IL MONDO DELLA CONCENTRAZIONE


 

QUADERNI
della
F.I.A.P.

n.9

Bruno Valenti

Il mondo della concentrazione

Presentazione di Piero Caleffi


«Lettera ai compagni» ha rivolto in questi ultimi tempi un interessamento più esteso e più approfondito alla deportazione nei campi di sterminio nazisti in relazione all'intensificarsi delle pubblicazioni sull'argomento. Perché questo intensificarsi? I superstiti, le cui fila ridotte già alla fine della guerra rispetto alle sterminate legioni di deportati, vanno assottigliandosi progressivamente, si affrettano a raccogliere i loro ricordi per non disperdere preziose testimonianze.
Le testimonianze corrispondono a una sentita, profonda esigenza degli ex deportati che essendo sprofondati negli abissi dell’orrore lottano come possono perché l’umanità non debba mai rivedere simili nefandezze. L’importanza di queste testimonianze a ventisette anni dalla fine della seconda guerra mondiale è da porre in relazione al fatto che stiamo già alla seconda generazione che non ha diretta esperienza dei crimini nazisti. Fame, patimenti fino all’annientamento fisico ed alla spersonalizzazione costituiscono naturalmente la parte preponderante degli scritti sulla deportazione. Tuttavia, la vita morale, la conservazione dei supremi valori dell’umanità, l’intelligenza dei fatti e dei principi, la resistenza al nazismo non si spensero mai del tutto. E sullo sfondo delle povere larve che il crematorio incessantemente divora rifulgono alcune personalità che appartengono alla civiltà della Resistenza.
Gli scritti sulla deportazione di un nostro collaboratore, Bruno Valenti, in prevalenza recensioni e riassunti di libri, potranno, nell'intenzione di Lettera ai compagni che ha promosso e attuato questa raccolta, fornire agli ex deportati e ai resistenti utili indicazioni per aggiornare e arricchire i mezzi in loro possesso di diffusione tra i giovani della conoscenza dei crimini nazisti.
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Quaderni della FIAP, n.9, 1973
Il mondo della concentrazione

di Bruno Valenti

Quaderno n.9


[La versione integrale del testo e delle immagini è disponibile nel formato pdf]

Presentazione di Piero Caleffi
[Da «Un mondo fuori dal mondo» - Ed. La Nuova Italia, 1971]


C’è chi afferma che documentare e ricordare tutto questo significa rinfocolare e perpetuare sentimenti di odio nei riguardi di tutti i tedeschi, sia o no, questa, l’intenzione di chi documenta e ricorda. L’accusa appare assurda. II fenomeno denunciato, mai verificatosi nella storia, non soltanto non può, ma non deve essere dimenticato né sminuito nelle sue immani proporzioni. Le vicende degli ultimi cinquant’anni l’hanno reso possibile. Altre vicende potrebbero rendere possibile il suo ripetersi, se esso non restasse nella memoria degli uomini ad ammonire, ad indicare quali sono i piani inclinati che hanno già condotto alla sua spaventevole organizzazione.

Guardatevi attorno, leggete le cronache d’Italia e del mondo. La violenza e la sopraffazione non sono finite. In ogni paese si spara e si uccide, a volte per banali ragioni. I simboli di quelli che furono i regimi della violenza organizzata riappaiono con iattanza.

E questo avviene in una società disattenta, inerte, obliosa, nevrotica, ipnotizzata dalla macchina, che si illude anzi di equilibrare la pressione delle forze che la sospingono a evolversi, con il valersi, vivificandole, delle superstiti e stanche formazioni che traggono ispirazioni dai miti fascisti; in una società che non ha ancora trovato l’anello di congiunzione ideale fra le generazioni che incubarono il nazismo e il fascismo, e le nuove generazioni che troppo sovente sono costrette a cercare da sole, talora annaspando, la strada del loro avvenire.

Documentare e ricordare diviene quindi un dovere. È un debito d’onore che hanno tutti coloro che lo possono perché hanno il triste privilegio di poter testimoniare.



di Bruno Valenti

Lettera ai compagni n. 5 (Maggio 1971)

«CI TRASFORMEREMO IN BRUTI»

L’8 maggio a Torino designato dai compagni a prendere la parola per commemorare la liberazione dei campi di concentramento, ho ricordato agli ex deportati e ai familiari un episodio. Il 22 novembre 1944 eravamo adunati nell’atrio del carcere di San Vittore a Milano quando si unì a noi un trasporto delle carceri Nuove di Torino: di questo trasporto faceva parte una ragazza, unica donna ammanettata. Fusi i due gruppi in un unico trasporto, fummo fatti salire su degli autopullman dell’Azienda tranviaria di Milano e fummo inoltrati per una destinazione a noi ignota che sappiamo dopo essere il campo di smistamento di Bolzano, tappa obbligata della deportazione in Germania.

Gli autopullman viaggiavano nella notte con il loro carico di uomini e donne fisicamente deperiti dai patimenti in carcere, moralmente sollevati dalla fine dell’incubo degli interrogatori, ansiosi di conoscere la sorte loro riservata. Su ogni pullman una scorta armata di militi fascisti di Salò.

Nella notte fredda e limpidissima brillavano le stelle sopra di noi. E quella ragazza che comparve ammanettata nell’atrio di San Vittore indicandomi il cielo mi disse: «questo i tedeschi non potranno togliercelo». Replicai: «ci toglieranno anche questo, ci trasformeranno in bruti e il nostro sguardo sarà forzatamente rivolto verso il suolo». C’era in questa risposta l’aspettativa di un campo di concentramento che mirava all’annientamento della personalità. Della ferocia nazista avevamo tante prove. Di questa ferocia narravano tante pubblicazioni fasciste come il famigerato «Popolo di Alessandria». Degli orrori dei campi di concentramento qualcosa era filtrato anche in Italia.

È pertanto giustificato l’esatto punto di vista di Piero Caleffi, espresso alla televisione commentando le memorie di von Speer, che i gerarchi tedeschi non potevano ignorare l’ignominia dei campi di concentramento.

Ma la mia risposta alla compagna di trasporto fu in parte smentita dalla realtà del campo di concentramento. Non che i nazisti non mirassero all’annientamento della personalità umana con ogni mezzo più brutale e ad un tempo più organizzato e metodico. Anzi la realtà fu peggiore di ogni aspettativa ancorché sommariamente informata. Ma la capacità di resistenza di alcuni deportati d’animo più forte, politicamente più temperati, più permeati di cultura, preservò le capacita intellettuali e mantenne viva la luce dello spirito. E così nelle condizioni di carenza assoluta, di abbruttimento fisico, di terrore che non sto a descrivere perché a tutti note, c’erano dei deportati che nelle pause del faticoso lavoro, durante le brevi assenze dei capi e degli aguzzini, parlavano con serenità del futuro del nostro Paese. In quelle condizioni nessuno aveva la certezza e non anche la speranza fondata di potervi tornare, tuttavia lo spirito non si arrendeva.

I nomi emergono da varie memorie singole che tanti protagonisti hanno voluto non disperdere. Forse le proporzioni, considerando la marea dei deportati, potranno emergere dalla inchiesta che l’Associazione Nazionale Ex Deportati Politici nei campi di concentramento nazisti ha affidato alla DOXA e che sarà prossimamente pubblicata.

II dialogo sul pullman ed il confronto con la realtà del campo di concentramento: condizioni di vita più disumane di quelle immaginate perché inimmaginabili, ma non annientamento totale dello spirito, sono verità. Il dialogo è realmente avvenuto e la resistenza nei campi di annientamento nazisti appartiene anche alla realtà.

Questa narrazione e queste considerazioni potrebbero tuttavia sembrare ingegnose parabole per illustrare reminiscenze di studi storici e filosofici. Ma reali come sono e rispondenti a verità volentieri le accostiamo a quelle nobili teorie che permeavano l’animo di tanti giovani che i campi di sterminio nazisti inghiottirono e solo in minima parte restituirono.

B.V.



Lettera ai compagni n. 10 (Ottobre 1971)

«UN MONDO FUORI DAL MONDO»

Il 24 agosto il compagno Piero Caleffi intervistato alla televisione dalla giornalista Carla Ravajoli ha annunciato la pubblicazione di un libro di eccezionale valore documentario ed emotivo. II libro si intitolerà «Un Mondo fuori dal mondo» e conterrà le risposte degli ex deportati nei campi di sterminio nazisti alle domande di un questionario. Il titolo suggerito da Carlo Galante Garrone è tratto da un saggio di Piero Caleffi sulla deportazione. Le risposte, tutte spontanee, tutte diverse, ma tutte convergenti e coerenti danno un quadro compiuto dell’inferno concentrazionario.

C’è una vasta letteratura sui campi di concentramento ed una documentazione estesissima ed incontrovertibile. Tuttavia Piero Caleffi presidente nazionale dell’ANED Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi Nazisti di sterminio ed i compagni e gli esperti che hanno con lui collaborato alla preparazione del libro hanno ritenuto indispensabile questa testimonianza corale. Sono passati più di 25 anni da quando i pochi superstiti delle ingenti masse di deportati sono usciti «a riveder le stelle» e la viva testimonianza di quelle incancellabili memorie penso dovrebbe fare ammutolire gli interessati ed i superficiali che vorrebbero sfumare, se non cancellare il ricordo degli orrori del nazismo così strettamente associato al fascismo italiano. È quindi un atto politico quello di Piero Caleffi e dei suoi compagni che interviene al momento giusto.

È un atto politico che si compie nel più scrupoloso rispetto del metodo scientifico. L’inchiesta è stata infatti condotta sotto la direzione scientifica del Prof. Pierpaolo Luzzatto Fegiz che premette al volume una nota metodologica dalla quale stralcio le seguenti parole: «È quasi superfluo aggiungere che i responsabili dell’impostazione scientifica e dell’esecuzione della indagine non si erano proposti di dimostrare o di smentire questa o quella tesi, essendosi prefissi il solo scopo di raccogliere fedelmente e di presentare in forma organica i ricordi del maggior numero possibile di sopravvissuti».

Ma la documentazione così raccolta costituisce anche un monito a non dimenticare. «C’è chi afferma dice Piero Caleffi nella prefazione che documentare e ricordare tutto questo significa rinfocolare e perpetuare sentimenti di odio nei riguardi di tutti i tedeschi, sia o no, questa, la intenzione di chi documenta e ricorda. L’accusa appare assurda. Il fenomeno denunciato, mai verificatosi nella storia, non soltanto non può ma non deve essere dimenticato né sminuito nelle sue immani proporzioni. Le vicende degli ultimi cinquant’anni l’hanno reso possibile. Altre vicende potrebbero rendere possibile il suo ripetersi, se esso non restasse nella memoria degli uomini ad ammonire, ad indicare quali sono i piani inclinati che hanno già condotto alla sua spaventevole organizzazione.

«Guardatevi attorno, leggete le cronache d’Italia e del mondo. La violenza e la sopraffazione non sono finite. In ogni Paese si spara e si uccide a volte per banali ragioni. I simboli di quelli che furono i regimi della violenza organizzata riappaiono con iattanza.

«E questo avviene in una società disattenta, inerte, obliosa, nevrotica, ipnotizzata dalla macchina che si illude anzi di equilibrare la pressione delle forze che la sospingono ad evolversi, con il valersi, vivificandole, delle superstiti e stanche formazioni che traggono ispirazione dai miti fascisti; in una società che non ha ancora trovato l’anello di congiunzione ideale fra le generazioni che incubarono il nazismo ed il fascismo, e le nuove generazioni che troppo sovente sono costrette a cercare da sole, talora annaspando, la strada del loro avvenire.»

«Documentare e ricordare diviene quindi un dovere. È un debito d’onore che hanno tutti coloro che lo possono perché hanno il triste privilegio di poter testimoniare».

Ben 317 ex deportati estratti a sorte con il metodo del campione sono stati interrogati dagli intervistatori della Doxa, l’Istituto di indagini statistiche e motivazionali diretto dal Prof. Pierpaolo Luzzato Fegiz ed hanno risposto a ben 90 domande.

Il questionario di cui disponevano gli intervistatori era diviso nelle parti seguenti: I) L’arresto; II) Esperienze di prigionia; III) Natale 1944; IV) Orientamento politico: V) Il reinserimento.

Le risposte a domande molto penetranti e articolate consentono di trarre della deportazione un quadro particolarmente efficace e sincero. Ecco alcune di queste domande: «Riferendosi alla Sua esperienza personale, che cosa soprattutto l’ha aiutata a resistere nel periodo della deportazione? C’era qualche pensiero che l’aiutava a sopportare meglio? Quale?»; «Quale era per Lei l’aspetto più penoso della Sua vita di prigionia, la privazione più sentita?»; «C’è qualche fatto o episodio della Sua esperienza che ricorda volentieri? (Se «sì»): Quale?»; «Quale è invece il ricordo più triste che Lei conserva delle Sue vicende personali?» «Oltre alle preoccupazioni per la sopravvivenza e al timore di non tornare più, quali altri tipi di preoccupazioni aveva riguardo al Suo fisico, al Suo corpo?»; «E riguardo al Suo stato mentale, al Suo equilibrio nervoso quali preoccupazioni aveva?»; «Che cosa Le capitava di sognare più di frequente durante il periodo della deportazione»; «Durante il periodo della deportazione arrivò un momento in cui non sperò più di sopravvivere e di ritornare?»; «Molti deportati pensavano alla possibilità di suicidarsi? Anche a Lei è capitato di pensare al suicidio in qualche momento della deportazione?»; «Alcuni degli internati diventarono capi-baracca o collaborarono in altre forme all’organizzazione della vita del campo, avendone così qualche vantaggio personale. Può dire sinceramente se ha pensato qualche volta alla possibilità di diventarlo anche Lei?»; «Il fatto di essere italiano ha avuto una influenza favorevole o sfavorevole nella Sua deportazione?».

Piero Caleffi così spiega nella prefazione al libro la genesi e l’attuazione dell’idea: «L’idea di questa indagine, condotta dall’Istituto Doxa fra gli ex deportati italiani nei campi di sterminio dell’Europa nazista, è nata da una conversazione con l’amico e compagno Bruno Vasari. Convenimmo allora non essere sufficiente che solo alcuni di noi avessero affidato alla penna le loro memorie individuali, anche quando pregevoli, ma che si rendesse necessaria una testimonianza “corale”, da trasmettere soprattutto alle giovani generazioni presenti e future, che rendesse il senso e il significato, ideale, storico e politico della deportazione promossa e organizzata dai nazisti, che ha costituito il sacrificio immane di 12 milioni di creature, il più efferato sterminio della storia.»

«Come attuare il progetto?»

«Esso fu portato alla discussione degli organi direttivi dell’Associazione Nazionale Ex Deportati Politici nei Campi nazisti, i quali ne deliberano l’attuazione, affidando lo studio delle modalità ad un Comitato composto dal sottoscritto, dal Sen. Avv. Gianfranco Maris, dal Dott. Bruno Vasari, dal Dott. Manlio Magini, dal Prof. Aldo Visalberghi e dal Prof. Pierpaolo Luzzatto Fegiz. Tale Comitato ha poi deciso l’attuazione dell’inchiesta col sistema del “campione”, secondo le linee e gli strumenti più avanti illustrati dal Prof. Luzzatto Fegiz.»

«“Ogni uomo dovrebbe scrivere la sua storia”, lasciò scritto Massimo Gorki. Ebbene, se non è stato e non è certo possibile che ciascun deportato scriva la propria, anche perché troppi, sono gli assenti, sia almeno possibile farla raccontare dal maggior numero fra i superstiti».

«Tale l’idea, questa la sua attuazione».

«E percorrendo a caso le risposte degli ex deportati alle domande loro rivolte, si ha un quadro di quel che fu, di quel che divenne il mostruoso “universo concentrazionario”».

Ma l’attuazione non era scevra di problemi. Stralcio in proposito dalla «Nota metodologica» del Prof. Pierpaolo Luzzatto Fegiz:

«Il metodo a prima vista più adatto poteva sembrare quello cosiddetto “clinico”, cioè lo studio psicologico approfondito di un certo numero di casi tipici. Ma tale metodo presenta, accanto al vantaggio di dare una conoscenza completa delle dinamiche psicologiche delle singole persone, il grave limite di fornire dati di natura esclusivamente qualitativa, cioè tali da non consentire alcun trattamento statistico. Al fine di superare questa limitazione, la soluzione prescelta fu dunque quella di utilizzare un questionario “semidirettivo”, tale cioè da coprire un’ampia serie di fatti e di problemi, pur lasciando agli interrogati piena libertà di sviluppare l’argomento delle singole domande. Tale questionario fu usato per un numero rilevante di interviste (esattamente 317)».

«Poiché gli intervistati costituiscono un campione rappresentativo della intera collettività dei reduci, il materiale raccolto è suscettivo di trattamento statistico, e porta a risultati sostanzialmente validi per tutti i reduci. Per le domande nelle quali le risposte si prestavano, pur nella loro varietà, alla classificazione in pochi gruppi, vennero costruite delle tavole dove sono raccolti, in sintesi, i risultati essenziali dell’inchiesta. Per gran parte delle domande non ci si accontentò della sintesi statistica; ma si credette opportuno trascrivere testualmente anche le singole risposte. Ad esse è dedicata la maggior parte del presente volume. I verbali vi sono frazionati secondo argomenti (cioè secondo domande)».

L’intervista a Piero Caleffi di Carla Ravajoli era inclusa in un film di 15 minuti dedicato ad un «Mondo fuori dal mondo», inserito nella rubrica Boomerang, della televisione diretta dal Prof. Luigi Pedrazzi. La Ravajoli ha intervistato alcuni ex deportati già interrogati dalla Doxa scegliendoli fra quelli che a metà agosto le è stato possibile raggiungere.

Il quadro offerto da queste interviste conferma con sincerità non inceppata da freni di alcuni tipo l’orrore dei campi attraverso testimonianze affilate e precise che penetrano nella carne dell’ascoltatore come lame: «Il campo non è tanto la camera a gas o il forno crematorio: questo è l’ultimo episodio, drammatico fin che si vuole, ma è l’ultimo episodio. È tutto quello che c’è prima, nel giro di poche settimane arriva la disumanizzazione totale perché non ha un letto per dormire, perché non ha un vestito, perché non si può cambiare, perché non si può lavare, perché non può andare alla toilette quando deve andarci; perché è picchiato per i motivi più strani. L’individuo diventa, diventa un animale, non è più uomo, cioè non si accorge nemmeno di diventare bestia».

Ma in un contrappunto di sentimenti e di verità ecco un altro aspetto del campo di concentramento in una diversa testimonianza: «Normalmente si parla del campo di concentramento come di un luogo di terribili orrori. È stato un luogo di terribili, inenarrabili orrori però è stato anche un luogo nel quale si sono maturati esempi altissimi di abnegazione, di dignità umana, di presa di coscienza della propria posizione, della propria forza di uomini, diciamo».

Una settimana prima Boomerang aveva trasmesso un film molto pregevole di Riccardo Fellini della durata di 30 minuti «Dachau 1971». Alla descrizione del campo come si presenta ora un parco ben curato si alternano immagini di allora. E i visitatori interrogati dal regista rispondono alla domanda: perché è venuto a visitare Dachau? Non la ricerca di un brivido facile, di una emozione turistica, ma il senso della risposta più consueta è la volontà di fortificare il proprio animo per respingere la violenza compiendo un pellegrinaggio in un luogo sacro.

Purtroppo il mese di agosto avrà ridotto il numero degli ascoltatori e disperso almeno in parte gli echi di queste trasmissioni peraltro tanto valide. Forse non troppo perché tra i miei conoscenti ho incontrato qualcuno che le aveva viste e commentate. Non è una prova scientifica della diffusione, ma è tuttavia un sintomo.

Ai primi di maggio in concomitanza con il Congresso degli ex deportati a Trieste, la televisione aveva trasmesso un documentario sulla Risiera di San Saba, campo di sterminio nazista allestito a Trieste in una pilatura di riso da tempo non più utilizzata. E la triste Risiera con l’aspetto desolato da incubo nel suo esterno abbandono, con il suo carico di ricordi di atroci sofferenze e di morte è ricomparsa anche nel servizio del 24 agosto. È una immagine che, per chi l’ha vista, può rappresentare la sintesi materializzata della bestiale ferocia nazista.

Ed ecco come in una lamentazione biblica, con lo stesso carico di dolore e con lo stesso valore di testimonianza, con la poesia delle cose e i sentimenti forti e veri, una pagina corale di un «Mondo fuori dal mondo» compilata per esigenze di brevità accostando le parole più significative delle risposte a domande del questionario: «Erano cadaveri ambulanti, una schiera di scheletri, di ombre pronte per essere cremate e abbiamo pensato di fare la stessa fine - ampie mura ed un portone enorme chiudersi alle spalle - prigionieri scheletrici e tanti morti ammucchiati - prigionieri che sembravano fantasmi - ebrei ridotti in uno stato pietoso - un grande muro e attorno dei reticolati, faceva freddo c’era la neve - ci hanno spogliato e presa la roba - morti che camminavano, facce vuote inespressive - sembrava di essere arrivati all'inferno - cani che ci mordevano i polpacci, guardie in ogni luogo armatissime - uomini nudi all’aperto - pecora in mezzo a tante pecore - hanno incominciato a picchiare - tutti insieme senza abiti, niente - tutti nudi e rasati - gli ebrei in ginocchio - giù i morti dal vagone - spogliate, rasate, fatte il numero sul braccio - le sentinelle tedesche con i cani lupi - vagavano nel campo come allucinati - magri scheletrici - come avvoltoi ci portarono via tutto - odore nauseabondo - non riuscivo a riconoscerlo tanto era cambiato - calci dove capitava - Arbeit macht frei - ho pensato che era la fine - la fame, persone, scheletri - scheletri viventi - nudi al blocco 19 - stramazzati al suolo per il freddo - picchiati a sangue, ci fecero spogliare nudi, ci rasarono tutti, poi ci gettarono sotto le docce - vestito da galeotto con gli zoccoli - larve umane - molti cadevano morti come burattini - pieni di piaghe e lividi in tutto il corpo - triangolo rosso - mi hanno assalito per portarmi via il cibo - portavano grossi sassi - zebrati - poi ci hanno duramente picchiati - pupazzi vestiti a righe - dentro per la porta fuori per il camino - teste rapate - odore di fumo caratteristico - teste calve - camini alti - camini alti e fumanti - bastonate, brutalità - denutrizione - assenza assoluta di personalità umana - schiavi delle piramidi - condizioni disumane, indescrivibili - picchiato da buttar via - bisogni corporali - ci toglievano ogni dignità - magrezza indescrivibile - brutalità dei sorveglianti - ci fecero entrare a bastonate - l’ordine in tedesco - non si tolse il berretto - c’era la neve e ci hanno denudato completamente - erano morti in piedi quelli rimasti - frustati dalle S.S. - c’era molta neve e ci spogliarono nudi - spogliati e rapati - baracche - pronti per il forno crematorio - ci odiavano perché eravamo italiani - ero arrivato all’inferno - gummi, bastoni di gomma e rame - condizioni fisiche paurose - mucchi di cadaveri - la magrezza - percossi con un bastone - l’odore del forno crematorio - avventarsi sul cibo - reticolati con la corrente - posto desolato - sacco di botte - anelli o orologi ci portarono via - gente conciata malamente - freddo cane - donne nude morte che caricavano nei camion - svestito, rapato e privato di tutto - cosa molto ordinata anche se con finalità criminali - aspetto inebetito, non avevano sembianze umane - enorme croce uncinata - ignorando i sistemi in vigore nei campi quasi pensai che tutto sommato mi sarei riposato, dopo quasi due anni di lotta partigiana ne avevo bisogno - terrore e angoscia - apatia - più pensare a niente e a nessuno - scheletri che si muovevano - angoscia - una commissione scartava le donne anziane - là bruciavano i morti, era il forno crematorio - baracche, prigionieri, forni crematori - lingue di fuoco che uscivano dal camino - odore nauseante di carne bruciata - botte da orbi, senso di apprensione - carne bruciata, lingue di fuoco - mezzi vivi e moribondi - ci svegliò una frustata - le stangate che mi hanno dato all’arrivo - Morgen Alle Kaput - tanta desolazione - non era un campo di lavoro - mi pareva di entrare in un cimitero - lavorando in cucina riuscivo a mangiare - ogni tanto mi capitava di poter rubare qualcosa - riuscii a non farmi mai notare - il timore di essere capitate all’inferno - ci raparono dalla testa ai piedi - mangiare scarsissimo - le sofferenze degli altri - torture fisiche e morali - trattati come cani - la fame - la mancanza di affetto - mancanza di vestiario - fame - freddo - decomposizione fisica e morale - la fame - il pensiero dei famigliari - le paure - la mancanza dei miei due bambini piccoli e della moglie - privati di tutto - mancanza di calore umano - mangiare poco - mancanza di cibo - sporcizia, mancanza di cibo - assillante lavoro pungolato sempre da una frusta - botte giorno e notte - le umiliazioni - i maltrattamenti - la personalità annullata, ero diventato un numero non più un uomo - mangiare scarsissimo - uno non era considerato un uomo, ma una cosa - essere considerati animali - l’annullamento della personalità umana - l’uomo ha bisogno di un minimo di dignità - la fame spaventosa - umiliazioni - bastonate - i giovani che morivano - mancanza di cibo - la fame terribile - lontananza da casa - privazione della libertà - corpo pieno di piaghe per le frustate - fermi per ore sotto la pioggia - non sapere nulla di quello che succedeva fuori - l’isolamento - scarsità del vitto, freddo, malattie - morte dei compagni - nauseabondo odore delle ciminiere - la preoccupazione per mio marito - bastonate, punizioni, maltrattamenti - fame, freddo - il ricordo della moglie - mancanza di notizie - fame - veder torturare i compagni - i morsi terribili della fame - fame - fame - la morte dei compagni - nostalgia di casa - mancanza di cibo - mancanza di libertà - perdita della personalità - un numero e basta - non mi potevo ribellare - i supplizi degli altri - l’umiliazione - mancanza di cibo - fame - mio figlio ancor vivo al forno crematorio - tutte nude al bagno e alla disinfezione - fame - fame e sonno - senza speranza per il domani - la fame e i soprusi - le erbe che crescevano lungo la strada - solitudine, fame, freddo - non poter esprimere il proprio pensiero - le botte continue - lavoro pesante - mani piagate - morire a quel modo - promiscuità, impossibilità di isolamento - annullamento della personalità - privazione di cibo, sonno, pulizia - nudi sotto la pioggia - senso della schiavitù - non potersi lavare, freddo, fame - fame nera - uomo senza nome - non possedevo neppure un fazzoletto - mancanza della libertà - incertezza: regole nuove, facce nuove, torture nuove - umiliazioni - fame - perdita della dignità - umiliazioni - botte - stato bestiale - trattati come animali - come pecore - veder martoriare la gente e non poter reagire – l’occhio della guardia puntato su di me - la morte dei compagni - la fame - la fame tremenda - la mancanza dei famigliari - nessuno per difenderci - non più uomini - levarsi la berretta dinnanzi alle S.S. - numeri anziché uomini - brodaglia peggiore di quella che si dà ai maiali - impossibilità di reagire - fame, sete - frustate - rimpianto della giovinezza - fame, freddo, punizioni - dissenteria sanguigna - i morti che saltavano dentro i forni crematori - vedere centinaia di morti - malati soppressi - il terrore agli appelli - pensiero della famiglia - pensiero della moglie e della famiglia - resistere per tornare - non avevo lo spavento di morire - la figlia che avevo lasciato - il desiderio di tornare a casa - il pensiero di tornare a casa - la guerra finirà - la guerra finirà presto - gli Americani erano vicini - il ricordo della famiglia - l’aiuto dei compagni - in principio avrei voluto morire – l’istinto di sopravvivenza - il caso - la fortuna - volevo ancora esprimere il mio pensiero - il desiderio di tornare a casa - parlavo francese - la forte volontà di sopravvivere - il pensiero di abbattere il fascismo - il pensiero della famiglia - un po’ di fortuna - il sentirsi fuori della realtà - la grande speranza che la guerra sarebbe presto finita - speravo di essere liberato - grande rassegnazione - io dovevo tornare - il pensiero dei miei bambini - non buttarsi giù - speravo, speravo - il desiderio di tornare a casa - la resistenza fisica al lavoro - la forza istintiva della sopravvivenza - l’idea di vincere la lotta - tutti mi volevano bene - forza di volontà - speranza della fine della guerra - pensavo alla mia bambina, al mio dovere di mamma - il desiderio dell’arrivo dei Russi o degli Americani - speranza di vivere - pensavo ai miei bambini - che tutto sarebbe finito presto - volevo far nascere la mia creatura in Italia - il desiderio di conoscere la sorte di mio padre e di mio fratello che mi avevano preceduto a Dachau - desideri di rivedere la famiglia, i figli, la patria - rivedere il figlio e la mamma - rivedere la famiglia - gli alleati erano vicini - speravo che la guerra finisse - ero rassegnato a morire - la mia forza di volontà di resistere - ero abituata alla vita dura - mia moglie era incinta - l'unico desiderio era di morire - solo il pensiero della morte - gli Spagnoli mi hanno molto aiutato - speranza di vedere la repubblica italiana - era impossibile per loro vincere la guerra - ho pregato tanto S. Antonio - la ferma speranza di ritornare - tener duro - il fronte era vicino - la speranza nel futuro - il desiderio di vivere - la speranza di ricongiungermi alla mia famiglia - ogni giorno che passava lo consideravo una conquista - lo devo a un dottore francese - fiducia nella vita - non ho mai disperato - ho conosciuto della gente eccezionale - conoscevo la lingua tedesca - calma calcolata - pregavo Dio - il cervello mi teneva su - avevamo lottato per un mondo migliore - soffrivo come le altre - la forza interiore - il pensiero che non ero casualmente un deportato, ma uno che già in partenza aveva la possibilità di un eventuale sacrificio - il pensiero della fine della guerra - il pensiero di rivedere la casa - facevano di tutto per farci morire - il ricordo dei figli - volevo ritornare nella mia patria per procurare ii necessario alla famiglia - resistere - il pensiero di resistere - il mio ideale mi dava la forza di combattere e sopravvivere - tornare e testimoniare».

Sarà poi tanto «fuori dal mondo», il mondo qui descritto?

Cerchiamo di fortificarci, di vigilare, di lottare con ogni mezzo per tenerlo davvero fuori dal mondo. E nulla di più efficace della lettura di questo libro1 che è del tipo che si legge e rilegge, si consulta e si conserva per ravvivare Io spirito della Resistenza e della lotta senza abbandoni e debolezze al fascismo vecchio e nuovo.

B. Valenti



Lettera ai compagni n. 11 (Novembre 1971)

IL DIARIO Dl GUSEN

Dei campi satelliti di Mauthausen quello di Gusen è certamente il più famoso, per numero di deportati, per numero di morti, per l’esistenza di un crematorio locale, conservato in una teca di cemento, opera dell’ex deportato architetto Belgioioso, tra i più severi e toccanti monumenti alla deportazione.

Campo satellite, in quanto Mauthausen oltre alla funzione comune di campo di eliminazione aveva anche in particolare quella di concentrare gli arrivi e di smistare i deportati in altri campi come Gusen.

A Gusen le crudeltà, le umiliazioni, gli orrori, la desolazione, l’annullamento della personalità, comuni ai campi di sterminio nazisti2. Il crimine isolato e circondato sempre nella storia da un’aura di drammaticità e di sacro orrore, si pensi a Caino, alle tragedie greche, a Shakespeare, il crimine diviene con il nazismo produzione di serie, nel tentativo di banalizzarlo. E la produzione di serie esige una macchina ed il campo di sterminio nazista è una macchina sistematica di morte ed al termine della catena di montaggio c’è il forno crematorio. Lo scrittore Saul Bellow nel suo «Mr. Sammler’s Planet» parla di cospirazione contro la sacralità della vita.

Può in mezzo agli orrori del campo ed alle sofferenze, lo spirito rimanere libero? Tra i molti esempi conosciuti ecco si aggiunge ora quello di Aldo Carpi di cui l’editore Garzanti ripubblica il Diario di Gusen.

Aldo Carpi andò incontro all’arresto benché preavvisato, recandosi dallo studio alla casa di Mondonico nel Comasco, circondata dai fascisti, dove l’amore coniugale ed il sentimento paterno irresistibilmente lo chiamavano: «allora io, naturalmente, essendo capo di famiglia sono andato a casa». I fascisti cercavano armi ed erano stati indirizzati dalle spie. Spia un collega che denunciò Carpi, spia una donna addetta alle pulizie di casa, spie falsi partigiani dei dintorni. Era il 23 gennaio 1944. Da Mondonico a San Vittore e quindi a Mauthausen e da Mauthausen a Gusen.

Aldo Carpi è pittore, professore all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e la sua opera è conosciuta ed apprezzata per raffinatezza di gusto e contenuto di poesia. A Mauthausen e a Gusen nulla gli è risparmiato della sua condizione di deportato, ma la sua arte gli consente tuttavia di fruire di un trattamento meno crudele. Dipinge con tristezza, senza ispirazione, ma certamente con il suo grande mestiere su commissione per le SS.: «difficilmente faccio un lavoro ispirato col cuore, ma lavori su riproduzioni che trovo qui. lo le scompongo e ricompongo a modo mio, poi coi colori via via mi ritrovo e qualcosa di buonino posso aver fatto».

Questo lavoro gli procura l’esonero da altri lavori ben più pesanti e sgradevoli «il mio lavoro che faccio non è il mio lavoro vero: e tuttavia è cosa principesca rispetto al lavoro d’altri» un giaciglio migliore, un cibo più abbondante che divide con i più bisognosi di cure e di aiuto e la possibilità di scrivere, naturalmente in segreto con grandissimo rischio personale.

Ed i suoi scritti durante la deportazione che, conoscendo i particolari della vita del campo, ci sono stati, direi, miracolosamente conservati, hanno un valore eccezionale per l’immediatezza della testimonianza e colpiscono per l’altezza del sentimento, la sincerità profonda, la personalità dello stile: «amo il sole e la terra rossa bruciata, amo l’uva, i fichi, le pesche, le arance e la quiete cotta di sole che lavora attorno; amo questa realtà i cieli sereni, il mare azzurro e sole, sole».

La famiglia e la casa sono al vertice dei suoi pensieri: «Cara Maria il diario inizia in forma di lettere alla moglie, naturalmente non inoltrate perché in alcun modo potevano essere spedite solo solo, la ricordata, ogni giorno ed ora, la presente, la custode vigile dei figli; vedo tutto di ogni momento e comprendo e spero, e penso e prego per l’unita compagine della famiglia, uno per uno mi pare di guidarli nella furiosa tempesta, verso il loro libero destino, secondo la loro «mens cordis». «E poi tutti uniti alla cena, in tanti sempre e con gioia semplice».

E con l’amore la nostalgia: «E godiamo così ricordando, rivivendo, ripensando, riproponendo, nella nostra casa pervasa di note musicali, di amicizia e di semplici lieti conviti». «Certo io parlo della mia casa come ognuno della sua. È la casa dove io preso dall’affanno, dalla noia, dalla stanchezza, dall’ira, affrettando il passo voglio arrivare, chiudere dietro di me la porta appena varcata, di stendere il mio corpo stanco sulla dormeuse, e ristarvi un momento: perché la vita di casa ti richiama o ti invoca o ti vuole o ti comanda».

E il costante ricordo, quasi una presenza dei figli che egli nomina con le sillabe iniziali: «Fior, Pin, Gio, Cio, Pa, Pie».

E la casa ritorna di continuo con nuovi accenti di amore: «Questa è la casa Maria, quella costruita col nostro cammino: qui è il fuoco ed il focolare. Non ci perdiamo, ci ritroveremo tutti alla nostra mensa rinnovata e allora più gioconda con Fiorenzo, Pinin, Giovanna, Cioni, Paolo e Piero».

L’interiorità è la grande forza di Aldo Carpi: «Se l’uomo fatica non vuol dire che sia un uomo stanco, se ha la risorsa interiore, il libero respiro, la libera spinta, la responsabilità intera del proprio lavoro e della propria creazione».

E l’interiorità di Aldo Carpi si accompagna con un alto sentimento religioso: «E poi cosa conta morire? Capire che il grido di Cristo sulla croce è il segno della sua umanità, il trapasso tra il buio e la luce, tra il dolore immenso e l’immensa gioia, il passaggio tra l’attimo del sonno mortale ed il risveglio nel grembo di Dio».

Il pensiero dell’arte assieme a quello religioso scandisce le pause della sofferenza: «Penso all’arte greca, alle sculture che nella forma, nell’espressione vanno al di là del nostro potere e quindi del nostro capire». «Penso talvolta ad un viaggio in Spagna con te, Maria, per vedere Goya, Velasquez, El Greco e per conoscer da vicino gli spagnoli».

E la musica tanto amata ed ascoltata gli riecheggia nel ricordo di buone esecuzioni: «Quel Vivaldi che cristallo sotto le sue sottili mani, e Beethoven e Scarlatti sempre suonati con quella interpretazione che io amo, che non è il fragore di tipo teutonico, ma lo svolgersi misurato della musica nelle sue diverse parti umanamente disposte».

E il ricordo di luoghi cari allo spirito «Il bacino di San Marco, da qualunque parte tu lo veda è un’apparizione che dà sempre un senso di stupore».

Lo stile come abbiamo visto da questi esempi esprime sincerità di un uomo posto di fronte a prove supreme della vita: la commozione che le parole rivelano è dovuta alla trasparenza di questo assoluto e non ad artifici retorici.

Carpi scrive bene, molto bene, ma non c’è compiacimento nella sua scrittura o ricerca di effetti estetici. Carpi scrive per un bisogno di comunicare e poiché ogni legame materiale con i suoi cari è interrotto, confida nella comunione delle anime e scrive per un bisogno di armonia nella babele infernale del campo. C’è anche la consapevolezza del momento eccezionale da fermare con la scrittura e non abbandonare alla labile memoria. Ancora sulla scrittura di Aldo Carpi che non conosce le deliziose estenuate sfumature della sua pittura, ma appare piuttosto intensa, vigorosa, dai toni e dai contrasti anche rudi.

Carpi è pittore ed il suo diario è ricco di immagini pittoriche: «Tanto è stupendo l’organismo umano, come è stupenda la pianta fiorita del ranuncolo, come è stupendo il mondo e l’universo tutto. Nel mazzolino di ranuncoli sulla tavola della sala anatomica, piccola, tristarella, vive l’universo intero, una di quelle particelle che sono parte integrante e necessaria dell’universo tutto».

Ma gli altri sentimenti che nutrono il suo spirito non lo estraniano in una specie di estasi e non distolgono il suo sguardo dal campo e la realtà del campo è sempre presente con i suoi orrori: «la voce di spavento dei miseri massacrati a colpi di mazza e di bastone» «i morti con la testa e il corpo sanguinanti» «visi di dolore, grigi, con le coperte, visi sfiniti quasi dementi, miserabili e sporchi» «centinaia di morti che venivano buttati là, l’uno sull’altro» «si seppe che nella prima notte della Vergasung uccisione con il gas i prigionieri chiusi avevano tentato di forzare le finestre e le porte» «un dolore infinito diffuso sulla faccia di colui che morendo si sente da tutti abbandonato, da nessuno accarezzato» †amano far soffrire e uccidere».

In quella bolgia di dannati la generosità e le buone azioni rifulgono: «chi per primo mi ha indirizzato e aiutato a Gusen è stato quello che attualmente è il Senatore Francesco Albertini di Pallanza».

A sopravvivere l’aiuta oltre il privilegio della pittura una calma sia pure imposta e la serenità dello spirito: «senza orgasmo attendiamo e giorno per giorno procediamo nel nostro lavoro» «non mi lusingo oltre misura per non soffrire poi inutilmente, eccitandomi il sistema nervoso a vuoto. Lavoro, attendo e penso che verrà presto il giorno in cui sarò chiamato al ritorno».

Ma queste terribili esperienze rafforzano il suo spirito evangelico: «C’è tanto male e dolore sulla terra: noi non possiamo volerlo aumentare» «... il non giudicare e nello stesso tempo l’agire per fare il bene e impedire il male» «Io non penso che il popolo germanico sia tutto SS. Non penso che tutto questo popolo sia responsabile del grande male di questi anni: Anch’esso deve avere molto sofferto. Noi che abbiamo vissuto il fascismo sappiamo quanto può opprimere il popolo tanta parte del popolo buona per intelletto e amore di patria un partito armato e prepotente. L’orrore di questi Lager è mentalità SS. Molti tedeschi forse non sanno, forse non vorranno credere, perché non potranno ammettere che il loro popolo abbia partorito tanta infamia. Ora è finita. Linz è caduta. Attendiamo i liberatori per domani».

Bisognerebbe essere un critico d’arte per parlare dei disegni che in numero di 75 corredano la pubblicazione del Diario di Gusen e sono stati fatti nel campo subito dopo la liberazione, durante l’occupazione americana in attesa di rimpatrio. Ci limiteremo pertanto a parlare del loro valore documentario. I disegni rappresentano in particolare «Muselmann» dai volti incartapecoriti e in cui gli occhi dilatati sulla pelle tirata, che lascia intravedere il teschio, dominano con la luce vitrea, il campo di Gusen con il fumo sinistro del crematorio ed il muro delle fucilazioni, deportati con la «zebra» e la «strasse» dai volti allucinati, scheletri ambulanti, cadaveri abbandonati al suolo con tutta la gravità del loro peso, cadaveri davanti al crematorio, e il Danubio, e la campagna dolce, ricca e ignara.

Questi disegni sono un documento terrificante che uniamo all’atto di accusa del Nazismo, disegni che parlano con la forza dell’arte ed esprimono reverente pietà per la sofferenza incommensurabile, disegni che testimoniano e suscitano sentimenti di amore e di pace, ma non di oblio.

In conclusione ci sembra di poter dire di Aldo Carpi: «Ecco gli uomini che avete messo nel carcere, stanno nel tempio e istruiscono il popolo».

B. Valenti



Lettera ai compagni n. 12 (Dicembre 1971)

«OVUNQUE ANDRAI RITORNERAI»

«Sempre un camin fumava»: in una sintesi finale delle impressioni di Mauthausen il compagno Guerrino Lorenzoni, matricola 126254, mette al centro il crematorio con il suo acre fumo. Guerrino Lorenzoni non è uno scrittore e nella nota introduttiva chiede addirittura scusa per la scarsità dei mezzi letterari. Ma Guerrino Lorenzoni nella vitalità e nella sincerità del suo essere trova delle espressioni molto felici: «il fumo, uscendo, si alzava per circa tre metri, poi come una pasta di dentifricio, si curvava in basso per circa dieci o quindici metri, il colore non cambiava anche quando era a pochi centimetri dal suolo, sempre lo stesso grigio scuro frammisto a spirali nere. Anche il sole sembrava in eclisse quando era investito da tale massa». Naturalmente si tratta del fumo del crematorio. E il crematorio, in posizione dominante, sovrasta il campo e il racconto della vita del campo.

Ma perché instancabilmente ritorniamo a narrarvi queste storie di passione ed orrore? Anche noi preferiamo la vita alla morte, la pace serena della famiglia all’inferno dei lager, ma come Guerrino Lorenzoni sentiamo il dovere di tramandare «ai posteri» una «testimonianza inconfutabile» e di «essere di insegnamento alle generazioni nuove». (G. Lorenzoni, «Ovunque andrai ritornerai», pagg. 157, L. 1.700, presso l’Autore). E le pagine di Guerrino Lorenzoni, «riportano in evidenza con prove inoppugnabili, la bestialità umana, l’ipocrisia, l’ignoranza presuntuosa, la falsa fede in un ideale di forza, di superiorità e di diritto della folle ideologia nazi-fascista e dei suoi seguaci, il capovolgimento insomma di ogni valore umano nella attuazione cieca e meccanica di un programma abbietto, scaturito dalla megalomane follia di una società criminale».

Ecco come si può essere chiari ed efficaci nonostante «la scarsa preparazione letteraria» di Guerrino Lorenzoni. Guerrino Lorenzoni non ricorre mai ad artifici per rendere la sua prosa meno scabra e per accattivarsi il lettore. Né ci sono quei fastidiosi artifici di levigazione e bellettatura che le case editrici affidano ai redattori incaricati di rivedere i manoscritti degli scrittori non professionali e che sono evidenti in tanta memorialistica.

Guerrino Lorenzoni reduce dalla campagna di Russia in attesa di congedo dopo l’8 settembre ritorna alle sue montagne della Valtellina ed entra a far parte delle formazioni partigiane. Ricorda in particolare il disarmo di una stazione dei carabinieri da lui organizzato e diretto. La solita denuncia di una spia lo fa cadere nelle mani dei repubblichini. «Le spie pullulano qui come insetti schifosi: seppi in seguito che il professore di mio fratello era una spia per le informazioni più urgenti si serviva del telefono e ciò lo facilitava nel suo compito di spia in cambio di tali informazioni aveva ottenuto delle tessere annonarie supplementari e in più una retribuzione in denaro in proporzione alle informazioni che procurava».

Non gli sono risparmiate sevizie e torture che egli descrive con distaccata precisione. Non cede. Lo sorregge una lettera della madre ricevuta in carcere: «Guerrino, in qualunque posto ti manderanno, alla fine ritornerai ed io ti aspetterò».

Il ricordo di questa frase continua a sorreggerlo nel campo di sterminio dove più volte sul punto di essere inghiottito dalla voragine della morte, lo salva questo profetico pensiero, questo «talismano».

Egli con tutte le sue forze fisiche e psichiche tende alla riconquista della libertà personale, alla conservazione della vita. Una prima volta: «con uno scatto lo avvinghiai alla gola per strozzarlo con tutte le forze che mi restavano...». E ancora: «fui tentato di mettere in atto un estremo mezzo di salvezza, cioè di abbassare il finestrino e buttarmi fuori». E un successivo tentativo di fuga: «Non mi persi d’animo, avevo già superato tre guardie con i miei documenti alla mano, quando fui agguantato...». E un’altra volta ancora: «Il repubblichino scese sul ciglio della strada ferrata davanti a noi, con un balzo gli saltai addosso, trascinando il povero Passerini (legato con la medesima catena) lo mozzicai al naso poi con la catena del collare gliela passai intorno al collo, ma non riuscii a strozzarlo».

Si giunge così a un limite estremo dove mors tua vita mea e nel caso che segue non anche di un aguzzino, di un nemico, ma di un ignaro partecipe della medesima sorte.

Siamo qui di fronte ai valori supremi. Ma a chi attribuire la colpa prima se il limite estremo varcato con il pensiero sta per essere varcato anche materialmente? La risposta non può non essere ferma e netta: la colpa è del nazismo, dei capi e degli sgherri nazisti.

Avvilire, torturare, affamare, in continuazione porre a degli uomini come traguardo unico ed inevitabile il crematorio, lì fumante dinanzi agli occhi di tutti può esaltare l’egoismo di una umanità disperata: «Ormai il senso di umanità in noi era affievolito se non addirittura scomparso». Ma pure in tanti casi, come in quello recentemente divulgato di Padre Kolbe beatificato da Paolo VI, le condizioni estremamente avverse del campo di sterminio hanno esaltato le qualità più nobili ed elevate dello spirito umano. Altri luminosi esempi sono già stati illustrati in queste pagine.

Di Guerrino Lorenzoni va comunque pregiata la sincerità con la quale racconta questo agghiacciante episodio: «quando mi ripresi mi accorsi di essere stato depositato nel mucchio di morti, quando potei liberarmi dei due cadaveri che mi stavano sopra, mi accorsi che ero stato spogliato di tutto. Su quel mucchio di morti c’erano solo le mie ossa. Pensai di strangolare un mio compagno, prendere i suoi abiti ed il suo posto... mi alzai per agire, ma mi accorsi che stavo colpendo un uomo già morto; me ne rallegrai perché non avrei dovuto commettere un omicidio. Velocemente lo spogliai, presi il suo numero e me lo misi al polso... ora ero un ebreo».

Gli immediati precedenti di questo episodio sono la scoperta da parte di un capo che Guerrino Lorenzoni aveva «organiziert» un pezzo di stoffa in più per proteggere dal freddo lo stomaco e la punizione con 20 colpi di «gummi» che lo lasciarono privo di sensi.

Nella sincerità di Guerrino Lorenzoni, che ci svela un aspetto del campo di concentramento, aggravando la eterna condanna del Nazismo, sta la catarsi e il riscatto dell’episodio.

La sincerità di Guerrino Lorenzoni ammonisce anche coloro che sottrassero una minestra al compagno nel campo di concentramento e così nel quadro più ampio della nostra società condanna tutti gli egoismi di una vita di esasperata competizione in presenza di larghe zone di miseria irredenta.

La violenza è descritta in questo libro in tutte le sue fasi cronologiche e in tutte le sue varianti: violenza dei repubblichini durante gli interrogatori, violenza in carcere da parte del famigerato Franz «il terrore del VI raggio» che ai prigionieri in San Vittore fa fare la marcia del coniglio, violenza durante i trasporti, violenza a Bolzano dove troviamo un’altra conoscenza, il Lanz, violenza a Mauthausen e a Gusen e infine la strage degli aguzzini dei campi (a questi castighi Guerrino Lorenzoni non partecipa personalmente, ma ne sente parlare: «si procedeva sommariamente, venivano uccisi a calci, a legnate o lapidati») e in Italia, le punizioni dei fascisti. Ma che cos’è lo scoppio di furore nei campi dopo la liberazione in confronto alla sistematica e gelida, protratta violenza degli aguzzini. E così le torture degli interrogatori da parte dei repubblichini: «a turno ognuno dei presenti sfogava una sua particolare tecnica nel colpirmi» avevano cosparso la sedia di puntine da disegno fui tartassato di legnate, mi trovai di nuovo sul pavimento privo di sensi la sedia era sporca di sangue dei poveri partigiani e di innocenti cittadini, completamente estranei alla guerriglia in corso come al solito altre domande e altre percosse mi avevano rotto il setto nasale l’avvertirono che se il marito non si fosse presentato entro venti ore, l’avrebbero fucilata una maschera di sangue di color rosso cupo, sopra il sangue già coagulato altro ne scendeva a ravvivarlo un pugno sulla bocca mi lacerò la parte sinistra del labbro insanguinandomi il viso mi furono dati altri due giri di vite (alle manette: polsini)... le mie mani stavano diventando bluastre, i polsi cominciavano a dolermi sempre di più Ritornai alla realtà con un piccolo sobbalzo: la sigaretta ormai ridotta a una cicca, mi aveva scottato. Penso che da quel momento cominciai ad invecchiare assai più di quanto comporti il naturale scorrere del tempo».

E a queste sevizie venne la risposta, «tutti i miei persecutori fecero la fine che meritavano: erano stati fucilati dinnanzi a tutti».

Ma Guerrino Lorenzoni seppe reagire anche in loro presenza mentre era nelle loro mani: «Ma quasi inconsciamente gridai “vigliacchi”! Me li trovai, o meglio sentii, tutti addosso e nuovamente credo, stramazzai...».

Guerrino Lorenzoni oltre che sincero e anche obiettivo e non fazioso. La adesione alla sua parte, alla parte di noi tutti, è completa e senza riserve ed è del tutto naturale. Ma agli avversari, nelle rare volte in cui ciò è possibile non risparmia riconoscimenti: «anche il nuovo secondino fu più gentile» «nel carcere di via Carini a Sondrio, non posso dire di aver ricevuto maltrattamenti di alcun genere» «il vice comandante abbastanza affabile e dotato di comprensione dopo le feste per bontà del Comandante politico ebbi modo di avere un colloquio in parlatorio con mio fratello» «Josef, così si chiama il nuovo capo, fece di tutto perché nel nostro blocco regnasse l’eguaglianza».

E Guerrino Lorenzoni in uno slancio di riconoscenza a chi con la tacita compiacenza gli salvò la vita nel campo dimostra la sua gratitudine: «lo ringraziai baciandogli la mano».

Come sintesi della vita del campo di concentramento nazista ricorderemo le tristi marce quotidiane con al seguito il carico dei morti perché partiti in 100 in 100 vivi o morti bisognava rispondere all’appello serale. E come indice della miseria più assoluta citeremo: «... rividi le mie scarpe, erano calzate da un polacco, però era pericoloso chiederne il recupero, perciò vi rinunciai». Ancora nel campo di concentramento la condizione degli italiani più misera di quella degli altri: «noi eravamo il capro espiatorio di tutto quello che succedeva nel campo. Quando non c’erano adunate, cercavo di celare con ogni mezzo la mia nazionalità» «noi eravamo poco graditi dai componenti di tutte le altre nazioni». E questa condizione di inferiorità va attribuita al fascismo che si alleò al nazismo nel folle tentativo di soggiogare tutti i popoli d’Europa. Sul campo di concentramento più oltre non ci dilunghiamo in quanto, su queste pagine altre volte ne abbiamo descritto gli orrori. Ma l’orrore del campo di Gusen suscita il ricordo di altri orrori e Guerrino Lorenzoni crollato in una buca sotto il peso che doveva trasportare per la fatica e lo sfinimento, in uno stato di semi incoscienza ripensa alla «sua deportazione in Russia». Un ufficiale indegno di essere un uomo prima che ufficiale durante il servizio militare che tranquillamente si svolgeva in Sicilia lo investe con ingiurie «figlio di una mignotta» e con un pugno perché credeva che Guerrino Lorenzoni corteggiasse la sua ragazza. «Io reagii violentemente e gli sferrai un pugno. Il tenente venne successivamente scoperto e mandato in Russia nella mia stessa compagnia; mi raggiunse a Malceskhaia. Già i miei compagni sapevano quel che mi aveva fatto. Due giorni dopo venne trovato morto con parecchi colpi di moschetto in corpo».

L’ingiustizia di chi deve amministrare giustizia la violenza di chi deve preservare l’ordine feriscono profondamente e sconvolgono uomini naturalmente pacifici e giusti e li spingono a reazioni eccessive. Ma quale quadro fa da sfondo a questo episodio: «... Ci avvicinammo alla stazione di Gorlovka ed io andai ad interpellare i miei connazionali. Pochi minuti dopo arrivò una lunga fila di carri merce, tutti in ferro. Questa tradotta era stata fatta dirottare su un binario morto. Appena il convoglio fu fermo, si aprirono le portiere e vidi una scena agghiacciante: quei vagoni sigillati trasportavano persone in abiti civili; erano conciati come maiali in un porcile.

«Alcuni non si reggevano, altri muovevano solamente la testa, altri infine erano completamente nudi. Questi ultimi erano morti. Venivano trascinati per i capelli oltre il binario e buttati là, come se si fosse trattato di fascine di legna. Su ogni vagone salivano due tedeschi e accatastavano i morti e coloro che non avevano più la forza di rialzarsi».

«In quello stesso paese c’era un crematorio...».

Nel libretto di Guerrino Lorenzoni accanto alla morte che sovrasta nel campo di concentramento con i suoi atroci strumenti, pulsa la vita nel naturale attaccamento di Guerrino Lorenzoni che non cessa mai di lottare. E con la vita c’è anche un accenno alla religione: «A Natale (ciò avveniva nella prigione repubblichina, poiché dal campo nazista era bandita ogni forma di culto) un cappellano ci confessò tutti, o quasi, e ricevemmo “la S. Comunione”». «Credo di avere pregato per lui sebbene fosse un ebreo».

Lo stile di Guerrino Lorenzoni è oltremodo efficace nella sua immediatezza. L’azione è resa con vivida precisione. Le immagini sgorgano del tutto spontanee, come nella descrizione del carcere di San Vittore: «margherita i cui petali venivano chiamati “raggi”…» «vasto spazio a forma di mandarino formato cioè da tanti piccoli cortiletti simili a degli spicchi». E così pure con la spontaneità che gli è propria affronta e risolve più difficili problemi espressivi: «Dal finestrino godevo un ottimo panorama. A me piace molto osservare ciò che fulmineamente, scorre davanti agli occhi restando in treno».

L’arco degli affetti di Guerrino Lorenzoni, palese in questo scritto autobiografico poggia sul ricordo della madre nel frattempo scomparsa e sull’amore per il figlio ora novenne cui rivolge l’augurio: «chiedo alla vita di poter restare ancora vicino a mio figlio e farne un vero uomo sotto tutti gli aspetti, attraverso la mia viva e dolorosa esperienza, augurando a lui un destino migliore».

Concludendo ringraziamo Guerrino Lorenzoni per averci dato questo fresco libretto in cui a 25 anni di distanza pubblica le frettolose note scritte in ospedale dopo il fortunoso ritorno e vi invitiamo a leggerlo più che mai convinti che Massimo Gorki avesse ragione quando diceva che ogni uomo dovrebbe scrivere la propria storia.

B. Valenti



Lettera ai compagni n. 12 (Dicembre 1971)

DARE LA PROPRIA VITA PER I PROPRI AMICI

Campi di annientamento, annientamento fisico e morale, distruzione della personalità, decadimento fisico e morte: questi i termini che ricorrono nella descrizione dei campi di concentramento nazisti e che coincidono con la volontà nazista di umiliare profondamente prima di annichilire gli avversari.

Ma la distruzione della personalità, l’umiliazione dei deportati non sempre riuscì: ci furono degli spiriti che seppero resistere e seppero mantenere in circostanze così terribilmente avverse un alto grado di consapevolezza e di libertà interiore: a nessun luogo meglio può riferirsi il byroniano: «Oh Libertà, tu sei più splendente nelle carceri, poiché la tua dimora è il cuore».

Su questo argomento siamo ritornati più volte in questa rivista perché la resistenza nei campi di concentramento e l’affermazione dei valori morali in quel disperato deserto di morte ci sembra un fatto straordinario che redime l’umanità dalla macchia dell’abiezione nazista.

Gli internati politici potevano essere religiosi, agnostici o atei: in tutti e tre i casi c’era il rispetto di scale di valori diverse, ma che tuttavia consideravano la persona umana come soggetto. I nazisti nel fare dei prigionieri una riserva di calorie da usare fino al consumo totale per alimentare con il lavoro forzato la macchina della guerra, riducevano la persona umana a mero strumento dei loro dissennati propositi.

Uno dei più alti esempi di umanità che si contrappone alla bieca ferocia nazista, di consapevole risoluzione fino al volontario sacrificio che si oppone all’ottusa bestialità degli aguzzini è quello di Padre Massimiliano Kolbe, proclamato beato da Paolo VI.

Padre Kolbe è un colto sacerdote appartenente all’ordine dei Frati Minori conventuali, molto attivo nelle opere di propaganda religiosa per mezzo della stampa in Polonia dove risiede e opera dopo gli studi all’Università Gregoriana di Roma. Una breve parentesi lo porta in Giappone sempre attivo nel suo apostolato. L’inizio della guerra lo trova a capo del più imponente complesso editoriale di Polonia.

Arrestato una prima volta dalla Gestapo, viene liberato, ma poi nuovamente arrestato viene deportato nel famigerato campo di concentramento di Auschwitz «immenso vestibolo di morte». Lì diviene protagonista dell’episodio che rende eterno il suo nome. Chiede infatti di sostituire un compagno «infelice padre di famiglia sconosciuto e innocente» condannato a morte per fame quale rappresaglia per la fuga di un prigioniero. «Sono un sacerdote cattolico, egli disse, e la sua oblazione fu accolta».

Rinchiuso nel bunker della fame sarà poi finito con una iniezione di veleno.

Ecco uno stralcio della omelia che Paolo VI pronunciò al rito della beatificazione in San Pietro domenica 17 ottobre:

«Il quadro della sua fine nel tempo è così orrido e straziante, che preferiremmo non parlarne, non contemplarlo mai più, per non vedere dove può giungere la degradazione inumana della prepotenza che si fa dell’impassibile crudeltà su esseri ridotti a schiavi indifesi e destinati allo sterminio il piedistallo di grandezza e di gloria; e furono milioni codesti esseri sacrificati all’orgoglio della forza e alla follia del razzismo. Ma bisogna pure ripensarlo questo quadro tenebroso per potervi scorgere, qua e là, qualche scintilla di superstite umanità. La storia non potrà, ahimè! dimenticare questa sua pagina spaventosa. E allora non potrà non fissare lo sguardo esterrefatto sui punti luminosi che ne denunciano, ma insieme ne vincono la inconcepibile oscurità. Uno di questi punti, e forse il più ardente e il più scintillante è la figura estenuata e calma di Massimiliano Kolbe. Eroe calmo e sempre pio e sospeso a paradossale e pur ragionata fiducia. II suo nome resterà tra i grandi, svelerà quali riserve di valori morali fossero giacenti fra quelle masse infelici, agghiacciate dal terrore e dalla disperazione».

E Paolo VI ricorda un passo del Vangelo: «Non vi è amore più grande che quello di dare la propria vita per i propri amici».

E noi pensiamo a Massimiliano Kolbe come ad un fulgente esempio di coerenza spinta fino al sacrificio tra dottrina professata e azione compiuta. Ed è per questo motivo che qui ne riparliamo anche se la stampa quotidiana ha già dato giusto ed ampio rilievo alla notizia della beatificazione.

E così la gloria degli altari perpetua la memoria di Padre Massimiliano Kolbe, ma anche l’infamia dei suoi assassini.

Dobbiamo però anche erigere un altare nella nostra memoria da tramandare alle generazioni future ai molti beati laici che non si riconobbero in alcuna religione codificata e che nessuna religione riconosce ma subirono il martirio per la loro fede.

E noi mentre esaltiamo «il pensiero senza catene» affermiamo che così alti sacrifici sono stati compiuti per assicurare accanto a quella che si rifugia nel cuore e nella mente ogni altra forma di libertà piena e concreta nel mondo in cui viviamo e desideriamo vivere in pace.

B.V

Lettera ai compagni n. 3 (Marzo 1972)

IL LIBRO DI ALFRED KANTOR

Una generazione è cresciuta ed ha varcato le soglie della maturità senza alcuna esperienza diretta della violenza nazista ed un’altra generazione compare al proscenio del mondo. Chi ha vissuto la ferocia nazista si preoccupa che la debolezza umana possa prima o poi consentire la ricomparsa di questa sanguinaria follia e con essa della catena di montaggio della morte come conclusione finale del processo di disumanizzazione. Sono concetti che lucidamente espone John Wykert nella prefazione al Libro di Alfred Kantor (The book of Alfred Kantor). La scelta di questo titolo «il libro di Alfred Kantor» che ricorda la Bibbia è pienamente giustificata dal contenuto: in 127 immagini per lo più ad acquerello disegni acquerellati l’autore descrive la sua discesa agli inferi da Praga a Terezin, da Terezin ad Auschwitz a Schwarzheide e da Schawarzheide di nuovo a Terezin e a Praga.

Giovane ebreo sopravvive a 3 anni e mezzo di prigionia nei campi di sterminio nazisti. Gli acquerelli, come può testimoniare chiunque abbia vissuto la vita del campo di sterminio tedesco hanno un’eccezionale valore documentario: in essi un occhio d’artista fissa immagini d’insieme e scene particolari con indiscussa verità. Direi un occhio distaccato tanto alieno da ogni esagerazione o sottolineatura: l’assurdità delle situazioni descritte libera anche talvolta una nota di infernale comicità. Le SS ed i capi tronfi e violenti sovrastano con la loro possente mole e statura le larve allungate dei prigionieri. Allungate dall’estrema magrezza in un modo che ricorda il Greco. Appelli, marce, vagoni piombati, lavori forzati, punizioni corporali, impiccagioni, distribuzione del cibo, latrine, castelli, docce, lause control, suicidi, bombardamenti aerei, cadaveri e il sovrastante crematorio tutto è annotato con evidenza e fedeltà.

Strana e patetica anticamera della morte e Terezin (Teresienstadt), antica fortificazione austriaca, non lontano da Praga, costruita per ospitare 3.000 soldati e stipata di 70.000 prigionieri in massima parte ebrei. I prigionieri godono di una relativa libertà pur in mezzo ai gravi disagi ed il loro genio artistico si manifesta con rappresentazioni clandestine, con la formazione di piccole orchestre, con decorazioni pittoriche. L’attesa dell’arrivo di una missione della Croce Rossa Svizzera porta le SS a camuffare Terezin in un ghetto modello con ipocrita messa in scena, come se l’infamia del ghetto una volta riesumata potesse venire in qualsiasi maniera giustificata. Emerge da questi fatti l’ammonimento di non fidarsi del nazista, non fidarsi del fascista soprattutto quando cerca di mostrare un volto umano: sotto la maschera nasconde e sempre nasconderà la sua mostruosa natura che presto o tardi non mancherà di rivelare. E da Terezin ad Auschwitz ed ai ben conosciuti orrori. Alfred Kantor deve disegnare per irresistibile vocazione, ma i disegni non possono venire conservati, salvo una piccola eccezione e Kantor prima di distruggerli sa memorizzare ogni linea, ogni particolare.

Ed appena liberato dall’orrore nazista, ma non ancora libero nella pienezza del termine, in un campo profughi della Baviera dove sosta in attesa di emigrare negli Stati Uniti, ridipinge le scene del campo di concentramento. E ora queste 127 pagine costituiscono un documento a disposizione delle nuove generazioni per evitare che falsi profeti con false promesse possano un’altra volta disumanizzare la vita.

Ma la violenza si è mai spenta? Ma l’orrore nazista ha avuto dei precedenti? Il ricordo di Dreyfus e di Bartolomeo Vanzetti da parte del presentatore vogliono essere un’amara risposta. La lotta per l’umanità e la vita contro la disumanizzazione e la morte, la lotta per la verità contro la menzogna non possono subire delle soste.

Mi piace rilevare che Alfred Kantor non pensa alla vendetta, ma alla denuncia perché simili orrori non si ripetano, che annota ogni più piccolo segno di normalità, non direi di bontà, da parte delle guardie, che pudicamente vela i suoi delicati sentimenti (la madre come lui deportata ed Eva una ragazza ebrea nel ghetto di Terezin, la sorella, che eccezionalmente riesce ad aiutarlo dall’esterno con invio intermittente di viveri).

L’uscita negli Stati Uniti d’America di questo libro coincide con la pubblicazione in Italia di «Un mondo fuori dal mondo» inchiesta Doxa tra gli ex deportati nei campi nazisti e con la proiezione nei cinematografi del film «L’uomo che bruciava i cadaveri».

Il perché di questa riviviscenza di manifestazioni del pensiero antinazista a mio avviso si spiega con il nuovo travestimento di questa piaga dell’umanità. Il libro di Alfred Kantor dedicato ai morti di Schwarzheide scritto in inglese con prefazione di John Wykert ed una pacata relazione di Alfred Kantor e 127 illustrazioni corredate da note è edito da McGraw-Hill Book Co di New York ed è in vendita presso la libreria Hellas di Torino, via Bertola 6.

B. Valenti



Lettera ai compagni n. 6 (giugno 1972)

LA CIVILTÀ DELLA RESISTENZA

Questo profilo inedito di un giovane partigiano deportato nei campi di sterminio nazisti, è stato tracciato dal pittore Aldo Carpi a Gusen durante la prigionia. II disegno di una rigorosa classica bellezza che ricorda il Signorelli, riproduce il volto di Giuseppe Ennio Odino che, catturato e fucilato alla Benedicta il Venerdì santo 1944, riuscì a strisciare sotto il cumulo dei compagni morti e a salvarsi, evitando il colpo di grazia. Ma catturato un’altra volta e rinchiuso a Marassi, il carcere di Genova, fu in seguito deportato a Mauthausen e smistato al campo satellite di Gusen dove conobbe Aldo Carpi il cui libro «Il diario di Gusen» è già stato recensito su queste pagine. La testa del giovane è fasciata con bende di carta: infatti Carpi lo ritrasse sul lettino del «revier» di Gusen dopo la medicazione. La testa gliela avevano rotta gli scherri il giorno del suo compleanno, il 18 giugno 1944.

Il disegno è stato salvato dalla distruzione miracolosamente perché niente era possibile possedere e custodire nella miseria del campo nazista. Per questo motivo abbiamo ritenuto di pubblicare l’eccezionale documento.

Al ritratto di Carpi, opera artisticamente realizzata da mano esperta, pensiamo di accostare alcuni versi che la maestra elementare di G. E. Odino scrisse per consolare la madre del partigiano afflitta dal dolore e sommersa dall’angoscia per le tragiche vicende del figlio e l’incertezza del futuro. Sono versi ingenui di livello dilettantesco, ma costituiscono un documento di umana solidarietà e G. E. Odino conserva giustamente i fogli su cui sono stati scritti come una reliquia carica di santità. Ecco uno stralcio della poesia intitolata «Ad un ribelle» con il sottotitolo «Ricordando il caro Ennio»:

Mi disser che la Patria non amavi,

che non avevi fremito d’ardore,

che sol fra gli aspri monti tu vagavi

venduto a l’or vil del disonore.

Ma nol credetti, che ben conoscevo

quell’animo fanciullo, giovinetto,

ignaro di viltà; ben lo sapevo

che un palpito ferveva nel tuo petto.

Lasciasti un dì la casa familiare

virgulto pien di fede e giovinezza;

lasciasti qui le cose a te più care,

partisti a la ventura con ebbrezza.

Giaceva nostra gente all’oppressore

già prona, martoriata e ancor derisa

per colpa sol d’un branco traditore...

giaceva pur la Patria ancor divisa.

Ma giunse il dì fatal che su un dirupo

con forza bruta e vile l’aggressore

ti ricacciò, come si caccia il lupo,

ti prese dolorante e fu l’orrore.

Ma fu destino o forza sovrumana?

La carne sanguinò ma il cuor fu saldo...

E il branco con spietata furia insana

ti mise in ceppi e sghignazzò spavaldo.

Ramingo ora tu sei per colli strani,

ti molce il cuore un tenero desio

di mamma, degli affetti puri arcani,

del cielo, del paese tuo natio.

Oh, ch’io ti vegga un dì qui ritornare

col fresco tuo sorriso rifiorire,

e possa il tuo tormento germogliare

il solco che s’è aperto a l’avvenire.

Potranno sembrare ricordi privati che non vale la pena di portare a conoscenza del pubblico, ma sono certo che i lettori sapranno cogliere quanto è universalmente valido, quanto può trovare e troverà certamente un’eco nei cuori sensibili, in questo modesto scritto steso in forma di poesia. Interesserà sapere che G. E. Odino, perfettamente reinserito·dopo tante vicende traumatizzanti, vive oggi serenamente, buon padre di una famigliola felice, lavora in una Organizzazione Internazionale, fa politica per quanto le sue occupazioni gli consentono, pratica lo sport, non odia, ma non dimentica e rende testimonianza perché mai simili infamie possano ripetersi: questa è la civiltà della Resistenza.

Bruno Valenti



«LA QUARANTENA»

Raccontare a chi sa già non ne vale la pena, raccontare a chi non sa non servirebbe del pari a nulla poiché è impossibile dare la completa misura delle sofferenze inflitte ai deportati nei campi di concentramento nazisti. Fortunatamente Giovanni Melodia ha superato positivamente questo dubbio e ci ha dato un bel libro, efficace e necessario, intitolato «La quarantena», edito da Mursia 1971. Ma il dubbio di Melodia non era ingiustificato se nella relazione redatta dal Comando della VII Armata USA, che il 29 aprile liberò il Lager di Dachau, si trova questa frase: «Non ci sono nella lingua inglese parole che possano adeguatamente descrivere il KZ di Dachau».

Giovanni Melodia, nel carcere fascista dal 1939 per attività collegata con la guerra di Spagna, passa direttamente al Lager di Dachau senza ottenere la scarcerazione durante il periodo badogliano. Una opportuna nota informa che sul «Völkischer Beobachter» organo ufficiale del partito nazionalsocialista, il giorno 21 marzo1933, appena 50 giorni dopo l’ascesa al potere di Hitler, apparve la seguente notizia a firma di Heinrich Himmler, allora Commissario Presidente della polizia della città di Monaco:

Mercoledì verrà inaugurato il primo campo di concentramento, nelle vicinanze di Dachau. Ha una capienza di 5.000 persone. Qui verranno rinchiusi necessariamente i capi e i funzionari marxisti che minacciano la sicurezza dello Stato, poiché a lungo andare non è possibile, se non si vuole sovraccaricare l’apparato statale, lasciare i singoli funzionari comunisti nelle carceri giudiziarie, mentre d’altra parte non è neppure ammissibile rimetterli in libertà. Da particolari indagini da noi compiute risulta che costoro si danno molto da fare e cercano di riorganizzarsi. Abbiamo adottato questo provvedimento senza riguardo a scrupoli meschini, nel convincimento di operare per la tranquillità del popolo e secondo i suoi desideri.

L’evidente ipocrisia che permea questo scritto, si ritrova nella scritta emblematica che decora il cancello del campo «Arbeit macht Frei» il lavoro rende libero. Nel dominio assoluto della più abominevole schiavitù solo pochissimi dei 230.000 prigionieri che si valuta siano stati deportati a Dachau nei 12 anni di esistenza del campo poterono alla fine ritrovare la libertà. Il campo di Dachau è vicino a Monaco di Baviera ed ha formato oggetto di una trasmissione televisiva di cui abbiamo dato notizia su queste colonne, curata dal regista Riccardo Fellini.

Che cos’è la quarantena? È il periodo che intercorre tra l’ingresso nel campo e l’assegnazione a un comando o a un trasporto, e viene utilizzato per condizionare il deportato nel tentativo di spersonalizzarlo e di ridurlo un automa obbediente al cieco arbitrio delle gerarchie del campo. Ma Melodia è un politico temprato nella lotta antifascista, ha una fede che lo sorregge e resiste alla spersonalizzazione: «così ora siamo qui e dobbiamo fare tutto il possibile per resistere, per sopravvivere perché il fascismo non è finito con la sua caduta ».

Le vicende della quarantena si snodano in un racconto diffuso e commosso pervaso di interiorità. Ma la quarantena non è solo ambientamento fisico e psicologico voluto e dominato dalle gerarchie del campo, ma anche ricerca e volontà di organizzarsi per meglio resistere in una intesa tra deportati politici di varie nazionalità.

Il bisogno di non essere mero oggetto di sofferenza ma di trovare per sé e per gli altri una possibilità di svolgere una funzione attiva ancorché temperato dall’esperienza della clandestinità e della vita cospirativa che invitavano alla prudenza, porta ad affrontare i rischi di incerti contatti con persone di paesi e di lingua diversa al fine di integrare la resistenza individuale nell’ambito più vasto di una lotta comune per un avvenire migliore che ha come immediata estrinsecazione la collaborazione tra politici per la sopravvivenza.

Le possibilità sono infinitesime, quasi nulle, ma il deportato politico sa elevarsi al di sopra delle terribili contingenze e aprire l’animo alla speranza.

E il racconto di Melodia, ricco di figure ben delineate, denso di episodi degni di rilievo poggia però principalmente su due pilastri: quello dell’intesa clandestina e quello del dialogo aperto all’umana comprensione reciproca.

Le condizioni sono quelle durissime dei campi di concentramento nazisti: catena di montaggio, produzione di massa di cadaveri da bruciare nei forni crematori. Qua e là nell’uniformità terribile del destino dei deportati, affiora qualche particolarità del campo di Dachau: c’è chi riceve lettere e pacchi e chi no, chi ha la «strasse» (la striscia rasata in mezzo al capo) e chi no. Mi soffermo su questi particolari per richiamare l’attenzione dei compagni che tendono a generalizzare i particolari noti e a scartare quelli a loro ignoti.

Ma comunque gli italiani sono i più maltrattati (forse un po’ meno degli ebrei, se è possibile misurare queste differenze, ma al tempo di Melodia ebrei non c’erano più a Dachau) e il campo risuona di insulti delle SS, dei capi e dei compagni di altre nazionalità non ancora coscienti delle origini comuni della deportazione e vittime delle divisioni delle rivalità alimentate dalle gerarchie del campo per tenere più stretti e saldi i ceppi della schiavitù: Italiener Banditen Faschisten Badoghlio Idioten Makaroni Scheisestüke.

L’animo gentile del Melodia si rivela anche nelle commosse attestazioni di affetto al padre anch’egli antifascista perseguitato dall'OVRA. Il libro è dedicato alla figlia «perché sappia». E noi speriamo che questo libro sia letto da tante persone affinché siano rese consapevoli in quali abissi si può precipitare quando si apra la via all’intolleranza e all’irrazionale.

B. VALENTI


«E ricorda. Quest’ordine ti lascio».

«Ricordare vuol dire non morire»

così il testamento di Criton Tanasulis recitato recentemente alla televisione da Vittorio Gassman durante l’intermezzo di una popolarissima trasmissione.

Questo ordine, questo imperativo è stato bene assimilato e interpretato con rara sensibilità da un giovane amico, Marco Odino, di quattordici anni, figlio di un resistente italiano internato a Gusen che, frequentando le scuole di Bruxelles dove risiede a Uccle, si esprime in francese:

Uccle le 14-12-72

Au nom de nos frères

Ils y succombèrent,

Malgré tout leur courage

E toute leur bonne volonté,

Malgré leur ténacité

Et leur fraternité.

Ils y succombèrent

Et nous sommes vivants.

Ils y succombèrent

Et nous sommes heureux.

Mais non pas tout à fait

Car si nous le sommes,

C’est fruit de leur perte

Et ça

Nous ne l’acceptons pas.

à la mémoire des disparus

dans les camps de concentration

Ai giovani come Marco Odino possiamo dire con Atanasulis:

«Ti lascio la memoria di Belsen e di Auschwitz»

sicuri che questa memoria non sarà tradita.

BRUNO VALENTI




«Plus jamais ça!»

Desidero portare una testimonianza su di una testimonianza. I disegni di Daniel Piquée Audrain 62978 di Mauthausen sono una descrizione veritiera quanto efficace del campo di concentramento nazista. L’album nel quale sono raccolti si intitola «Plus Jamais ça!». In questa breve formula è espressa la filosofia dell’ex deportato: perché non ci siano mai più dei campi di Mauthausen ed i popoli possano vivere in pace e Libertà.

L’album è edito da «Imprimerie H. Juliot-Craon» e reca una presentazione di Maurice Petit 25331 di Mauthausen.

I disegni rappresentano le fermate della «via crucis» del deportato: il campo di raccolta di Compiègne in Francia (in Italia Carpi, Bolzano, la risiera di San Sabba a Trieste), il trasferimento in vagone piombato, la marcia dalla stazione al campo, le docce, la quarantena, la cava, l’uscita delle squadre, i lavori all’esterno del campo, la distribuzione della zuppa, il rientro delle squadre, la vita di baracca, la perquisizione, la «strafkompanie», l’impiccagione, la selezione per la camera a gas, la morte sui reticolati e l’ultimo viaggio. Per alcuni, per pochi: la liberazione.

I disegni rispondono all’ambizione di documentare quasi fotograficamente i fatti.

A tanti anni di distanza questi disegni contengono un ammonimento tanto più solenne nell’ora in cui il mondo con orrore assiste ad altre stragi.

Mauthausen 114119




   
 

INDICE

  • Presentazione di Piero Caleffi pag. 2
  • «Ci trasformeremo in bruti» » 3
  • «Un mondo fuori dal mondo» » 5
  • Il diario di Gusen » 11
  • «Ovunque andrai ritornerai» » 15
  • Dare la propria vita per i propri amici » 19
  • Il libro di Alfred Kantor » 21
  • La civiltà della resistenza » 23
  • «La quarantena» » 25
  • «E ricorda. Quest’ordine ti lascio» » 27
  • Una testimonianza «Plus jamais ça» » 28


NOTE


1. «Un Mondo fuori dal mondo», indagine fra gli ex deportati nei campi di sterminio nazisti - Edizione La Nuova Italia. Firenze. Prefazione di Piero Caleffi.

2. A proposito del Kommando di Gusen, Vincenzo Pappalettera nel suo libro «Tu passerai per il camino» ci dà queste notizie: «A quel Kommando destinarono oltre 50.000 deportati; alcuni spagnoli affermano che 1.000 circa sono sopravvissuti …»


Edizione a stampa 1973