DE GAULLE E LA RESISTENZA FRANCESE


 

QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.17



De Gaulle e la Resistenza francese

di Guido Marinelli


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Quaderni della FIAP, n.19, 1976

De Gaulle e la Resistenza francese
(Breve sintesi dei fatti e del contributo degli emigrati italiani
nella resistenza francese in appendice)



 di Guido Marinelli


Quaderno n.19




I movimenti di resistenza organizzati nei vari paesi occupati dalle armate di Hitler in Europa acquistarono ciascuno una propria fisionomia particolare dovuta alle condizioni di ciascun paese, alla sua situazione politica, economica, militare e diplomatica che ne delinea i tratti essenziali, gli scopi e le finalità. 


Tracciare, sia pure a grandi linee, un quadro della Resistenza in Europa, e di quella francese in particolare, non é compito facile. Il nostro, quindi, non vuole avere nessuna pretesa di completezza ma soltanto affrontare il problema - sia pure affrettatamente - in quanto la originalità della Resistenza francese consiste appunto nella sua diversità e per la complessità di problemi che lo studio di essa solleva. Originalità che riguarda anche gli uomini che di essa furono gli animatori. Se in Italia e così nella stessa Germania, sia pure in maniera diversa, la Resistenza è stata una lotta contro un regime esistente e quindi lotta politica e ideologica, in Francia non si è trattato della stessa cosa: nel 1940 la situazione è più chiara, più definita malgrado «l’equivoco» di Vichy, come fu chiamato da numerosi francesi e la condizione in cui venne a trovarsi la Francia nel contesto della guerra 1939-1945, e così ai fatti che l’originarono, alle varie componenti storiche e militari rispetto alle altre nazioni, determineranno l’orizzonte in cui nacque, visse e operò la Resistenza francese. 


In Francia, più che in altri paesi, i fermenti ideologici e quelli politici si rivelarono con manifestazioni contraddittorie o convergenti verso punti d’impatto di un processo ideologico particolare. Nonostante le apparenti coloriture politiche differenziate, la «carica» che avvertiamo nella Resistenza Francese non ha l’eguale con quella delle altre nazioni, sia per la generale coerenza di principi nazionali, sia per la volontà degli uomini più impegnati anche se provenienti da orizzonti politici diversi e, a volte, addirittura, in opposizione o in aperta lotta sul piano politico tra di loro, ma concordi in quello dell’azione clandestina e quella militare. 


I miti della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità, come quello dell’onore, della patria, hanno in Francia - come è noto - radici molto profonde. 

Nel caso specifico della Resistenza, dopo la sconfitta della guerra, tra il 1939 e il 1940, vi si aggiunge una logica reazione nel rifiutare la disfatta e l’armistizio firmato dal Maresciallo Pétain a Montoire. 

Le ragioni della sconfitta lasciano ancora adesso adito ad una serie di interrogativi dovuti, in parte, alla situazione internazionale, agli obblighi derivati sul piano diplomatico ma, per i francesi stessi, essa fu dovuta, soprattutto, all’incapacità dei capi sia politici che militari, e a quello spirito di «capitolazione» che essi (in particolare de Gaulle) dissero incarnati proprio da Pétain, il vincitore di Verdun, sempre pronto, anche allora, a transigere, per una sua visione connessa al passato. Visione alquanto restrittiva sulle possibilità di resistenza e di lotta del paese, provato già da varie guerre. 


Sono note le vicende francesi tra le due guerre e gli antefatti della sconfitta militare per esser qui riprese. Esse sono state narrate molte volte e, spesso, con acume e grande penetrazione. Gioverà ricordare brevemente l’errore più vistoso che i governi di Parigi commisero nel non sapere comprendere l’interesse vitale che il loro paese aveva al rafforzamento della democrazia tedesca. Il punto di vista francese, tendenzialmente nazionalistico, portava ad un’unica conclusione: tutti i tedeschi andavano valutati per infidi. Il risultato di queste «incertezze» fu che quando non poterono più rifiutarle, fecero alla destra germanica e a Hitler poi, le concessioni che avrebbero dovuto fare a suo tempo e tempestivamente alla sinistra tedesca nelle cui fila il partito socialdemocratico era sinceramente pacifista. 


Le leggende di una ipotetica intesa tra il generale de Gaulle e il Maresciallo Pétain, allo scopo di salvare meglio la Francia dal disastro, lungo il filo degli anni, si sono rivelate inconsistenti alla prova dei fatti e dei documenti che sono pervenuti sino ad ora a noi. Le mezze frasi o le attitudini ambigue che, sia da una parte che dall’altra, avrebbero potuto far pensare a una tale tattica, sono dovute, piuttosto, all’entourage dei due capi, al desiderio di vederli meglio uniti nella lotta contro l’occupante, piuttosto che a una reale intesa specifica. 


Si trattava, in realtà, per il governo di Vichy, di una linea di politica interna ben caratterizzata dal punto di vista autoritario, antiparlamentare e antirepubblicana. Non era un caso che il generale Weygand, alcuni giorni dopo la firma dell’armistizio facesse pervenire al Maresciallo Pétain una specie di promemoria in cui era detto: «La Francia non vuole più il vecchio ordine di cose. Bisogna instaurare un regime sociale senza lotta di classe. La famiglia deve essere ripristinata nel suo ruolo. Contro l’ondata di materialismo, bisogna riformare l’educazione della gioventù. A programmi nuovi, uomini nuovi. Non v’è tempo da perdere». L’occasione della sconfitta per una non piccola parte della nuova classe politica francese si presentava come «l’occasione storica» da molti attesa per infliggere una salutare lezione al regime della Terza Repubblica (nata da un’altra sconfitta subita nel 1870). 


Ma per de Gaulle la questione era diversa. Giocavano, non solo per de Gaulle ma anche per altri generali, colonnelli e altri ufficiali che erano usciti dalla scuola di Pétain, altri fattori e una visione delle cose diversa anche di tattica e di strategia militare nella condotta della guerra; le personalità umane stesse sembrano alquanto lontane, come furono lontani gli obiettivi: l’uno per la guerra di posizione (Pétain), l’altro per una guerra di movimento (de Gaulle). Tra l’altro, de Gaulle comandava una divisione di mezzi corazzati e aveva pubblicato saggi e articoli, e anche alcuni volumi sulla guerra moderna e la tecnologia dei mezzi meccanici. 


Un elemento che sul piano interno e in quello sentimentale giuocherà in modo affettivo nella posizione francese fu, tra l’altro, sentito dolorosamente col ritorno dell’Alsazia-Lorena alla Germania; poi, la voluta distruzione o la resa che poteva colpire anche la flotta navale; e, per finire, la perdita dell’Impero francese in caso di vittoria tedesca. A ciò va aggiunto il sentimento di orgoglio, la frustrazione, l’umiliazione profonda, risentite quale altrettante ferite per la mancata difesa a oltranza del territorio nazionale; l’inutilità della Linea Maginot, ancora intatta; la quale, pur essendo munita di pezzi di ogni genere non sparò un solo colpo; la mancata operatività dei mezzi difensivi di cui disponeva il supremo comando militare, anch’essi rimasti pressoché intatti o solo parzialmente lanciati nella battaglia per l’improvvisa e fulminea avanzata delle colonne motorizzate tedesche. 


In effetti, si assiste a un profondo processo di divisione interna, di stupefazione, dovuta al patto germano-sovietico, prima, alla campagna condotta dai comunisti a favore della pace e contro la guerra, dopo; alla perplessità delle altre nazioni a intervenire in modo pieno ed efficace nel conflitto. La stessa Inghilterra preferì reimbarcare le sue divisioni per farle rientrare a casa, piuttosto che lanciarle nella battaglia che con la caduta del Belgio e dell’Olanda, riteneva già compromessa. 


Prima che una resistenza vera e propria possa via via organizzarsi, prendere forma, agire su un piano nazionale, nonostante la divisione della Francia in due zone, una, a Nord, occupata, l’altra, a Sud, semi-libera, passerà qualche tempo. 


La partenza del generale de Gaulle per Londra, l’appello del 18 giugno 1940 lanciato dalla B.B.C. londinese, a quattro giorni dalla firma dell’armistizio, trovarono in quel tempo un’udienza alquanto limitata per tutte queste ragioni accennate. Salvo alcuni ambienti militari, pochi conoscevano de Gaulle. 


Dietro di lui non vi era alcuna personalità politica eminente o comunque nota. 


Lo stato morale e psicologico del paese, in generale, non era in grado di rendersi conto della reale entità della disfatta. Un paese prostrato o incredulo, esitante, con le strade piene di rifugiati, di militari in ritirata per la fulminea avanzata dei mezzi corazzati tedeschi lungo le strade che già, in guerre precedenti, avevano aperta la via di Parigi alle colonne militari tedesche (1815-1870-1915). 


Lungo l’arco di tempo che va dal giugno 1940 alla fine del 1941, sino a quasi metà del 1942, la Resistenza si organizzerà gradualmente, grazie ai primi elementi militari o civili dispersi, qua e là; poi, in piccoli gruppi di conoscenti, di amici, di compagni politici sino a raggiungere una sua articolazione, prima, nella zona semilibera del Sud, poi, nella zona occupata, del Nord. 


Sull’intero territorio nazionale vi perverrà solo tra il 1942 e il 1943, con organizzazioni strutturate. Ma, già nei primi mesi, tali tentativi di organizzazione saranno scontati con sacrifici di vite, di uomini e di mezzi non indifferenti, arresti ed esecuzioni sommarie. In questi primi tentativi isolati non sono esenti i pericoli, e i più colpiti sono, in generale, gli uomini di sinistra e i comunisti, dei quali la polizia francese che collabora con i servizi tedeschi detiene lunghe liste di nomi preparate prima della guerra e dell’armistizio e dopo il Patto Germano-Sovietico. Tali liste serviranno ai tedeschi per organizzare, d’accordo con la polizia e la gendarmeria francese, una rete di sorveglianza in tutto il territorio per colpire senza pietà chi tenti di riorganizzare un partito, un sindacato e, ancora di più, un gruppo di resistenza. 

L’organizzazione di una resistenza solidamente strutturata ed efficiente sarà, soprattutto, opera dei militari smobilitati, di ufficiali di riserva o in attività di servizio nello stesso governo Pétain e nei suoi servizi, seguiti dagli ufficiali detti dell’Esercito di Armistizio e facenti capo alla cosiddetta «Armata dell’Armistizio» e i rispettivi centri di smobilitazione, di vettovagliamento, di magazzini militari di sussistenza, armi e munizioni, rimasti intatti; gli uffici di informazioni e controspionaggio, i famosi «deuxième Bureau» che, ritrovandosi, col pericolo della vita, riannodano le amicizie e i contatti tra camerati e tentano di dar vita a formazioni modeste ma efficaci coll’idea di proseguire la lotta. 

In effetti, de Gaulle - come egli stesso dirà – è seguito a Londra da un gruppo sparuto di ufficiali subalterni, di diplomatici, simpatizzanti, uomini di cultura quasi tutti giovani o giovanissimi in maggioranza. 

Il programma del generale de Gaulle fu concepito in modo da poter attrarre il maggior numero possibile di quadri superiori in Inghilterra, quadri delle varie formazioni militari, allo scopo di ricostituire unità francesi di tutte le armi da mettere a disposizione degli Alleati per continuare la guerra, e ridare, così, alla Francia, il posto che essa deteneva prima dell’armistizio, salvando, in tal modo, il paese, l’Impero e i territori d’Oltremare. 

Comandante di una divisione corazzata che negli ultimi tempi della breve guerra fece miracoli, de Gaulle è, per natura e temperamento, per il movimento, la tecnologia moderna, l’azione ma, nel contempo, da buon tattico e stratega intelligente e anche per l’informazione, l’efficienza calcolata, base di ogni azione militare che voglia essere sicura ed efficace. 

I servizi di informazioni e di controspionaggio di de Gaulle e quelli degli inglesi, saranno coordinati e, a volte, concorrenti, in modo di poter seguire ogni movimento del nemico sia in Francia che in Europa, in terra, in cielo, sui mari. 


La Resistenza si organizza con criteri di intercettazione modernissimi, costituita da, vari servizi di informazioni, prima di iniziare operazioni sul terreno nei vari centri del territorio nazionale e nelle colonie. 


Un servizio speciale con diramazioni collegate a istituzioni militari e civili che servono di copertura, si occupa, anche, dell’evasione dei prigionieri di guerra, dei soldati dispersi, per farli passare in Inghilterra o nella zona «libera» del Sud della Francia, salvandoli così dalla deportazione o dai campi di lavoro o di sterminio. 


Il generale de Gaulle non ha un carattere facile per gli Alleati, soprattutto per l’Inghilterra e l’America, i quali preferirebbero metterlo agli ordini dei loro stati maggiori, piuttosto che farlo agire in piena indipendenza, come egli desidera. 


Winston Churchill lo stimava ma spesso diceva «tra tutte le croci che ho portato nella mia vita - si sfogava - la più pesante è quella di Lorena». Roosevelt non l’amava e spesso gli trovava il complesso del messia. Anche i generali alleati lo trovarono esigente e impertinente. 


Un altro handicap, per de Gaulle, era il suo grado militare; la poca notorietà nel campo politico. In effetti, de Gaulle è solo colonnello, nominato generale di brigata a titolo temporaneo; nominato qualche giorno prima dell’armistizio per potere assumere l’incarico di sottosegretario alla difesa del Governo Reynaud, grazie alle sue conoscenze tecniche e alle sue pubblicazioni sulla guerra di movimento, e la lotta che da anni egli conduceva per un’armata moderna ed un esercito di mestiere. Dinnanzi a lui stanno marescialli, generali di corpo d’armata, ammiragli non proclivi a mettersi ai suoi ordini e, con idee opposte, a volte, alle sue. Anche rispetto ai Comandi Alleati, oltre che a quelli francesi, la sua situazione non fu facile e si deve alle sue doti di energia e di perseveranza, alla sua volontà tenace se riuscì, col tempo, a imporsi, dopo lotte e umiliazioni indicibili, quale Capo della Francia Libera. 


Questo dimostra la sua superiorità e quell'elemento tattico e intuitivo che lo distinguerà lungo la sua esistenza di capo militare e politico, di uomo sensibile alla tradizione, ma aperto alle idee di progresso e di modernità. 


Scrittore efficace, i suoi appelli, i suoi proclami, le sue memorie, dimostrano uno stile sobrio, limpido e chiaro, come la sua dirittura morale, compatibile con le necessità della guerra e dell’azione politica, anche se, molte volte, così dicevano i suoi detrattori, non amasse essere contraddetto. 


*** 

In un afoso pomeriggio d’estate, la BBC presenta ai suoi microfoni un personaggio praticamente sconosciuto che legge un proclama rivolto alla Francia. Questo avviene alla fine di un programma senza molta importanza. È il 18 giugno 1940. La trasmissione non è tecnicamente perfetta, l’ora non è delle migliori, la gente oltre la Manica ha mille altri pensieri. Tutti o quasi in Francia hanno mollato, la gente cerca la pace, tutti o quasi invocano il nome del maresciallo Pétain che è amato come un salvatore. Una voce ignota lancia una proposta assurda, continuare a combattere per l’onore della Francia. Ma de Gaulle è deciso a non arrendersi. «L’avvenire dura a lungo - diceva - e tutto può accadere». 








L’APPELLO DEL 18 GIUGNO 1940 
DEL GENERALE DE GAULLE 

APPELLO AI FRANCESI 

«I capi che da molti anni sono alla testa delle armate francesi hanno formato un governo.

Tale governo, allegando la disfatta delle nostre armate, si è messo in rapporto col nemico per cessare il combattimento.

Certo, noi siamo stati, noi siamo, sommersi dalla forza meccanica, terrestre e aerea, del nemico.

Infinitamente più che il numero, sono i carri, gli aerei, la tattica dei tedeschi che ci fanno indietreggiare. Sono i carri, gli aerei, la tattica dei tedeschi che hanno sorpreso i nostri capi al punto da condurli là ove essi sono oggi.

Ma, l’ultima parola è stata detta?

La speranza deve scomparire?

La disfatta è definitiva?

No!

Credetemi, io che vi parlo in conoscenza di causa vi dico che nulla è perduto per la Francia.

Gli stessi mezzi che ci hanno vinto possono un giorno condurci alla vittoria.

Che la Francia non è sola! Essa non è sola! Essa non è sola!

Essa ha un vasto impero dietro di essa. Essa può fare blocco con l’Impero Britannico che tiene il mare e continua la lotta. Essa può, con l’Inghilterra, utilizzare senza limiti l’immensa industria degli Stati Uniti.

Questa guerra non è limitata al territorio sfortunato del nostro paese.

Questa guerra non è decisa dalla battaglia di Francia. Questa è una guerra mondiale. Tutti gli errori, tutti i ritardi, tutte le sofferenze non impediscono che vi siano nell’universo tutti i mezzi per schiacciare un giorno i nostri nemici. Folgorati oggi dalla forza meccanica superiore, potremo vincere in avvenire con una forza meccanica superiore.

Il destino del mondo è là.

Io, Generale de Gaulle, attualmente a Londra, invito gli ufficiali e i soldati francesi che si trovano in territorio britannico o che volessero trovarvisi, con le loro armi o senza le loro armi, invito gli ingegneri e gli operai specialisti delle industrie dell’armamento che si trovano in territorio britannico o che volessero trovarvisi, a mettersi in rapporto con me.Qualunque cosa accada, la fiamma della Resistenza francese non deve spegnersi e non si spegnerà.

Domani, come oggi, io parlerò alla radio di Londra».

* * *

Successivamente, il generale de Gaulle telegrafava a tutti i capi militari, alti commissari, residenti generali in funzione alle colonie dell’Impero francese, comunicando la sua intenzione di continuare la guerra, invitandoli a partecipare alla lotta, aderendo a far parte del Comitato Nazionale Francese e del Consiglio di Difesa della Francia d’Oltremare in via di costituzione.

Ai capi militari offriva di mettersi ai loro ordini ed assumere essi la presidenza dei comitati in via di costituzione.

Nel contempo, il generale Weygand, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Francese, ordinava al generale de Gaulle di rientrare in Francia e cessare ogni attività sediziosa. Il 20 giugno, il generale de Gaulle rispondeva negativamente al generale Weygand.

A fine giugno l’Incaricato di Affari dell’Ambasciata Francese di Londra, notificava al generale de Gaulle un altro ordine del generale Weygand, il quale lo invitava, a nome del governo francese, a costituirsi prigioniero nelle 24 ore alle carceri militari di Tolosa. A tale comunicazione il generale de Gaulle rispondeva che una tale comunicazione non presentava per lui nessun interesse, pregando di volerla rimettere al mittente.

Il messaggio che Winston Churchill lanciava al popolo inglese un giorno prima che il generale de Gaulle parlasse alla BBC di Londra, è un altro appello alla resistenza, alla volontà che ...«anche da soli»... gli inglesi intendevano proseguire la guerra: «Noi resistiamo soli alle armi, ma combatteremo sino in fondo, sino alla vittoria finale...».

Con la firma dell’armistizio franco-tedesco da parte del generale francese Huntziger, per la Francia, e il generale tedesco Keitel, per la Germania, il 22 giugno; seguito da quelle franco-italiano, del 24 giugno, firmato dal generale Huntziger e il maresciallo Badoglio, le operazioni militari prendevano praticamente fine, nonostante qualche resistenza sporadica di alcuni gruppi francesi in alcune zone delle Alpi, dell’Est e del Nord.

Il 25 giugno il maresciallo Pétain lanciava un messaggio dalla radio in cui sosteneva che... «l’onore era salvo».

Ma, lo stesso giorno, alla Camera dei Comuni, Winston Churchill, con viva emozione, denunziava l’articolo 8, relativo alla flotta francese, della Convenzione di Armistizio, dichiarando che l’onore francese si sarebbe salvato solo continuando la guerra oltre i confini, nei territori d’oltremare, e faceva appello alla flotta francese perché continuasse a combattere a fianco dell’Inghilterra.

Il 28 giugno il governo inglese riconosceva, con un comunicato radio, il generale de Gaulle quale «Capo dei Francesi Liberi», decisi a continuare la guerra sino alla vittoria.

Frattanto, il governo francese si trasferiva a Vichy il 2 luglio 1940, sanzionando la divisione in due zone del paese: una zona Nord, occupata interamente dai tedeschi; una zona, a Sud, cosiddetta «libera», sotto la giurisdizione del governo di Vichy, secondo la firma della Convenzione di armistizio. Il governo del maresciallo Pétain conservava, inoltre, l’autorità sulle colonie, la flotta navale, una forza militare, la polizia e la gendarmeria della zona Sud.

Contrariamente ai desideri del governo inglese e alle speranze del generale de Gaulle, una prima sorpresa dolorosa fu l’attacco della flotta francese da parte degli inglesi a Mers-el-Kébir e a Plymouth. All’ingiunzione di mettersi sotto la protezione e il controllo inglese, la flotta francese dei due porti rifiutò di sottomettersi. Dopo una prima avvisaglia a salve, il fuoco delle navi inglesi colpì due navi da guerra francesi che colarono a picco con 1300 marinai a bordo. Questo a Mers-el-Kébir. A Plymouth gli inglesi salirono di sorpresa sulle navi, obbligarono gli ufficiali ed i marinai a scendere a terra, e avvennero degli scontri con morti e feriti. Gli equipaggi delle navi francesi furono consegnati a terra nelle caserme inglesi in attesa di giudizio.

Tali episodi tragici e dolorosi dovevano portare un colpo d’arresto all’azione del generale de Gaulle e a quella di Winston Churchill, sorpresi loro stessi della reazione degli equipaggi francesi e, nel contempo, della brutalità e la cecità di quelli inglesi. In effetti, la personalità del Maresciallo Pétain era tale nello spirito e nel cuore dei francesi e nel mondo che non poteva essere alterata o, addirittura, superata da un giorno all’altro, nonostante la sconfitta, l’armistizio e l’occupazione, in quanto agli occhi dei militari e del popolo francese il Maresciallo Pétain - come egli stesso dichiarò nel suo messaggio alla nazione - accettava di coprire con la sua persona e il suo prestigio il disastro nazionale che si era abbattuto sulla Francia, nella speranza di rendere meno dure le condizioni di vita del popolo e di salvare, il più possibile, l’onore e la dignità del paese rispettando una leale convenzione di armistizio che, sotto certi aspetti, conoscendone altre, poteva sembrare, a prima vista, larga e generosa. Anche il gesto di Hitler di fare rientrare a Parigi le ceneri del Duca di Reichstadt, Napoleone II, figlio di Napoleone, da Vienna, perché riposassero a fianco di quelle del padre, fu un gesto simbolico non privo di sentimento e di accorta diplomazia, un omaggio, infine, al grande soldato, all’Imperatore dei francesi, a cui gli ambienti militari erano molto sensibili. E, nel contempo, era un omaggio di Hitler alla Francia e al suo passato di gloria.

Evidentemente, la politica di Hitler mirava a fare della Francia un alleato che potesse servire ai disegni di guerra germanici.

Si era fatta strada, tra i nuovi governanti e i loro fiancheggiatori, l’idea che la guerra era ormai finita, e la Germania l’aveva vinta.

Non restava, dunque, alla Francia che di cercarsi un nuovo posto nell’Europa che stava nascendo con la conquista degli eserciti di Hitler. Un compromesso soddisfacente con la Germania e la neutralità sembravano i primi obiettivi da conseguire. Montoire rappresentava, per non pochi francesi, il coronamento di talune iniziative con cui la Francia si offriva come «partner» privilegiato nel Mediterraneo, marittimo e coloniale nel quadro del «nuovo ordine» europeo. Una logica che condurrà via via il regime di Vichy a fare il poliziotto per conto della Germania. Del resto, cacciare i partigiani, i resistenti, scegliere, in altre parole, gli ostaggi non rappresenta un attributo di sovranità?

La divisione della Francia in due zone: quella a Nord, controllata interamente dai tedeschi che comprendeva: Parigi, Le Mans, Dijon, Vierzon, Bordeaux, Amiens e tutte le coste dell’Atlantico e della Manica; quella a Sud controllata dal governo di Vichy con una semi libertà di movimento e di organizzazione, comprendeva: Vichy, Clermont-Ferrand, Tolosa, Marsiglia, Lione, dai Pirenei alle Alpi Marittime, sino alla frontiera italiana, e la Savoia. Già tale divisione rispettata fino al 1942 dai tedeschi, indicava la finalità strategica che, praticamente, faceva della Francia un’appendice della Germania, in una linea di continuità attraverso l’Alsazia e la Lorena. Tutto ciò avrebbe dovuto mettere in guardia e non lasciare dubbi a nessuno.

Gli incidenti di Mers-el-Kébir e di Plymouth furono sfruttati dalla propaganda germanica in modo clamoroso, mettendo in risalto, con altri esempi, la duplicità della politica inglese e la volontà di mettere le mani sulla flotta francese e nei territori dell’Impero fedeli a Vichy.

D’altra parte, il generale de Gaulle fu il primo ad essere dolorosamente sorpreso dell’atteggiamento dell’ammiragliato britannico, e così della inaspettata reazione francese.

Ed egli, con voce in cui traspariva una profonda emozione, da Radio Londra, l’8 luglio 1940, parlò ai francesi e al mondo cercando di calmare gli spiriti:

«Nella liquidazione momentanea della forza francese, che fa seguito alla capitolazione, un episodio particolarmente crudele ha avuto luogo il 3 luglio.

Voglio parlare, comprendetemi, dell’orrenda cannonata di Orano.

Ne parlerò nettamente, senza mezze frasi che, in un dramma in cui ogni popolo giuoca la propria vita, bisogna che gli uomini di cuore abbiano il coraggio di vedere le cose in faccia e dirle con franchezza.

Io dirò subito questo:

Non vi è un francese che non abbia appreso con dolore e collera che alcune navi della flotta francese siano state colate a picco dai nostri alleati.

Questo dolore, questa collera, vengono dal più profondo di noi stessi.

Non vi è alcuna ragione di patteggiare con essi e, per me, io lo esprimo apertamente. Così, indirizzandomi agli inglesi, io li invito a risparmiarci e a risparmiare a loro stessi ogni rappresentazione di questa odiosa tragedia come un successo navale, una vittoria. Sarebbe ingiusto e fuori posto. Le navi di Orano non erano, in realtà, in condizione di battersi. Esse si trovavano alla fonda, senza alcuna possibilità di manovra o di dispersione, con equipaggi tormentati da quindici giorni di terribili prove morali. Esse hanno lasciato alle navi inglesi le prime salve che, come ognuno sa, sono decisive nel mare a simili distanze. La loro distruzione non è il risultato di un combattimento glorioso. Ecco quello che un soldato francese dichiara agli alleati inglesi, con altrettanta chiarezza, nonostante la grande stima che essi godono in materia navale.

Indirizzandomi ai francesi, dopo, io domando loro di considerare il fondo delle cose dal solo punto di vista che deve, finalmente, contare; cioè dal punto di vista della Vittoria e della liberazione.

In virtù di un patto disonorante il governo che era a Bordeaux aveva consentito a mettere le nostre navi alla discrezione del nemico. Non vi è alcun dubbio che, per principio e per necessità, il nemico avrebbe un giorno adoperato, sia contro l’Inghilterra, sia contro il nostro proprio Impero, la flotta francese. Ebbene, io dico, francamente, che è meglio che qualche nave sia andata distrutta! Io amo di più vedere il Dunkerque, il nostro bel, caro, possente Dunkerque, arenarsi dinnanzi Mers-el-Kébir che di vederlo un giorno occupato dai tedeschi, bombardare i porti inglesi o Algeri, Casablanca, Dakar. Dando questa cannonata fratricida, poi, cercando di rivolgere contro gli alleati traditi l’irritazione dei francesi, il governo che fu a Bordeaux è nel suo ruolo, nel suo ruolo di servilità. Sfruttando l’avvenimento, per eccitare uno contro l’altro il popolo inglese e il popolo francese, il nemico è nel suo ruolo, nel suo ruolo di conquistatore. Considerando il dramma per quello che è, io voglio dire, per deplorevole e detestabile che sia, ma evitando che abbia per conseguenza l’opposizione morale degli inglesi e dei francesi, tutti gli uomini chiaroveggenti dei due popoli sono nel loro ruolo, nel ruolo di patrioti.

Gli inglesi che pensano non possono ignorare che non ci sarà per loro alcuna vittoria possibile se l’anima della Francia dovesse passare al nemico. I francesi degni di questo nome non possono ignorare che la disfatta inglese suggellerebbe per sempre la loro schiavitù.

Non importa quello che arriva, anche se l’uno di essi è, per un tempo, caduto sotto il giogo del comune nemico se i nostri due popoli, i nostri due grandi popoli, rimangono legati l’uno all’altro. Essi cadranno tutti e due o vinceranno insieme!

In quanto a quei francesi che rimangono ancora liberi di agire seguendo l’onore e l’interesse della Francia, io dichiaro in loro nome che essi hanno, una volta per tutte, preso la loro dura risoluzione. Essi hanno preso, una volta per tutte, la risoluzione di combattere!».

Come conseguenza degli scontri sanguinosi di Mers-el-Kébir e di Plymouth, il governo di Vichy del Maresciallo Pétain, con una vivace nota di protesta, il 4 luglio, rompe le relazioni diplomatiche con l’Inghilterra (il governo di Vichy, grazie alla divisione della Francia in due zone, mantiene il suo corpo diplomatico nel mondo e le sue ambasciate e consolati all’estero).

Le reazioni in Francia e nel mondo sono diverse.

La posizione di de Gaulle non esce, certo, favorita; al contrario, e ciò nonostante il suo discorso alla Radio di Londra per calmare gli spiriti e giustificare, in un certo senso, l’azione inglese è nella logica della sua azione. Lo stesso Churchill ne è addolorato ma, al tempo stesso, tale azione serve ancora più a mettere in evidenza la volontà decisa dell’Inghilterra a non lasciare la flotta francese libera nei suoi movimenti e controllarne l’azione. E il dominio dei mari è ancora tenuto dall’Inghilterra particolarmente nel Mediterraneo e nell’Atlantico. Il secolare dissidio tra le due flotte riaffiora, in sordina, malgrado le apparenti recriminazioni di Churchill e dell’Ammiragliato britannico, i quali nell’esprimere le loro scuse a de Gaulle e al governo di Vichy, e la loro emozione per gli incidenti, affermano il principio della loro alleanza per continuare la guerra oltre il territorio metropolitano.

Ancora una volta si disegna la necessità di sempre e, cioè, che le sorti della seconda guerra mondiale saranno decise nel Mediterraneo, come lo furono per tutto lo scacchiere europeo nel conflitto del 1914-1918.

Più che ogni altra descrizione, a tale proposito, vale la pena riprendere qualche pagina delle «Mémoires de Guerre» del generale de Gaulle, in cui egli puntualizza in modo sincero la sua difficile situazione, dagli inizi delle sue giornate londinesi all’indomani dell’appello del 18 giugno, agli incidenti dolorosi di Mers-el-Kébir e di Plymouth:

«Costituire una forza di combattimento, questo importava soprattutto. Io mi misi subito all’opera. Alcuni elementi militari si trovavano già in Inghilterra. Erano delle unità della Divisione leggera alpina che dopo aver fatto una brillante campagna in Norvegia, sotto gli ordini del generale Béthouart, erano state riportate in Bretagna a metà giugno e si erano reimbarcate nello stesso momento delle ultime truppe inglesi che rientravano in Inghilterra.

Vi erano, d’altra parte, alcune navi della marina da guerra - un totale di circa 100.000 tonnellate - rifugiate da Cherbourg, da Brest, da Lorient, con a bordo, oltre i loro equipaggi al completo, degli isolati e degli ausiliari, il tutto formava, come effettivi, circa 10.000 marinai.

Vi erano, ancora, qualche migliaio di soldati che erano stati feriti, prima, in Belgio, curati negli ospedali inglesi.

Le missioni militari francesi avevano organizzato il comando e l’amministrazione di tutti questi elementi disparati, in modo da mantenerli sotto l’obbedienza del governo di Vichy e prepararli per un rimpatrio generale in Francia dopo la firma dell’armistizio.

Il solo fatto di prendere contatto con queste frazioni multiple, disperse, comportava, per me, grandi difficoltà. Io non disponevo, all’inizio, che di un numero infimo di ufficiali, quasi tutti subalterni, pieni di un’immensa buona volontà, ma impotenti a forzare l’apparecchio della gerarchia. Quello che essi potevano fare, e lo fecero, era la propaganda presso i graduati e gli uomini di truppa che riuscivano ad incontrare.

Il rendimento era debole.

Otto giorni dopo il mio appello del 18 giugno, il numero dei volontari sistemati nella sala dell’Olympia prestata, assommava a qualche centinaio.

Bisogna dire che le autorità britanniche non favorivano, certo, i nostri sforzi.

A loro cura era stato distribuito un comunicato che preveniva i militari francesi di tutte le armi stazionanti sul suolo inglese i quali potevano scegliere tra il rimpatrio in Francia, il passaggio, quali volontari, al generale de Gaulle o arruolarsi nelle forze di Sua Maestà Britannica.

(È superfluo aggiungere che questa terza soluzione era quella desiderata dal Comando Inglese.)

Senza dubbio, le istruzioni date da Churchill e gli interventi di Spears (il generale Spears, amico di de Gaulle), incaricato dal Primo Ministro dei collegamenti tra la Francia Libera e i servizi inglesi, riuscivano, qualche volta, a vincere l’inerzia o l’opposizione. (Per favorire i disegni di de Gaulle.) La stampa, da parte sua come la radio e molte associazioni e privati, facevano alla nostra iniziativa una pubblicità calorosa. Ma, il Comando britannico che attendeva da un giorno all’altro l’offensiva tedesca e, forse, l’invasione dell’Inghilterra, si trovava troppo assorbito nei suoi propri preparativi militari per occuparsi di un compito che, ai suoi occhi, era e rimaneva alquanto secondario.

D’altra parte, per comodità e abitudine professionale, l’apparato militare inglese e i circoli ufficiali erano inclini a rispettare l’ordine costituito, il normale, cioè a dire, il Governo di Vichy e le sue missioni accreditate ancora a Londra.

Infine, non era non senza diffidenza che i comandi inglesi consideravano questi francesi, alleati di ieri, oggi, umiliati dalla sfortuna e, in più, scontenti di loro stessi e degli altri, tutti carichi di molti risentimenti.

Che potrebbero fare i francesi di Londra se il nemico arrivava?

Non era più saggio reimbarcarli al più presto?

E, infine, che cosa importava, in definitiva, qualche battaglione senza quadri e degli equipaggi senza stati maggiori che il generale de Gaulle pretendeva avere al suo comando?

Il 29 giugno andai a Trentham-Park, ove si trovava accampata la divisione leggera di montagna.

Il generale che comandava la divisione voleva lui stesso rientrare in Francia, anche se con la ferma intenzione di mettersi qualche giorno dopo in linea, quello che doveva fare in seguito, del resto, e farlo valorosamente. Ma aveva preso le disposizioni perché io potessi vedere ogni corpo di truppa riunito. Così fu possibile di ricongiungere a me gran parte dei due battaglioni della 13ª «Demi-Brigata» della Legione Straniera, con il loro capo, il tenente colonnello Magrin-Verneret, detto Monclar, e il suo aggiunto, il capitano Koenig; duecento cacciatori Alpini; i due terzi di una compagnia di carri; qualche elemento di artiglieria, del genio, delle trasmissioni; diversi ufficiali dello Stato Maggiore e dei servizi, tra i quali il comandante Couchard, i capitani Dewavrin e Tissier.

E ciò nonostante che dopo la mia partenza dal campo i colonnelli inglesi de Chair e Williams, inviati dal «War Office», riunissero, a loro volta, le unità per dire letteralmente questo: «Voi avete tutta la possibilità di servire sotto gli ordini del generale de Gaulle. Ma noi dobbiamo farvi osservare, da uomini a uomini, che se voi decidete in suo favore, di fronte al vostro governo sarete considerati dei “ribelli”...».

L’indomani volevo visitare i campi di Aintree e di Haydock; ove si trovavano riuniti alcune migliaia di marinai francesi. Dal mio arrivo, l’ammiraglio inglese, comandante della base di Liverpool, mi dichiarò che si opponeva formalmente a farmi vedere i marinai francesi, in quanto ciò poteva nuocere al buon ordine degli equipaggi. E mi toccò rinunziarvi e ripartire senza poterli vedere. Ebbi maggior fortuna ad Harrow Park, qualche giorno dopo.

Nonostante tali difficoltà, una corrente favorevole di arruolamenti andava organizzandosi tra i nostri marinai. Qualche ufficiale risoluto mi aveva prima raggiunto, quali i capitani di corvetta d’Argenlieu, Wietzel, Moulec, Jourdan, che si misero con tutto il cuore ad arruolare.

Seguirono gli ufficiali e gli equipaggi di tre piccole navi da guerra: il sottomarino «Rubis» (Comandante Cabanier) che incrociava sulle coste della Norvegia; il sottomarino «Narval» (Comandante Drougon) che, dal mio appello, lasciò Sfax e raggiunse Malta per essere, più tardi, colato a picco in un’azione nel Mediterraneo; la scialuppa-pattugliere «Président Houdoué» (Comandante Deschartes).

L’arrivo del Vice Ammiraglio Muselier, contro il quale gli incidenti della sua carriera e i tratti della sua personalità avevano coagulato nella Marina militare numerosi elementi contro di lui, ma la cui intelligenza e il «savoir-faire» presentavano dei vantaggi in quel periodo avventuroso, mi permise di costituire un centro di un peso tecnico concreto sia pure al primo embrione delle nostre forze navali «libere».

Nel corso di tale periodo qualche dozzina di aviatori che vidi al campo di San Atham si raggrupparono intorno ai capitani de Raucourt, Astier de Villatte, Bécourt-Foch, in attesa che il comandante Pijeaud ne ricevesse il comando. Nel frattempo, alcuni volontari isolati raggiungevano ogni giorno l’Inghilterra.

Essi venivano, generalmente, dalla Francia, portati dagli ultimi battelli, regolarmente partiti; o, evasi, che giungevano su piccoli legni di fortuna di cui avevano potuto impossessarsi; o, ancora, volontari provenienti a costo di grossi rischi attraverso la Spagna, sfuggendo la polizia spagnola la quale chiudeva coloro che riusciva a catturare nel triste campo di Miranda. Degli altri aviatori, poi, sottraendo gli apparecchi alle consegne di Vichy, riuscivano a lasciare l’Africa del Nord per atterrare a Gibilterra. Marinai delle navi mercantili che l’azzardo della navigazione e, a volte,l’evasione dal piroscafo ove erano imbarcati - come, ad esempio, il «Capo Olmo», Comandante Vuillemin - chiedevano un posto di combattimento. Dei francesi che vivevano all’estero vennero ad arruolarsi.

Avendo riunito a White City 2.000 feriti di Dunkerque, convalescenti negli ospedali inglesi, ottenni 200 arruolamenti. Un battaglione coloniale che si trovava a Cipro, distaccato dall’Armata del Levante, mi raggiunse spontaneamente col suo capo, il Comandante Lerotte. Negli ultimi giorni di giugno giunse in Cornovaglia una flottiglia di battelli da pesca portando al generale de Gaulle tutti gli uomini validi dell’Ile de Sein, sulla Manica.

Giorno dopo giorno, l’adesione di questi giovani splendidi di ardore e di cui, molti, per raggiungerci, avevano compiuto prodigi, confermava la nostra risoluzione.

Sulla mia tavola si ammonticchiavano i messaggi giunti da tutti i punti del mondo, apportandomi, da parte di individui o da piccoli gruppi, delle commoventi domande di arruolamento.

I miei ufficiali e quelli della «Missione Speare» compivano prodigi di tenacia e di ingegnosità per organizzare il trasporto e far venire in Inghilterra i fuggiaschi.

Di colpo un avvenimento lamentevole venne a sospendere tale afflusso.

Il 4 luglio, la radio e i giornali annunziavano che la flotta britannica del Mediterraneo, il giorno prima, aveva attaccato la squadra francese alla fonda nel porto di Mers-el-Kébir. Nello stesso tempo eravamo informati che gli inglesi avevano occupato di sorpresa le navi da guerra francesi rifugiate nei porti della Gran Bretagna, sbarcati di forza e internati - non senza incidenti sanguinosi - gli Stati Maggiori e gli equipaggi. Infine, il 10, era pubblicata la notizia del siluramento, da parte di aeroplani inglesi, della corazzata «Richelieu», ancorata nella rada di Dakar.

I comunicati ufficiali e i giornali di Londra tendevano a presentare tale serie di aggressioni come una sorta di vittoria navale. Era chiaro che per il Governo e l’Ammiragliato britannico l’angoscia del pericolo, i cattivi fermenti di una vecchia rivalità marittima, i risentimenti accumulati dall’inizio della battaglia di Francia, venuti al parossismo con l’armistizio concluso a Vichy, erano scoppiati in uno di quei tristi impulsi per cui l’istinto soffocato di questo popolo rompe qualche volta tutte le barriere.

Non era mai apparso verosimile, nonostante tutto, che la flotta francese cominciasse le ostilità contro gli inglesi. Dal mio arrivo a Londra lo avevo costantemente affermato, al governo inglese e all’Ammiragliato. D’altra parte, era certo che Darlan (l’Ammiraglio), indipendentemente da ogni motivo di interesse nazionale, non avrebbe mai acconsentito a cedere ai tedeschi il suo bene: la Marina.

Ma, se Darlan e i suoi secondi rinunziavano a giuocare il ruolo magnifico che gli avvenimenti offrivano, essendo la marina l’ultima risorsa della Francia, allora che, per contrasto con l’Esercito, la flotta si trovava intatta, era perché essi si credevano sicuri di conservare i loro battelli.

Lord Lloyd, ministro inglese delle Colonie, e l’Ammiraglio Sir Dudley Pound, Primo Lord del Mare, venuti a Bordeaux il 18 giugno, avevano ottenuto da Darlan la sua parola d’onore che le nostre navi non sarebbero state consegnate. Lo stesso Pétain e Baudoin, suo ministro, da parte loro, si erano formalmente impegnati. Infine, contrariamente a quanto le agenzie inglesi e americane avevano fatto credere prima, i termini dell’armistizio non comportavano alcuna ingerenza diretta dei tedeschi sulla flotta francese.

Bisogna riconoscere, poi, che dinnanzi alla capitolazione dei governanti di Bordeaux e le prospettive delle loro possibili future debolezze, l’Inghilterra avrebbe potuto temere un attacco nemico qualora un giorno fosse pervenuto a disporre della flotta. E, in tale eventualità, la Gran Bretagna sarebbe stata minacciata mortalmente. Nonostante il dolore e la collera in cui siamo stati immersi io e i miei compagni, dal dramma di Mers-el-Kébir, per il comportamento degli inglesi, dal modo come se ne gloriavano, giudicai che la salvezza della Francia era al di sopra di tutto, anche di quella delle navi, e che il dovere consisteva sempre nel continuare la lotta. Lo dissi apertamente l’8 luglio, alla Radio1.

* * *

Già dal 23 giugno il governo inglese aveva fatto diffondere due dichiarazioni: una diceva che «non può considerare il governo di Bordeaux un governo indipendente»; l’altra, che avrebbe riconosciuto «un Comitato Nazionale Francese Provvisorio, rappresentante degli elementi francesi indipendenti che sono decisi a perseguire la guerra allo scopo di rispettare le obbligazioni internazionali contratte dalla Francia».

Un altro comunicato del 25 giugno, nell’intento di «concludere degli accordi finanziari necessari allo scopo di permettere all’Impero Coloniale francese di riprendere il suo ruolo»2... così concludeva: «Lo scopo della Gran Bretagna è la restaurazione completa del territorio coloniale e metropolitano francese».

E, in un altro, comunicato del 28 giugno: «Il governo inglese riconosce il generale de Gaulle quale capo di tutti i francesi liberi, ovunque essi si trovino, che si congiungano a lui per la difesa della causa degli alleati»3.

Il 7 agosto veniva firmato un accordo tra il generale de Gaulle e il Primo Ministro inglese Winston Churchill in cui si afferma che «una Forza Francese è costituita». E che tale forza «non potrà mai portare le armi contro la Francia», mentre «Il generale de Gaulle, Comandante Supremo di tale forza, accetta le direttive generali del Comando Britannico»4.

* * *

L’arruolamento della Francia libera si presentava sotto buoni auspici prima del doloroso incidente di Mers-el-Kébir. Dopo tale incidente prese corpo un sentimento di esitazione e una cruda reazione contro l’atteggiamento dell’Ammiraglio britannico.

Alla fine di luglio il generale de Gaulle poteva contare su una forza di appena 7.000 uomini in Inghilterra.

Al fine di cancellare pubblicamente il tragico errore di Mers-el-Kébir e di altri, fu organizzata una rivista delle forze della Francia libera, con la partecipazione di Re Giorgio VI d’Inghilterra, del Primo Ministro Winston Churchill, del Comando Supremo britannico e del generale de Gaulle, fornendo così la prova dell’appoggio ufficiale inglese alla Francia libera.







II

PRIMI APPROCCI PER UNA RESISTENZA INTERNA

NELLE DUE ZONE DELLA FRANCIA

«Ici, chacun sait

Ce qu’il veut, ce qu’il fait,

Quand il passe.

Ami, si tu tombes

Un ami sort de l’ombre

A ta place...»

J. Kessel el M. Druon

(Le Chant des Partisans)



Già nel luglio 1941 il “Movimento di Liberazione Nazionale» aveva compiuto alcuni progressi nella zona non occupata, giungendo persino ad organizzare una sua filiale a Parigi, divenendo così in quel periodo uno dei movimenti clandestini meglio organizzati. Animatori Henry Frenay, Henry Labit, Cartigny che andranno, pure, ad Agen e Tolosa ove prenderanno contatti col gruppo Bertaux-Trentin-Cassou, riuscendo a collegarlo con Londra, via radio.

Anche i partiti politici clandestini, e in particolare il Partito Socialista e il Partito Comunista iniziano un lavoro unitario allo scopo di annullare la separazione nelle due zone del Paese, la quale ostacola una maggiore coerenza tra i vari movimenti. Le difficoltà e i pericoli per passare da una zona all’altra sono reali, come sono diverse, nonostante tutto, le condizioni di vita. Le condizioni politiche differenti impongono alla Resistenza forme di azione e la formulazione di temi di propaganda alquanto diversi.

Un bollettino clandestino, «Les Petites Ailes» (Le Piccole Ali), tirato in 3.000 esemplari, viene stampato clandestinamente a Lione grazie all’aiuto di un artigiano tipografo, Martinet. I numeri stampati sono distribuiti da mano a mano; poi, nascosti in giornali di moda, vengono spediti a qualche amico o a conoscenti che si sperano sicuri.

Ma già a quell’epoca Henri Frenay sonda le possibilità di integrare il suo gruppo con altri che iniziano la loro attività separatamente, come «Liberté» e «Liberation». «Liberté» dalla pubblicazione del primo numero del suo bollettino, nel novembre 1940, ha organizzato dei piccoli gruppi tra gli universitari e giovani di tendenza cristiana o cattolica.

A Marsiglia, a Montpellier, a Tolosa, a Brive, a Nizza, a Strasburgo e a Clermont-Ferrand, si disegnano i lineamenti di altri gruppi che aspirano, pur conservando le loro particolari fisionomie, a una collaborazione che, nel complesso, possa rafforzare le loro strutture e rendere la loro azione più coerente ed efficace.

«Liberation», animato da Emmanuel d’Astier de la Vigerie, dal suo piccolo gruppo e da «Dernière Colonne», si indirizza decisamente verso gli elementi di sinistra, con la partecipazione di André Philip, dei socialisti e dei sindacalisti «cegetisti». A partire dal suo quarto numero «Liberation» pubblicherà un «Appello agli 0perai», redatto da Léon Jouhaux.

Da Lione viene organizzato, parallelamente al gruppo e al giornale, un Servizio Sociale che avrà propaggini nell’Ain, a Hauteville; a Grenoble; ad Annecy, Chambery, Albertville, Saint-Michel-de-Maurienne, Moutiers, Saint-Genix-sur-Guiers, Aix-le-Bains.

Inoltre, vengono concordati incontri con i cattolici di sinistra, quali Padre Chaillet, Stanislas Fumet, Oudard.

Un altro movimento di Resistenza, a Lione, nasce col nome di «France-Liberté», i bollettini portano lo stesso nome e sono animati da Jean-Pierre Lévy.

Delle ‘antenne’ vengono create nelle città più importanti.

François Paulin, a Perpignan, sarà il primo responsabile del «Franc-Tireur», il movimento nato da «France-Liberté», destinato ad avere una parte importante negli anni successivi.

Il «Front National», animato da Georges Marrane, pubblica nel luglio 1941 un manifesto, e si stabiliscono dei contatti con Léo Hamon, Georges Altman, Jean Cassou, Reille, Soult e altri.

Si intensifica, nel contempo, qualche gruppo di azione, con il camuffamento del materiale militare (C.D.M.), animato dal colonnello Mollard, l’ingegnere Joseph Restany, i quali stabiliscono in Borgogna un servizio speciale.

Il controspionaggio (C.E.) o «Travaux Ruraux» (Lavori Rurali), non rimane inattivo; animato dal capitano Paillole, con otto posti che, da 60, giungono al 1 luglio 1941 a 429 membri.

Un servizio informazioni stranieri (S.R. étrangers), viene pure creato per la sorveglianza delle relazioni sia tedesche che italiane, l’emissione e la trasmissione di messaggi, posta, ecc., nelle due zone della Francia.

Parallelamente, sorgono iniziative ispirate alle direttive dell’occupante e della zelante polizia di Vichy, con i servizi del «Bureau Menées Antinationales» (B.M.A.) (Ufficio attività antinazionali), che si ispira alla propaganda tedesca, contro quella anglo-gollista, contro gli ebrei e i massoni che vengono perseguitati allo stesso titolo dalla polizia di Vichy e da quella tedesca, senza parlare, naturalmente, dei comunisti che sono tra i primi ad essere le vittime dell’occupazione.

L’Organizzazione Civile e Militare (O.C.M.) che raggruppa, soprattutto, elementi militari, ufficiali in congedo e di riserva e funzionari dell’amministrazione governativa. Molti sono gli aderenti provenienti da vecchi movimenti di destra, tra i quali degli elementi delle antiche «Croix-de-Feu» del colonnello La Roque, l’Action Française di Maurras, il «Groupement Valois» (realista), i «Camelots du Roi» e la «Cagoule» le quali, nonostante il loro passato di aperte simpatie per il fascismo e il nazismo, non si sono lasciate organizzare né dai tedeschi, né dal governo di Vichy, e molti partecipano alla Resistenza a fianco delle altre formazioni contro il comune nemico. Alcuni si dicono adesso, anche, di sinistra, ed organizzano un piccolo esercito, via via, grazie alle loro antenne ufficiali nelle due zone della Francia.

«Mantenir», che rappresenta la minoranza di sinistra della O.C.M. (Organizzazione Civile Militare), ha un servizio di falsi passaporti, false carte di identità, fogli di smobilitazione, certificati di lavoro, ordini militari per favorire l’evasione dei soldati e degli ufficiali verso la zona libera o la clandestinità. Oltre 1.500 persone sono state salvate per merito di tale servizio da morte sicura e non si contano quelle salvate per altri motivi.

«Liberation Nord» ha una larga adesione tra gli uomini di sinistra del Nord, soprattutto socialisti e sindacalisti e un giornale clandestino «Liberation», animato da Christian Pineau e da altri sindacalisti, quali Robert Lacoste, sarà pubblicato a partire dal 1 dicembre 1940 nella zona occupata. «Liberation Sud», a Clermont-Ferrand, pubblica il giornale «La Montagne» animato da Francisque Fabre e Jean Cavaillès, professore alla Sorbona di Metodologia della Scienza.

«Défense de la France», a Parigi, animato da Philippe Viannay, Hélene Mordkovitch, Robert Salmon, Marianne Réan, Charlotte Nadel e Marcel Lebon, giovani studenti della Sorbona i quali, grazie ad un aiuto finanziario, pubblicano il foglio clandestino, in un primo momento ronéotipé, destinato ad avere una larga diffusione in avvenire negli ambienti giovanili studenteschi ed intellettuali, e costituire il centro di uno dei gruppi più efficaci della Resistenza francese sino alla liberazione e dopo.

Altri movimenti e pubblicazioni locali si organizzano a La Rochelle; nelle Ardenne; ad Havre e in altri centri maggiori e minori.

In occasione dell’anniversario della presa della Bastiglia, il 14 luglio 1941, quelli che erano stati, prima d’ora, gesti od episodi sporadici da parte di giovani, di sparuti gruppetti della popolazione, sarà adesso il segnale di una evoluzione politica e di una acquisita consapevolezza pin generale. L’avvio è dato da un plebiscito di ghirlande con drappi tricolori ai monumenti ai caduti della guerra 1914-1918, al canto della Marsigliese e della Madelon; corone, con il tricolore, alla statua di Clemenceau, ai Campi Elisi e all’Arco di Trionfo, manifestazioni che saranno disperse dalla polizia francese.

Molti di questi episodi avverranno, a volte, di notte o all’alba per evitare l’arresto o le brutalità poliziesche.

Queste manifestazioni, ancora abbastanza timide e sporadiche, suscitano tuttavia l’entusiasmo della popolazione e daranno filo da torcere alle forze dell’ordine, sorprese da tali episodi.

Ma già le prime ondate di arresti, di processi e di deportazioni chiudono l’anno cruciale che prepara l’avvenire; crescono via via i contatti con il Movimento della Francia Combattente di Londra e con il generale de Gaulle.

Alla fine del 1942 si disegna in tutto l’esagono francese la costituzione in ogni città, e in tante altre località di minore importanza, anche militare, una fitta rete di antenne di ascolto, di gruppi paramilitari (il cosiddetto esercito dei soldati senza uniforme o l’armata dell’ombra dei partigiani); pubblicazioni clandestine sempre più numerose; nell’insieme, l’organizzazione della Resistenza segue lo scacchiere delle operazioni militari in atto in altri paesi e in altre zone.

Una pubblicazione importante sarà «Résistance», animata dal Dr. Marcel Renet, alias Jacques Destrée, dopo mesi di una minuziosa preparazione. Il primo numero di «Résistance» fu pubblicato nell’ottobre 1942, con una tiratura iniziale di 5.000 esemplari. Il secondo numero raggiunse i 20.000 esemplari, e i numeri successivi superarono le 100.000 copie. Dal mese di ottobre 1942 al mese di luglio 1944, saranno diffuse oltre tre milioni di copie di «Résistance», il giornale clandestino più importante di tutti quelli che sino a quel giorno erano stati pubblicati.

Nel solo anno 1944 l’insieme della stampa clandestina tirava già oltre due milioni di copie.

«Résistance» fu un vero e proprio foglio di collegamento nazionale, concepito per informare, con precisione, degli avvenimenti e dei fatti in Francia e nei vari teatri di guerra. Esso pubblicava quello che la stampa autorizzata non era in grado di fare.

Dopo la liberazione «Résistance» diventerà l’organo delle associazioni partigiane in Francia.




III

LE FORZE FRANCESI COMBATTENTI

NEI TERRITORI D’OLTREMARE



Dopo oltre due anni, nell’ottobre 1942, le Forze Francesi Combattenti comprendevano solamente 70.000 uomini. Erano, così, decuplicate dal lontano luglio 1940, ma erano di relativa entità considerata l’ampia estensione dei teatri di guerra.

Settantamila uomini, tra marina, aviazione, artiglieria, fanteria, forze blindate e servizi di trasmissione, del genio, di sussistenza e sanità, formavano dei gruppi simbolici, nel loro complesso, più che una vera e propria forza combattente.

Nei territori dell’Impero coloniale, le unità presentavano un maggiore coefficiente numerico e di quadri.

L’Impero coloniale francese presentava per i britannici un interesse ancora maggiore che il territorio metropolitano per evidenti ragioni tattiche e di strategia; rispetto a quello inglese, per le possibilità di uomini, materie prime e materiali che esso offriva, specialmente adesso che i due imperi tendevano a unificare i loro effettivi e le loro risorse.

Il richiamo alla Francia e alle sue condizioni costituiva un’attrazione reale e sentimentale, insieme ad uno sprone per combattere decisamente per la liberazione.

È certo che la Resistenza metropolitana fu estremamente importante per gli Alleati, soprattutto nel campo delle informazioni, oltre che in altri campi quali quello della guerriglia e delle varie operazioni clandestine.

L’organizzazione dei vari centri di ascolto e di trasmissione fu l’opera condotta con le direttive che venivano dai vari servizi di Londra, sia francesi che inglesi. Lentamente, ma con tenacia e sacrifici non indifferenti, venne creata una rete che, nel tempo, coprirà tutto il territorio francese, grazie, anche, alla collaborazione dei servizi ufficiali dell’esercito e quelli del «Deuxiéme Bureau»; servizi che, nonostante le consegne governative di Vichy e quelle del comando tedesco, perseguirono una loro azione clandestina nella speranza di riprendere la lotta contro l’occupante per la liberazione della Francia.

Oltre ai servizi di informazioni, per trasmissione e ricezione radio, furono utili il mascheramento e la mimetizzazione delle armi e del materiale militare; la raccolta di informazioni circa i movimenti delle armate tedesche; il collegamento che fu condotto con ufficiali in attività o in congedo, desiderosi di riprendere l’azione da una parte e, dall’altra, i vari movimenti di resistenza che si erano organizzati in Francia.

Questa azione del «Deuxiéme Bureau», diretto dai colonnelli Réa, Rivet, Mollard, il comandante Paillole e il capitano de Cossé-Brissac, fu in un dato momento paralizzata per il tradimento che provocò arresti o la fuga dei capi dell’organizzazione, agli inizi del 1943.

Dal mese di ottobre del 1940, al mese di novembre del 1942, oltre mille agenti dell’esercito di occupazione poterono essere neutralizzati.

Il 19 gennaio del 1943 un collegamento radio poté essere stabilito tra il Servizio di Controspionaggio (T.R.), e i Servizi Speciali di Algeri e di Londra.

Nell’aprile del 1943 fu creato il Servizio «Travaux Ruraux Jeunes» (Lavori Rurali Giovani) per assicurare l’esecuzione di lanci con paracadute e dei collegamenti esterni.

Nel mese di novembre dello stesso anno il Comandante Paillole assumerà la direzione di tutto il complesso dei servizi di controspionaggio francese.

Da uno studio condotto da J. Stead sul «Duexiéme Bureau» (Londra, 1959), si rivela lo sviluppo dei servizi speciali dell’esercito e la loro attività clandestina. Il Gruppo «Marco Polo»5 giunse ad avere ai suoi servizi sino a 900 membri attivi, procurando informazioni sulle basi di lancio delle V/1 e V/2. Inoltre, fu creata un’officina per la confezione di bombe incendiarie a Vaulx-en-Velin, riuscendo a scoprire in tempo un complotto organizzato dall’Ammiraglio Canaris, Capo dei Servizi Speciali tedeschi, contro il generale Eisenhower e la «Compagnia Nôtre Dame»6, la quale ebbe un ruolo importante nell’istituzione e la coordinazione del «Bureau Central de Reinsegnement et d’Action Militaire» (B.C.R.A.M.), diretto dal colonnello Passy.

Il colonnello Passy ebbe alle sue dipendenze i più importanti centri d’informazione, tra i quali si possono citare: il «Centro Famille», la «Mission Pallas», il Gruppo «Ali», «Couleuvre et Augur», il Gruppo «Brutus» e i gruppi «Phalanx», «Cohors», «Ronsard», «Palanque», «Phratrie»7.

Il numero dei gruppi di informazioni si sviluppa ancora più nel 1943 e nel 1944, superando la sessantina e riunendo circa 30.000 membri, tra uomini e donne.

La raccolta delle informazioni trasmesse dalle due parti (Londra-Francia e Francia-Londra) da emittenti radio clandestine non ha mai cessato di essere importante per lo sviluppo delle operazioni militari in tutti i settori.

Le informazioni che furono fornite servirono, tra l’altro, a un aggiornamento quotidiano degli ordini di battaglia tedeschi. Nel corso del mese di maggio del 1944 - epoca cruciale per i preparativi alleati - furono trasmessi dalla Francia a Londra 700 rapporti telegrafici e 3.000 rapporti documentari ove tutti gli spostamenti delle truppe tedesche, le loro basi, i loro depositi, i campi di aviazione, i comandi militari, erano descritti con la massima precisione, il materiale esattamente controllato, le opere militari fotografate, i campi di mine scoperti.

A volte, furono oltre 1.000 i messaggi ricevuti a Londra giornalmente.

I sabotaggi e le altre missioni di azione «immediata», effettuate dai Gruppi di Azione, furono estremamente utili. A fianco dei Gruppi di Azione (Special Operative Executive) «S.O.E.» inglesi, il Bureau Central de Reinsegnement ed d’Action (Militaire), «B.C.R.A.», poté costituire, sin dal 1943, le missioni di collegamento presso il Comitato di Coordinamento della Zona Sud, disponendo di 48 posti emittenti radio, un Centro Radio di Soccorso, la «Missione Erg» e una «Missione» incaricate della raccolta del materiale in zona Sud (Missione Sud), le missioni Tir, Eric, Scamaroni, Pal; Voix du Nord e Mab, incaricate delle operazioni nel Forez, il Jura, in Corsica, a Parigi, nel Departement du Nord e in Bretagna.

Il numero di distruzioni di locomotive ferroviarie effettuate dall’aviazione inglese tra il mese di aprile 1943 e il mese di maggio 1944 si può calcolare a 2.495.

Il numero di distruzioni di locomotive ferroviarie eseguite dai gruppi della Resistenza a 1.846. A tali cifre si possono aggiungere altre 820 distruzioni operate nei mesi successivi.

Il numero di interruzioni di strade ferrate e di circuiti telefonici furono considerevoli e causarono ritardi nelle comunicazioni ferroviarie e telefoniche.

I ferrovieri, con scioperi intermittenti o perlati; con errori volontari nella conduzione dei convogli; i postini e i postelegrafonici con un’attenta sorveglianza delle comunicazioni tedesche e dei collaboratori francesi, contribuirono alla dislocazione e alla distruzione di tutto l’apparato nemico.

La Resistenza delle poste ebbe oltre 10.000 funzionari in azione, dei quali 500 saranno uccisi e 1.500 deportati in Germania.

All’inizio del 1943 le forze arruolate nei movimenti di resistenza, in vista dei combattimenti della liberazione, superano i 40.000 uomini. All’inizio del 1944 sono già 100.000, cifra che aumenterà sempre più con una cadenza rapidissima nei mesi successivi sino alla vigilia della liberazione.

Nei mesi di giugno e luglio 1943 degli scontri armati si verificarono già in Alta Savoia, ai denti del Laufou e a Cluses. Un primo scontro tra i partigiani dell’Aveyron e una compagnia tedesca si verifica a Dourges, causando delle gravi perdite. Altri scontri di partigiani avvengono nell’Aveyron, nel Cantal, nella Corrèze e nella Dordogna.

L’11 novembre 1943, i partigiani dell’Ain, del colonnello Romans-Petit, occupano Oyonnax. Il 14 novembre, il parco d’artiglieria di Grenoble e poi una caserma sono presi d’assalto e distrutti con il lancio di dinamite.

Nel Sud-Est, nei dipartimenti della Drôme, dell’Isère e delle Alte Alpi, le strade ferrate sono continuamente sabotate per evitare l’arrivo di viveri, munizioni e uomini di truppa.

In dicembre un treno tedesco viene attaccato a Valenza e un altro viene precipitato nella Drôme.

Nel marzo del 1944 sono menzionati altri deragliamenti e attacchi contro treni militari.

Nel mese di febbraio 1944 i partigiani di Glières e poi quelli di Thônes, in Alta Savoia, radunano oltre 500 francesi e 60 spagnoli. Occorreranno ai tedeschi 3 battaglioni, due batterie di montagna e dei mortai pesanti, con gruppi della milizia di Vichy e delle guardie mobili francesi, cioè oltre 7.000 uomini appoggiati da gruppi di aviazione da caccia per costringere i partigiani alla ritirata, dopo sensibili perdite d’ambo le parti.

Alla vigilia dello sbarco gruppi di partigiani sono riuniti nel Massif Central, al Monte Mouchet, in Alta Loira e nel Vercors.

L’inizio delle operazioni militari in Normandia e poi in Provenza, nel giugno e nell’agosto 1944, vede in attività oltre 200.000 uomini delle forze francesi dell’interno (F.F.I.), che dispongono di un armamento leggero; altri 200.000 uomini non armati rendono utilissimi servizi agli Alleati.

Nello stesso periodo l’esercito francese fornisce il Gruppo di Aviazione Lorraine per la protezione della flotta di sbarco in Normandia, il Secondo Reggimento di Cacciatori Paracadutisti lanciato sulle coste del Nord e nel Morbihan; tre incrociatori, una torpediniera, quattro fregate, quattro corvette e due battelli alla flotta di sbarco; un gruppo di 160 uomini comandati dal capitano Kieffer, faceva parte della Prima Special Service Brigade di Lord Lovett.

In Bretagna, col IV Battaglione del comandante Bourgoin, del II Reggimento dei Cacciatori Paracadutisti, la Resistenza riuscì a bloccare i 150.000 soldati tedeschi di stanza nella regione e il ritardo di circa 15 giorni dell’arrivo in Normandia di una dozzina di divisioni tedesche, delle quali alcune corazzate stazionanti nel Sud della Francia, con attacchi di guerriglia, sabotaggi di strade ferrate che resero possibili le operazioni per facilitare lo sbarco degli Alleati.

I ferrovieri praticano lo sciopero con zelo e su vasta scala obbedendo alle direttive delle centrali sindacali clandestine, anch’esse aderenti alla Resistenza.

Nel Sud-Est della Francia 1.000 treni sono, così, paralizzati per circa due settimane. Al deposito ferroviario di Ambérieu, il 6 giugno, esplodono 52 locomotive. L’interruzione delle strade ferrate e dei nodi ferroviari, alla medesima data, supera i 500. La Normandia rimane completamente isolata a partire dal 7 giugno, in vista dello sbarco alleato. La rete telefonica è interrotta in 25 tronchi. L’indomani vengono eseguite altre 13 interruzioni supplementari e all’inizio del mese di agosto 77. I sabotaggi vengono perseguiti sistematicamente alle retrovie del fronte di Normandia a una cadenza sempre maggiore, con azioni isolate o di gruppo di guerriglia che tallonano i tedeschi in ogni località.

Il generale Guingan e il generale Koenig decidono d’accordo di affidare ai volontari bretoni l’incarico di alleviare l’armata del generale Patton dall’inseguimento di due armate tedesche che occupano la penisola normanna.

Le Forze Francesi dell’Interno (F.F.I.), accerchiano le truppe tedesche nei campi trincerati di Saint Nazaire, di Lorient e di Brest. Eseguirono, inoltre, l’individuazione di campi minati, il sabotaggio dei pannelli di segnalazione, il rastrellamento delle foreste e, nei punti di allacciamento della Senna, altri importanti azioni in collaborazione alle armate alleate (collegamenti, distruzione di opere militari, occupazione anticipata delle città e di punti strategici).

Praticamente aprivano la strada alle truppe alleate.

La città di Vernon fu occupata e tenuta dalle F.F.I. dieci giorni prima che avvenisse l’occupazione da parte dell’esercito americano. Nelle città liberate vennero nominati i commissari, i prefetti in modo che l’apparato amministrativo potesse funzionare, all’arrivo degli alleati, senza grave danno alla popolazione per il vettovagliamento, i viveri e la sicurezza.

Poiché il generale de Gaulle rifiutò che l’A.M.G.O.T. alleato funzionasse sui territori francesi liberati, furono le autorità francesi, nominate dalla Resistenza, ad assumere l’amministrazione delle città liberate, senza alcuna ingerenza straniera.

L’A.M.G.O.T. significava moneta di occupazione, requisizioni, occupazione militare, a tempo indeterminato, con spese relative agli aiuti. Cioè sostituire un’occupazione ad un’altra occupazione - come diceva de Gaulle. E la liberazione, allora, l’indipendenza, in che cosa consisteva? - si può bene aggiungere - non si era lottato per liberarsi di un occupante? Era perfettamente logico non sostituirlo con un altro, sia pure alleato?

Ha osservato un illustre studioso francese che «La Resistenza francese manifestò una grande indipendenza nei confronti degli Alleati», e cita dal primo e dal secondo volume del gen. de Gaulle: «Ero troppo povero per chinarmi - scriveva il generale - e solo agendo come campione inflessibile della nazione e dello Stato mi sarebbe stato possibile raccogliere consensi fra i francesi e ottenere dagli stranieri rispetto e considerazione»8.

Uno storico italiano ha forse meglio che altri sintetizzato il ruolo nella storia dell’uomo de Gaulle: «L’idea romantica della Francia come personalità storica, vivente insieme della religiosità nazionale di Giovanna d’Arco e della missione di fraternità universale della rivoluzione, ha trovato la sua espressione più significativa e più cosciente della legittimità nazionale che Charles de Gaulle proclamò, sin dal 1940, di rappresentare. Agli occhi propri e a quelli dei francesi, egli impersonò non solo la dedizione a un più alto ideale collettivo, che è simboleggiato nella tradizione della regalità, ma anche il contenuto popolare che a quell’ideale derivò dalla tradizione rivoluzionaria»9.

Tutto ciò ci aiuta, meglio di un lungo discorso, a comprendere i rapporti, spesso controversi, talvolta al limite della rottura, tra de Gaulle e gli Alleati ma tutto ciò fu anche il segno che più seria dei loro litigi era la collaborazione tra di essi.

Gli Alleati trovano in de Gaulle un alleato fedele ma un intransigente difensore dell’indipendenza francese sotto tutti gli aspetti; il che non poteva facilitare, certamente, le sue relazioni con gli Stati Maggiori e gli uomini politici inglesi e americani.

Ma al momento degli sbarchi gli Alleati poterono misurare sul terreno il peso della Resistenza, tanto volte minimizzato e, a volte, anche misconosciuto dagli stessi Alleati. E, purtroppo, da tanti francesi....

Continuando l’elenco delle azioni condotte dalla Resistenza prima degli sbarchi, nel corso degli sbarchi e lungo le strade dell’avanzata alleata, non si può dimenticare la lunga vigilia che, dal 1940 al 1944, è seminata di tombe, torture, deportazioni, arresti; dei sacrifici individuali immensi; degli eroismi oscuri senza nome prima di giungere sulle strade della liberazione, conquistata col sangue di tante vittime, il fiore della Resistenza francese. I migliori muoiono sempre prima!

Nel Sud-Est, l’azione delle F.F.I. doveva avere conseguenze decisive in occasione dello sbarco degli Alleati sulle coste della Provenza, grazie alle azioni del colonnello Zeller, capo delle formazioni F.F.I..

Un’atmosfera di assoluta insicurezza fu creata e mantenuta alle spalle dello schieramento nemico, in modo da demoralizzare le divisioni tedesche.

A partire dal 20 giugno nessuna linea ferroviaria sarà in funzione intorno alla vallata del Rodano. Non un solo treno passerà da Veynes dal 12 giugno. Sulla linea Lione-Marsiglia i convogli sono fatti partire, ma sono di continuo disturbati da scaramucce di partigiani.

Durante la battaglia di accerchiamento di Tolone e di Marsiglia, le F.F.I. collaborarono con efficacia all’avanzata franco-americana. Grazie alle azioni delle F.F.I. i tedeschi non hanno il tempo di smantellare completamente le installazioni portuarie e il generale Marshall potrà subito assicurare il transito di 14 divisioni e lo scarico quotidiano di 18.000 tonnellate di armi e di viveri.

Le città del Sud-Est passano rapidamente sotto il controllo delle F.F.I.. I partigiani di Saint-Julien-en-Genevois conquistano il 23 agosto la regione di Salive. Il 31 agosto a Bagnols-sur-Cèze i partigiani delle Ardennes du Gard si uniscono alla Prima Armata francese del generale de Lattre de Tassigny che, grazie ad un accordo col generale americano Patch, può entrare per prima a Lione, il 3 settembre.

Dall’inizio del mese di giugno il Monte Lemont è tenuto da un gruppo di F.F.I. che, il 6 settembre, viene raggiunto dalla divisione del generale de Linarés. A Saône-et-Loire la progressione avviene rapidamente per l’organizzazione perfetta dei partigiani della regione che erano all’attacco sin dalla metà del mese di agosto.

Il 7 settembre a Paray-le-Monial, i 25.000 F.F.I. dei dipartimenti del Lot, della Corrèze, dei Pirenei e del Languedoc rinforzano il fronte congiungendosi il 12 settembre con le forze sbarcate sulle coste della Manica e del Mediterraneo.

Il generale de Lattre de Tassigny, a differenza di altri capi militari, pratica con maggiore larghezza la immissione dei partigiani nelle forze regolari, così che 40.000 F.F.I. vengono integrati nella Prima Armata francese a partire dal 20 settembre. E 60.000 vengono integrati a metà ottobre; 75.000 a fine settembre; 137.000 saranno arruolati, regolarmente, provenienti da tutte le regioni della Francia, con 20.000 F.F.I. alpini. Il Corpo Franco dei Pirenei Pommiés, i contingenti di Guascogna, del Languedoc, del Limousin, dell’Auvergne, sino alle celebri Brigate parigine del colonnello Fabien, uno degli eroi della Resistenza di Parigi; la brigata Alsazia-Lorena, Périgourdine e Toulousaine, comandata dal colonnello Berger (alias André Malraux). In totale altri 137.000 uomini dell’Armata clandestina partigiana talloneranno le armate tedesche in ritirata, insieme ai 256.000 uomini sbarcati sulle spiagge della Provenza. Grazie alla cooperazione di tali formazioni volontarie la liberazione acquista un ritmo sempre più rapido e incisivo.

In molte regioni il contributo delle formazioni partigiane fu decisivo, anticipando di alcuni mesi la capitolazione tedesca. E tale contributo, indubbiamente, sarebbe stato ancora più efficace se gli stati maggiori e, in particolare, gli stati maggiori anglo-americani, come quello stesso francese avessero avuto maggiore fiducia nelle possibilità reali dell’azione partigiana, apportandovi i mezzi indispensabili in materiali, armi e munizioni. Ma i cosiddetti politici e gli stessi militari di carriera temevano che le armate clandestine, non sempre aliene da collegamenti politici potessero trasformarsi in armate di liberazione rivoluzionaria o in elementi di sostegno per effettuare quei cambiamenti e quelle riforme che erano date per scontate durante gli anni difficili della clandestinità.

Ma, generalmente, si aspirava allo «Status quo ante», in definitiva, e gli ardori delle tante vigilie di sacrifici oscuri e luminosi per la riconquista della libertà dovevano, nel tempo, sempre più diluirsi tra il «mare magnum» delle ambizioni represse e delle paure latenti. Solita, vecchia storia; i cosiddetti grandi, dai loro tavoli ben corazzati e difesi, non potevano certo comprendere, da lontano, quale potenziale di energie e di ideali la Resistenza portasse nel suo seno. Essa fu privilegio di pochi che la compresero, l’amarono e la difesero.

La Resistenza non è il solo combattimento militare partigiano, ma le idee che hanno mosso generosamente le formazioni partigiane, la loro fede in un mondo e in una società migliori; e tutta la carica spirituale che migliaia e migliaia (ben poca cosa, in verità, dinnanzi ai milioni e milioni) di giovani di tutti i partiti, tutte le tendenze, tutte le fedi, tutte le origini sociali, seppero fondere in una sola, unica fiamma di amore e di sacrificio.

I morti, certo, i migliori di tutti, i torturati, i deportati, gli eterni disprezzati, come in ogni battaglia clandestina lungamente combattuta su tutti i fronti del mondo, non erano certo morti invano; ma tutta la carica ideale di rinascita, di fraternità e di rinnovamento che portavano in essi, doveva essere, ancora una volta, delusa.

Non in Francia soltanto, ma ovunque, anche in quei paesi che si dissero avanzati, la Resistenza fu messa al passo, integrata, soppressa, nonostante le commemorazioni ufficiali, le medaglie e le bandiere di ogni anniversario.

Si sa che la politica inglese mirava essenzialmente allo «Status quo ante», alla conservazione dei regimi che avevano scatenata la guerra, alla reintegrazione delle monarchie, alla perpetuazione conservatrice di quelle forze che avevano formato il nerbo del fascismo e del nazismo e che, sotto altre forme, avrebbero formato altri fascismi e altri nazismi colorati di un liberalismo di comodo o di una religione di apparato.

E, di pari passo, cercarono di far trionfare sempre quegli elementi tradizionali per natura ostili a ogni progresso reale della società moderna, incapaci di vedere sul filo dell’esperienza di due guerre mondiali e le loro origini, la grande aspirazione di libertà che aveva cimentato i popoli nell’immane conflitto.

***

Ecco il discorso pronunciato dal generale de Gaulle al Municipio di Parigi, il 25 agosto 1944, giornata della liberazione della città, dopo l’insurrezione partigiana delle forze della Resistenza francese:

«Perché volete voi che noi dissimuliamo l’emozione che ci stringe tutti, uomini e donne, che siamo qui, presso di voi, in Parigi in piedi per liberarsi e che ha saputo farlo con le sue proprie mani. No! noi non dissimuliamo questa emozione profonda e sacra. Vi sono dei minuti che superano ciascuna delle nostre povere vite. Parigi! Parigi oltraggiata! Parigi torturata! Parigi martorizzata! ma, Parigi liberata! Liberata da se stessa, liberata dal suo popolo con il concorso delle armate della Francia, con l’appoggio e il concorso della Francia tutta intera, della Francia che si batte, della sola Francia, della vera Francia, della Francia eterna!

Ebbene, dato che il nemico che teneva Parigi ha capitolato nelle nostre mani, la Francia rientra a Parigi, presso di lei. Essa vi entra sanguinante, ma risoluta. Essa vi entra, illuminata dall’immensa lezione, ma più sicura che mai dei suoi doveri e dei suoi diritti.

Io, dico subito, dei suoi doveri, e io li riassumerò tutti, dicendo che, per il momento, si tratta dei doveri di guerra. Il nemico vacilla, ma non è ancora vinto. Egli rimane sul nostro suolo. Non è ancora abbastanza che l’abbiamo vinto col concorso dei nostri cari e ammirevoli alleati, cacciato dalla nostra terra, perché noi ci terremo per soddisfatti dopo quanto è successo. Noi, vogliamo entrare sul suo territorio, come si deve, da vincitori. È per questo che l’avanguardia francese è entrata a Parigi a colpi di cannone. È per questo che la grande armata francese d’Italia ha sbarcato nel Mezzogiorno e risale rapidamente la Vallata del Rodano.

È per questo che le nostre brave e care forze dell’interno si armeranno di armi moderne. È per questa rivincita, questa vendetta e questa giustizia che noi continueremo a batterci sino all’ultimo giorno, sino al giorno della vittoria totale e completa.

Tale dovere di guerra, tutti gli uomini che sono qui e tutti quelli che ci ascoltano in Francia sanno che esso esige l’unità nazionale.

La nazione non ammetterà, nella situazione ove essa si trova, che questa unità sia rotta. La nazione sa bene che le è necessaria, per vincere, per ricostruire, per essere grande, avere con lei tutti i suoi figli.

La nazione sa bene che i suoi figli e le sue figlie, tutti i suoi figli e tutte le sue figlie - eccetto quegli sfortunati traditori che si sono dati al nemico e che conoscono o conosceranno il rigore delle leggi - sì! che tutti i figli e tutte le figlie della Francia debbono marciare verso gli scopi della Francia, fraternamente, la mano nella mano.

Viva la Francia! »

***

Comincia così e via via che la liberazione si compie in tutto il territorio della Francia, il generale de Gaulle assume il governo provvisorio e i collaboratori della Resistenza divengono gli artefici della ricostruzione del paese. Un compito di straordinaria ampiezza attende i liberatori per far nascere dalle rovine la Francia.

Col Governo Provvisorio seguono la Costituente, l’epurazione, le elezioni per la Prima Assemblea Nazionale.

Ma, per alcuni, la personalità del generale de Gaulle pesa troppo per adire ad un’unione nazionale che rimargini le piaghe, i contrasti politici che un «ritorno all’ordine» comandano in termini politici pratici, pressanti, concreti.

E il generale de Gaulle, per lasciare libero il campo a una tale fusione, un nuovo amalgama, decide di lasciare il governo e dà le dimissioni, ritirandosi a Colombey-les-deux-Eglises. Quel periodo che andrà sino al 1958, e sarà definito quale il suo «passaggio nel deserto», nella solitudine di un raccoglimento che dopo tanti anni di prove, forse, egli attendeva per una pausa di raccolta riflessione intima.

Non vi sono parole più toccanti di quelle con le quali egli chiude il suo terzo libro delle «Memorie di Guerra», scritte, appunto, in quegli anni.

«Vecchia Francia, carica di storia, mortificata da guerre e da rivoluzioni, andando senza requie dalla grandezza al declino, ma risorgente da secolo in secolo per il genio del rinnovamento!

Vecchio uomo, indebolito da tante prove, distaccato dalle iniziative, sentendo venire il freddo eterno, ma mai stanco di fare la posta nell’ombra alla luce della speranza!»10

E lo stesso sentimento di distacco e di poesia circola nei suoi ricordi in cui si rivela un grande scrittore, sensibile ai richiami della natura, della vita, degli uomini, in contrasto, forse, con tutte le impressioni superficiali di molti di coloro che videro in lui un essere intransigente e intrattabile, autoritario e deciso. La vicenda di de Gaulle comincia tardi come scrittore e in un determinato ambito. Ma chi lo legga con attenzione e preoccupazione di ordine letterario, avvertirà abbastanza facilmente che all’origine c’è stato anche - e ben netto - un destino di scrittore. Comincia a farsi strada negli anni tra le due guerre anche per certi discorsi tecnici: segni abbastanza sicuri ma non del tutto convincenti. Occorrerà attendere, per veder nascere interamente lo scrittore de Gaulle, gli anni dell’esilio e della sua battaglia personale. Sembra inutile aggiungere che sarebbe nato dall’oratore, dall’autore di messaggi che arrivavano dalla Gran Bretagna in un momento buio. Era la voce della Francia libera e fu quell’occasione, quei momenti a dare all’uomo quel tono alto, aulico che, in realtà, corrispondeva all’immagine che lo scrittore aveva di sé stesso ma più in generale della Francia. Un’idea fissa, ferma, che l’autore delle «Mémoires» rispetterà fino all’ultimo «La Francia viene dalla notte dei tempi. Essa vive. La voce dei secoli la chiama.... Quella di cui anch’io sono stato investito al fondo della rovina, nella nostra storia, è stata riconosciuta dapprima da quei francesi che non rinunciarono a combattere, poi di mano in mano dall’insieme della popolazione, infine dopo molte resistenze e atti stizzosi, da tutti i governi del mondo. E grazie a questo ho potuto condurre a salvamento il Paese».

Ma, come poteva difendere la Francia, altrimenti?

Forse, dietro le sue necessità di apparire, di comandare, si nascondeva una profonda timidezza.

E Churchill, Roosevelt, Stalin, Eden, Cordell Hull, Eisenhower, che non sempre furono d’accordo con lui, non seppero vedere dietro il generale e il capo dei francesi liberi, l’uomo de Gaulle, il sensibile e gentile uomo che fu, in realtà, de Gaulle per chi seppe avvicinarlo senza preconcetti o false idee. Ma questo è forse un altro discorso.

***







ALLEGATI


PRELUDIO DELLA RESISTENZA, da ricordare: 

Il Primo Manifesto, diffuso a Brive, nel giugno 1940, da Edmond Michelet e alcuni suoi compagni di tendenza cristiano-cattolica, Manifesto che doveva essere il punto di partenza, in seguito, della pubblicazione del foglio clandestino «Liberté». Il manifesto si ispirava a qualche testo di Charles Péguy (1873-1914) e al «Mystère de la Charité de Jeanne d’Arc» in cui si esaltano i valori della rinascita dello spiritualismo francese. 

E, particolarmente, «Le Porche du Mystère de la Deuxième Vertu», di essenza squisitamente mistica e cattolica. 

Il combattimento di Giovanna d’Arco per la liberazione della Francia trovava spesso echi riflessi dopo l’armistizio del 1940 e durante l’occupazione. 

* * * 

Lo Scrutinio del 10 luglio 1940, e gli «80». Furono ottanta soltanto i deputati che votarono contro, a Vichy, l’articolo unico del progetto di legge Costituzionale, proposto dal Maresciallo Pétain e da Laval con la quale, praticamente, si liquidava la repubblica. 

Ottanta voti contrari su 589 voti favorevoli e 17 astensioni. 

Gli ottanta voti contrari furono dei socialisti, comunisti, radicali e altri elementi di sinistra, per lo più. Lo stesso voto significava l’accordo per l’armistizio e l’occupazione, naturalmente, sotto il comando di Pétain. 

* * * 

L’appello, a firma di Maurice Thorez e Jacques Duclos: Peuple de France! ; lanciato lo stesso mese per incitare il popolo alla ricostruzione e al lavoro per sanare i danni morali e materiali della guerra e della disfatta. 

*** 

Il primo Appello del generale Cochet, lanciato il 6 settembre 1940: «Vegliare, vigilare. Resistere. Unirsi contro l’occupante». 

* * * 

Manifesto del sindacalismo francese, del 15 novembre 1940. Firmato da Bouladoux, Capocci, Chevalme, Gazier, Jaccoud, Lacoste, Neumeyer, Pineau, Saillant, Tessier, Vanderputte, Zitnheld, per la difesa dei sindacati dei lavoratori, della libertà e del lavoro. 

Tutte le centrali sindacali sono unite nel manifesto. 

* * * 

Il Primo Bollettino Ufficiale del Comitato Nazionale di Salute Pubblica, lanciato il 15 dicembre 1940: «Resistere!» per fare rinascere una Francia pura e libera! Per aiutare quelli che combattono ancora a fianco degli Alleati. 

* * * 

Sugli Alleati e la Resistenza Francese. 

Il Prof. Henri Michel, nel suo «Rapport Général» sugli Alleati e la Resistenza in Europa11 evidenzia bene il pensiero della Resistenza francese quando dice che «… la Resistenza Francese è stata probabilmente, la più complessa e le sue manifestazioni molto varie. In particolare l’esistenza, per due anni, di una zona non occupata con un governo semi-libero, il quale affermava che avrebbe edificato, sulle rovine della disfatta, un nuovo regime, espressione di una Rivoluzione Nazionale, imprime alle sue azioni, sin dall’inizio, un colore politico ben determinato, obbligando a perseguire molti sforzi in direzione della propaganda. Prima di vincere, bisognava convincere». 

La stampa clandestina è ricchissima e le opinioni più diverse si esprimono. Non è possibile valutare quale frazione esatta della Resistenza ogni pubblicazione rappresentasse. Ma su alcuni temi l’accordo, quasi unanime, venne realizzato. È così che la Resistenza è unanime nell’accordare fiducia agli Alleati, persuasa che la loro vittoria permetterà la liberazione e la rinascita della Francia. Essa è riconoscente a loro già in anticipo. Ma se accade di essere colpita verso di essi da un complesso d’inferiorità, più sovente è testimonianza di suscettibilità ove il minimo attacco è o appare portato ai diritti e all’indipendenza della Francia. 

«Défense de la France» stampava: «Né tedeschi né russi, né inglesi». E «Franc-Tireur» precisava: «La Resistenza non deve essere a rimorchio di alcun; interesse straniero, di alcuna ideologia straniera». 

Per essa, la disfatta del giugno 1940 è un «incidente di percorso», in cui il tradimento giuocò la sua parte e il dubbio non la sfiora neanche per un momento che la Francia, alla fine del conflitto, non possa ritrovare tutti gli attributi di una grande potenza. 

La Resistenza e la Gran Bretagna: agli inizi certe prevenzioni sono dure ad esser superate: la propaganda di Vichy, in questo, è stata efficace. Nei suoi appelli del 1940 il generale Cochet ricordava che l’Inghilterra aveva commesso degli errori verso la Francia «... di cui essa non potrà essere assolta che riportando la vittoria e ripristinando la nostra integrità nella nostra indipendenza». 

La politica di equilibrio tra la Germania e la Francia, praticata dall’Inghilterra prima della guerra, la mancanza di risoluzione all’epoca dell’invasione della Renania, l’insufficienza del corpo di spedizione del 1940 e il suo reimbarco a Dunkerque senza avere partecipato ad alcun combattimento, come la mancata partecipazione della caccia della Royal Air Force alla campagna di Francia, sono altrettante critiche che avranno vita lunga, e di cui si è sicuri che non resti sempre qualche traccia nei resistenti più decisi. 

Ancora alla fine della guerra, de Gaulle dichiarerà a Mosca, l’8 dicembre 1944 che «...La Gran Bretagna è sempre entrata in scena quando la Germania già combatteva da tempo...». 

Nonostante ciò la Resistenza si dà quale compito di combattere la propaganda di Vichy la quale evoca con accanimento i contrasti e le lotte tra l’Inghilterra e la Francia nel corso dei secoli della loro storia. 

«La guerra dei Cento Anni non fu una guerra da popolo a popolo, ma un seguito di contestazioni che opponevano i re di Francia a dei re d’Inghilterra, di origine francese». (6a Lettera di un Bretone occupato). 

Gli inglesi «... hanno meritato delle severe critiche a Dunkerque, ma non devono addossarsi da soli le responsabilità». (Lettera di La Laurencie all’Ammiraglio Darlan, 2 marzo, 1941). 

«... Il tempo di Giovanna d’Arco, di Montcalm, di Napoleone, è passato... Fachoda fu, non una disfatta, ma una transazione...» (Radio Giornale Libero, dicembre 1943). 

«... L’imperialismo anglosassone è pacifista.... Esso non vuole la disgrazia degli altri, ma la sua propria prosperità.... Per comprare i prodotti inglesi bisogna che i paesi stranieri siano prosperi...» (Volontari della Libertà, 20 febbraio 1942). 

«... Gli inglesi avevano ragione a Mers-el-Kébir; essi sapevano meglio di noi in quali mani era la flotta francese...» («La Francia continua», 10 giugno 1944). 

Considerata l’ampiezza e l’abilità della propaganda tedesca-antibritannica, la Resistenza ha molto da fare in tale campo per vincere tante diffidenze. 

Il comportamento inglese in Siria e nel Madagascar non le facilita, certo, il compito. 

Cercando di essere più persuasiva di quel che non è, sembra, realmente convinta, la stampa clandestina si sforza di dimostrare che gli inglesi non sanno che farsene dei territori dell’Impero Francese e che i loro interessi, durante e dopo la guerra, coincidono con quelli della Francia. 

In tale intesa che comanda la ragione, arriva il sentimento che vi porta la sua nota, affermando una fiducia totale, a volte ingenua, nella Gran Bretagna. 

«... Agli inglesi che vegliano su di noi, che sono come una città della speranza, la nostra stella che non si spegne...» (in «Captivité», n. 5, Message de «Happy Christmas», 11 dicembre1941). 

«... Combattendo la Germania, l’Inghilterra combatte per noi...» (Voix de la France, ottobre 1941). 

Ma la riconoscenza va soprattutto a Churchill; «... artigiano essenziale dell’opera alleata. La Francia conta su di lui, un amico che non si risolverà alla sua sconfitta...» (Radio Journal Libre, dicembre 1943). 

De Gaulle non constata nelle sue «Mémoires de Guerre», «... che avrei potuto fare, senza di lui?». 

Così la Francia libera accetta il blocco: «... che la Francia non è in pace con la Germania... e la Francia collaboratrice (dei tedeschi) non può essere considerata come avente i diritti di un paese neutro...» (Conferenza dell’Ammiraglio Muselier del 1 maggio 1941). E la Resistenza dell’interno, da parte sua, si rassegna, per necessità ai bombardamenti (sulla Francia): «... La grande maggioranza dei francesi ha compreso la necessità per i nostri Alleati di interrompere l’aiuto che apportano al nemico le industrie che lavorano per esso». (Franc-Tireur, marzo 1942). 

Nonostante ciò si sente il bisogno di non essere ciecamente al rimorchio degli inglesi: «... Noi siamo per gli inglesi senza essere anglofili...» (Lettera di un Bretone occupato). 

«... Arc non è un organo della propaganda inglese...», noi proviamo una certa ripugnanza a vedere la nostra azione di resistenza coordinata dall’I.S. (Intelligence Service)12

Ma su questo punto esiste una differenza tra la «Resistenza Esteriore» e la Resistenza dell’Interno. 






LE CORRENTI DI PENSIERO

NELLA RESISTENZA FRANCESE




De Gaulle e la-Resistenza.

Uno dei tratti caratteristici di de Gaulle, rispetto alle idee e al pensiero di alcuni tra i maggiori esponenti della Resistenza francese, risiede nella virtuale adattazione delle sue idee personali a quelle delle correnti di pensiero nate dalla Resistenza. In un certo senso si può asserire che de Gaulle fece sue le idee che nacquero dalla Resistenza, più che esplicitare lui stesso o inventare una dinamica ideale della Resistenza.

La Resistenza francese si qualifica nelle sue idee e nelle sue correnti più originali di pensiero, quale elemento fondamentale di progresso, con le tendenze sociali decisamente di sinistra, nonostante le molte apparenze che possono sembrare, più spesso, contraddittorie. Di sinistra rispetto, particolarmente, alle idee e alle correnti di pensiero ancora vive nel 1940, e ciò si deve, pure, in quanto gli unici a portare un contributo essenziale alla dinamica ideale della Resistenza francese furono degli uomini e delle correnti di pensiero prevalentemente di sinistra: socialisti, sindacalisti, cattolici di sinistra, comunisti.

Gli elementi cosiddetti di centro, i militari - per lo più agnostici sul piano politico - o quelli addirittura di destra e di estrema destra, accettarono una tale realtà in quanto la Resistenza, nel suo insieme, fu un fenomeno di carattere squisitamente popolare nelle sue radici più profonde. Le classi dirigenti del tempo, i notabili, di massima, non accettarono, né seppero vedere nella Resistenza se non un fenomeno occasionale di pura strategia politica fine a se stesso, interessante unicamente per canalizzare la difesa dei loro interessi diretti e, indirettamente, quelli dell’integrità territoriale della Francia, posta su una linea di difesa capace di controbilanciare, se possibile, il peso derivante dalla disfatta e quello, ancora più pesante, dell’occupazione.

Il genio di de Gaulle - se in questo ambito ne ebbe uno - rispetto alla marcata ottusità della classe politica dirigente del tempo dalla quale lui stesso proveniva, fu quello di sentire profondamente e intuire il contrasto esistente tra le due realtà che si ponevano al paese all’indomani dell’armistizio del 1940.

Egli accettò, senza riserve eccessive, tutti quelli che andavano verso di lui, indipendentemente dalle loro origini, credenze, postulati o tendenze politiche e sociali. Gli stessi comunisti furono da lui posti sul medesimo piano, nonostante gli attacchi violenti di cui egli fu oggetto per qualche tempo, data la sua provenienza dalla «Action Française» e dalle forze politiche di destra più conservatrici come, in linea di massima, si distinguevano gli ufficiali usciti dalle accademie militari e dalle scuole di guerra in cui il peso della tradizione monarchica era fortissimo.

De Gaulle, in definitiva, non rappresentava che se stesso e l’innovazione di quella certa «idea della Francia» da lui proclamata. Pétain rappresentava, invece, una Francia tradizionale, legata al suo passato, alle sue glorie militari e alle idee che, sostanzialmente, erano ancora quelle del 1870, della sconfitta di Sedan e della perdita dell’Alsazia e Lorena; e quelle del 1918, all’indomani della sorprendente vittoria di Verdun con lo sforzo congiunto degli Alleati dell’Intesa che avevano salvato ancora una volta la Francia dall’occupazione tedesca, come già si vide nelle due guerre precedenti.

L’Alleanza con l’Inghilterra - aborrita secolare nemica - e la Russia, tra i due limiti di frontiera, non aveva altro movente che quello specifico della difesa militare del territorio francese. Tutta la politica e l’azione diplomatica francese era sempre stata, e sarà sempre incentrata in una tale linea di difesa. Approfondendo i termini storici, sotto un tale profilo, si può comprendere e giustificare quel relativo pragmatismo dei governi francesi, prima e dopo il 1940, e lo stesso atteggiamento di Pétain, che rispondeva ad una logica politica più che ad una logica militare o all’una e all’altra insieme, se viste in un’ottica difensiva di pura conservazione.

È noto che fino alla primavera del 1944 Vichy continua ad esser convinta che la guerra può terminare con un risultato di parità.

Pétain pensa al grande compromesso, tra due giganti sfiniti dal conflitto ed entrambi minacciati dall’incubo sovietico, che la Francia di Vichy potrà giocare un ruolo d’arbitro. Gli artefici di questa politica, in parte diversi ma interscambiabili, di una politica e di una logica che non vuol conoscere battute d’arresto. Un tentativo del genere già si era avuto nell’Africa settentrionale francese: sotto gli occhi dell’esercito americano, un altro esercito vittorioso, alcuni notabili petainisti tentarono di dar vita ad una Vichy, per così dire, adottiva: nata dall’occupazione germanica ma nutrita dall’occupazione alleata.

Il contrasto con de Gaulle, è rappresentato dalla novità che apportò de Gaulle rispetto ai canoni tradizionali della lotta politica francese: un elemento di rottura e una volontà di lotta ad oltranza e di difesa. Per la prima volta, gli alti comandi videro, dopo anni, un colonnello francese nominato, poi, generale di brigata da qualche giorno, osare parlare di offensive, di avanzate, di ribaltamenti dei fronti, di una strategia di movimento, contro quella strategia di posizione che caratterizzava le teorie militari nella Francia da circa un secolo. La linea Maginot ne era l’esempio più clamoroso, come clamorosa ne fu la sua inutilità, di fronte alle colonne corazzate tedesche.

Così come aveva suscitato, a suo tempo, scandalo con le sue pubblicazioni e i suoi articoli per un esercito moderno di mestiere, formato da elementi corazzati, così susciterà uno scandalo quando oserà ribellarsi all’armistizio e proclamare - vera voce nel deserto - che la guerra continuava su tutti i fronti del territorio dell’Impero francese, preparando la Resistenza anche sul fronte del territorio metropolitano. Era evidente che i pochi che lo aiutarono agli inizi, come Paul Reynaud, Winston Churchill, il generale Spear e qualche altro, lo fecero più con uno spirito di curiosità che per una profonda convinzione. Lo fecero, forse, anche per liberarsi di un importuno che poteva, in definitiva, servire al loro abituale giuoco di un peso e contrappeso, ai loro grotteschi piccoli giuochi di bilancia e di potere che avevano fatto la rovina dell’Europa, da Napoleone in avanti.

Il fatto che de Gaulle accettava tutte le conseguenze di una politica nuova di riforme e di rinnovamento sociale e politico (non bisogna dimenticare che de Gaulle fu sconfitto nel «referendum» dopo il 1968 proprio sulla politica e l’istituzione delle Regioni, la Riforma del Senato e la Partecipazione degli operai all’impresa, sostenuta da Jacques Chaban-Delmas), dimostra una notevole coerenza di fondo del suo operato.

D’altra parte, se i suoi settennati e la sua politica volta a vedere la Francia alla direzione politica dell’Europa Occidentale, in vista della sua unione, possono essere a volte discussi per la loro visione non sempre realistica dei problemi politici ed economici dell’Europa e, forse, anche della stessa Francia; ma non si potrà non rendere omaggio alla sua immaginazione, al desiderio, infine, di cancellare, dopo la perdita delle colonie e dell’Impero, le ferite che la Francia aveva subito e non ancora del tutto rimarginato. Il problema della decolonizzazione francese non è stato ancora studiato in profondità; quel che esso rappresentò per la Francia molti sembrano averlo dimenticato.

Tra le correnti di pensiero che ebbero origine nella Resistenza è da notare la prima, quella considerata fondamentale, cioè la sua inequivocabile origine «Repubblicana».

Repubblicana come si intende in Francia a partire dal 1789. Poi, quella di un «Socialismo Umanista», come l’intesero un Pierre Mendes-France, Daniel Mayer, Jules Moch, René Capitant, J.P. Bloch, Léon Blum, E. d’Astier de la Vigerie, Vincent Auriol, Aragon, Pierre Brossolette, Jean Cassou, Silvio Trentin, Eluard, Gaston Defferre, Léo Hamon, Jean Guehenno, Robert Lacoste, André Malraux, Jean Moulin, Henri Noguères, Jean Paulhan, René Pleven, Robert Salmon, Christian Pineau, André Philip, Jacques Soustelle, Pierre Stibbe, Charles Tillon, Elsa Triolet, Philippe Viannay, Vercors, Weill-Curiel, Albert Camus, Pierre Seghers, Jean Monnet, François Mauriac, Pierre Reverdy e tanti, tanti altri ancora.

Un altro movimento di idee che farà capo alla rivista «Esprit», di tendenza cattolica, sarà quello di E. Mounier e il suo «Personalismo», che in Italia ebbe tra i suoi maggiori aderenti e interpreti Adriano Olivetti.

Si può parlare di una «dottrina de Gaulle», di un «gollismo», di una vera e propria particolare idea creata da de Gaulle, nata dalla Resistenza?.

I dizionari indicano generalmente nel «gollismo» una dottrina che si richiama al generale de Gaulle. Ma di che cosa essa è composta e come si caratterizzò non lo dicono. La dottrina è, soprattutto, nell’uomo, nella sua azione. In «Una certa idea della Francia», «Una certa idea dell’Europa», «Una certa idea dell’uomo».

A più di trentacinque anni di distanza dal generoso grido di ribellione di Radio Londra, de Gaulle è entrato nella leggenda. Tre decenni di storia di Francia sono stati dominati da lui, nel bene e nel male, nell’eroismo della Resistenza opposta alla invasione germanica e alla capitolazione di Pétain non meno che nella superbia di un sogno politico di primato contraddetto dalla storia. Si è parlato di lui come di un «bonapartista» ma nulla è meno esatto.

Il generale de Gaulle si distingueva, tra l’altro, per la sua devozione religiosa, come si sa, specie dopo la perdita di Anne de Gaulle, una figlia particolarmente cara al suo cuore; e per il suo rispetto verso certe forme esteriori della scala sociale; per la sua sensibilità di uomo d’ordine e per la sua intransigenza morale.

Il che non esclude le sue idee di progresso, di riforme sociali necessarie, di giustizia e libertà democratiche che rispettò sino in fondo, mai abusando dei suoi poteri di Capo dello Stato. Preferì abbandonare la Presidenza della Repubblica prima della fine del suo mandato presidenziale (due anni prima) piuttosto che rimanere dopo un Referendum che metteva in minoranza le sue proposte ma che non metteva in ombra la sua responsabilità di Presidente della Repubblica.

Un’ombra di tristezza avvolge questo episodio che lo toccò profondamente.

L’amalgama che de Gaulle seppe operare tra i francesi di origini e di idee diverse e, a volte, opposte, rimane uno dei suoi meriti maggiori e testimonia della sua influenza personale, del suo potere di persuasione e di integrazione.

La Resistenza degli umili, quella venuta su dal popolo minuto delle periferie delle città e dei villaggi, questa Resistenza senza storia di cui nessuno citerà mai i nomi e le glorie, ebbe per il generale una forma di inconscio fanatismo e di rispetto. La parola che giungeva da Londra nelle ore più grigie della storia della Francia, tra le ombre della notte e il coprifuoco, «La parole sans visage» (la parola senza volto, come la chiamarono i francesi) suscitò un potere evocatore straordinario. Un’armata di ombre, dei «soldati senza uniforme» che non conoscevano de Gaulle, e che de Gaulle non conosceva, era senza dubbio la massa immensa del popolo che questa voce lontana ebbe come il nutrimento di una speranza di libertà. Chi non attendeva la Voce di Londra, in quegli anni? Non era solo la Francia, ma l’Europa e il mondo - specie nei paesi dove viveva la disperazione esistenziale dei paesi occupati o in guerra - attendevano da Londra la verità sullo svolgimento delle operazioni, i bollettini di guerra, la liberazione, la fine della guerra, la «drôle de guerre», ancora una volta inutile, bestiale.

Se il gollismo, come principio politico o dottrina politica è, e rimane, essenzialmente fenomeno particolare della Francia, il giuoco dei sentimenti e l’idea di non accettare la sconfitta, di non arrendersi alla prima battaglia perduta, e di continuare a lottare per la libertà, l’indipendenza e la dignità dell’uomo, trascende i limiti particolari della Resistenza francese per assumere una portata universale.

A un contesto squisitamente militare si aggancia un elemento morale, una virtù civica, popolare, umana. Non vi erano prigionieri nelle guerre antiche. Solo la cosiddetta civiltà ha insegnato la demissione, l’abbandono, la codardia onorata con tante medaglie, le carte dei combattenti, il pagamento dei servizi resi.

La Resistenza non chiese e non attese. La vera, l’autentica. Il resto è solo elemento di strada per l’arrembaggio delle posizioni e non presenta alcun interesse.

Alcuni scrittori, come alcuni resistenti, hanno voluto fare astrazione di de Gaulle, in quanto uomo o generale legato a una certa tradizione, per accettarlo quale simbolo:

... «de Gaulle è l’espressione vivente delle nostre aspirazioni e della nostra volontà (di resistenza)».

... «Egli è stato la nazione stessa, poiché prendeva la sua voce, soffocata sotto il tallone nemico».

... «L’autorità del generale de Gaulle è tanto grande e incontestata perché egli non ha mai perduto il contatto con l’anima della Francia, la Resistenza».

... «Il generale de Gaulle ha affermato varie volte di non avere alcuna ambizione politica. Quelli che vogliono spingerlo oggi a conservare un potere personale, sotto il pretesto di mantenere l’ordine dopo la Liberazione, sono i suo più decisi avversari delle ore difficili».

... «Il gollismo è uno stato dello spirito».

... «Un raduno spontaneo di forze unite da una volontà comune tesa verso il medesimo scopo, un reagente e un catalizzatore...».

***

L’idea di un «Partito della Resistenza» ebbe varie alternative, e il «Raggruppamento del Popolo Francese» (R.P.F.) fu uno dei tanti tentativi per realizzarla. Solo che, il generale de Gaulle, non fu mai portato a prenderne la direzione o a stimolarlo in modo deciso. Ed ebbe vita breve. I gruppi politici che in seguito proclamarono di ispirarsi al generale de Gaulle, per la loro stessa natura non possono, e non potranno, presentare una dottrina politica coerente, una dottrina che, come tale, non fu mai nell’idea, nel pensiero e nell’azione del generale. Il quale, nel fondo del suo spirito - per le amarezze subite e le delusioni patite - diffidava dei politici in generale e dei loro partiti in particolare, pur ammettendone la necessità e rispettando le regole democratiche. In fondo, per lui, la politica si inseriva in un problema morale alla cui cima doveva essere presente il benessere e la grandezza del paese. La sua volontà di ampliare gli orizzonti politici si confondeva con la sua stessa vita morale.

Solo su tali basi egli era disposto ad accettare uno Stato democratico moderno.

De Gaulle «questo sconosciuto» è un altro aspetto che alcuni si son fatti della figura di de Gaulle sin dall’inizio della sua attività, con l’Appello del 18 giugno 1940, sino alla fine della sua vita, nel 1970.

Trent’anni! Dopo trent’anni alcuni si domandano ancora, come ieri, se realmente de Gaulle ha potuto manifestare integralmente i vari aspetti della sua personalità.

Non è inutile ricordare qui quanto scrissero Roland e Jean-Jacques, ad Algeri, nel 194413:

«... Le parole di questo illuminato non hanno avuto molto eco, ma lo si è ascoltato con simpatia... poi, il popolo di Francia ha cominciato a comprendere che questo visionario, de Gaulle, aveva ragione...».

Due delle definizioni che furono dette da Roosevelt e Cordell Hull furono quelle, appunto, di ... «irrealista sul piano politico» e di «visionario in quello militare». Sino a dire: «Sembra d’ascoltare Giovanna d’Arco o Napoleone».

Altri, con un pizzico di cattiveria, giunsero ad esclamare: «Si prende, forse, per Giovanna d’Arco o Napoleone?». Clemenceau, anche lui, fu citato qualche volta. Ma mai Joffre o Foch, piuttosto lo anteponevano a Giraud.

Colpisce, appunto, in uomini pratici e responsabili, come Churchill o Eden, questo aspetto di «irrealtà» e di «visionario» che riscontravano in de Gaulle, considerate le modeste forze che all’inizio lo seguirono, e i suoi disegni di ricostituire su tutti i fronti ove combattevano gli Alleati o in Africa l’esercito o la marina e l’aviazione francesi per combattere.

E il paragone che fecero, a volte, con Tito – perché anche Tito iniziò la sua lotta con un gruppo sparuto di partigiani e fu combattuto, anche lui, sia all’interno che all’esterno del suo paese e solo dopo anni di sacrifici sanguinosi riuscì a farsi credere e a farsi aiutare dagli Alleati – non è del tutto avventato se consideriamo la volontà di indipendenza che Tito volle conservare, come de Gaulle, nel suo paese e nella sua azione politica.

Attraverso gli scritti di un certo respiro, che nei proclami o negli articoli o documenti diplomatici e militari, de Gaulle si può vedere meglio, e si possono scoprire alcuni tratti caratteristici che danno di lui un’immagine umana viva, sensibile, profonda. Qua e là traspare sino una vena di poesia; un gusto della parola; una ricchezza di immagini che rivela uno scrittore di rara lucidità.

È vero che gli intellettuali di sinistra lo paragonarono a Chateaubriand e a Bossuet e per lo stile anche a Tacito, mentre altri come Jean R. Revel, dicevano che de Gaulle aveva uno stile «pompier» e finalmente grandioso.

E le intuizioni, le visioni, sono appannaggio di uomini che non sempre riescono a realizzare interamente i loro sogni. O, se li realizzano, non sempre giungono sino in fondo alla loro opera. La dimensione umana non sopporta il peso di elementi che tendono a superarla o a farla accettare dalla società.

Un grande poeta italiano, Eugenio Montale, ha scritto del generale de Gaulle, in occasione della sua scomparsa: «senza dubbio la Storia farà di lui un grande personaggio. Che poi egli credesse di essere (della Storia) addirittura l’epicentro, questo è indiscutibile; ma ricordiamo anche ch’egli volle restare sempre un generale con una sola stelletta. Un esempio che qui da noi sarebbe stato impossibile. Rendiamo quindi omaggio a questo gigante impastato di creta e di acciaio, sempre umano nella sua grandiosa, anacronistica disumanità».


La propaganda della «France Libre».

Non si può far accenno alle correnti di pensiero della Resistenza francese senza ricordare lo sforzo esemplare e lo spiegamento di propaganda gollista, sia in Francia che in Inghilterra, in America e nelle provincie dell’Impero francese; sforzo che costituisce uno dei successi degli uffici organizzati da de Gaulle nel desiderio di conquistare, attraverso la stampa e la radio, un’opinione pubblica sempre più ampia per far comprendere i suoi obiettivi e aiutarlo nell’opera di ricostruzione e di liberazione della Francia.

Un altro elemento di quell’azione psicologica che rese la Resistenza francese conosciuta ed apprezzata nel mondo del pensiero, delle arti e delle lettere più che in quello propriamente politico, soggetto a valutazioni e critiche non sempre favorevoli alla personalità di de Gaulle; le figure di un Pétain, un Giraud o un Darlan, al contrario, sotto altri aspetti godevano di un più sicuro prestigio. Roosevelt, Churchill, Eisenhower e gli ambienti ufficiali erano, certamente, più favorevoli a de Gaulle di cui tutti, senza eccezione, ne criticavano il carattere e l’intransigenza. Evidentemente sul terreno politico e militare de Gaulle aveva idee personali da non essere facilmente condivise da altri, se non accettate integralmente. In effetti de Gaulle non amava le critiche su taluni argomenti che per lui erano altrettanti tabù insopprimibili dalla sua personalità. Ma tale suo atteggiamento era tanto sincero quanto in buona fede, considerate le difficoltà nel farlo accettare. Ragione questa che non facilitò, certo, la sua ascensione nella carriera, prima, e nell’azione di governo, dopo. Per tale motivo, indubbiamente, quelli che si proclamano «gollisti», dopo la Resistenza, si proclamano più alla personalità del generale che a una sua dottrina vera e propria. In definitiva, non vi è una dottrina politica che si possa riferire a lui se non in termini generici di fedeltà, moralità, senso del dovere e difesa degli interessi della nazione, come si è visto. Il solo che tentò una dottrina gollista con una maggiore accentuazione sociale fu Jacques Chaban-Delmas, il più giovane generale della Resistenza francese e Primo Ministro, il quale volle introdurre il principio della partecipazione del lavoratore nell’impresa, una sorta di azionariato operaio che ricorda la dottrina sociale di Giuseppe Mazzini. Quando tale dottrina, con Chaban-Delmas al governo, ebbe un principio di realizzazione sia de Gaulle che Chaban-Delmas dovettero abbandonare la direzione del governo. E questo fatto, legato al problema delle regioni e alla riforma del Senato, doveva preludere al tramonto politico dei due uomini. Perciò non è da escludere che il patronato francese, unito ai partiti di sinistra, per una convergenza di opposizioni, decretarono la caduta di Chaban-Delmas mentre, in effetti, tale politica tendeva ad instaurare una dottrina sociale di progresso a spese della classe padronale francese. Sia l’una che gli altri videro in tale tentativo un modo di svuotare in parte la loro azione e di perdere il controllo delle masse e dei sindacati operai. La distribuzione delle azioni da parte di Renault e tutte le più importanti industrie agli operai non era certo un’operazione da essere digerita facilmente.

Era il principio dell’autogestione e dell’interessamento dell’operaio, con azioni distribuite gratuitamente, alla vita e all’attività dell’azienda.


Le fonti per una bibliografia d’insieme delle varie correnti della Resistenza.

La letteratura sulle correnti della Resistenza francese è molto importante; anche per poterne citare le pubblicazioni essenziali che, dal 18 giugno 1940 a oggi, sono state stampate sia in Francia che all’estero occorrerebbe una pubblicazione a parte.

Le pubblicazioni non si limitano all’azione e alla personalità del generale de Gaulle, ma comprendono tutti gli aspetti, i movimenti, gli uomini e le loro azioni sul piano politico, militare, diplomatico, sociale tali da formare un panorama assai ricco di interesse anche dal punto di vista della storia degli sviluppi della seconda Guerra Mondiale.

Il breve saggio, piuttosto conciso destinato alla collana «Quaderni della FIAP», non ci consente un esame di tale letteratura, e neppure la sua enumerazione specifica; ci limiteremo qui a segnalare le pubblicazioni e gli scritti, gli stampati dei vari gruppi della Resistenza francese, sia all’interno che all’esterno della Francia, per dare modo di seguire meglio il breve testo che precede.

Un omaggio particolare va indirizzato al Prof. Henri Michel che attraverso un lavoro più che decennale ha potuto puntualizzare con acume e chiarezza la storia della Resistenza francese, le sue fonti e l’ampia bibliografia che, nel corso degli anni, è riuscito a mettere in luce ponendo, così, gli studiosi in grado di attingervi largamente. Alla sua opera rinviamo chi volesse approfondire tale problematica.

Nel volume dedicato alle «Correnti di pensiero della Resistenza» (Les Courants de pensée de la Résistance. Paris, Puf, 1962), egli dedica qualche capitolo a tali fonti che, per la loro cronologia, rappresentano un utile «Memorandum» di lavoro per gli studiosi della Resistenza francese.

Sulla «France Libre», i documenti stampati, essenziali per un approfondimento dell’azione del generale de Gaulle, rimangono ancora i discorsi, le dichiarazioni i messaggi pronunziati nel corso di raduni, assemblee pubbliche, conferenze stampa, in occasione dei suoi spostamenti e quelli letti alla radio o dinnanzi a giornalisti.

Durante la guerra, fuori della Francia, sono usciti:

«Discours et Messages», due volumi. Oxford University Press, Londra, New York, Toronto, 1943.

«La France n’a pas perdu la guerre», prefazione di Philippe Barres, Didier, New York, 1944.

Jean Gaulmier: «Anthologie de Gaulle», Edizioni France Levant, Beyrouth, 1943.

Jean Gaulmier: «Morceaux Choisis», Hutchinson, Londra-New York, 1944.

In Francia:

«Appels et discours». 1940-1943. Prima edizione, 1943.

«Appels et discours». 1940-1944. Seconda edizione, 1944.

«Appels et discours». 1940-1944. Terza edizione, 1944.

Dopo la guerra:

«Honneur et Patrie. Voici le Général de Gaulle. Discours et appels choisis de 1940 à 1944» Ed. Gen. Publ., Paris, 1945.

«Pages d’Histoire» (Extraits de discours), Ed. Carrefour, Paris, 1945.

«Le Général de Gaulle vous parle» (Appels et discours du Général de Gaulle du 18 Juin 1940 au 21 Décembre 1944, réunis par O. Gregoire) Zeluk, Paris, Aix-les-Bains, 1945.

«Discours de guerre» (Collection «Le Cri de la France»), Edizioni LUF-Egloff, Fribourg (Svizzera), 1944-45.

«Discours et messages», 1940-1946, Berger-Levrault, Paris, 1946.

«La France sera la France. Ce que veut le Général de Gaulle,. Paris, 1950.

Bulletin Officiel des Forces Françaises Libres, N. 1, 15 Agosto 1940, Londra.

Journal Officiel des Forces Françaises Libres, 27 Ottobre 1940 - 16 Novembre 1940 - 20 Gennaio 1941 - 14 Ottobre 1941, Londra.

Journal Officiel de la France Combattante, 1942-1943, Londra.

Journal Officiel de la République Française, 1943-1944, Algeri.

Le pubblicazioni periodiche dei Servizi di Informazioni:

Documents d’Information (con notizie della Francia, sulla Germania in guerra, sull’attività dei Comitati della France Libre nel mondo. Estratti di stampa, di discorsi, di emissioni radio e di lettere ricevute).

Nel 1942 la pubblicazione assume il titolo «Documents» con rubriche ancora più ampie sulla Resistenza all’interno del territorio francese e la Francia combattente nel mondo. A partire dal giugno 1943 essi si trasformano in «Cahiers Français» e saranno pubblicati a Londra sino all’ottobre 1944.

Ad Algeri il «Comité Français de Libération National» pubblica un «Bulletin d’Information et de Documentation» dal 30 maggio 1943 al 31 marzo 1944.

«France For Ever», edito dal «The French Movement in America», a partire dal gennaio 1941, in cui viene messo in luce lo sforzo della Francia nella guerra a fianco degli Alleati, la Francia di de Gaulle, naturalmente, non quella di Vichy.

In India, in Cina, nelle Filippine, nel Messico, in Brasile, Cile, Argentina, Egitto, Australia, Canada e le Colonie d’Africa, si pubblicavano bollettini della Francia Libera.

* * *

Le pubblicazioni che sono di stretta osservanza gollista non mancano tra i movimenti della Resistenza, nelle colonie e all’estero, e nella stessa Francia.

Qualche movimento anti-gollista, pure, sia di breve durata, esiste. Tale opposizione a de Gaulle si espresse col giornale «France», pubblicato a Londra stessa dal 26 agosto 1940 sino alla fine della guerra. Seguito dalla rivista «France Libre», diretta da André Labarthe e di cui Raymond Aron era il segretario di redazione con lo pseudonimo di René Avord. Organo del movimento, prima, «France Libre» seguì l’Ammiraglio Muselier nella dissidenza, staccandosi dal generale de Gaulle in seguito alle proteste americane per i suoi sbarchi nelle isole francesi del Pacifico. La rivista pubblicò articoli di Eve Curie, Jacques Maritain, Charles Morgan, Bernanos, Lavelle, Focillon, Denis Saurat, ecc. Furono pubblicati 51 numeri, dal 15 novembre 1940 all’agosto 1945.

Raymond Aron, con il titolo «Dall’armistizio all’insurrezione nazionale», pubblicò una scelta dei suoi articoli in volume (Ed. Gallimard, Paris, 1945).

Ad Algeri la letteratura della France Libre, trasportata da Londra contemporaneamente al generale de Gaulle e ai suoi servizi, si distinse per alcune pubblicazioni interessanti, quali:

«Renaissance», N. 1, Novembre 1943, diretta da P.E. Viard. Con la collaborazione di Jean Alazard, René Capitant, Louis Joxe, Jacques Soustelle, Albert Camus, René Courtin.

«Fontaine», di indole artistico-letterario, diretta da Max Pol-Fouchet. Vi collaborano anche Amrouche, André Malraux, René Char, A. Béguin, S. Fumet, Kessel, E. d’Astier, ecc.

«Rafales», diretta da Jacques Lorraine

«Cahiers Antiracistes», diretti da Bernard Lacache, con la collaborazione di H. Bonnet, A. Philip, Jacques Soustelle, L. Gemet, ecc.

«La Nef», pubblicata a partire dal luglio 1944.

«Revue d’Alger», pubblicata dall’Università di Algeri, a partire dal 1944.

* * *

Le emissioni radio ebbero un’importanza straordinaria nel far conoscere le ragioni e i motivi della Resistenza francese nel mondo libero e, nel contempo, servire di collegamento con i vari movimenti della Resistenza, i «Maquis», i vari Servizi Speciali di informazioni militari sugli spostamenti delle unità nei vari fronti di guerra.

In tutto il mondo libero i servizi del generale de Gaulle, in accordo con quelli inglesi, e la B.B.C. di Londra, riuscirono a creare una rete di servizi regolari in tutta la Francia, nelle colonie e negli stessi paesi nemici in guerra. Le emissioni di propaganda erano seguite da milioni di ascoltatori in tutto il mondo. Una tale organizzazione fu possibile grazie alla collaborazione del «Deuxième Bureau» di Vichy (i cui direttori erano ufficiali effettivi favorevoli alla Resistenza, anche se servivano il governo del Maresciallo Pétain); agli specialisti della Marina e dell’Aviazione che poterono creare un servizio capillare di grande efficacia che servì di appoggio alle azioni militari dell’Inghilterra e dell’America lungo gli anni della guerra. I servizi inglesi di collegamento completavano tutta la rete disseminata nel mondo. Nonostante ciò, molti furono scoperti e deportati, fucilati, torturati in tutto il territorio francese. E, tra i tanti, Jean Moulin, Presidente del Comitato Nazionale della Resistenza Francese, inviato da Londra in Francia per organizzarvi i servizi di informazioni, già Prefetto, destituito dal governo di Vichy.

* * *

Le memorie e le testimonianze sono la parte più copiosa della letteratura della Resistenza e sulla seconda Guerra Mondiale, a partire da quelle del generale de Gaulle (l’Appel, giugno 1940-giugno 1942; l’Unité, giugno 1942-agosto 1944; le Salut, 1944-1946).

Particolarmente interessanti i «Services Speciaux» (1935-1945), da Paul Paillole (il celebre colonnello Paillole del Deuxième Bureau del Maresciallo Pétain che ebbe contatti con i servizi del generale de Gaulle); «Le Cheval Double», Alain Roy. Mémoires d’un Agent Double; «Doudot», di Henri Koch-Kent. Una figura leggendaria del controspionaggio francese; «Histoire des Services Secrets Britanniques», di Richard Deacon, il quale mette in luce la collaborazione con la Resistenza; «Mémoires», del colonnello Passy, Capo del B.C.R.A. di Londra, dei servizi del generale de Gaulle. Scrive, tra l’altro, del caso di Jean Moulin e le sue missioni in Francia che gli costarono la vita. La figura tra le più suggestive della Resistenza, le cui spoglie sono state deposte al Pantheon, Primo Presidente del Comitato Nazionale della Resistenza Francese, torturato e deportato in Germania, si uccise piuttosto che essere costretto a parlare, dopo inaudite sofferenze.

Da ricordare pure: «Le Vent de la Liberté», di Pierre Lefranc; «Julien ou la Route à l’envers», di Philippe Ragueneau; «De Gaulle contre le gaullisme», dell’Ammiraglio Muselier, in cui parla della sua dissidenza e di quella all’interno del gollismo; «De Gaulle, cet Inconnu», del Colonnello Remy, uno degli eroi dei Servizi Speciali della Resistenza, scopre un de Gaulle che pochi conoscono.

«De Gaulle sans Képi», di P. Sandal. Un de Gaulle senza berretto di generale, visto nel suo aspetto umano e familiare.

«L’Homme des Têmpetes», di Maurice Schumann. Uno dei fedeli di Londra, ci parla di de Gaulle «Uomo delle Tempeste» nella tempesta della guerra.

«Charles de Gaulle, le Premier Ouvrier de France», di Pierre Bloch. Parla di de Gaulle, primo operaio della Francia Libera.

Ma altri che gli furono veramente a fianco sin dal giugno 1940 alla morte, come Robert Pleven, René Cassin, il generale Koenig, André Philip, René Massigli, Maurice Dejean, non hanno scritto ancora nulla sull’opera e sulla vicenda del generale.


La Resistenza degli intellettuali.

La Resistenza francese si distingue, pure, per la larga e ampia adesione degli intellettuali, artisti, poeti, scrittori, storici e docenti universitari di ogni disciplina che seppero cogliere lo spirito di rinnovamento della Resistenza.

Il fiore della cultura francese aderì alla Resistenza impegnandosi nei vari settori della lotta clandestina che ha mietuto, a migliaia, le vittime.

Se tale adesione si articolò in tutte le tendenze politiche, anche qui è da notare che la maggioranza venne dalle file di sinistra e, in misura minore, dal centro e dalla destra ove è possibile notare il maggior numero di collaboratori al governo di Vichy e alle forze dell’occupante. I Murrassiani e l’Action Française, i Camelots du Roi, sono decisamente dalla parte di Pétain, salvo rare eccezioni, - tra cui, a suo onore, il Conte di Parigi, che si dichiaro gollista convinto.

Molti non compresero la posizione del generale de Gaulle perché la sua azione fu orientata a sinistra, in quanto le forze che lo sostennero realmente furono essenzialmente di sinistra.

Le delusioni degli intellettuali sono più sentite dopo la liberazione in tutti i paesi ove la Resistenza giuocò un ruolo determinante.

Vercors, il noto autore del «Le Silence de la Mer», che tanto contribuì con le «Editions de Minuit» alla diffusione di testi più interessanti del periodo clandestino, riunì intorno alla sua casa editrice uomini quali Paul Eluard, Jean Tardieu, Aragon, Freinaud, Huguet, Guillevic, Loys Masson, Pierre Emmanuel, Charles Vildrac, Jean Lescure, Pierre Seghers, Lucien Scheler, René Tavernier, Robert Desnon, Elsa Triolet, Edith Thomas, Léon Motchane, Debû-Bridel, François Mauriac, Jean Paulhan, Yvonne Paraf, Julien Benda, Francis Ponge, Ernest Aulard, André Chamson, Claude Bellanger, Jean Cassou, André Gide, Claude Avelin, Roger Giron, Yves Farge, Claude Morgan, Gabriel Péri, Georges Adam, J.P. Sartre, ecc..

La creazione di «Lettres Françaises», fondato da Jacques Decour (fucilato dai tedeschi), diretto dopo la morte di Decour, da Jean Paulhan e Claude Morgan, da Aragon, Sartre, Camus, Queneau, univa dalla destra alla sinistra il meglio dell’intelligenza francese nella sua volontà di libertà di pensiero senza compromessi e ambiguità. Le «Lettres Françaises», dirette da Aragon, hanno cessato solo da qualche anno la pubblicazione a seguito di difficoltà economiche. Vera fucina di libertà, di discussioni appassionate, di polemiche ma, soprattutto, di dialogo; un dialogo aperto a tutte le tendenze ideologiche. Altre riviste e giornali mano mano sono scomparsi. Tutto ciò conferma l’indipendenza della stampa e le difficoltà sempre maggiori per vivere.

Da tali pubblicazioni sorsero, di massima, le correnti di pensiero della Resistenza, gli ideali, le prospettive di avvenire rimaste, poi, nel novero delle teorie e delle buone intenzioni. Nonostante tale fallimento, l’influenza che ebbero fu sentita in ogni settore della cultura e della vita stessa francese.

Le idee che furono espresse, diffuse, scritte, se non hanno fruttificato - come molti speravano - non sono state per questo meno importanti per lo sviluppo del pensiero contemporaneo.

Il retaggio della Resistenza va - ovviamente - al di là del fatto d’armi per trasformarsi, soprattutto, in elemento di progresso, un dato squisitamente morale, di costume, di pensiero sempre volto agli ideali di Giustizia e di Libertà che rappresentano l’essenza e incarnano lo spirito sempre più profondo della Resistenza.





IL CONTRIBUTO DELL’EMIGRAZIONE ITALIANA

ALLA RESISTENZA FRANCESE

«Presso un piccolo libraio italiano, a Tolosa»14

«... Nella zona Sud, il mese di gennaio del 1941 vede progredire - a parte, per il momento, di ogni intervento di agenti della Francia Libera - gli sforzi di raggruppamento di quei “Socialisti e Sindacalisti” sui quali de Gaulle ha ragione di contare per animare i comitati “Anti-Pétain”.

A Tolosa, cittadella tradizionale della S.F.I.O., i primi contatti sono stati ripresi ai margini della “gerarchia” di cui Léo Hamon ha già segnalato i deplorevoli ondeggiamenti imputabili all’atteggiamento, nel luglio 1940, di alcuni eletti. (Allude alla votazione di Vichy, ricordata prima, N.d.R.)».

Il primo punto di attrazione della Resistenza Socialista di Tolosa non sarà dunque il municipio o la sede di un partito o la casa di un notabile, come sarebbe stato normale, ma al contrario, una piccola libreria della Rue du Languedoc, la «Librairie du Languedoc», diretta da un intellettuale italiano, antifascista della prima ora: Silvio Trentin.

È in questa piccola libreria italiana che nasce un modesto movimento che non andrà oltre il quadro della regione, ma rimarrà vivace sino alla liberazione: il movimento - «Libérer-Fédérer» - al quale partecipano dalle origini, oltre il Gruppo italiano composto in maggioranza di vecchi volontari delle Brigate Internazionali, da Pierre Bertaux, Vincent Auriol, Gilbert Zaksas, Achille Auban e ai quali verrà subito dopo ad aggiungersi Jean Cassou.

«Silvio Trentin - dice Jean Cassou - aveva una fortissima personalità. Egli era stato uno dei primi a rifiutarsi di prestare giuramento a Mussolini, quando era professore alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova.

C’era un altro italiano magnifico, Fausto Nitti, nipote del vecchio Presidente del Consiglio F.S. Nitti che, come Trentin, era di quella razza che era già stata del Risorgimento e dei garibaldini che hanno la mania appassionante di battersi per la libertà ovunque essa sia in pericolo. Egli aveva già militato nell’antifascismo ed era stato confinato alle Isole Lipari. Si era trovato assieme a Rosselli, con il quale aveva attuato la fuga, raggiungendo la Francia.

Durante la guerra di Spagna, Fausto Nitti, ufficiale di artiglieria, si era arruolato nell’esercito repubblicano. Al momento della ritirata fu condotto al campo di Argelès e, di là, era partito per Tolosa, ove viveva con la moglie e due figli. Noi l’abbiamo preso nel nostro gruppo»15.

Una targa in memoria di Silvio Trentin16 morto a Treviso, ove era stato portato in stato d’arresto, è stata murata nella casa ove abitò con la moglie e i figli:

«In questa casa ha vissuto dal 1934 al 1943 Silvio Trentin. Esule volontario, iniziatore della lotta antifascista e del Movimento clandestino di Liberazione dell’Europa, Capo della Resistenza italiana del 1943, fatto prigioniero dal nemico e morto a Treviso, il 12 marzo 1944».

Convergenze

Quantunque pochi siano ancora i resistenti, essi tuttavia costituiscono già, in una città quale Tolosa, piccoli gruppi che, poco alla volta, finiscono per ricongiungersi ed incontrarsi.

Léo Hamon, antenna tolosana del Gruppo «Liberté», è già in contatto con Jean Cassou il quale ha raggiunto, anche lui, il Gruppo Bertaux-Silvio Trentin; seguito da J.P. Verant, professore di filosofia al liceo e il suo amico Leduc, che è venuto a trovarlo a Tolosa. E saranno poi raggiunti da elementi socialisti e sindacalisti che si uniranno a «Liberation». Essi troveranno non soltanto dei militanti di estrema sinistra, come loro stessi, ma uomini come Roger Maurice Jacquier, del Gruppo delle «Petites Ailes Blanches», del Seminario della Rue des Teinturiers, diretto da Padre Raymondis.

I fogli clandestini e i bollettini in lingua italiana e francese del periodo clandestino, compilati da italiani in Francia:

«La parola degli Italiani»; «La Voix des Italiens»; «Italia Libera»; «La Voix du Jeune Italien».

Tra le formazioni partigiane costituite da Italiani in Francia, sono da ricordare, tra l’altro: la Brigata Rosselli di «Giustizia e Libertà»; il Maquis de l’Oisans; le truppe del generale Magli, in Corsica che, dopo l’8 settembre 1943, raggiunsero le formazioni partigiane francesi operanti nell’isola con a capo lo stesso generale Magli e il suo stato maggiore*.

Altre formazioni passarono ai gruppi dei partigiani francesi nelle Alpi Marittime, in Savoia, nel Nizzardo, nel Nord, nell’Est e nelle due zone della Francia. Altri furono arruolati direttamente nell’esercito francese e combatterono in Africa, presero parte agli sbarchi in Sicilia, a Napoli, a Salerno, in Provenza**.

Si calcolano in oltre un migliaio i deportati e oltre un migliaio i caduti, senza contare quelli uccisi nel corso della clandestinità, di cui qualche centinaio sono morti «sconosciuti» o di difficile reperibilità dei luoghi e di ricostruzione d’identità.

I caduti nell’insurrezione di Parigi sono un centinaio, 960 riposano nel Sacrario Militare di Saint-Mandrier, presso Tolone (nella piccola penisola di Capo Cépet, a Sud di Tolone)***.




«Gli uomini che vissero la Resistenza

nel dolore e nel sacrificio condividono

la stessa volontà, la stessa fede,

la stessa speranza.

Per ogni Resistente la sua adesione

significava la rottura con la mediocrità

del passato, il rifiuto dell’ingiustizia

e dell’avvilimento».

(in Alban Vistel: l’Héritage spirituel

de la Résistance)

«La Resistenza è uno stato dello spirito,

entusiasta, generoso, liberale,

umanitario».

(in Halkin: l’Héritage spirituel de la

Résistance. Resistance European

Movements)

INDICE

                                                                                                  Pag.

Premessa                                                                                                                   1

L’appello del 18 giugno del generale de Gaulle                                                                5

II. Primi approcci per una resistenza interna nelle due zone della Francia                        13

III. Le forze francesi combattenti nei territori d’oltremare                                                16

Allegati                                                                                                                      24

Le correnti di pensiero nella Resistenza francese                                                          27

Il contributo dell’emigrazione italiana alla Resistenza francese                                       37

settembre 1976


1. Général de Gaulle: Mémoires de Guerre. I. L’Appel. 1940-1942. Paris, 1954.

2. Général de Gaulle: op. cit.

3. Général de Gaulle: op. cit.

4. Général de Gaulle: op. cit.

5. Jacques Bergier: Agents Secrets contre armes sécretes. Paris, 1955.

6. Colonel Remy: Mémoires d’un Agent Secret de la France Libre. Paris 1970.

7. Colonel Passy: Souvenirs. T. II°, p. 286-331. Paris, 1971.

8. Henri Michel: La Resistenza europea e gli Alleati, ?, p. 70.

9. Rosario Romeo: Il ruolo nella storia, in «Corriere della Sera», 11 novembre 1970, p. 5.

10. Général de Gaulle: Mémoires de Guerre. III°. Le Salut. 1944-1946. Paris, 1959.

11. Henri Michel: Les Alliées et la Resistance en Europe. Rapport Général. 1961.

12. Germaine Gillion: Les débuts de la Résistance en zone Nord. Revue d’H., n.4, 1958.

13. Roland et Jean-Jacques: La Résistance Française. Alger, 1944.

14. H. Noguères-Degliame-Fouchè et J.L. Vigier: Histoire de la Résistance en France, de 1940 à 1945, Paris, 1967 (pag. 274, Janvier, 1941).

15. Jean Cassou: Témoignage. La Mémoire courte. Paris, Ed. de Minuit 1945

16. Silvio Trentin (1885-1944): è stato uno dei personaggi più rappresentativi dell’antifascismo italiano in Francia, meno noto e celebrate di altri. In Italia è uscito, a cura di Paolo Gobetti, un volume di «Scritti inediti. Testimonianze e studi» di S. Trentin, Ed. Guanda, 1972, pp. 344, L. 4.500

*° Gaston Laroche - Colonel F.T.P.F. Boris Matline: On les nommait les étrangers (Les immigrés dans la Résistance), Paris, Ed. Français Réunis, 1965 (una parte è consacrata al contributo italiano nella Resistenza francese).

*°° G.C. Pajetta: Douce France, Paris, 1955.

*°°° Pia Leonetti Carena: Gli Italiani del «Maquis», Cino del Duca editore, Milano, 1966.