Trittico cileno





QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.21

Manlio Magini

Trittico Cileno
© I Quaderni della FIAP 
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Quaderni della FIAP, n.21,
Trittico Cileno

Manlio Magini


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Marcelo, Claudia e Carlos testimoniano sugli avvenimenti che precedettero, accompagnarono e seguirono il pronunciamento fascista nel Cile. I loro racconti si aggiungono ai molti altri resi al mondo dagli scampati al massacro dell’11 settembre 1973 e dei giorni successivi. Non devono andare dispersi: perciò «Lettera ai compagni» - che li pubblicò nei nn. 5, 6 e 12 del 1975 - ha deciso di ripubblicarli nel presente «Quaderno Fiap».

Queste tre voci documentano, ancora una volta, con l’evidenza semplice della verità, quanto siano state sofisticate, scientifiche e poco sudamericane la preparazione e l’attuazione della presa di potere da parte dei militari nel Cile, e quanto sofisticati, scientifici e poco sudamericani - almeno rispetto all’archetipo del risibile «golpe» vecchia maniera – l’uso del terrore e della tortura. Dallo stile di un’opera, di una qualunque opera umana, si può riconoscere l’autore. Dallo stile del colpo reazionario di Pinochet si riconosce la mano che ne ha tirato i fili. Ogni voce levatasi dai resistenti e dagli esuli cileni - e queste fra le altre - ne additano indirettamente i primi responsabili. Sono gli stessi delle tragedie vietnamita, boliviana, brasiliana, uruguayana, argentina e libanese.

Il presente trittico illustra alcuni episodi della resistenza armata e dell’opposizione organizzata agli usurpatori del potere nel Cile. Gli episodi si verificarono non solo durante l’assalto dei fascisti alle strutture dello Stato democratico, ma anche dopo, e gettano luce sulle difficoltà della resistenza sia per la sproporzione tra le forze in campo, sia per l’impreparazione politica e militare della Unidad Popular all’evento che da mesi andava maturando sotto gli occhi atterriti dei democratici di tutto il mondo e che infine si verificò.

Un passo della testimonianza di Claudia, quello che racconta il suo ultimo colloquio telefonico con Allende chiuso alla Moneda, è particolarmente importante: «Non ci sono possibilità di accordo. Resta solo la lotta. Abbiamo molta fiducia nella classe operaia. Non si lascerà derubare dei suoi diritti. Sono sicuro che vinceremo». Infine Allende incarica Claudia di ritirare rapidamente tutte le armi, e la comunicazione viene interrotta per sempre. Ma quale lotta, se gli operai sono disarmati? Quali armi se, per procurarsene, i resistenti dovranno strapparle al nemico o addirittura, come racconta Marcelo, recuperarne qualcuna, gettata per paura, da chi la deteneva, in un sacco nel fondo di un canale? Il governo, per un assurdo scrupolo di legalitarismo ad oltranza mantenuto fino all’estremo istante, ha evitato di distribuire le armi al popolo, forse temendo di dare agli avversari un pretesto in più per agire: ma che senso ebbe questo timore, quando l’azione dei militari appariva ormai inevitabile? E a posteriori la sinistra sarà egualmente accusata di aver preparato un colpo di Stato.

Marcelo documenta anche lo smarrimento - se non la viltà di cui parlava Castro nella prefazione al Diario boliviano di Che Guevara - di alcuni dirigenti politici, i quali si assunsero la pesante responsabilità di ordinare ai lavoratori di non combattere, perché le armi erano scarse ed essi si sarebbero sacrificati inutilmente: ma decine di migliaia di lavoratori, avessero combattuto o meno, furono massacrati egualmente dalla Giunta militare. Contro l’ordine di non resistere i lavoratori protestarono energicamente, scrive Marcelo: «Noi combatteremo. Le armi sono scarse, ma la colpa è vostra. Non combattere è tradire». E dovunque furono in possesso di armi o poterono procurarsele, combatterono fino all'ultimo respiro.

Ma la commozione, la reverenza, l’immenso rispetto che ci incute l’eroico sacrificio di Allende, per primo caduto combattendo, non ci liberano dalla convinzione che fosse inutile rinnovare, col sacrificio della vita di tanti inermi, la dimostrazione che i profeti disarmati periranno. E le pagine di Claudia e di Marcelo documentano appunto la rabbia, la disperazione, il dolore dei lavoratori inermi per la situazione d’impotenza in cui il governo legale li lasciò davanti agli usurpatori.

Il racconto delle selvagge torture di Carlos e di Marcelo è quasi insopportabile. Claudia ha pudore di riferire sulle sevizie subite; ma sappiamo che subì violenze inenarrabili e spaventosamente ripetute, le più ignobili cui una donna possa essere sottoposta, fino ad averne gravemente lesi gli organi interni.

Carlos è un dirigente sindacale: nell’emigrazione si occupa attivamente dell’assistenza ai rifugiati cileni in ogni parte del mondo.

Appena giunto in Italia, le ossa delle sue braccia, ch’erano state spezzate dai militari e si erano poi malamente saldate durante la sua degenza nell’ambasciata italiana a Santiago, dovettero essergli nuovamente spezzate e risaldate all’Istituto Rizzoli di Bologna. Il suo racconto costituisce parte di un appunto ch’egli aveva preparato per il Tribunale Russel, ma credo non sia stato poi utilizzato.

Claudia faceva parte della segreteria di Allende. È un personaggio meraviglioso: ha un coraggio pacato, una fede incrollabile, una semplice determinazione, una buona preparazione politica. Sono convinto che sentiremo riparlare di lei. La sua testimonianza, scritta davanti a me, dà la misura delle sue qualità.

Il racconto di Marcelo è stato dettato a Claudia, pure davanti a me, mentre i due erano miei ospiti a Roma. Come da esso risulta, Marcelo era membro del Servizio di Sicurezza del presidente Allende. Istruito militarmente a Cuba, è un uomo d’azione. Le torture ne hanno minato seriamente il fisico e il sistema nervoso, non la volontà di combattere.

Claudia e Marcelo sono oggi tornati in Sud America, vivono illegalmente in uno Stato confinante col Cile, dal quale sperano di riprendere la lotta all’interno del loro paese.

È superfluo avvertire che i nomi degli autori sono stati sostituiti da pseudonimi. Le traduzioni delle tre testimonianze sono state da me eseguite
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