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In ricordo di Vittoria Nenni



Il 𝟭𝟱 𝗹𝘂𝗴𝗹𝗶𝗼 𝟭𝟵𝟰𝟯 moriva ad Auschwitz 𝗩𝗶𝘁𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗡𝗲𝗻𝗻𝗶, la più piccola delle tre figlie di Pietro Nenni e Carmen Emiliani. Sulla sua breve ma intensa esistenza ha gettato piena luce un interessante studio di Antonio Tedesco di pochi anni fa (𝘈𝘯𝘵𝘰𝘯𝘪𝘰 𝘛𝘦𝘥𝘦𝘴𝘤𝘰 «𝘝𝘪𝘷𝘢̀. 𝘓𝘢 𝘧𝘪𝘨𝘭𝘪𝘢 𝘥𝘪 𝘗𝘪𝘦𝘵𝘳𝘰 𝘕𝘦𝘯𝘯𝘪 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘙𝘦𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘢𝘥 𝘈𝘶𝘴𝘤𝘩𝘸𝘪𝘵𝘻» 𝘤𝘰𝘯 𝘱𝘳𝘦𝘧𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘕𝘪𝘤𝘰𝘭𝘢 𝘛𝘶𝘳𝘤𝘰, 𝘍𝘰𝘯𝘥𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘕𝘦𝘯𝘯𝘪, 𝘉𝘪𝘣𝘭𝘪𝘰𝘵𝘩𝘦𝘬𝘢, 𝘙𝘰𝘮𝘢, 𝘐𝘐 𝘦𝘥𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦, 2016)

Nata ad Ancona il 31 luglio 1915, mentre il padre era al fronte impegnato a conquistare Gorizia, Vittoria detta Vivà è una figura di resistente antifascista di straordinario coraggio.
La mancata nomina a caporale del padre, dovuta ai suoi precedenti politici, e il peggiorare delle sue condizioni di salute a seguito di un incidente in guerra, rendono ancora più difficili le condizioni di vita della sua famiglia, che intanto si era trasferita in Romagna. Due anni dopo, con l’incarico del padre a direttore del «Giornale del Mattino» di Bologna fanno crescere la piccola Vittoria in condizioni di relativo benessere; ma il quotidiano chiude nell’estate del 1919 e la famiglia Nenni si trasferisce a Milano dove Pietro diventa corrispondente de «Il Secolo», l’anno dopo, avvicinatosi al Partito socialista sarà corrispondente dell’«Avanti!» da Parigi nel 1921, tornando a Milano l’anno dopo con l’incarico di Redattore capo del quotidiano socialista. Cresciuta senza pensieri, in un’epoca oggettivamente difficile, la piccola Vittoria studia prima alla scuola femminile Morosini, distinguendosi per la qualità dei suoi voti. Alla fine del 1925, costretto a dimettersi dalla direzione dell’«Avanti!», incarico che aveva avuto l’anno prima, e nel 1926 costretto in carcere per aver contestato con un suo scritto l’assassinio di Matteotti, suo padre entrerà sempre più in antipatia al regime fascista che intanto si era affermato e si stava consolidando. Il 6 novembre 1926 la casa milanese della famiglia Nenni è fatta oggetto di violenze da parte di una squadraccia fascista: Vittoria è sconvolta e a Pietro non resta che la via dell’esilio.

Dopo la rocambolesca fuga all’estero del marito, sua madre Carmen tenta più volte di fare espatriare anche il resto della famiglia in modo legale ma senza successo. Alla fine, attraverso un normale viaggio in treno riescono a eludere i controlli della polizia e i Nenni si riuniscono finalmente a Parigi. Vittoria è felice ma non ha più i suoi compagni di scuola. Impara il francese dalla figlia di Francesco Nitti, ma la vita i primi tempi non è semplice. La madre riprende a lavorare come sarta e coi soldi che guadagna aiuta la famiglia a tirare avanti. Pietro accetta inizialmente di fare il correttore di bozze de «Le Quotidien» mentre aiuta il Partito socialista, bandito dal regime, a ricostituirsi all’estero e lavora all’unità delle forze antifasciste, diventando in poco tempo un riferimento dell’antifascismo italiano in Francia, al punto che il 17 agosto 1934 firma con Luigi Longo il patto di unità d’azione coi comunisti.

A quasi vent’anni Vittoria contribuisce con qualche lavoretto al bilancio familiare, capisce ed apprezza l’impegno politico del padre e fa alcune traduzioni per l’«Almanacco socialista», partecipando ad alcune manifestazioni assieme alle sorelle e iscrivendosi assieme alla madre al gruppo antifascista femminile socialista “Anna Kuliscioff” e andando alle riunioni della giovanile del Psi. Ancora però la politica è solo un passatempo interessante.

L’incontro che le cambia la vita è con Henri Leon Marcel Daubeuf per il quale ha un colpo di fulmine. Con lui andrà in vacanza in Costa Azzurra dove conoscerà molti scrittori fuggiti dalla Germania nazista, come Thomas Mann. Ma la realtà drammatica preme ai confini della Francia: il 4 agosto 1936 Pietro Nenni parte per la Spagna per combattere la guerra civile inviando le sue corrispondenze all’«Avanti!», e parlando alla radio. Il 9 giugno 1937 vengono assassinati dai fascisti francesi Carlo e Nello Rosselli: Vittoria è scossa.

Sposato il suo amato Henri poco prima dell’inizio della guerra, nel 1939 si trasferisce con lui a Nancy e affronta i rischi delle sue scelte. Di fronte all’invasione hitleriana della Cecoslovacchia e alla firma a Berlino del patto d’acciaio tra Italia e Germania e all’invasione tedesca della Polonia, l’occupazione dell’Olanda e poi del Belgio, Vittoria vive nel terrore anche perché Henri è stato costretto a partire per il fronte. Parigi il 14 giugno del 1940 è occupata dai nazisti. In breve tempo vengono rastrellati non solo gli ebrei ma anche glia antifascisti, in tanti vengono deportati nei campi di concentramento tedeschi. Suo padre che era stato costretto a trasferirsi al Sud della Francia, si trasferisce a Saint Flour e vive con la moglie del poco aiuto che riescono a racimolare i compagni.

Nel 1941 Vittoria decide di entrare nella Resistenza. Di giorno con la sua tipografia stampa materiale non compromettente e di notte opuscoli, riviste e giornali contro l’invasore, utilizzando i corrieri insospettabili per distribuirli. Henri è molto restio a partecipare con i comunisti a questa attività sovversiva. Ma Vittoria ormai fa parte del Movimento delle donne resistenti e commenta con determinazione per iscritto ogni arresto ogni azione bellica portati avanti dai nazisti. Pubblica insieme alle altre compagne una rivista clandestina, l’«Université libre». Le tipografie sono controllate da poliziotti travestiti da portalettere o da ispettori della società elettrica. Le donne della Resistenza intensificano il loro lavoro politico e l’organizzazione può contare su numerosi laboratori di stampa clandestini. La polizia all’inizio non si accorge dell’attivismo di Vittoria. Sessantotto attentati contro i tedeschi vengono portati a termine dall’organizzazione clandestina nella seconda metà del 1941.

Il 17 luglio 1941 vengono arrestati trentasette stampatori e compositori, la polizia interroga violentemente i fermati e ottiene altri nomi. Lo stesso giorno irrompono nella casa di Vittoria e di suo marito e li arrestano entrambe. Nella sua tipografia vengono rinvenute le prove dell’attività cospirativa che in parte erano state distrutte dai suoi collaboratori. Interrogata e indiziata di avere svolto un’intensa attività di propaganda antinazista e antinazionale, Vittoria difende il marito fino alla fine e affronta con dignità e fermezza la durezza del carcere. Ma il 27 luglio 1942, su ordine della Gestapo, le donne resistenti sono schedate. Il 10 agosto 1942 vengono trasferite da la Santé al carcere di Romanville ma la situazione precipita quando nel novembre 1942 i tedeschi occupano la Fracia di Vichy.

Il 24 gennaio 1943 viene portata con le altre detenute resistenti su un treno piombato, che arriva tre giorni dopo ad Auschwitz, dove sarà assegnata ai lavori forzati e dove morirà pochi mesi dopo.

𝘔𝘢𝘳𝘤𝘰 𝘡𝘢𝘯𝘪𝘦𝘳


In ricordo di Angelo Del Boca




Rinnovati i vertici della F.I.A.P. 
Luca Aniasi è il nuovo Presidente