“Fermare
l’eutanasia della Repubblica nata dalla lotta partigiana”
Lo
ha sottolineato nel suo intervento il delegato dell’Arcidiocesi,
milanese monsignor Gianfranco Bottoni – Ricordato il
sacrificio di tantissimi giovani immolatisi per combattere
l’invasore tedesco e l’alleato fascista
Domenica
primo novembre, promossa dalle Associazioni combattentistiche
e partigiane, si è svolta, come ogni anno, la cerimonia
in onore dei caduti milanesi che hanno combattuto per la libertà
contro i nazisti e i fascisti. La commemorazione è
avvenuta al Campo della Gloria (64) del Cimitero Maggiore
milanese alla presenza di tanti antifascisti, di familiari
delle vittime, di autorità civili, religiose e militari.
Durante la cerimonia sono intervenuti il rabbino capo Alfonso
Arbib, il comandante del presidio militare, generale Nello
Barale, il responsabile dell’ecumenismo e del dialogo
dell’Arcidiocesi di Milano, monsignor Gianfranco Bottoni,
il vicepresidente vicario dell’Anpi provinciale, Carlo
Smuraglia, l’assessore provinciale Stefano Bolognini,
l’assessore comunale Stefano Pillitteri.
Per l’attualità dei temi trattati, pubblichiamo
il testo integrale dell’intervento di monsignor Bottoni.
“La memoria dei morti qui, al Campo della Gloria, esige
che ci interroghiamo sempre su come abbiamo raccolto l’eredità
spirituale che Caduti e Combattenti per la Liberazione ci
hanno lasciato. Rispetto a questo interrogativo mai, finora,
ci siamo ritrovati con animo così turbato come oggi.
Siamo di fronte, nel nostro Paese, ad una caduta senza precedenti
della democrazia e dell’etica pubblica. Non è
per me facile prendere la parola e dare voce al sentimento
di chi nella propria coscienza intende coniugare fede e impegno
civile. Preferirei tacere, ma è l’evangelo che
chiede di vigilare e di non perdere la speranza.
È giusto riconoscere che la nostra carenza del senso
delle istituzioni pubbliche e della loro etica viene da lontano.
Affonda le sue radici nella storia di un’Italia frammentata
tra signorie e dominazioni, divisa tra guelfi e ghibellini.
In essa tentativi di riforma spirituale non hanno potuto imprimere,
come invece in altri Paesi europei, un alto senso dello Stato
e della moralità pubblica. Infine, in questi ultimi
150 anni di storia della sua unità, l’Italia
si è sempre ritrovata con la “questione democratica”
aperta e irrisolta, anche se solo con il fascismo l’involuzione
giunse alla morte della democrazia. La Liberazione e l’avvento
della Costituzione repubblicana hanno invece fatto rinascere
un’Italia democratica, che, per quanto segnata dal noto
limite politico di una “democrazia bloccata” (come
fu definito), è stata comunque democrazia a sovranità
popolare.
La caduta del muro di Berlino aveva creato condizioni favorevoli
per superare questo limite posto alla nostra sovranità
popolare fin dai tempi di “Yalta”. Infatti la
normale fisiologia di una libera democrazia comporta la reale
possibilità di alternanze politiche nel governo della
cosa pubblica. Ma proprio questo risulta sgradito a poteri
che, già prima e ancora oggi, sottopongono a continui
contraccolpi le istituzioni democratiche. L’elenco dei
fatti che l’attestano sarebbe lungo ma è noto.
Tutti comunque riconosciamo che ad indebolire la tenuta democratica
del Paese possono, ad esempio, contribuire: campagne di discredito
della cultura politica dei partiti; illecite operazioni dei
poteri occulti; monopolizzazioni private dei mezzi di comunicazione
sociale; mancanza di rigorose norme per sancire incompatibilità
e regolare i cosiddetti conflitti di interesse; alleanze segrete
con le potenti mafie in cambio della loro sempre più
capillare e garantita penetrazione economica e sociale; mito
della governabilità a scapito della funzione parlamentare
della rappresentanza; progressiva riduzione dello stato di
diritto a favore dello stato padrone a conduzione tendenzialmente
personale; sconfinamenti di potere dalle proprie competenze
da parte di organi statali e conseguenti scontri tra istituzioni;
tentativi di imbavagliare la giustizia e di piegarla a interessi
privati; devastazione del costume sociale e dell’etica
pubblica attraverso corruzioni, legittimazioni dell’illecito,
spettacolari esibizioni della trasgressione quale liberatoria
opportunità per tutti di dare stura ai più diversi
appetiti…
Di questo degrado che indebolisce la democrazia dobbiamo sentirci
tutti corresponsabili; nessuno è esente da colpe, neppure
le istituzioni religiose. Differente invece resta la valutazione
politica se oggi in Italia possiamo ancora, o non più,
dire di essere in una reale democrazia. È una valutazione
che non compete a questo mio intervento, che intende restare
estraneo alla dialettica delle parti e delle opinioni. Al
di là delle diverse e opinabili diagnosi, c’è
il fatto che oggi molti, forse i più, non si accorgono
del processo, comunque in atto, di morte lenta e indolore
della democrazia, del processo che potremmo definire di progressiva
“eutanasia” della Repubblica nata dalla Resistenza
antifascista.
Fascismo di ieri e populismo di oggi sono fenomeni storicamente
differenti, ma hanno in comune la necessità di disfarsi
di tutto ciò che è democratico, ritenuto ingombro
inutile e avverso. Allo scopo può persino servire la
ridicola volgarità dell’ignoranza o della malafede
di chi pensa di liquidare come “comunista” o “cattocomunista”
ogni forma di difesa dei principi e delle regole della democrazia,
ogni denuncia dei soprusi che sono sotto gli occhi di chiunque
non sia affetto da miopia e che, non a caso, preoccupano la
stampa democratica mondiale.
Il senso della realtà deve però condurci a prendere
atto che non serve restare ancorati ad atteggiamenti nostalgici
e recriminatori, ignorando i cambiamenti irreversibili avvenuti
negli ultimi decenni. Servono invece proposte positivamente
innovative e democraticamente qualificate, capaci di rispondere
ai reali problemi, alle giuste attese della gente e, negli
attuali tempi di crisi, ai sempre più gravi e urgenti
bisogni del paese. Perché finisca la deriva dell’antipolitica
e della sua abile strumentalizzazione è necessaria
una politica nuova e intelligente.
Ci attendiamo non una politica che dica “cose nuove
ma non giuste”, secondo la prassi oggi dominante. Neppure
ci può bastare la retorica petulante che ripete “cose
giuste ma non nuove”. È invece indispensabile
che “giusto e nuovo” stiano insieme. Urge perciò
progettualità politica, capacità di dire parole
e realizzare fatti che sappiano coniugare novità e
rettitudine, etica e cultura, unità nazionale e pluralismi,
ecc. nel costruire libertà e democrazia, giustizia
e pace.
Solo così, nella vita civile, può rinascere
la speranza. Certamente la speranza cristiana guarda oltre
le contingenza della città terrena. E desidero dirlo
proprio pensando ai morti che ricordiamo in questi giorni.
La fede ne attende la risurrezione dei corpi alla pienezza
della vita e dello shalom biblico. Ma questa grande attesa
alimenta anche la speranza umana per l’oggi della storia
e per il suo prossimo futuro. Pertanto, perché questa
speranza resti accesa, vorrei che idealmente qui, dal Campo
della Gloria, si levasse come un appello a tutte le donne
e gli uomini di buona volontà.
Vorrei che l’appello si rivolgesse in particolare a
coloro che, nell’una e nell’altra parte dei diversi
e opposti schieramenti politici, dentro la maggioranza e l’opposizione,
si richiamano ai principi della libertà e della democrazia
e non hanno del tutto perso il senso delle istituzioni e dell’etica
pubblica. A voi diciamo che dinanzi alla storia - e, per chi
crede, dinanzi a Dio - avete la responsabilità di fermare
l’eutanasia della Repubblica democratica. L’appello
è invito a dialogare al di là della dialettica
e conflittualità politica, a unirvi nel difendere e
rilanciare la democrazia nei suoi fondamenti costituzionali.
Non è tempo di contrapposizioni propagandistiche, né
di beghe di basso profilo.
L’attuale emergenza e la memoria di chi ha combattuto
per la Liberazione vi chiedono di cercare politicamente insieme
come uscire, prima che sia troppo tardi, dal rischio di una
possibile deriva delle istituzioni repubblicane. Prima delle
giuste e necessarie battaglie politiche, ci sta a cuore la
salute costituzionale della Repubblica, il bene supremo di
un’Italia unitaria e pluralista, che insieme vogliamo
“libera e democratica”.
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