Aldo Aniasi
Da "Ne Valeva la Pena"

FARFALLINO E I SUOI FRATELLI
“Ma che diavolo sta succedendo?” 
“E chi ci capisce niente, i capi sono sempre chiusi lì dentro” 
“La guerra è finita, Badoglio ha chiesto l’armistizio agli alleati”. 
“Noi che facciamo?”. Nel reparto del “Savoia Cavalleria”, acquartierato a Somma Lombardo, nel Varesotto, i ragazzi sono un po’ frastornati. Il fuggi fuggi e generale. 
Un soldatino di 19 anni, sentendo tutti questi discorsi, non ci pensa due volte: si toglie la divisa, imbraccia il moschetto e corre verso le stalle, dove trova un cavallo già sellato, monta in groppa e al galoppo punta sul Lago Maggiore. Il ragazzo, Fortunato Zane (“Farfallino”), raggiunge la famiglia, tutti antifascisti di provata fede. Suo padre era stato perseguitato, rifugiato in Francia, rientrato sarà per la sua attività 
clandestina arrestato nei primi mesi del ’45. È l’8 settembre del ’43. 
Ad Arona Fortunato trova un clima invivibile: le SS, installate al “Bellavista” di Baveno, trasformato in un munitissimo fortino, scatenano i loro più bassi istinti. Assassini, torture, saccheggi, soprusi, violenze. Fortunato ha due fratelli, Peppino fuggito da Torino, dove prestava il servizio militare e Robertino, che ha appena dodici anni. 
In questa atmosfera, con l’assenso dei genitori, Farfallino e Peppino scelgono la macchia. Cercano un contatto con Moscatelli, entrano nella lotta partigiana e in breve organizzano un distaccamento, che si aggrega alla “Volante Azzurra”, di cui più tardi, per le sue qualità, Fortunato diventerà caposquadra ed infine Comandante della Brigata Rosselli. 
Nei primi giorni Farfallino si occupa soprattutto di assicurare rifornimenti ai reparti di montagna. 
La notte tra il 14 e il 15 la svolta, un episodio tremendo che segnerà profondamente i fratelli Zanè. 
Nel buio, i tedeschi circondano l’hotel Meina: dentro, tra gli altri rifugiati, si trovano sedici cittadini ebrei. Le SS irrompono, sfondano le porte, rinchiudono nelle camere donne e bambini, e prelevano i sedici ebrei. Fuori, i motori accesi, c’è un camion sul quale vengono fatti salire. Un chilometro più avanti, i loro corpi sono straziati dalle sventagliate dei mitra e gettati in fondo al lago. 
A1 mattino, alcuni pescatori tirano a riva le reti: dentro ci sono i cadaveri degli ebrei. Fortunato e Peppino sono lì: l’orrore è grande. La loro rabbia verso i nazisti diventa odio. Questa guerriglia, si dicono, va combattuta senza esclusione di colpi. E così sarà per entrambi. 
Farfallino partecipa a numerose azioni, distinguendosi per valore e coraggio. 
Una domenica mattina, in piena estate, Farfallino sta scendendo in bici a Invorio. È preceduto di una cinquantina di metri da una ragazza del paese, una staffetta con il compito di segnalare i cattivi incontri. 
Alla periferia del paese c’è una caserma fascista della “Folgore”. È poco meno di mezzogiorno. Il partigiano si trova davanti due ufficiali delle camicie nere. Dai calzoncini corti estrae una piccola pistola e li disarma. Poi li fa correre verso Invorio Superiore, dove si trova un gruppo di suoi compagni. I due ufficiali vengono catturati. I fascisti covano subito la vendetta. Avvistata la staffetta, la seguono: la ragazza, anziché prendere la strada dei boschi, scappa verso casa. I folgorini arrivano, bussano, lei riesce miracolosamente a dileguarsi. Ma non è finita: i neri prelevano suo padre che, alle cinque del mattino, viene giustiziato dal plotone di esecuzione. Farfallino e i suoi compagni, acquattati tra gli alberi, odono gli echi degli spari e capiscono. Da quel momento Farfallino diventerà ancor più intransigente e valoroso nella lotta al nemico. 

Peppino 
Il comandante Peppino un brutto giorno cade in una trappola e rischia di essere catturato. È il 16 luglio ’44. Un certo “Cinquanta”, sedicente partigiano, propone al suo gruppo di prendere contatto con alcuni militi della guardia nazionale a Nebbiuno: i fascisti intenderebbero disertare e passare nelle file partigiane. L’appuntamento e in un’osteria vicino alla chiesa del paese: Peppino, dopo un po’, poiché non vede nessuno, decide di tornarsene in montagna, ma è circondato dai repubblichini che, al comando del maggiore De Paoli, dalla notte prima hanno preparato l’imboscata. Segue un furioso scontro a fuoco: tre partigiani rimangono gravemente feriti, mentre Peppino e un altro riescono a guadagnare le montagne. I fascisti corrono nella vicina chiesa, prelevano alcune vecchiette e dei bambini e li costringono a sputare sui corpi dei moribondi. Una vera infamia. Peppino diventa comandante di un battaglione della Rocco e si dimostra un valente e inflessibile combattente che opera nel Cusio. 

Robertino 
Anche Robertino, a soli 12 anni, praticamente un bambino, partecipa attivamente alla guerriglia. Siamo nell’autunno del ’43, i due fratelli maggiori sono impegnati, con i loro uomini, in imprese temerarie: Robertino e mamma Maddalena si prodigano per assicurare alla pattuglia di Farfallino viveri e generi di conforto, percorrendo giorno e notte a piedi la lunga erta che da Arona va a Dagnete. Per Robertino è una specie di battesimo: il ragazzino continuerà poi con coraggio e abnegazione a fare la spola, a piedi o in bici, da un luogo all’altro per aiutare i fratelli a mantenere i contatti con gli altri partigiani. 
In quel periodo il ragazzino gravita su Colazza, sede del comando della “Volante Azzurra”. È il 6 di ottobre del ‘44. Il ragazzino parte in bici per Invorio: deve comunicare alcuni ordini di servizio a una squadra partigiana da parte dei fratelli. A un chilometro da Silvera s’imbatte in una pattuglia della brigata nera di Arona. Riconosciuto, viene subito arrestato e incarcerato prima a Novara e poi a Pallanza (anche il padre subirà la stessa sorte), dove mamma Maddalena, due volte al 
mese va a trovarlo, partendo a piedi da Arona. 
Robertino Zanè rimarrà in prigione fino al 18 aprile: verrà liberato dalla brigata della “Valgrande Martire”, comandata dal capitano Mario, con la quale marcerà su Milano, riconosciuto come uno dei più giovani partigiani d’Italia.