Redazionale. Recensione al volume di 

Marco Gervasoni, L’intellettuale come eroe. Piero Gobetti e i gobettiani nelle culture degli anni Venti, Milano, Rizzoli, 2000.


Il prossimo anno decorrerà un secolo dalla nascita di Piero Gobetti. Viene così di proposito un volume di Marco Gervasoni, giovane ricercatore dell’Università di Milano, che in passato si è distinto per alcuni lavori fondamentali su Georges Sorel, sulla sinistra francese, sui socialisti italiani e su Antonio Gramsci. Il volume L’intellettuale come eroe. Piero Gobetti e i gobettiani nelle culture degli anni Venti (Milano, RCS-Rizzoli, 2000, £ 49.000), è uscito nella meritoria collana, "Memorie dell’azionismo", diretta dal noto storico, docente all’Università di Torino, Giovanni De Luna.

Non è esagerato affermare che il lavoro di Gervasoni colma numerosi vuoti. Gli studi precedenti si erano occupati di Gobetti ponendo in secondo piano i circoli intellettuali che egli frequentò e creò. Gervasoni studia invece la nascita e la trasformazione delle avventure intellettuali gobettiane nella coralità dei diversi protagonisti, da Augusto Monti a Natalino Sapegno, da Mario Missiroli a Gaetano Salvemini a Giuseppe Prezzolini. Ne è uscito per certi versi uno spaccato storico sociale degli intellettuali italiani tra la Prima guerra mondiale e l’inizio della trasformazione del fascismo in regime. Non si vuole con ciò negare il ruolo preponderante esercitato da Gobetti in quanto guida spirituale di tutte queste reti intellettuali. Al contrario l’intuizione principale di Gobetti stette nel proporre all’intellettuale italiano una missione politica propria che andasse ben al di là del singolo impegno all’interno del partito.

Nei primi capitoli, il libro di Gervasoni segue un percorso biografico, mettendo in luce le trasformazioni del panorama intellettuale di quegli anni e mostrando come Gobetti e le sue iniziative vi incisero. In particolare, vediamo come il rapporto tra gli intellettuali gobettiani e il fascismo fosse assai meno scontato di quanto si pensasse. L’antifascismo gobettiano, maturato nel tempo, prima di nascere non aveva mancato di incontrare sul proprio percorso figure del fascismo, mentre alla fascinazione nei confronti di quel movimento non sfuggirono almeno all’inizio alcune figure della rivista "Rivoluzione liberale".

Nei capitoli successivi, Gervasoni abbandona l’impostazione narrativo-cronologica è abbandonata a favore di un’analisi tematica: si propone una "sociologia dei gruppi gobettiani", si illustra il dialogo mancato tra Gobetti e i socialisti, si mostra l’apertura di Gobetti verso altri modelli nazionali, in particolare quello francese e quello inglese. Gobetti e "Rivoluzione liberale" avevano continuamente insistito sui caratteri dell’identità nazionale: "che cos’è un italiano?" fu la domanda che essi continuarono a rivolgersi. All’analisi dell’immagine dell’italiano nei gobettiani è così dedicato il penultimo capitolo, mentre l’ultimo capitolo illustra le fortune e le sfortune, le avventure e le disavventura, della memoria di Gobetti nell’Italia politica e intellettuale dal dopoguerra sino ai giorni nostri

Gervasoni narra l’avventura di Piero Gobetti collocandola nel coro di voci italiane tra la fine della Prima guerra mondiale e l’avvento del fascismo. Colto nel vivo del dialogo con maestri, amici e discepoli, il tra gobettiano appare in tutto il suo nitore: proporre all’intellettuale italiano una missione politica propria, più ricca ed efficace del singolo impegno all’interno di un partito.

Accanto ad un percorso biografico, che racconta il rapporto tra intellettuali e fascismo e la formazione dell’"antifascismo", il libro offre una serie di analisi nuove. Da una sociologia dei gruppi gobettiani al dialogo mancato tra Gobetti e i socialisti, dall’interesse di "Rivoluzione liberale" per le culture europee fino al difficile tentativo di costruzione di una nuova figura di italiano. Ma Gobetti ha parlato anche (e forse soprattutto) ai posteri: da qui l’indagine della sua fortuna e sfortuna nell’Italia politica e intellettuale dal dopoguerra sino ai giorni nostri.

Il lavoro di Gervasoni si sforza di porre a distanza l’oggetto storico chiamato Piero Gobetti, strappandolo da un lato alle letture troppo attualizzanti e dall’altro a quelle tutte interne alla storia delle dottrine e del pensiero politico; statuto, quest’ultimo, a cui sarebbe peregrino ascrivere Gobetti, proprio per il suo avere lasciato incompiuto un processo di innovazione teorica che, nessuno può saperlo, lo avrebbe forse reso uno dei principali teorici della politica italiani del nostro secolo.

L’autore ha voluto anche andare oltre l’approccio che caratterizza in larga parte la letteratura critica gobettiana. Essa possiede un’impostazione ancora troppo martirologica, privando la figura di Gobetti della tradizionale immagine agiografica, optando per una sua ricollocazione contestuale il più possibile precisa, attraverso un percorso genealogico che non per caso si è soffermato sul passaggio da "Energie nove" a "Rivoluzione liberale", dove il ritratto di Gobetti è parso più oscuro, ambiguo, e in qualche modo più interessante, più lontano dall’immagine tramandata da larga parte degli studi.

Più che un teorico della politica Gobetti è stato un intellettuale organizzatore di cultura. Come tale, egli oltrepassò dunque tanto il modello della "Critica" di Croce che quello salveminiano. Con il giornale "La Rivoluzione liberale", Gobetti disegnò un modello nuovo di intellettuale: un intellettuale politico. Politico per due ragioni. Le proprie convinzioni vestivano i panni di una precisa tradizione politica, quella liberale, da rinnovare facendola incontrare con le tendenze nuove all’orizzonte. Ma poco egli avrebbe potuto se a stimolarlo, a spingerlo, a collocarlo, non vi fosse stata una miriade di reti e di luoghi intellettuali costruiti prima di lui. L’autore ha disegnato così la genesi del gobettismo attraverso lo studio dei mutamenti dei campi intellettuali dell’Italia del tempo; fino a costruire, attraverso dei procedimenti prosopografici, una sociologia storica dei gruppi gobettiani,

Lo sforzo gobettiano di creare, attraverso l’azione intellettuale, una nuova classe dirigente dovette così rivelarsi una feconda illusione, e nella politica italiana degli anni successivi, il suo magistero finirà piuttosto per produrre degli eretici, delle figure che rifiuteranno la stabilità di qualsiasi chiesa. Quanto alle classi dirigenti, quando mutarono, lo fecero con lentezza, e portando con sé, solo appena modificati, quegli stessi vizi che un giovane intellettuale torinese, tra il 1919 e il 1925, aveva infaticabilmente indicato.

Oggi, che tanto ci si interroga di "legittimità dell’antifascismo", la lettura di questa nuova biografia di uno dei padri e dei maestri morali del nostro antifascimo è tanto più utile quanto avvincente.