RICORDO DI VITTORIO ALBASINI SCROSATI

di Giovanni Ferro

Vittorio Albasini Scrosati era nato a Monza il 12 settembre 1903. Il padre avvocato, era stato deputato liberale. Si laureò in legge all’Università di Milano e prese parte all’attività studentesca antifascista con i giovani allievi di Carlo Rosselli, che a Genova avevano dato vita ad una rivista «Pietre», nome tratto dagli Ossi di seppia di Eugenio Montale laddove scriveva:

Addio - fischiano pietre tra le fronde

la rapace fortuna è già lontana

cala un’ora, i suoi volti riconfonde

e la sua vita è crudele più che vana.

«Pietre» doveva fungere da collegamento con tutti coloro che non intendevano piegarsi alla forza sull’esempio di Piero Gobetti.

«Noi professiamo il culto del carattere» scriveva uno di loro. «I giovani di questa generazione di spostati senza passione, hanno bisogno di Gobetti e del suo disperato donchisciottismo».

Quando la redazione della rivista fu trasferita da Genova a Milano, tutta la schiera dei giovani antifascisti di orientamento democratico della città fu a fianco di Lelio Basso che la diresse fino il 12 aprile 1928, quando lo scoppio della bomba di piazza Giulio Cesare contro il re determinò l’arresto di tutti i corrispondenti della rivista nelle diverse città d’Italia. Ebbero, con l’occasione, il battesimo del fuoco: Lelio Basso, Mario Paggi, Emiliano Zazo che, dopo un soggiorno carcerario, conobbero il confino politico nelle isole di Ponza e di Lipari, Vittorio Albasini Scrosati entrò nella riserva, pronto per la maggiore impresa degli anni ’30.

Il processo di Savona a Ferruccio Parri e a Carlo Rosselli per aver organizzato l’espatrio clandestino di Filippo Turati offrì ai giovani di «Pietre» l’esempio di audacia e di spirito di sacrificio che andavano cercando. La fuga da Lipari di Rosselli, Nitti e Lussu nel luglio 1929 confermava il trionfo della volontà perseguito. La fondazione del movimento «Giustizia e Libertà» costituì il coronamento dell’azione intrapresa.

Vittorio Albasini Scrosati fu subito a fianco di Riccardo Bauer, Ernesto Rossi e Umberto Ceva che realizzarono nell’interno del paese il programma di quel movimento. Quando essi furono arrestati e deferiti al Tribunale Speciale, egli con altri giovani ne continuarono l’opera. Lo testimonia Max Salvadori nel suo diario: Resistenza e Azione. Egli era stato incaricato da Gaetano Salvemini di approfittare del suo rientro in Italia per adempiere il servizio militare e di dedicarsi all’organizzazione del Movimento nel paese.

«Una sera avevo un appuntamento con Vittorio ed un suo amico raccontava Salvadori — in una strada poco frequentata. Nessuno venne. La cosa m’impensierì perché erano sempre stati puntualissimi. Il giorno dopo riuscii a raggiungere la madre di Vittorio; non mi conosceva; si contento di dirmi che il figlio era fuori casa e che non sapeva per quanto tempo sarebbe rimasto assente; chiesi del marito, mi rispose che era malato (doveva morire poco dopo a causa del dolore che gli aveva dato l’arresto del figlio). Andai allora dal prof. Fabio Maffi il quale mi disse dell’arresto di suo figlio e di Vittorio.... Il loro arresto ebbe su di me un effetto salutare. Ero scoraggiato ed ero vicino alla frontiera; avevo l’impressione che il lavoro compiuto si riducesse a nulla. Sentii allora che era dovere rimanere; la stima che avevo per gli amici, sia quelli arrestati precedentemente (gruppo Bauer-Rossi), l’affetto profondo che mi legava ad altri mi facevano comprendere che unica consolazione di quanti soffrivano in carcere era di sapere che altri continuavano il lavoro.... Fu così che decisi di ritornare a Roma».

Il processo del Tribunale Speciale svoltosi nel maggio 1931 contro i massimi esponenti del Movimento «Giustizia e Libertà»: Riccardo Bauer, Ernesto Rossi, Ferruccio Parri, Umberto Ceva che erano stati arrestati nell’ottobre 1930 aveva scatenato una vigorosa campagna della stampa estera contro il regime fascista italiano, emozionando l’opinione pubblica europea soprattutto per il suicidio avvenuto nel corso dell’istruttoria di uno degli imputati:

Ho atteso il momento che ci doveva riunire, sia pure per un attimo, col tuo stesso cuore, ma con più l’angoscia del poi. E invece tu hai saputo compiere anche questo miracolo, e se ho sofferto nel distaccarmi da te, subito dopo il mio spirito si è ritrovato più sereno e più forte. Non occorreva questa prova perché io conoscessi tutte la nobiltà della tua anima, ma una più bella non l’avrei potuta desiderare...

È Umberto Ceva che scrive alla moglie Elena il 9 dicembre 1930 dopo il primo ed ultimo colloquio che ebbe con lei a Regina Coeli.

Pochi giorni dopo, alla vigilia di Natale, Umberto Ceva si dava la morte. C’era materia sufficiente perché scendessero in campo tutte le personalità più prestigiose di ogni paese: Thomas Mann, Bolton King, Ortega Y Gasset, Langevin, Buisson, Cassirer, Duhamel, Mathiez, Toynbee. La regia di quella campagna di stampa fu assunta nel «Manchester Guardian».

Fu in questa atmosfera che maturò nell’animo del professore belga, Léo Moulin, il proposito di venire in Italia per cimentarsi in veste di combattente della libertà calpestata. Confidò la sua intenzione al fuoruscito italiano Giovanni Bassanesi, avvolto da grande notorietà per il suo audace volo su Milano per lanciare agli italiani manifesti con incitamento ad «Insorgere per risorgere!». Questi fornì una notevole quantità di materiale propagandistico opportunamente occultato nel doppio fondo di un baule e l’indirizzo di due persone ritenute di fiducia. Fu con questo carico ch’egli raggiunse Milano.

Cospiratore dilettante, non tardò ad attirare su di sé l’attenzione dell’O.V.R.A., coinvolgendo nel suo arresto Vittorio Albasini Scrosati e Bruno Maffi, esponenti superstiti del Movimento «Giustizia e Libertà» a Milano. Nel mese di giugno, in seguito ai maltrattamenti sopportati durante la prigionia col figlio Vittorio, mori l’avvocato Ermanno Albasini Scrosati, vecchio deputato liberale. Il suo funerale ebbe luogo con la partecipazione di tutta l’opposizione politica e costituì una manifestazione di solidarietà verso Vittorio ch’era nel carcere di Regina Coeli in attesa del processo di fronte al Tribunale Speciale.

Essendo presente fra gli imputati uno straniero, fu concesso alla stampa estera di presenziare al processo. Inviato speciale del giornale «Le Peuple» di Bruxelles era stato designato il senatore belga Louis De Brouckere. Il resoconto che sarà riportato dal bollettino «ITALIA» diretto a Parigi da Filippo Turati fu ricco di particolari che resero fedelmente l’atmosfera del dibattimento e l’atteggiamento dei giudici, dimostrando gli aspetti caricaturali della giustizia somministrata ad imputati di reato di pensiero. Ciò che commosse l’opinione pubblica straniera fu l’ammirazione manifestata dal corrispondente d’eccezione verso gli imputati:

... Albasini est un avocat de 28 ans. Il comparait en grand deuil, car son père est mort a la suite de son arrestation. C’est un grand jeune homme frêle. Déjà la malheur a voûté ses épaules. Mais on sent une âme solide sous cette enveloppe fragile. D’un bout à l’autre de l’instruction, il est resté égal à lui-même. Il est le seul qui ne soit jamais tombé dans les pièges que les policiers, qui le juge ne cessaient de tendre. Il parle simplement, posément, sobrement, sans manifester jamais ni crainte ni colère.

Visiblement, il ne veut pas qu’on lise en lui, il veut garder pour lui seule, dans ce milieu hostile, sa pensée profonde. Aucune habilité d’instructeur roublard n’aura de sa simple résolution. Il est de ceux qui, dès la première vue, inspirent le désir de les mieux connaître. J’ajoute que les privilégiés à qui il a accordé la faveur de son amitié paraissent avoir pour lui estime extraordinaire et qui va jusqu’au dévouement.

Et puis il y a Maffi, encore presque un enfant (il vient d’achever sa 22xième année) on le sent plein du désir ardent de se bien comporter, d’accepter ses responsabilités et de ne jamais accabler ses camarades.

Quando suonò la campana, il 10 giugno 1940, Vittorio si dedicò con Parri e La Malfa alla raccolta delle membra sparse di «Giustizia e Libertà» sull’intero territorio nazionale per dar vita al Partito d’Azione, che rappresentò poi nel Comitato di Liberazione Nazionale. La sua acuta sensibilità politica e l’originalità del suo pensiero si manifestarono nel bel mezzo della lotta partigiana, quando affiancò Mario Paggi nel dar vita a quel foglio anticipatore di critica politica e sociale che fu «Lo Stato Moderno». Il primo numero vide la luce nel luglio 1944.

Improrogabile dovere degli uomini politici responsabili era quello di andare con lo spirito al di là del dramma quotidiano e chiarire agli italiani i concreti problemi della loro futura esistenza in un regime di libertà e di garantito rispetto della persona umana.

Dirà Mario Boneschi nel ripubblicare un’antologia di quegli scritti.

Gli articoli di Vittorio sono improntati alla più serena valutazione della complessità della situazione nazionale che si andrà formando a ritmo disuguale per la diversa esperienza che gli avvenimenti bellici hanno riservato alle due parti estreme della penisola. Quando si auspicò la diffusione del cosiddetto «Vento del Nord» che avrebbe dovuto esercitare una funzione rigeneratrice, egli si domandò:

Sapremo non deludere tanta aspettativa, non ingannare tante speranze: le speranze di tutti gli italiani nelle ore più scure della loro storia? Sapremo effettivamente dare un impulso nuovo alla vita nazionale, e gettare sulla bilancia politica il peso della nostra volontà progressiva?

Le linee tracciate per riformare concretamente lo Stato, tenendo nel dovuto conto le cause della sua degenerazione passata che avevano favorite l’avvento del fascismo, dovranno prevedere quella serie di riforme strutturali atte a costituire una democrazia moderna, in grado di adeguare costumi e consuetudini alla nuova legislazione civile. Egli concluse la sua fervida collaborazione alla rivista «Lo Stato Moderno» con un articolo: Una battaglia vinta e una guerra perduta:

La Resistenza ha raggiunto la finalità operativa scriveva che si era prefissata: ha vinto la sua battaglia sul terreno militare.

Ma essa ha perduto la propria guerra perché l’obbiettivo politico che si era proposto quello di portare al potere una nuova generazione politica e attraverso di essa esprimere una nuova organizzazione dello Stato, premessa ad ogni durevole trasformazione dei rapporti sociali, è mancato in pieno. La Resistenza è stata un grande esercito scintillante di armi corrusche che dopo la Vittoria tattica si è silenziosamente smobilitato: il fiume maestoso si è disperso in mille rivoli inghiottiti dalla terra. E l’erba cresce sui tumuli solitari che coprono il petto infranto dei fratelli caduti nell’eroica illusione di creare in un giorno di sale e di eroismo l’opera grigia e instancabile delle generazioni. Tutte le strade conducono a Roma; ma gli ultimi italiani ancora non hanno imparato a batter quell’unica strada che, fra le tante conduce a durevole libertà.

Quanta preveggenza in quelle sue amare riflessioni!

Politicamente emarginato, Vittorio Albasini Scrosati continuò a vivere a lungo come anonimo spettatore, dopo essere stato un attore tanto appassionato e generoso della nostra resurrezione nazionale. Ha chiuso la parabola della sua vita il 25 gennaio 1991.

Giovanni Ferro