Storia di un carabiniere che rifiutò di fucilare 8 antifascisti

Storia di un eroico milite che si rifiutò di fucilare 8 antifascisti
di Mario Aniasi

L’apporto dei carabinieri alla guerra di Liberazione è ricco di numerosi episodi di eroismo, molti dei quali sono poco conosciuti.
Alla caduta del fascismo, il 25 luglio del 1943, le forze comandate al mantenimento dell’ordine pubblico (carabinieri e agenti di polizia) ricevettero dal generale Badoglio la disposizione di rimanere al loro posto e di svolgere rigidamente i loro compiti istituzionali: in particolare, qualunque manifestazione, da qualsiasi parte avesse origine, andava repressa, se necessario, anche sparando ad altezza d’uomo e non in aria.
Tale ordine fu applicato alla lettera. Fra il 26 ed il 30 luglio si ebbero tra i manifestanti 83 morti e oltre 300 feriti mentre 1500 furono gli arrestati, la gran parte dei quali provenienti da movimenti antifascisti (ma il numero aumenta se si calcolano anche quei lavoratori sorpresi a scioperare, diritto questo soppresso dal fascismo e, in quanto proibito, sanzionabile con l’arresto).
Tale situazione si protrasse sino all’armistizio dell’8 settembre. Dopo tale data, quello dei carabinieri fu l’unico corpo militare a non essere abbandonato, e quindi a non scompaginarsi.
Durante l’occupazione nazista questo atteggiamento costò caro ai carabinieri che furono esposti a molte rappresaglie, perché la loro presenza impediva ai tedeschi di essere gli unici arbitri dell’ordine pubblico.
In questo periodo molti di loro furono disarmati e circa 1500 deportati in Germania; molti altri invece, specie nelle zone in cui preminente era la presenza nazista, si sbandarono e non pochi raggiunsero, con tutti gli armamenti e sotto la guida dei loro comandanti, i raggruppamenti partigiani che si andavano costituendo.
Infine, i rimanenti si unirono alla GNR costituita dalla RSI con gli stessi compiti istituzionali.
Tutto ciò avvenne però molto gradatamente, e fino ai primi mesi del 1944 i carabinieri, in molte zone, mantennero la loro identità e i loro comandanti.
Spesso, specie nei piccoli centri, le stazioni dei carabinieri costituirono anche la fonte principale di armi per i partigiani, che approfittarono anche della connivenza dei carabinieri stessi.

In questo periodo di dispersione dei compiti e dei comandi molti sono stati gli episodi di eroismo e di abnegazione di carabinieri a difesa della popolazione civile dai soprusi fascisti e tedeschi.
Un fatto poco ricordato è il comportamento del tenente dei Regi carabinieri Avezzano Comes di 28 anni in servizio a Genova presso il comando di via Corsica con il compito di vigilare su gallerie e rifugi antiaerei.
La mattina del 10 gennaio 1944 il tenente venne convocato in questura dove gli fu ordinato di recarsi con un plotone di 20 carabinieri al Forte San Martino per un imprecisato servizio di ordine pubblico. Arrivato sul posto il plotone, che si era avviato a piedi, fu raggiunto da una macchina dalla quale scesero alcuni militi fascisti e il colonnello Grimaldi.
Poco dopo arrivò un camion dal quale furono fatti scendere otto uomini tumefatti e malconci accompagnati da un frate cappuccino, ed alcune vetture con una decina di fascisti e un ufficiale delle SS.
Il Colonnello Grimaldi fece disporre i carabinieri di fronte agli otto uomini malconci e ordinò al tenente Avezzano di eseguire la sentenza emessa dal tribunale speciale fascista la sera precedente e cioè la fucilazione degli stessi.
All’ordine il tenente oppose un netto rifiuto motivandolo: i suoi superiori avevano semplicemente disposto di svolgere un servizio di ordine pubblico. Nonostante la minaccia di essere egli stesso passato per le armi, l’Avezzano mantenne il suo rifiuto. Visto tale atteggiamento il Colonnello della milizia Grimaldi, dopo aver minacciato il tenente, diede lui l’ordine di procedere alla fucilazione ma i carabinieri risposero puntando i moschetti in alto .
Allora tedeschi e fascisti si sostituirono ai carabinieri e spararono contro gli otto “ribelli”: su di loro si scagliò poi il tenente medico fascista presente, (successivamente si scoprì non essere né medico né tenente ma un semplice infermiere) e li finì brutalmente.
La condanna alla fucilazione degli otto antifascisti era stata decisa la sera precedente dal tribunale speciale convocato d’urgenza dal questore Basile che aveva chiamato a farne parte il colonnello dei carabinieri Alois, quale ufficiale più anziano a Genova che però si rese irreperibile. Allora l’incarico venne passato al comandante delle GNR colonnello Grimaldi (dimostrazione che carabinieri e GNR erano ancora divisi). Il colonnello Alois, (che non era affatto scomparso) la mattina seguente affidò al tenente Avezzano Comes l’incarico di recarsi al forte San Martino.
Dopo il rifiuto ad eseguire la fucilazione, il tenente rientrò in caserma dove distrusse l’ordine di servizio con i nomi dei venti carabinieri che lo avevano accompagnato e ricevette i complimenti del Ten. Colonnello Rizzo che unitamente al colonnello Alois fece di tutto per evitare al ten. Avezzano Comes probabili vendette da parte fascista nominandolo comandante la compagnia di Alberga.
Ma la vendetta fascista lo raggiunse: anche Avezzano Comes venne arrestato e associato alle camere di sicurezza tedesche, interrogato e seviziato, per poi essere avviato alla deportazione in Germania.
Riuscito a fuggire dal carro bestiame nel quale si trovava a Verona durante un bombardamento aereo, ritornò in Liguria dove si mise in contatto con una banda partigiana formata da ex carabinieri. Denunciato da una spia, fu di nuovo arrestato e sottoposto a orribili sevizie da parte del famoso boia di Albenga e delle SS, nel tentativo inutile di estorcergli i nomi dei suoi superiori coinvolti nell’eccidio di Forte San Martino.
Rimase in carcere sino alla Liberazione.