluzione; quindi sono persone sperimentate che conoscono mezzi e tecniche per combattere; eppure nonostante questo sono quelli che vengono più numerosamente arrestati, che più scontano con la vita la fedeltà ai loro ideali. Il gruppo più importante che si batte per la causa comunista in Germania è il gruppo chiamato “Die Rote Kappelle” (l’orchestra rossa) che, in realtà raccoglie attorno a sé anche elementi socialdemocratici e altri che resistono in nome della fede cattolica, di una fede cristiana, sia cattolica che protestante. È il gruppo della “Rote Kappelle” che probabilmente ha l’organizzazione migliore, addirittura ha una radio clandestina con cui, su una certa onda, trasmette notizie e discorsi di propaganda in tutta quanta la Germania ed è il gruppo della “Rote Kappelle” che, in un certo momento, favorisce l’esodo dalla Germania di operai antifascisti nel periodo della guerra civile spagnola. La guerra civile spagnola, come è noto, è nel 1936, la Cecoslovacchia viene sommersa nel 1938; fino al 1938 Praga è la centrale da cui arrivano in Germania notizie e da cui si cerca di far affluire notizie dalla Germania per l’estero. Attraverso questa organizzazione si creano dei canali che portano operai e borghesi e intellettuali tedeschi, sia attraverso il confine boemo, sia attraverso la Svizzera, a combattere poi in Spagna. Bisogna ricordare che noi parliamo della colonna “Giustizia e Libertà” che Rosselli fondò e con la quale per primo intervenne nella lotta in Catalogna (ricordiamo la famosa frase OGGI IN SPAGNA DOMANI IN ITALIA). La Spagna fu, purtroppo per quel disgraziato paese, un po’ la cavia dove tutti quanti provarono gli effetti della lotta civile che poi avrebbe sconvolto tutta l’Europa; e accanto alla colonna “Giustizia e Liberta” e a quella assai più importante del battaglione “Garibaldi” c’erano, tra i reggimenti più valorosi e che hanno avuto il maggior numero di perdite, due battaglioni tedeschi intestati uno a Edgar Andrè e l’altro a Telmann. Entrambi appartenevano al partito comunista tedesco. Andrè aveva un nome belga, era di origine belga e nel 1934 era stato condannato a morte da un tribunale tedesco. La sua dichiarazione, in quella sede, a quanto riferirono poi i testimoni, fece venire i brividi ai giudici, perché Edgar Andrè non chiese pietà, anzi mise sotto accusa i giudici, e quando gli dissero: “Morirà per mannaia, perché ha tradito e disonorato la sua Patria”, lui si alzò in piedi e disse: “La mia Patria non è la vostra, il mio onore non è il vostro onore, quello che intendo io. Sono un comunista, mi sono sempre battuto per la mia causa; da soldato ho vissuto e da soldato morirò” e affrontò la morte. Ad Edgar Andrè verrà intitolato un reggimento che si batterà nella guerra civile spagnola. L’altro è Ernst Telmann, il vecchio leader del partito comunista tedesco e morirà anche lui, ma in quel momento era vivo; morirà negli ultimi mesi della lotta di liberazione. I comunisti, quindi, costituiscono un reggimento Ernst Telmann, intitolato al loro capo in quel momento in prigione; potete immaginare come i nazisti, i sorveglianti del lager lo trattassero per questa ragione; infatti poco prima della liberazione, perché non potesse godere della libertà, fu fucilato. Questi tedeschi non sono solo comunisti ma appartengono a vari partiti politici: sono presenti in Germania con 5.000 uomini di cui più di 2.000 muoiono sul campo di battaglia; e anche in quel senso il tributo agli ideali della libertà fu pagato in notevole misura. Sono cose importanti e non le sottolineo per deformazione professionale, ma se voi prendete quella bellissima opera che è le “Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea”, troverete delle note introduttive con notizie schematiche quasi sempre tutte esatte, comunque difficili a trovarsi altrove, e troverete anche che le “Lettere dei condannati a morte della Resistenza tedesca” sono tra le più belle, sono tra quelle forse più consapevoli. Perché il resistente tedesco sa di essere solo in un mondo che gli è avverso e, nonostante questo, sa testimoniare la propria fede con la lotta; ci vuole un grande coraggio. In Italia, in fondo, l’antifascista sapeva di avere vari amici, molti amici e “complicità” ed era compreso; in Italia, anche in una famiglia fascista il fratello o il figlio che diventa socialista o azionista o comunista continua ad essere considerato figlio; in una famiglia nazista egli, non più nazista, viene messo al bando; la famiglia lo ignora, lo ignora del tutto, non so se per disciplina, per carattere, molte volte anche per necessità, perché - è noto - la Germania perseguitava non il singolo membro ma l’intero nucleo familiare. La crudeltà con cui gli antinazisti venivano perseguitati è documentata da due esempi che io mi limito a fare (ce ne sarebbero a centinaia).

Il primo è relativo al gruppo “Roby”, un gruppo clandestino che viene scoperto: vengono arrestati in 55. Al processo se ne presentano 44; 11 sono morti sotto le torture perché non avevano resistito a quel brutale trattamento. Naturalmente i sopravvissuti sono condannati a morte per mannaia. L’altro esempio che vorrei citare è quello della “Rote Kappelle”, che ho già brevemente ricordato. Vengono arrestati marito e moglie (lei si chiama Hilde Coppi, il nome è italiano ma sono tedeschi) e una ragazza, Frida Blaskovitz. Le due donne sono in stato interessante. Hitler ordina che, sebbene condannate a morte, siano mantenute in vita finché non hanno partorito; devono finire di allattare il bambino: quando il bambino sarà svezzato, verrà tolto alla madre e la madre verrà portata via dal boia perché le tagli la testa. Noi conserviamo, nel libro che vi dicevo, le lettere di queste due donne che scrivono, una al marito, una alla madre, nei quali vedono appunto la continuazione della loro vita, la loro ragione di essere vissute, nell’aver contribuito alla lotta per la realizzazione di una Germania più giusta.

Indubbiamente pero l’episodio più clamoroso è l’attentato del 20 luglio. Questo episodio ha un’importanza grandissima anche perché la recente storiografia tedesca (anche la storiografia tedesca sta mutando) sulla Resistenza tedesca ha finora voluto accentrare, sull’episodio del 20 luglio, la Resistenza della Germania. Tutto è lì, è in questo episodio, perché vi partecipano sacerdoti, generali, alti funzionari: questa è la Resistenza tedesca; il richiamo al movimento operaio precedente, invece, è completamente ignorato come se questa Resistenza non fosse esistita. D’altra parte nella Germania orientale la storiografia ignora l’episodio del 20 luglio: lo minimizza e la Resistenza è fatta unicamente dal movimento operaio. Manca, quindi, una visione critica di quelle vicende e la storiografia è sentita in funzione polemica e politica. Noi italiani siamo liberi da questo; noi, quando parliamo della Resistenza, chiamiamo resistenti i comunisti e chiamiamo resistenti i liberali, anche i militari che sono morti gridando “Viva il re!”, e chiamiamo resistenti i cattolici e tutti quanti perché essi, tutti assieme, hanno lottato per liberarsi dalla tirannia ed è sbagliato non considerare, come fanno i tedeschi, i comunisti resistenti come se chi era comunista in quel periodo non potesse essere poi mutato. La visione deve essere storica, in conclusione, non politica; comunque il 20 luglio è effettivamente un episodio pieno di conseguenze. Quando si profila la sconfitta del nazismo anche le alte sfere dell’amministrazione e dell’esercito cominciano a muoversi e cominciano a capire che Hitler porta la Germania alla rovina e allora ci sono delle prese di contatto fra i vari ambienti, generali e diplomatici, i quali cominciano a dire: “Cerchiamo di fare la pelle a Hitler”.

Sembra impossibile, ma sono stati fatti dall’esercito, da alti ufficiali dell’esercito tedesco undici attentati a Hitler, e nemmeno uno è riuscito; del resto chi lo sa, c’è una provvidenza anche per i dittatori. Se pensate che Miss Gibson, quella irlandese folle che sparò a Mussolini, lo colpì solo di striscio al naso, chissà quale altro corso avrebbe preso la storia se avesse tirato 10 centimetri più a sinistra.

Dunque, undici attentati di cui uno è veramente comico. Un ufficiale, Slabrendorf, mette nell’aereo di Hitler una bomba a orologeria di fabbricazione inglese, perché le bombe tedesche funzionavano meno bene: gli inglesi avevano infatti passato alla Resistenza tedesca certi tipi di bombe. Ad Hitler gliela mettono dentro la valigia ma l’attentato fallisce proprio per il difetto della bomba, in quanto l’acido ha corroso un filo e la bomba non è scoppiata. Tutti, però, sono pronti ad aspettare la notizia che l’aereo durante il volo sia esploso, perché questo generale aveva consegnato all’aviatore la valigia dicendo: “Qui dentro ci sono due bottiglie di cognac, le porti al mio collega Tal dei Tali”. E questo aviatore l’aveva messa al posto giusto; quindi, il generale, quando sente dalla radio che niente è successo e che l’apparecchio è arrivato regolarmente a destinazione, si precipita con un altro aereo e, raggiunto l’aviatore, gli dice: “Mi restituisca subito le bottiglie di cognac”; apre la valigia e scopre la ragione per la quale la bomba non aveva funzionato: questo è uno degli attentati non riusciti. L’attentato del 20 luglio è importante, appunto, per tutti i suoi legami che ha in Germania; esponenti di questo moto antihitleriano, di questo attentato sono i personaggi più alti della vecchia diplomazia e dell’esercito prussiano, tra cui alcuni marescialli (aderisce ad un certo momento il maresciallo Von Rommel e Stuttnager, capo della guarnigione tedesca in Francia). Non c’è bisogno che io qui ripeta questa vicenda tanto è nota. È interessante vedere chi viene coinvolto. Infatti viene coinvolto quello che è stato considerato il “leader” del movimento, Goerdeler, il borgomastro di Lipsia che aveva compiuto un atto di coraggio perché Lipsia è la patria di Mendelssohn e a questi aveva eretto un monumento nella sua piazza principale. Però Mendelssohn è ebreo: finché Goerdeler rimane al suo posto di borgomastro, la statua di Mendelssohn non viene rimossa, quando viene rimosso il borgomastro, viene rimossa anche la statua.

Comunque Goerdeler continua a mantenere dei contatti anche fuori dalla Germania, in Inghilterra e in Scandinavia, anche nel corso della guerra. Questi contatti sono piuttosto strani, perché a differenza della Resistenza italiana, che quando ha combattuto Mussolini e il governo fascista non ha mai chiesto agli inglesi e agli americani e ai russi: “Che cosa ci date se noi facciamo fuori Mussolini, se noi eliminiamo il governo fascista?”, perché i resistenti italiani sentivano che il dovere di eliminare Mussolini era prima di tutto compito loro, i tedeschi trattano, i tedeschi dicono: “Se noi facciamo fuori Hitler che cosa ci date? Vogliamo anche l’Alto Adige”. Dicono infatti: “Ci lasciate i vecchi confini, ci date l’Alto Adige?” (che era già stato occupato). Naturalmente inglesi, americani e russi rispondono come hanno risposto a noi: resa incondizionata. E allora le cose si trascinano a lungo fino a che il colonnello Stauffenberg, che è veramente la figura più bella di questo movimento, non compie il suo attentato. L’attentato fallisce anche qui per un caso: Stauffenberg ha preparato tutto alla perfezione, alla tedesca; all’ora tale arriva l’aereo, tanti minuti per entrare nel bunker dov’è nascosto il Fuhrer, per mettere la valigia con la bomba a orologeria, tanti minuti per uscire, appena lui fuori dalla porta scoppierà la bomba. Tutto va bene e tutto funziona in questa maniera, solo che un ufficiale ha spostato con un piede la valigia di Stauffenberg con la bomba e la bomba salta mezzo metro più in là, con un tavolo che ripara Hitler. L’attentato fallisce e i cospiratori identificati vengono naturalmente uccisi, passati per le per le armi immediatamente: quelli che vengono processati fanno una fine più dolorosa perché vengono prima torturati e poi uccisi con i famosi ganci di cui ho parlato dinanzi. Vengono coinvolte in questo attentato tutte le opposizioni; c’era per esempio il gruppo di un nobile prussiano, un pronipote di von Moltke che si chiamava von Moltke anche lui, che a Kreisal nella sua tenuta organizzava dei periodici incontri fra antinazisti e in questi incontri vi partecipavano: un padre Gesuita, uno tra i tanti, dei pastori protestanti, qualche ufficiale, qualche diplomatico e qualche esponente del movimento sindacalista socialdemocratico. E lì le discussioni si svolgevano sul piano puramente teorico, perché erano persone che seguivano quasi tutte le massime Gandhiane della rivoluzione pacifista: sostenevano che non si deve uccidere per nessuna ragione, che Hitler sarebbe caduto e che la Germania sarebbe stata ricostruita sulle basi di un nuovo umanesimo cristiano. Quello che caratterizza, si può dire, tutti i gruppi non comunisti è la grande fede nella moralità cristiana: un umanesimo cristiano deve essere la base della ricostruzione della futura Germania. Mi diceva l’amico Don Roberto Angeli, che ha scritto un bellissimo libro “Vangelo nei lager”, a proposito di questo incontro fra protestanti e cattolici in Germania: “Noi, questo ecumene, l’avevamo già realizzato. Già nei campi di concentramento il prete ortodosso, il pastore protestante e il sacerdote cattolico erano tutti insieme. Ascoltavamo le stesse parole, ci scambiavamo le stesse idee e avevamo le stesse speranze”. Questa è, direi, la caratteristica essenziale di questo movimento del 20 luglio; nonostante che alcuni suoi esponenti ammettano la minima parte avuta nel complotto, vengono tuttavia condannati a morte anche loro. È interessante il colloquio fra il padre Dehl e il pastore protestante: quando lo portarono fuori di cella per l’esecuzione, finendo una discussione di carattere ideologico su cui non erano d’accordo, padre Dehl si rivolse al pastore protestante e gli disse: “Tra mezz’ora io ne saprò più di lei” perché appunto sarebbe andato in Paradiso dove probabilmente avrebbe avuto informazioni dirette. Direi che questo è l’aspetto essenziale della Resistenza tedesca. 7.000 persone vengono uccise dopo questo attentato nei vari campi di concentramento, tra questi Marian Stesen, un esponente comunista in internamento da una decina di anni, il quale riesce a mandar fuori l’ultimo bigliettino, indirizzato alla moglie, così formulato: “Ricevuta lettera, sono ancora vivo, soprattutto ora fa’ il tuo dovere”. C’era poco da fare il proprio dovere perché ormai gli antinazisti tedeschi erano già stati quasi tutti eliminati. Quei pochi ormai non potevano più far altro che aspettare gli Alleati e la Germania non ebbe il movimento popolare che avemmo noi; quindi non si può parlare, concludendo questa parte, di una vera e propria Resistenza tedesca: si può parlare, credo, di una opposizione al regime hitleriano, ma se per Resistenza s’intende l’insurrezione di un popolo che approfitta di qualsiasi occasione per rovesciare questo regime inumano, questa Resistenza non c’è stata. Ci sono stati piccoli gruppi nei vari settori dello scacchiere politico tutti pieni di nobiltà e soprattutto pieni di coraggio, anche se non deve essere sottaciuto il fatto che i capi delle democrazie occidentali non incoraggiarono mai il popolo tedesco a rovesciare il regime di Hitler.

Di altro tipo è la Resistenza francese. Una Resistenza assai più facile questa perché è la Resistenza contro un nemico che invade il territorio e con il quale un governo fantoccio, quello di Petain, stabilisce dei patti di alleanza, di amicizia, firmando un armistizio in cui consegna il paese in mano ai tedeschi. Naturalmente tutto questo, dalla maggior parte dei francesi, non viene accettato; e di qui il grande impulso alla lotta dei francesi, che non è come da noi in Italia lotta per un rinnovamento sociale, lotta per la conquista di uno stato nuovo, ma è lotta per il ripristino del Governo di prima, per la riconquista della libertà; benché anche questo che sto dicendo non sia completamente vero. Infatti il governo di Vichy non apparve sempre del tutto ossequiente ai tedeschi, e ciò fu importante per mantenere la Francia di Petain e la flotta francese fuori della guerra contro gli angloamericani.

La Resistenza francese comincia, non so se bene o male, con il generale De Gaulle. Il merito del gen. De Gaulle e indubbiamente quello di aver capito fin dal primo giorno che di fronte ai tedeschi non si deve capitolare né cedere. Singolare il destino di quest’uomo: ufficiale di buon livello, come spesso avviene per gli ufficiali francesi, educazione fatta a Saint Cyr, educazione umanistica assai profonda, il padre professore di filosofia in un collegio di gesuiti, un uomo che nei suoi libri cita Aristotele, Pascal, Paul Valery e che scrive in un francese veramente cartesiano. Questo ufficiale non si trova sempre in armonia con i suoi superiori e nel 1934 fa un progetto di una nuova guerra, dicendo in sostanza: “La tecnica militare che il nostro stato maggiore adotta è completamente sbagliata; è il concetto della vecchia guerra, della guerra del ’15-’18; la linea Maginot, la trincea dietro cui fermare l’avversario. La prossima guerra, con le innovazioni tecniche, sarà una guerra di movimento, sarà una guerra di sfondamento” e descrive quale dev’essere l’unità che deve fare questa nuova guerra. Propone quindi la formazione di una nuova unità che è nient’altro che la “Panzer Divisionen” che poi verrà copiata dai tedeschi: la divisione corazzata, l’unità che sfonda le linee e che penetra dentro lo schieramento nemico e sconvolge le retrovie e batte l’esercito. Ora, questo progetto fu proposto da De Gaulle alla Camera francese attraverso il deputato Palewsky, fu presentato a Blumm e fu sempre rigettato perché Petain vi scrisse sopra qualcosa come: “Questa è fantascienza! Non è vero”. Molti lessero il libretto “Vers l’Armie" che lui pubblicò dopo; ne trassero beneficio però i tedeschi e il generale Guderian, creando la “Panzer Divisionen” con cui i tedeschi batterono i francesi, batterono gli olandesi, i belgi ed invasero l’Europa intera. De Gaulle, quando la Francia capitola nel giugno, chiedendo ai tedeschi l’armistizio, da appena generale di prima nomina rivolge un appello noto come quello del 18 giugno 1940: “Francesi in piedi”. Derrière moi; unisssez vous. Venite ed unitevi intorno a me e combattiamo. E per la prima volta appare la parola “Resistenza”. La Resistenza del popolo francese non deve cessare e non cesserà. Unitevi con noi. Il seguito che De Gaulle ha è minimo, qualche governatore delle colonie aderisce al suo movimento ma tutta quanta la struttura burocratica della colonia rimane fedele a Petain e all’impero coloniale; del vasto impero coloniale francese le uniche colonie che aderiscono al movimento gaullista sono le colonie dell’Africa equatoriale. I grandi burocrati, “i papaveri” della politica francese rimangono più o meno indifferenti, rimangono comunque legati a Petain; chi invece accorre nelle file di De Gaulle sono umili soldati, sono operai, qualche volta sono comunisti e De Gaulle li accoglie nelle sue file. Con sforzi tenaci e una fatica di grande lena, partendo proprio dalla colonia dell’Africa equatoriale, da Brazzaville, riesce a ricostruire una Francia libera, in cui affluiscono ufficiali, soldati, tecnici, che si trovano in quel momento all’estero. Intanto all’interno erano avvenuti dei cambiamenti. I comunisti al momento in cui avviene l’occupazione tedesca sono presi in contropiede; i comunisti in Francia non furono fra i primi resistenti come in altri paesi. Essi avevano fatto una politica contro la guerra e avevano spinto i soldati, con la loro propaganda, a non combattere; avevano svolto una propaganda di questo genere. Non combattete questa guerra - andavano ripetendo - che è la guerra dei capitalisti, dei borghesi. Deponete le armi. Quando i tedeschi vincono e il regime di Petain si afferma, non è che i comunisti passino immediatamente alla Resistenza ma cercano di ottenere una sorta di riconoscimento legale, visto che loro non erano stati avversi ai tedeschi. Naturalmente questo riconoscimento non viene e quando l’Unione Sovietica entra in guerra contro i nazisti, cioè quando l’Unione Sovietica viene attaccata dai tedeschi, allora i comunisti francesi si gettano, con pieno slancio, nella lotta di Liberazione e come dovunque, bisogna riconoscerlo, occupano i primi posti, occupano in modo massiccio un settore vastissimo della opposizione. Intanto in Francia era avvenuto un fenomeno quasi analogo a quello che era avvenuto in Italia. I vecchi partiti erano falliti: il partito socialista, il partito radicale, lo stesso partito comunista; al loro posto nascono una serie di movimenti clandestini che hanno come scopo, se noi studiamo i loro programmi, un rinnovamento politico, soprattutto un rinnovamento sociale della Francia; sono movimenti che si chiamano “Combat, Liberation, Liberé et federé”, “Liberare e federare”, nato a Tolosa e fondato da un nostro esule, Silvio Trentin, “Franc Tireur”, “La Resistance”, “Jeune Republic”, e altri movimenti che combattono per conto loro, sia nella Francia occupata che nella Francia sotto il regime Petainista. Ora, quale fu l’intelligenza di De Gaulle? Fu che si mise in contatto con questi movimenti. Mentre gli americani disprezzavano ogni forma di Resistenza e cercavano attraverso il loro ambasciatore di attirare dalla loro parte Petain per spingerlo a fare la guerra contro la Germania, De Gaulle cerca i contatti con la Resistenza francese e quando c’è lo sbarco nel Marocco, gli americani hanno subito pronto il loro uomo, assai più malleabile di De Gaulle, perché De Gaulle non è affatto malleabile, De Gaulle vuol difendere, da vero francese, gli interessi della Francia: quest’uomo è Giraud, un altro generale fuggito in modo romanzesco da una torre dove i tedeschi lo avevano rinchiuso. Il popolo francese però non accetta, il popolo francese, i resistenti francesi dicono: “Noi vogliamo De Gaulle come nostro capo”, e questa è una grande benemerenza di un grande resistente francese: Jean Moulin. Jean Moulin era prefetto di Chartres, organizzò i movimenti all’interno e poi andò a Londra e riconobbe come capo De Gaulle; fu lui che fece da tramite tra la Resistenza interna e la Resistenza della Francia libera che aveva la sua sede a Londra, fu lui che riuscì a creare questa unità della Resistenza francese. Ci fu poi lo sbarco in Normandia, lo sbarco nella Francia meridionale e naturalmente si incontrarono anche la Francia libera di De Gaulle e degli ufficiali che si erano riuniti intorno al loro capo e la Resistenza dell’interno, i movimenti delle forze dell’interno; evidentemente c’era qui il dissidio della nuova Francia che voleva nascere dalla lotta di Liberazione (questa lotta di Liberazione in Francia è stata caratterizzata da un’infinità di suicidi, non so come mai, ma molto più che da noi il resistente francese usava la pillola di cianuro, che teneva nascosta in qualche parte; per non parlare l’inghiottiva; e ce n’è un'infinità di questo tipo di casi).

Il merito di De Gaulle è stato quello di resistere, di vincere le diffidenze e le ostilità e di dare la dimostrazione del suo sempre progressivo ascendente sulle forze sane del popolo francese, così da giungere ad essere riconosciuto come esponente di queste forze, ma tutto ciò non modifica per nulla la sua origine per così dire irregolare agli occhi delle democrazie occidentali. Per questa ragione il generale De Gaulle fu, a lungo, ritenuto più un simbolo che un riconosciuto capo politico.

La storia successiva rivelerà che il governo del generale De Gaulle è stato indubbiamente rispondente alla volontà del popolo francese, perché è l’uomo che ha rifiutato l’umiliazione dell’armistizio e la servitù della collaborazione; ma si comprende che gli Alleati, accettando il governo di fatto e riconoscendolo, facciano alcune riserve formali. L’Unione Sovietica superò queste riserve, stipulando con la Francia di De Gaulle un patto di alleanza e prevenendo quindi gli Alleati sulla via del completo riconoscimento del nuovo governo francese.

Io credo di aver già varcato i limiti del tempo che mi è stato assegnato. Di che cosa si dovrebbe ancora parlare? Si dovrebbe parlare soprattutto, forse, della Resistenza jugoslava. Almeno un minimo cenno permettetemelo: sebbene io sia il meno adatto a parlare della Resistenza iugoslava, perché come fiumano vedo alcuni aspetti assai negativi, però quello che nessuno può negare è che gli jugoslavi hanno, per primi, adottato la tecnica della guerriglia che poi verrà applicata in Italia. E saranno probabilmente ufficiali e soldati italiani che hanno visto, che hanno combattuto gli slavi in Jugoslavia, che hanno constatato come si combatte, come si fa la guerriglia, che introdurranno da noi questa nuova tecnica, tecnica assai diversa da quella tradizionale degli ufficiali di carriera. Parri ci dice che c’è un manuale dello Stato maggiore italiano che prende atto dell’esperienza jugoslava. Se non altro questa Resistenza jugoslava, su 13 milioni di abitanti, ha avuto un milione e 700.000 morti, non tutti ammazzati dai tedeschi, non tutti ammazzati dagli italiani, dagli italiani solo in piccola parte, soprattutto ammazzati dai loro stessi “quislings”, dai Pavelic e dagli altri servi del nazi-fascismo. Nei pochissimi minuti rimasti a mia disposizione, accennerò alla lotta – l’ho già accennato - contro l’occupante e i locali quislings per sottolineare che il Movimento jugoslavo di liberazione, già al momento del suo sorgere, aveva superato, come dire, i limiti di un semplice movimento di resistenza. Sia per la vasta partecipazione popolare, sia per l’importanza dei combattimenti e per i successi militari ottenuti (e per il prestigio ch’esso meritò tra i resistenti europei e negli stessi Alleati) tale Movimento sviluppò la sua organizzazione militare e politica per instaurare mutamenti di carattere rivoluzionario e liberatore di ampia portata.

Ci sarebbe poi da parlare della Resistenza polacca. Sia pure in breve, va sottolineata la grande importanza che ebbero le ostilità tra Germania e Unione Sovietica nel 1941 sui movimenti di resistenza in Polonia e sulle trasformazioni in senso politico di questi movimenti. Com’è noto la Resistenza polacca si divise in due componenti: una aderì all’Unione Sovietica, l’altra al Comitato formatosi a Londra. Naturalmente, dato che il mondo è diviso in due parti, i grandi divisero tale movimento resistenziale in due parti, come nel ’700, come al tempo delle guerre di successione. La lotta di liberazione fu combattuta dagli elementi fedeli al governo di Londra che furono poi sopraffatti dal comitato di Lublino che rappresentava l’Unione Sovietica.

Occorrerebbe poi parlare della Resistenza belga, della Resistenza norvegese, la quale aiuta e agevola il sabotaggio dell’impianto dell’acqua pesante, quello che doveva servire per la bomba atomica tedesca: ci sarebbe da parlarne, ma qui rinvio alla bibliografia che eventualmente vi passerò. Come ultimissima cosa vorrei ricordare però la Resistenza olandese, la quale ebbe un carattere particolarmente nobile; ci furono degli scioperi olandesi che portarono naturalmente alle solite stragi, alle solite deportazioni, alle solite decimazioni; questo sciopero non fu fatto per l’indipendenza dell’Olanda, bensì contro la deportazione degli ebrei. Ad un certo momento gli olandesi dissero: “Noi ci opponiamo a che i nostri fratelli ebrei siano portati fuori di qui”. Fu con questo modo, in questo spirito che si combatté.

Direi ora che è tempo di concludere. Abbiamo detto da principio, sia pure all’ingrosso, che vi sono due correnti nelle Resistenze d’Europa: quella che cerca e si batte per un rinnovamento e si trova soprattutto nei paesi che vivono sotto una dittatura, che lottano contro i tedeschi, ma lottano anche contro i propri nemici interni, contro i fascisti del proprio paese; e quella che punta ad una lotta unicamente di tipo militare, di tipo patriottico, contro l’invasore straniero, ma la stessa lotta, anche in questa direzione, crea la necessità di un nuovo credo e sentire politico e anche nella Francia, anche nell’Olanda, anche nel Belgio, la Resistenza, come nelle altre parti, porta la Speranza di un mondo nuovo, più libero, più giusto.

Carlo Francovich


 


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