Ricordati al Campo della Gloria del Cimitero Maggiore i caduti della Resistenza

Pagarono con la vita per dare all’Italia libertà e democrazia

Nonostante la fitta pioggia, numerosa la partecipazione dei cittadini milanesi
L’intervento conclusivo di Mario Artali, per le Associazioni promotrici

Come ogni anno, lunedì primo Novembre, si è svolta al Campo della Gloria del Cimitero Maggiore di Milano, la commemorazione solenne delle migliaia di milanesi caduti durante la guerra di Liberazione nazionale. Nonostante una pioggia battente, numerosa la partecipazione di associazioni partigiane e cittadini che non hanno voluto mancare a questo sentito appuntamento.
Sul palco si sono alternati il rabbino capo di Milano dottor Alfonso Arbib, l’assessore Stefano Pillitteri in rappresentanza del Comune di Milano, l’assessore provinciale Luca Squeri, l’assessore Alessandro Colucci per la Regione Lombardia, don Gianfranco Bottoni, responsabile di ecumenismo e dialogo dell’Arcidiocesi di Milano, il generale Nello Barale, comandante del presidio militare.
Ha concluso, in nome delle Associazioni partigiane e delle istituzioni promotrici, il dottor Mario Artali, Presidente vicario nazionale della Federazione Italiana Associazioni Partigiane (Fiap). Ha coordinato l’avvocato Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi di Milano e Provincia.
Pubblichiamo l’intervento di Mario Artali che un po’ riassume il senso dell’intera commemorazione.

L’INTERVENTO DI MARIO ARTALI

“Siamo qui oggi per posare un fiore sulle tombe dei padri e dei fratelli maggiori che diedero la vita per la libertà.
Non solo un fiore e l’umana pietà per i morti ma anche la gratitudine e l’orgoglio per l’eredità che ci hanno lasciato, accompagnata dal rimpianto per la nostra inadeguatezza rispetto alle speranze con cui combatterono e morirono.
Non è certo a loro che possiamo imputare le insufficienze di quel che è venuto dopo. E’ difficile dire, d’altra parte, che la storia del Paese sia stata, dopo la vittoriosa lotta per la libertà, un insieme di insuccessi.
Non fu certo un insuccesso la fase della creazione della Repubblica e della sua Costituzione.
Non lo fu quella che portò in un numero relativamente piccolo di anni un paese devastato dalla dittatura e dalla guerra a divenire uno dei Paesi più prosperi del mondo.
Non lo è quella delle grandi riforme degli anni 60 e 70: lo statuto dei lavoratori, le regioni, il superamento delle gabbie salariali, le libertà civili.
Non credo di essere di parte se dico che quel tipo di tensione manca oggi al Paese.
Pietro Nenni, di fronte alle difficoltà del presente, ricordava spesso quello che si dicevano gli antichi militanti repubblicani prima della vittoria della Repubblica : “Quelle était belle la république sous l'empire”: come era bella la Repubblica sotto l’Impero.
Ma solo a noi ed alla nostra inadeguatezza può essere addebitata la difficoltà nel far vivere le speranze di quegli anni lontani.
La Resistenza è senza dubbio figlia delle minoranze che non si piegarono durante gli anni della dittatura e che nelle carceri, nell’esilio, nell’isolamento seppero non perdere la speranza e trasmettere il messaggio di libertà.
Molto si è scritto e detto sul valore politico e morale della Resistenza, spesso a ragione, e qualche volta con qualche forzatura unilaterale.
Non avremmo avuto la libertà e la democrazia se la Resistenza fosse stato solo un fatto militare.
Non avremmo avuto soprattutto quella prima parte della Costituzione che è insieme l’eredità vivente della lotta e la capacità di espressione di una politica alta, capace di quella “concordia discors” che è l’essenza del progetto democratico.
Ma la Resistenza non è stata solo un fatto politico, sia pure ispirato dalle più alte idealità.
E’ stata, in un paese umiliato e distrutto, anche un “fremito di orgoglio”, senza il quale, ed anche qui lo dico con Pietro Nenni, “saremmo passati inerti dall’una all’altra occupazione militare straniera”.
E’ stata sottovalutata a lungo l’efficacia che ebbe la Resistenza, dal punto di vista militare, a confronto delle operazioni di guerra condotte dagli alleati, ma quanto la guerriglia fosse importante e come la strage di civili fosse uno strumento essenziale nella repressione antipartigiana, lo conferma lo stesso maresciallo Kesselring, che non a caso dal maggio ‘44 assunse in prima persona la guida di tali azioni, prima affidata al comando supremo delle SS. Scrive Kesserling nelle sue “Memorie di guerra” :“La lotta contro le bande doveva venir posta tatticamente sullo stesso piano della guerra al fronte [...] Costituire una percentuale di ostaggi in quelle località dove risultino essere bande armate e passare per le armi detti ostaggi tutte le volte che nelle località stesse si verificassero atti di sabotaggio [...] Compiere atti di rappresaglia fino a bruciare abitazioni poste nelle zone dove siano sparati colpi d’arma da fuoco contro reparti o singoli militari germanici. Impiccare nelle pubbliche piazze quegli elementi riconosciuti responsabili di omicidi e capi di bande armate.” (Albert Kesselring, Memorie di guerra, Garzanti, 1954, p. 260).
Lo ricorda con forza Aldo Aniasi, già valoroso comandante partigiano e poi Sindaco della nostra città, in “Ne valeva la pena – dalla Repubblica dell’Ossola alla costituzione repubblica”: “Sappiamo dai documenti dello Stato Maggiore delle forze armate della Germania Federale che almeno 10 divisioni tedesche furono distolte dalla guerra contro gli alleati per fronteggiare i partigiani, per difendere le comunicazioni ferroviarie e stradali, per proteggere le retrovie, per impedire i sabotaggi e le imboscate al trasporto dei rifornimenti”
Più di 70000 caduti, 387 medaglie d'oro, 852 medaglie d'argento non sono certo una semplice affermazione politica.
Così come non lo sono le azioni dei militari fedeli al giuramento prestato. Molti di loro furono animatori effettivi delle formazioni partigiane nei combattimenti e nell’addestramento dei giovani e dei civili, altri nel ricostituito Esercito del Sud si conquistarono il rispetto degli Alleati risalendo la penisola combattendo.
Più di 600.000 furono gli internati nei campi tedeschi, e ben pochi aderirono alla RSI. Più di 30000 internati non torneranno dalla prigionia.
Non solo Cefalonia, così a lungo dimenticata : il generale Ilio Muraca ha ricostruito molte delle vicende che, dopo l’8 settembre, segnarono, nonostante le condizioni proibitive, La Resistenza dei Militari italiani impegnati all'estero.
Molti fatti meriterebbero di essere ricordati. Mi limiterò ad una citazione significativa.
Scrive Muraca: “anche l’uso delle uniformi italiane non venne mai contestato o vietato dai partigiani locali, tranne nei casi in cui l’usura aveva ormai ridotto quei capi di corredo a inutili stracci. Ma, anche quando il ricambio era costituito dalle calde uniformi inglesi, gradi, stellette e mostrine continuarono ad apparire sui brandelli delle giacche grigioverdi e sui copricapo, dei quali nessuno volle privarsi, quale irrinunciabile distintivo di italianità.”
Siamo qui oggi su questo palco, rappresentanti di fedi religiose e di idealità laiche, con il Comandante del Presidio Militare e le Istituzioni locali, a ricordare i fratelli caduti.
La Resistenza è fondamento della Costituzione e fonte di legittimazione delle forze e delle istituzioni democratiche.
Ricondurre anche il più aspro dibattito politico ai valori comuni che ci ha insegnato è la strada che può consentirci di superare le aspre difficoltà del presente”.