Continua il mistero sugli ultimi giorni del fondatore e capo del nazismo

Il cranio di Hitler?
E' di una donna


L’esame del Dna del reperto conservato a Mosca e attribuito al fuhrer non smentisce completamente, comunque, la ricostruzione storica che egli si sia suicidato in un bunker a Berlino assieme a Eva Braun.

Continuano le ipotesi e le congetture sugli ultimi giorni di Hitler, sulla sua morte, sui misteri che finora hanno circondato il tragico episodio al punto da far pensare che il fondatore del nazismo potrebbe anche non essersi suicidato nel bunker berlinese, ma – dopo una fuga rocambolesca – aver raggiunto l’Argentina dove avrebbe trovato coperture tali da garantirgli un nascondiglio sicuro. Ipotesi – anche questa - già avanzata da alcuni studiosi e storici, ma che oggi non trova né una conferma né una smentita dopo i risultati dell’esame del Dna effettuati sul cranio di Hitler.
Come è noto, il 26 aprile 1945, in una Berlino già in macerie e accerchiata dall'Armata Rossa, con un cielo carico di nuvole che riduce la visibilità, in un viale pieno di buche e calcinacci a due passi dalla porta di Brandeburgo, dalla Cancelleria, e dal bunker (otto metri sotto) dove Adolf Hitler passa i suoi ultimi giorni da dittatore, atterra un piccolo aereo. A bordo c’è l'aviatrice nazista Hanna Reitsch che rischia la vita per trarre in salvo il “suo” führer. E qui cominciano gli interrogativi cui nessuno ha finora dato risposte certe.
Hitler è con lei quando il 28 aprile la donna riesce a decollare dallo stesso viale? Stando a quanto Hanna affermerà fino alla morte, avvenuta nel 1979, egli è rimasto nel bunker dove si suiciderà due giorni dopo con una fiala di cianuro e un colpo di pistola, insieme ad Eva Braun.
Una risposta scientificamente attendibile a questo mistero avrebbe potuto venire dal test del Dna sul suo cranio conservato a Mosca, con tanto di foro da proiettile, ma, come vedremo, il mistero, anziché disvelarsi, s’infittisce. Finora si è detto e scritto di tutto: dalla fuga del führer in Argentina a bordo di un sommergibile giapponese al nascondiglio nella mitica “base” nazista in Antartide (di cui non è stata mai dimostrata l'esistenza).
Il segreto svelato dalla genetica moderna è - scrive il “Corriere della Sera” - clamoroso: il cranio conservato a Mosca “non è” di Hitler, appartiene ad una donna, presumibilmente fra i 20 e 40 anni. E’ di Eva Braun, che al momento della morte di anni ne aveva 33? No: tutte le testimonianze storiche, infatti, depongono per il suo suicidio nel bunker con una fiala di cianuro e non con un colpo di pistola alla testa.
“L'inattesa svolta, come detto, viene dai test del Dna effettuati sul cranio del dittatore, i primi esami scientifici di cui si sia a conoscenza sui suoi resti. Li ha realizzati la biologa molecolare Linda Strausbaugh dell'Università del Connecticut, insieme agli esperti dell'istituto forense di New York. Equipe che ha anche analizzato campioni di frammenti di stoffa intrisi di sangue del sofà dove il führer si sarebbe suicidato (anche questi conservati a Mosca) arrivando alla conclusione che si tratta del sangue di un uomo. Quello di Hitler? Non esiste materiale biologico “certamente” suo con cui confrontare questi risultati e i pronipoti del fratellastro del dittatore, che vivono negli Stati Uniti, si sono rifiutati di collaborare.
Artefice della spedizione, finanziata da History Channel e da KIP Production (il documentario a Caccia di misteri, la fuga di Hitter, è andato in onda in Italia su Sky di recente) è Nick Ballantoni, archeologo dell'università del Connecticut. Non è stato convincere facilmente le autorità russe ad aprire l'archivio di Stato di Mosca, ma l'esperto, alla fine, ha avuto un'ora di tempo per visionare la documentazione, il cranio e frammenti della stoffa del divano su cui (si dice) si suicidò Hítler: con i suoi collaboratori ha prelevato campioni analizzati poi in America.
Il corpo del dittatore nazista, stando a quanto si sa finora, venne bruciato insieme a quello della moglie, ma la combustione fu incompleta perché i fedelissimi, dopo aver appiccato il fuoco ai corpi, furono costretti a scappare per l’incalzare dell'avanzata sovietica e ne seppellirono i resti semi-carbonizzati nel giardino accanto al bunker”.
Su un osso bruciacchiato, conservato per tanti anni a temperatura ambiente, si possono fare analisi genetiche attendibili? “Assolutamente sì - risponde Giuseppe Novelli, docente di genetica umana all'università Tor Vergata di Roma - ormai disponiamo di tecniche di estrazione del Dna sofisticate. E Linda Strausbaugh è un scienziata nota”.
Si favoleggia di una galleria sotterranea e c'è la storia del sosia di Hitler ucciso dai servizi segreti tedeschi il 30 aprile.
L'ipotesi della fuga non è impossibile. “Eh no - afferma Lutz Klinkhammer, dell’Istituto storico germanico di Roma del quale dirige la sezione di storia contemporanea -; sarebbe come buttare al vento tutte le testimonianze raccolte negli anni successivi, dagli interrogatori dei testimoni oculari e dai racconti spontanei. Anche se nessuno ha visto Hitler togliersi la vita e nessuno ha fotografato il suo cadavere dopo il decesso. Quando fu fatta l'autopsia, l'8 maggio (il ritrovamento dei corpi è di qualche giorno prima), i sovietici affermarono di aver identificato con certezza il corpo di Hitler grazie ad un pezzo di mandibola rimasto integro con i denti d'oro. Questo “reperto” è a Mosca, nell'archivio della polizia segreta, e non è stato mai esposto al pubblico (ne esistono solo fotografie)”.
Ma perché la mandibola potrebbe essere la prova di certezza? “L'assistente del dentista e l'odontotecnico che curavano Hitler erano stati fatti prigionieri dai russi (mentre il dentista era stato catturato dagli americani) - precisa ancora Klinkhammer - ; furono costretti ad esibire la cartella clinica e l'ultima lastra della bocca del dittatore. Da qui l'identificazione, secondo la loro versione”.
Versione che per Mosca resta inalterata da allora e non sembra scalfita nemmeno dai clamorosi risultati del test del Dna sul cranio: “E assolutamente autentico” ha affermato Vasili Khrìstoforov, uno dei dirigenti degli archivi della polizia segreta, la Fsb, il federal security service (l'ex Kgb).
Ma a parte le prove, e i reperti, esili, forse inconsistenti, resta, come detto, un grande lavoro di raccolta di testimonianze fatto dagli storici. “Uno dei più importanti è l'indagine condotta nel 1945 dallo storico inglese Hugh Trevor-Roper, all'epoca agente dell’intelligence britannica, che diventerà poi un libro famoso, Gli ultimi giorni di Hitler (Rizzoli editore), e si esprime tutta a favore della morte nel bunker” ricorda Gustavo Corni, professore dì Storia contemporanea all'Università di Trento, a sua volta autore di “Hitler” per li Mulino.
L'Fbi aveva chiuso ufficialmente il caso nel 1956, ma quest'ultima scoperta americana potrebbe riaprire i giochi e rendere è più appassionante la caccia alla verità su un momento storico e un personaggio che hanno sconvolto il secolo scorso. Anche se le probabilità di far luce piena sull’intera vicenda restano minime.