Franco Gianola (e a seguire Renzo De Felice). Recensione al volume di 

Mauro Canali, Il delitto Matteotti, Il Mulino, 2004, 353 pagine.

"Il delitto Matteotti", di Mauro Canali: quando il deputato socialista si accinse a rivelare truffe 
e affarismi del partito fascista e IL DUCE ORDINÒ' AI SUOI KILLERS: "FATELO TACERE" 

Casa Italia nei primissimi anni Venti. Ai piani alti corsari della finanza, capitani d'industria, faccendieri di grande e piccolo cabotaggio, lestofanti di varia estrazione, "pescicani" arricchiti con le forniture militari a fattura gonfiata o con il mercato nero, trafficanti di favori. Ai piani di sotto un popolo povero, ancora vestito di nero per i suoi seicentomila morti inghiottiti dall'Apocalisse della Prima guerra mondiale, alle prese con la disoccupazione o la sotto-occupazione, con la battaglia quotidiana per un piatto di cibo. Al potere il fascismo, una dittatura ancora nascosta sotto la redingote e il cilindro di Benito Mussolini, l'uomo che fra poco sarà il "duce della rivoluzione": un fascismo affamato di finanziamenti per la propria organizzazione e per i leaders che sono arrivati ai "palazzi" con le toppe ai pantaloni ma con un patologico bisogno di rivalsa e onnipotenza. Questo lo scenario che fa da sfondo alle pagine del libro "Il delitto Matteotti", scritto dallo storico Mauro Canali (Editrice "il Mulino" - Bologna 1997). Dal 10 giugno 1924, data dell'assassinio del deputato socialista, la bibliografia su questo cinico e premeditato delitto politico si è arricchita sempre più, accumulando materiale alle volte romanzato o basato su supposizioni, prove indiziarie, ricostruzioni di parte viziate dalle ideologie degli autori.

Salvo qualche eccezione, la strada della ricerca scientifica, della rigorosa indagine condotta negli archivi storici non è stata molto frequentata anche a causa, in tempi passati, dell'irreperibilità dei documenti decisivi. Il lavoro di Canali chiude questo "buco nero" e mette a disposizione degli specialisti e degli appassionati di storia uno studio di eccezionale ampiezza e documentazione. Diciamo subito che la ricerca stabilisce indiscutibilmente una verità, almeno per ora: non c'è la prova provata che il "pericoloso" Matteotti, il quale si preparava a rivelare uno scandalo che avrebbe fatto saltare all'aria il duce, tutti i suoi ras e i suoi "colletti neri", sia stato fatto trucidare su ordine diretto di Mussolini. Tuttavia il metodo investigativo di Canali, basato sull'analisi incrociata di una miriade di fatti più o meno clamorosi, di una lunga serie di elementi interdipendenti, innesca la reazione a catena di un procedimento logico, indiscutibile come una formula matematica, alla conclusione del quale è impossibile sottrarsi: fu Mussolini che diede ordine alla Ceka (la sua polizia politica personale, un gruppo di killers da lui organizzato per "mettere a posto" chi tentava di fermare la marcia verso la dittatura) di chiudere per sempre la bocca di Giacomo Matteotti.

Il deputato socialista venne rapito il 10 giugno 1924 nelle vicinanze di casa mentre, percorrendo il Lungotevere, stava andando verso il Parlamento. Dopo averlo picchiato mortalmente gli uomini del commando della Ceka lo caricarono in macchina e partirono a tutta velocità verso la periferia di Roma. Circa due mesi dopo il cadavere venne trovato, malamente sepolto, in un'area seminascosta da una fitta boscaglia. Nessuna traccia, accanto ai resti, della borsa piena di documenti che Matteotti aveva con sé al momento del sequestro. In quella borsa c'era la batteria di prove che avrebbe dovuto disgregare il sistema fascista, un sistema ancora gracile che si reggeva sui fragili pilastri degli imbonimenti mussoliniani. C'erano le prove che il regime fascista stava in piedi anche e soprattutto con l'aiuto della corruzione, che i suoi uomini si arricchivano truffando lo Stato, incassando jugulatorie tangenti. Il Pnf, il partito nazionale fascista, esigeva parte dei proventi ("succhiati" ai big della finanza e dell'industria che in cambio ricevevano favori e appalti), per finanziare le federazioni che stavano sorgendo in tutta Italia, i quotidiani fiancheggiatori, e, ultime ma vicinissime al cuore del duce, le clientele di fedelissimi che avevano ben meritato prima, durante e dopo la marcia su Roma e tuttora meritavano per ragioni che erano ai limiti o fuori della legalità. Tipico esempio la Ceka, un manipolo di criminali superpagati. Gli scandali ad alto potenziale distruttivo che minacciavano il regime erano soprattutto due: la sistematica truffa ai danni dello Stato rappresentata dal traffico dei residuati bellici e l'operazione Sinclair Oil con la quale Mussolini tentò di dare in concessione esclusiva i diritti per la ricerca petrolifera in Italia al gigante Usa Standard Oil. Il che, come appare ovvio, rappresentava un danno incalcolabile per il nostro Paese. Brevemente vediamo i particolari di queste due vicende, una delle tante, dell'affarismo e della corruzione fascista. Quello dei residuati bellici era un business enorme: dopo la fine della guerra nei magazzini militari si erano accumulati ingenti quantità di armamenti, vestiario, scorte alimentari che lo Stato vendeva in stock ai privati a prezzi di "saldo". Sistema incriticabile se non fosse che molti dei blocchi più importanti venivano assegnati a prezzi irrisori, ulteriormente e benevolmente tagliati, a fascisti di provata fede che agivano o come teste di turco del regime o per sé. Un esempio per tutti, l'affare Amerigo Dumini, braccio destro di Cesare Rossi, capo ufficio stampa della Presidenza del consiglio e fidatissimo complice e collaboratore di Mussolini. Dumini, che poi diventerà il capo della Ceka e parteciperà all'assassinio di Matteotti, aveva messo in piedi un inghippo che gli aveva permesso di acquistare, per rivenderla alla Jugoslavia, una partita di alcune centinaia di migliaia di fucili, proiettili ed altre armi, avuti in assegnazione dalla Direzione d'artiglieria. Come aveva potuto un piccolo squadrista con quattro soldi in tasca comprare uno stock di armi che stava a malapena nella stiva di una nave da trasporto? Semplice. Era stato finanziato da Alessandro Rossini, amministratore delegato della Banca adriatica di Trieste. "Dal contratto veniamo a conoscere - scrive Mauro Canali - che si trattava del solito sistema a trucco. Dumini si accaparrava il contratto che poi cedeva a Rossini e costui si impegnava a versare a Dumini la cospicua somma di un milione e mezzo (per quei tempi cifra astronomica, n.d.r.). L'affare appariva abbastanza grosso per credere che Dumini stesse lavorando in proprio. Stabilire tuttavia per chi Dumini stesse agendo non è impresa facile anche se tutti gli indizi conducono agli alti livelli del regime fascista".

Ancora più grave e indicativo il caso della Standard Oil, il trust che puntava, nascondendosi dietro la controllata Sinclair Oil, alla conquista totale del mercato italiano nel periodo in cui, nel Paese, la necessità di benzina e di derivati del petrolio diventava sempre più pressante. Come aveva fatto negli Usa, finanziando nel 1920 la campagna presidenziale dei repubblicani in cambio di previlegi specifici per la compagnia, la S.O. puntò alla conquista dell'esclusiva italiana a suon di "percentuali" passate sottobanco ai big della nomenklatura fascista. In un primo momento l'operazione riuscì, grazie alla decisissima e imperativa azione di Mussolini. Che per non avere ostacoli spazzò via dal dicastero dell'Agricoltura il ministro De' Capitani e Arnaldo Petretti, capo della direzione generale per i combustibili, entrambi forti sostenitori della costituzione di un Ente petrolifero nazionale che avrebbe permesso all'Italia si sottrarsi alla dipendenza del monopolio Standard Oil-Sinclair. Anche nello specifico caso, considerata la dura offensiva scatenata dal capo del governo contro i due "avversari", appariva chiaro il motivo dell'interesse di Mussolini. In questo quadro l'intervento di Matteotti in Parlamento, annunciato proprio per il 10 giugno 1924, alla riapertura della Camera, rappresentava una carica di dinamite con la miccia già accesa. Quella miccia andava spenta prima dell'esplosione. E i killers di Dumini entrarono in azione. 

FRANCO GIANOLA, 
direttore di STORIA IN NETWORK 

   
di Renzo De Felice
Un plebiscito nazionale a favore della politica del governo fascista: questo il chiaro obiettivo che Benito Mussolini avrebbe perseguito con la consultazione elettorale del 6 aprile 1924. Nonostante Mussolini avesse tutto l'interesse a che la campagna elettorale si svolgesse nella maniera più calma possibile, essa sarebbe stata in realtà contrassegnata da violenze non soltanto contro i fascisti dissidenti, ma anche contro vari oppositori. I risultati delle elezioni avrebbero fruttato al "listone" fascista 374 deputati su un totale di 535. Il successo elettorale, se aveva fornito a Mussolini una sua maggioranza, gli aveva anche consentito di compiere una grande operazione trasformistica di tipo giolittiano sul centro-destra, approfittando del progressivo svuotamento e delle contraddizioni interne delle forze liberaldemocratiche, demosociali e popolari. Ad agitare ancora di più la situazione politica subito dopo le elezioni, vi fu il rapimento dei deputato socialista Giacomo Matteotti, avvenuto il 10 giugno 1924. L'impressione destata prima dalla scomparsa e poi dalla morte di Matteotti, fu vivissima a livello politico e di opinione pubblica e il sospetto che Mussolini vi fosse in qualche modo implicato sarebbe stato pressoché generale. La "secessione dell'Aventino", con l'abbandono da parte dei deputati delle opposizioni della Camera, per certi versi risultò utile a Mussolini, che poté di fatto affrontare la crisi montante senza almeno doversi guardare da possibili intralci parlamentari. Spinto da un lato dalle ali più intransigenti del movimento fascista e dall'altro lato da varie forze liberali che gli chiedevano la "normalizzazione", Mussolini il 3 gennaio 1925 tenne un discorso alla Camera, breve ma durissimo. Era l'atto di nascita della dittatura, l'affossamento insieme delle velleità della "rivoluzione fascista" e delle forze politiche di opposizione.