IL
"SOLDATO BUONO" DI S. ANNA DI STAZZEMA
Il nipote del milite appartenente alle Ss incontrerà
un superstite del massacro avvenuto nel 1944
Enio
Mancini, 71 anni, superstite della strage di Sant’Anna
del 12 agosto 1944 (560 vittime civili tra cui molti bambini),
aveva raccontato al Corriere della Sera, nel marzo del 2003,
l’episodio che lo aveva visto protagonista assieme a
un uomo delle SS naziste. Mancini aveva detto: «Ha salvato
la mia vita e quella della mia famiglia. Vorrei tanto incontrarlo
di nuovo, magari sapere chi è. È stato un eroe».
Mancini, già direttore del Museo storico della Resistenza,
non incontrerà mai il suo salvatore, deceduto nel 1990,
ma, 66 anni dopo l’eccidio, ha potuto riabbracciare
il nipote di quel soldato che rischiò la vita per non
macchiarsi di crimini orrendi.
Il nipote di Peter Bonzelet, il soldato buono di Sant’Anna
di Stazzema, si chiama Jochen Kirwel, ha 27 anni ed è
uno studente di teologia. È stato lui stesso a telefonare
e poi ha inviato una lettera a Mancini. «L’uomo
che l’ha salvata era mio nonno materno», ha raccontato
Kirwel. «Si chiamava Peter Bonzelet ed è morto
nell’ottobre del 1990. Ho saputo di questa storia incredibile
solo sei mesi fa e ho fatto alcune ricerche. Poi, quando ho
letto il suo racconto, ho capito tutto». L’incontro
tra i due ha provocato grande commozione a Sant’Anna
di Stazzema e pure a Magonza, la città natale del soldato
buono e di suo nipote. Jochen ed Enio si sono incontrati il
26 marzo a Roma, nella sede del Goethe Institute.
Il 12 agosto del 1944, il giorno dell’eccidio, Enio
Mancini era un bambino di sette anni e viveva con la famiglia:
il padre minatore, la madre casalinga, nonna paterna e un
fratello più grande. Furono tutti catturati dai tedeschi
e il soldato Peter Bonzelet ebbe l’ordine di ucciderli
e poi bruciarli con il lanciafiamme insieme agli altri abitanti
del paese. «Quel soldato aspettò che gli ufficiali
se ne andassero», racconta Mancini. «Io e mio
fratello piangevamo terrorizzati. Ci guardò e con l'indice
della mano destra sul naso ci disse di stare zitti. Poi ci
indicò una via di fuga. Iniziammo a correre increduli,
poi dietro di noi sentimmo una raffica di mitra. Strinsi la
mano a mia madre, credevo di essere già morto. Mi voltai
e vidi quel tedesco sparare in aria, ingannava i suoi commilitoni,
faceva finta di ucciderci. Mi sembrò che sorridesse».
Tra tanti orrori, finalmente una storia di grande umanità.
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