Ricostruito il sabotaggio del ponte ferroviario sulla Dora Baltea

Partigiano D’Artagnan il ragazzo che sognava di volare

Un gruppo di 13 uomini, con in testa Mario Pelizzari e Amos Messori, fece saltare in aria ad Ivrea un importante via di collegamento per l’esercito tedesco

Per le Edizioni ArchiMpiazza, è stato pubblicata un’altra interessante testimonianza (“Il ragazzo che sognava di volare”, dalle memorie del partigiano “D’Artagnan” Amos Messori). Il libro ricostruisce le vicende legate alla distruzione del ponte ferroviario di Ivrea. L’autrice è Simonetta Valenti, torinese, da sempre appassionata di storia della Resistenza. Nel 2004, insieme al gruppo Plastico 808, ha ideato e interpretato Oltre il ponte, spettacolo teatrale sulla Resistenza nel Canavese.
IL PONTE SULLA BALTEA L’episodio è noto. La notte del 23 dicembre 1944, a Ivrea, i partigiani della VII Divisione Giustizia e Libertà compiono un eccezionale atto di sabotaggio: la distruzione del ponte ferroviario sulla Dora Baltea. Sul ponte transitano i treni che trasportano materiale bellico proveniente dalla Cogne di Aosta e diretto in Germania. Gli Alleati da tempo progettano di distruggerlo con un bombardamento aereo, che metterebbe però a rischio l'intero centro cittadino. I partigiani della VII propongono in alternativa un'azione di sabotaggio che viene eseguita da 13 partigiani, 11 dei quali rimangono di guardia. Sul ponte ci sono Mario Pelizzari (Alimiro) e Amos Messori (D`Artagnan): due ore di lavoro, al buio e in silenzio, a un passo dalla sede del comando tedesco e dalle sentinelle. Piero Calamandrei lo definirà “un esempio di ingegneria partigiana”.
Ecco come l’autrice racconta l’episodio.
.IL SABOTAGGIO DEL PONTE
“( ... ) A un tratto si udì un rombo scoppiettante e il centro del ponte si sollevò in aria come un'onda che s'infrange ed egli sentì il risucchio dell'esplosione investirlo e si buttò a faccia avanti nella cunetta pietrosa
premendosi forte le mani sulla testa.
Teneva la faccia schiacciata contro i ciottoli quando il ponte ricadde e l'odore sulfureo familiare dell'esplosione lo avvolse in un fumo acre e poi cominciarono a piovere schegge d'acciaio ( ... )”.
(Ernest Hemingway, Per chi suona la campana)
A Ivrea, da piazza Lamarmora scende verso il basso una stradina, un tempo denominata vicolo San Grato. Il 25 aprile 1987, alla presenza del capitano Patrick Amoore (Pat, per tutti) della Special Force inglese e del capitano Eugenio Bonvicini (Carmagnola) della Missione Alleata americana, il vicoletto viene intitolato a Mario Pelizzari.
Sarà lo stesso Bonvicini, in quella occasione, a raccontare le lunghe trattative tra Alimiro e la Missione, che riteneva il progetto di Pelizzari impossibile a realizzarsi. I treni che attraversavano il ponte carichi di forniture belliche in acciaio speciale, provenienti dalla miniera e dalle fonderie di Cogne, fanno del ponte sulla ferrovia a Ivrea un obiettivo di grande importanza strategica.
Gli inglesi proponevano di bombardare il ponte (e pertanto la città) o di impegnare una formazione di partigiani delle brigate Cattaneo e Garibaldi che avrebbero allontanato i nazifascisti dal ponte per riuscire a minarlo. Ambedue le ipotesi, secondo Alimiro, erano assolutamente da scartare, in quanto avrebbero causato sicure perdite anche tra i civili: un prezzo che Pelizzari considerò sempre troppo alto.
Una lapide in bronzo ricorda: “24 dicembre 1944. Alimiro e i suoi compagni percorsero questa strada per raggiungere la ferrovia e farne saltare il ponte per la salvezza della città".
All'inizio del mese di dicembre del 1944 il tratto di ferrovia tra Ivrea e Aosta funziona perfettamente. I treni raggiungono Aosta, caricano interi vagoni con l'acciaio prodotto dalla Cogne e si dirigono in Germania. L'inge-gner Borio, commissario prefettizio, fa affiggere un manifesto in cui comunica alla città che finalmente la linea Ivrea-Aosta è in grado di funzionare e che la mattina del 24 dicembre avrà luogo la prima scorsa inaugurale.
La Missione alleata sta da tempo valutando la possibilità di bombardare i ponti, sorvegliatissimi; è a loro, agli Alleati, che Alimiro la sera del 20 dicembre illustra il proprio progetto e richiede il materiale necessario a met-terlo in atto. Nessuno di loro crede realizzabile quanto Alimiro ha in mente di fare. Bonvicini esegue con lui un sopralluogo ed esamina con attenzione il suo piano, ma anch'egli lo ritiene impossibile. Lo sottopone comunque al maggiore MacDonald, comandante della Cherokee e questi non fa che confermare il suo giudizio. Ma Alimiro insiste e a un certo punto MacDonald si rivolge a Bonvicini: “Carmagnola, è lei il responsabile per i sabotaggi, cosa decide”? Carmagnola a quel punto acconsente.
“Ricordo bene - dichiarerà in seguito MacDonald - che Mario Pelizzari venne al mio quartier generale a Zimone per salutarmi e per mostrarmi le cariche che erano state preparate per la demolizione del Ponte ferroviario (…).
Data la presenza di sentinelle che sorvegliavano i due estremi del ponte e il fatto che il ponte stesso era completamente visibile da Villa Demaria, la missione era così rischiosa che a nessuno si sarebbe potuto ordinare di realizzarla. Ma Alimiro desiderava ardentemente compierla e non avrebbe potuto scegliere un obiettivo migliore in tutta la zona (...) Inoltre era stato comunicato che questo obiettivo era considerato così importante che vi era la possibilità di programmare un bombardamento aereo se non fosse stato messo fuori uso in altri modi ( ... )
Le numerose vittime civili che un raid aereo avrebbe inevitabilmente causato in Ivrea erano tra i principali fattori che rafforzavano la determinazione di Alimiro a tentare un attacco. Gli strinsi la mano e gli augurai buona fortuna. Mentre si voltava per andarsene si fermò e disse ( ... ) 'se non dovessi farcela stavolta, non sono certo di poter tentare di nuovo!' Ma la cosa funzionò”.

Anche Bonvicini, nell'aprile del 1987, trascrive il ricordo di quella impresa.
“Nel dicembre 1944 il comando alleato ci chiese se avevamo la possibilità di distruggere con un sabotaggio il ponte ferroviario d'Ivrea; diversamente sarebbe stato bombardato dall'aviazione alleata, giacché bisognava impedire il trasferimento, possibile solo in ferrovia, di siluri, cannoni e altro materiale in acciaio e soprattutto delle componenti dei missili V2 che allora si riteneva fossero fabbricate nelle acciaierie di Cogne. Per ordine del maggiore MacDonald eseguii un sopraluogo ad Ivrea con Alimiro, prendendo disegni e fotografie del ponte ed Alimiro mi prospettò il suo piano di sabotaggio che io ritenni pressoché impossibile, data la presenza di sentinelle, la vicinanza del comando tedesco, l'albergo Dora occupato dal nemico. In alternativa studiai un piano che prevedeva una molto problematica occupazione temporanea della zona del ponte da parte di un reparto partigiano composto da GL e Garibaldini, di 100/120 uomini che io avrei comandato. Si trattava di catturare un treno nei pressi di Candia e con questo entrare a Ivrea, dove Alimiro e i suoi uomini avrebbero dovuto neutralizzare le forze nemiche disposte nella stazione.
Con i partigiani si sarebbe dovuto formare una linea di difesa nei pressi del ponte, mentre con Alimiro avrei dovuto minare una locomotiva e farla deragliare e saltare in mezzo al ponte. Dopo l'azione il reparto partigiano, con combattimenti nel cuore della città, di giorno, in mezzo alla popolazione civile, avrebbe dovuto aprirsi un varco per raggiungere la Serra.
L'operazione era legata all'elemento sorpresa, ma si dovevano prevedere molte perdite ed il pericolo di coinvolgimento della popolazione civile. Inoltre non vi era la certezza della distruzione totale del ponte, che, se restava solo danneggiato e facilmente riparabile, avrebbe comportato ancora dopo poco il bombardamento aereo.
Questa però era l’unica alternativa possibile al bombardamento, giacché si palesava non attuabile il sabotaggio diretto del ponte. Alimiro insistette con me per effettuare il suo piano ed allora decisi di sottoporre entrambi i piani al maggiore MacDonald a Zimone (...) Alimiro, in piemontese, mi sollecitò ad aderire al suo piano. Acconsentii. Il maggiore mi vietò di prendere parte all'azione di sabotaggio”.
Il ricordo di Amos di quell'impresa è sorprendente: “Alimiro e io ci siamo fatti una passeggiata sul ponte, cercando di imprimerci in mente quanti più particolari possibile. Poi io sono andato in una cartoleria e ho comprato una cartolina di Ivrea che riportava una foto del ponte e Alimiro è partito proprio da quella cartolina per disegnare lo schizzo. Cercando di riportare le misure così, a occhio e croce. E una volta fatto lo schizzo abbiamo lavorato su quello.
Pettirosso, Nuccio (Oscar Ganio) e Sparito sono andati, tra il 18 e il 20 dicembre, in bicicletta a caricare i sacchi di plastico presso la Missione inglese, in un magazzino presso il lago di Bertignano nel Biellese. Il plastico l'abbiamo trasportato fino alla nostra casa del lago San Michele e lì abbiamo preparato insieme a Carmagnola i blocchi e tutti i pezzetti di filo detonante. Cercavamo di modellarli come si poteva, ma dovevano essere ben fatti perché poi dovevamo infilarli nei tralicci e nelle putrelle del ponte.
Il nostro scopo era eliminare al massimo il lavoro da fare sul posto, arrivare lì con tutto pronto e sapendo anche cosa avremmo dovuto fare, e in che sequenza, perché non ci saremmo potuti scambiare neanche una parola. Al massimo un gesto, ma neanche, perché naturalmente ci sarebbe stato il buio pesto della notte.
E poi c'era il rischio di farci scappare un pezzo di mano e farlo finire in Dora”.
Il lavoro di preparazione e messa in atto compiuto da Alimiro e D'Artagnan, con l'aiuto di Carmagnola ha, data la assoluta mancanza di mezzi adeguati, del miracoloso.
La lavorazione del plastico produce delle esalazioni velenose che, inalate e assorbite tramite i pori della pelle, provocano terribili emicranie che costringono, almeno ogni tre o quattro ore, a interrompere la lavorazione e a uscire all'aria aperta. Né più né meno di un'intossicazione, insomma. In secondo luogo, il calcolo del numero e delle dimensioni precise di ciascun ordigno è di fondamentale importanza, così come la lunghezza di ciascun pezzo di filo detonante e la scelta dei punti nevralgici sul ponte dove disporre le bombe.
Le ‘bombe’ stesse, poi, vengono realizzate in modo del tutto artigianale. E sul tavolo del ‘progettista’, se proviamo a immaginarcelo un attimo prima che Alimiro prenda posto per iniziare il lavoro, ci sono soltanto fogli di carta, matite e una cartolina. Non sbaglia Piero Calamandrei, nel suo “Uomini e città della Resistenza” a definire l'episodio “un eroismo di ingegneria partigiana, un capolavoro di calcolato eroismo”.
“All'inizio l'accordo con la Missione alleata era di agire nella notte di Natale, ma per l'ennesimo scrupolo di sicurezza abbiamo anticipato tutto alla notte del 23. A sapere cosa stavamo per fare eravamo pochi, come al solito: io, Noto, a cui viene affidato il comando e Balla. Come sempre Alimiro era molto prudente e non gli piaceva esporre i suo uomini al rischio.
Io volli tener fuori Remo Maffei (Carlo), perché era il solo di noi a essere sposato e già padre di una bimba. Così sono andato a casa sua a Quagliuzzo quel pomeriggio per parlargli".
La figlia di Maffei, Carla, la bimba di cui racconta Amos, in un tema svolto nel 1955 mentre frequenta la seconda classe commerciale racconterà proprio quell'episodio: “( ... ) Nel 1944 abitavo in un paesino nelle vicinanze di Ivrea, a Quagliuzzo. Mio padre dipendente della Olivetti aveva lasciato il lavoro da molto tempo, perché sospetto di attività clandestina. Esso alternava la sua vita di formazione in montagna con qualche breve soggiorno a casa (...). Un tardo pomeriggio del 23 dicembre 1944 giunse a casa un nostro conoscente, pure partigiano e amico di famiglia, chiedendo a mia madre notizie di mio padre e di un altro suo amico. La mamma per mezzo di una persona di fiducia li mandò a chiamare. Appena furono assieme si scambiarono poche parole sotto voce, poi mio padre ed il suo amico si diressero nella camera da letto per indossare abiti logori e scarponi (...). La mamma volle informarsi del perché e loro per rassicurarla le dissero che sarebbero andati alla Missione inglese a prendere dei materiali (...). Il compagno del mio papà, che io chiamavo fidanzato ed era il ben conosciuto D'Artagnan pregò mio padre con queste parole: ‘senti Carlo, sai dove andiamo, forse è l'ultima volta... io sono da sposare, sono giovane, ma tu hai una bimba, una moglie... resta! Se muoio piangerà mia madre, se muori tu lascerai più dolore’. Mio padre si sentì offeso nel suo orgoglio e rispose con parole dure al suo amico (…) E nella notte uscirono (...)”.
Le possibilità di riuscita sono davvero pochissime e di questo sono ben consci Alimiro, Amos e Noto, ma Maffei è irremovibile. Unica “concessione” quella di far parte del gruppo di cinque che vigilerà l'ingresso alla galleria per tutta la durata del lavoro sul ponte. Dopo aver assegnato a ognuno il proprio compito il gruppo parte da Canton Gabriel, vicino al largo Sirio.
“La città era piena di posti di blocco. Per le strade circolavano guardie civili e sul marciapiede che si affaccia sul ponte stesso c'erano turni di sentinelle.
Alla caserma Valcalcino, a fianco del ponte vigilava la sentinella della X Mas. Allora i fascisti obbligavano tutte le sere un civile a stare di sentinella con loro. Quella sera c'era un certo Bruno Ferrero.
Per evitare tutti i blocchi siamo arrivati attraversando vicoli e sentieri fino in piazza Lamarmora. Poi abbiamo disposto gli uomini armati di mitra e di bombe a mano nei punti nevralgici e in quelli di accesso”.
Cinque uomini si dispongono all'imbocco della galleria dalla parte del paese di Montalto Dora: sono Gino Barbieri (Gim), Franc, Carlo, Lapis e Armando Stratta (Oreste). Sotto il cavalcavia stradale, vicino a Villa Demaria, la sede del comando tedesco, rimangono Nuccio e Pettirosso. Sparito e Fulmine vigilano sulla ferrovia dove passeggia, ignara di tutto, la sentinella della X Mas della Valcalcino.

“... Li chiamavamo i ‘maron’ perché erano quasi tutti Marò, cioè venivano dal battaglione San Marco...”.
Aldo Balla, da solo, si piazza sulla ferrovia con il suo fucile a pallettoni da cacciatore.
“Noi avevamo soltanto sten e bombe a mano. Alimiro aveva detto a Noto che, nel caso fossimo stati scoperti, quelli a terra avrebbero dovuto resistere più a lungo possibile, per permettere a noi due di finire il lavoro.
Noto spiega ai suoi cosa fare nel malaugurato caso che venissimo scoperti. Dice: ‘Loro non sanno quanti siamo e probabilmente pensano che ci siano solo Alimiro e D'Artagnan. Dobbiamo sdraiarci pancia a terra, in silenzio e senza muovere un dito. Loro sono costretti ad avanzare e quando sono vicini allora ci tiriamo su e spariamo. Vendiamo cara la pelle e se ci va bene riusciamo a scappare, prendere il sentiero che dal Lungo Dora ci porta fino a Banchetta e salvarci’.
Alimiro e io, da soli, disarmati e vestiti con delle tute scure ci arrampichiamo sul ponte. Alimiro poi sale sui tralicci esterni di una fiancata mentre io, nel silenzio più assoluto, gli passo uno ad uno i pezzi già preparati. Appena piazzata la prima bomba la ronda passa sul marciapiede del ponte. Sono le tre. Restiamo alcuni attimi immobili, io sdraiato sulle rotaie e Alimiro praticamente appeso al traliccio. Poi ci sembra di vedere la ronda andare verso la stazione. Allora Alimiro scende sul traliccio sotto e ricominciamo con la seconda bomba.
Ogni volta che finivi di piazzare una bomba, la dovevi collegare a quella di prima. Bisogna che al momento dello scoppio tutti i fili siano collegati in cerchio, l'uno con l'altro. A volte erano due pezzi di filo vicini, altre uno era sopra l'altro. E così abbiamo proseguito finendo su una fiancata. Poi siamo passati sull'altra, diciamo quella che guarda verso piazza Ferruccio Na-zionale.
A un certo punto però abbiamo visto una luce forte che veniva dal ponte e abbiamo cercato di non farci illuminare. Era una guardia che stava spaccando della legna e non ci ha visto. Solo in quel momento ci siamo resi conto che faceva un freddo terribile mentre prima, per la concentrazione, non ce ne eravamo neanche accorti. Quando abbiamo finito di lavorare sulla fiancata, ci è rimasta la parte centrale del ponte. Abbiamo piazzato due matite predisposte allo scoppio a mezz'ora una dall'altra e a quel punto il lavoro era finito.
Erano le quattro, mancava un'ora al passaggio del primo treno per Aosta. Ci siamo ritrovati con gli altri sotto Villa Demaria. Lì c’era un cane che in genere abbaiava sempre, anche se passava una mosca. Ma quella notte, chissà come mai, rimase silenzioso. Così siamo tornati a Casa Lapis. A piedi erano più o meno quattro chilometri. Abbiamo fatto la stessa strada dell'andata e ci è andata bene di nuovo perché non abbiamo incontrato nessuno. Alimiro è salito al Redentore e abbiamo cominciato ad aspettare lo scoppio. Dopo mezz'ora, niente. Dopo altri dieci minuti, niente. Cominciavamo ad agitarci, pensavamo di aver messo male le matite, di non aver fatto bene il lavoro. Da lì a poco sarebbe passato il primo treno e sarebbe stata una tragedia. All’improvviso abbiamo visto un lampo lumino-sissimo e poi sentito un botto assordante e lì abbiamo capito che ce l'avevamo fatta”.
Con il ponte inutilizzabile tutto il materiale bellico rimane bloccato ad Aosta per almeno cinquanta giorni e, soprattutto, la città di Ivrea è salva.
“Certo, qualche danno non voluto l'abbiamo procurato. All'Hotel Dora, per esempio, ed era già la seconda volta! E anche al negozietto del fotografo vicino all'albergo”.
Un grosso foro, provocato da, una scheggia dell'esplosione e ancora oggi visibile su uno dei pali di ferro in Lungo Dora, testimonia che il sogno di Alimiro e dei suoi divenne realtà.
MacDonald segnalò con un messaggio radio alla base l'atto di sabotaggio, definendolo “il più eroico compiuto in Italia (...) il punto di arrivo di un lungo cammino dai giorni dei nostri primi incontri con i partigiani, quando ci domandavamo se le loro imprese potevano uguagliare l'autentico coraggio che li animava”.
Già allora la Missione americana, nella persona del capitano Bell, propose il conferimento di una medaglia d’oro ad Alimiro e una d’argento a Messori.