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Pertini un secolo di storia italiana
 
  Pier Ferdinando Casini Il telegramma di Carlo Azelio Ciampi
  Gabriele Abertini Risposta di Aldo Aniasi
  Salvatore Carrubba Chiusura mostra
  Antonio Maccanico
     

Intervento di  Pier Ferdinando Casini
Presidente della Camera dei Deputati

Sono assai lieto di rivolgere il mio saluto al Presidente della Federazione Italiana Associazioni Partigiane Aldo Aniasi, che voglio ringraziare per il rigore, la serietà ed il senso dello Stato con cui ha sempre condotto il suo impegno parlamentare, imprimendo un segno incancellabile nella memoria dell'Istituzione che ho l'onore di presiedere. Saluto con lui Gabriele Albertini, sindaco di Milano, la città che vide Pertini entrare tra i liberatori, alla testa dei partigiani dell'Alta Italia, il 25 aprile 1945. Il mio saluto va ovviamente a Carla Pertini, Giulio Andreotti, Carlo Tognoli ai partecipanti alla tavola rotonda odierna, che riunisce alcune delle personalità più autorevoli che furono vicine a Sandro Pertini nelle diverse fasi della sua parabola politica ed umana - come Antonio Maccanico - alle altre autorità presenti ed a tutti gli intervenuti. Iscritto al Partito Socialista dall'età di diciotto anni, combattente nella prima guerra mondiale, martire antifascista, capo partigiano, quindi deputato alla Costituente ed uomo delle istituzioni nelle cariche di Presidente della Camera e di Presidente della Repubblica, Sandro Pertini è stato forse il politico più popolare dell'Italia repubblicana. In ogni esperienza della sua tumultuosa vita, egli ha sempre messo in gioco tutto se stesso, schierandosi costantemente in prima linea e subordinando ogni interesse personale all'affermazione degli alti ideali professati sin dalla prima giovinezza. E' stata questa la chiave che ha aperto a Pertini il cuore degli italiani. Essi hanno corrisposto sin da subito in maniera sincera alla sua immediata comunicativa, al suo assoluto porsi al servizio della collettività, alla sua intransigenza morale e politica, unita ad una straordinaria carica umana. Queste stesse doti furono del resto decisive all'atto della sua elezione a Presidente della Repubblica nel luglio 1978, quando il Paese, reduce dalla tragedia del sequestro Moro e dalle dimissioni del Presidente Leone, si trovava ad attraversare una delle fasi più drammatiche della sua storia. In quell’ora drammatica, la Repubblica "giusta ed incorrotta, forte e umana" - che egli invocò nel suo discorso di insediamento - apparve nuovamente agli italiani come la casa comune da tutelare contro la minaccia terroristica, in nome di quell’unità nazionale che si era materializzata proprio nell'elezione di un vecchio partigiano, il cui cuore era però ancora giovane e palpitante. Grandi furono il coraggio e la speranza che, nei difficili anni della sua Presidenza, Pertini seppe infondere agli italiani - anche grazie ad un rapporto veramente speciale con il "Papa venuto da lontano", chiamato al soglio di Pietro pochi mesi dopo la sua elezione. E lo fece scegliendo la via del dialogo franco e diretto con i cittadini, che recuperarono fiducia nella politica e nelle Istituzioni grazie all'esempio di moralità e senso dello Stato che veniva loro dalla più alta magistratura repubblicana. Una credibilità, del resto, costruita sui fatti e sulle idee, che veniva da una vita vissuta affrontando in prima persona i rischi legati alla sua scelta di libertà contro la dittatura e contro l'occupazione, ma anche dalla nobiltà della sua fede politica, formatasi alla scuola di Filippo Turati e vivificata nella Resistenza e nella Costituente. Una fede che, nella salda convinzione dell'indissolubile binomio tra libertà e giustizia sociale, lo mantenne sempre all'interno della casa socialista, senza tentennamenti verso l'opzione comunista, che pure esercitò tanto fascino su molti suoi compagni di partito. Gli anni di Sandro Pertini al Quirinale sono oggi parte integrante della memoria storica del nostro Paese. A quegli anni torna ancora il ricordo commosso di tutti gli italiani ogniqualvolta la sua figura viene evocata, quasi che, agli occhi dei cittadini, il suo percorso politico ed umano abbia trovato nella carica di Presidente della Repubblica il suo compimento più coerente e, in qualche misura, necessario. E' un sentimento che non desta meraviglia. Come Presidente della Repubblica, Pertini, in una delle più tormentate fasi della nostra storia recente, riuscì infatti nella difficile opera di riconciliare il Paese reale con il Paese legale, adempiendo in tal modo alla funzione più profonda della carica da lui ricoperta: quella di garantire la continuità del sistema costituzionale attraverso il richiamo - continuo, inflessibile, anche severo, se necessario ai suoi valori fondanti ed unificanti. Si tratta di una lezione concreta, di grande forza, che dimostra il ruolo essenziale che le Istituzioni di garanzia rivestono nell'ambito di un ordine costituzionale che possa dirsi equilibrato, funzionante, compiuto: una lezione che sono certo sarà colta e messa a frutto nel processo di riforma costituzionale su cui il Parlamento è impegnato proprio in questi giorni. Credo tuttavia che sarebbe ingeneroso non ricordare la sua lunga ed apprezzata attività in seno all'Istituzione parlamentare, prima come Vicepresidente e quindi come Presidente della Camera dei Deputati per due legislature, in anni non meno tempestosi di quelli che poi lo videro Capo dello Stato. Pertini aveva sperimentato personalmente cosa significasse la scomparsa delle istituzioni rappresentative sotto la dittatura fascista. Credo che anche per questa ragione egli fu sempre uno strenuo difensore del ruolo del Parlamento e si impegnò con convinzione ed entusiasmo perché esso diventasse una "casa di cristallo", in cui tutti i cittadini potessero rispecchiarsi. "Senza un libero Parlamento" - ebbe ad affermare in occasione della sua prima elezione alla Presidenza della Camera - "non si potrà mai avere una vera democrazia". Sono parole semplici, ma di grande efficacia e di grande nobiltà, che costituiscono per me, come per tutti i parlamentari, un monito ancora attuale: in esse vive l'essenza più intima della rappresentanza politica al servizio della collettività e, dunque, il senso stesso del nostro impegno quotidiano nella ricerca del bene comune. Da Presidente della Camera, Pertini legò il suo nome alla prima grande riforma regolamentare, quella del 1971, che diede una risposta alle critiche di scarsa funzionalità di cui il Parlamento veniva fatto segno da più parti. Importanti strumenti che oggi utilizziamo, come il metodo della programmazione dei lavori, risalgono a quella stagione, in cui Sandro Pertini diede prova di grande equilibrio ed imparzialità nel condurre l'Assemblea di Montecitorio lungo percorsi difficili e tormentati, come quelli dell'attuazione dell'ordinamento regionale e dell'introduzione del divorzio. Ma il vento dell'entusiasmo di Pertini per la vita e per il cambiamento si manifestò a Montecitorio anche in una forma speciale. Penso all'uso di incontrare le scolaresche, che egli inaugurò alla Camera dei Deputati e che portò quindi con sé anche al Quirinale. Per migliaia di bambini e di ragazzi è stata quella la prima esperienza a contatto con le Istituzioni: un'esperienza di altissimo significato, in cui essi - grazie alla personalità straordinaria di Pertini - hanno avuto l'opportunità di prendere parte ad un confronto libero ed aperto sul loro futuro, e non certo ad una lezione cattedratica. Lo spirito che ha animato Sandro Pertini nella ricerca costante del dialogo con le giovani generazioni è oggi per chi riveste responsabilità politiche un punto di riferimento ineludibile, una lezione su cui meditare con grande rispetto ed attenzione. In nome dei suoi ideali politici, Pertini aveva sacrificato i suoi anni migliori nel carcere e nel contino fascista. Dunque l'entusiasmo giovanile fu sempre per lui un fattore positivo, un indice di dinamismo, una manifestazione di vitalità con cui confrontarsi e con cui dialogare: ricordiamo, ad esempio, quanto profondamente egli sentì l'esigenza di sottrarsi allo scontro generazionale e di comprendere le ragioni della contestazione del Sessantotto. Tuttavia, non possiamo dimenticare come, a suo avviso, la contestazione, per essere valida e legittima, dovesse essere "animata e sorretta" cito le sue stesse parole - "da una nobile idea, da una vigorosa fede politica", perché ai giovani, in quanto futura classe dirigente, spetta il compito di rinnovare, non di distruggere. E questo non fu mai un ammonimento puramente retorico o astratto: Sandro Pertini lo professò con coraggio negli anni in cui il terrorismo stava portando il suo attacco più duro alle Istituzioni democratiche della Repubblica, traducendolo nello struggente appello a non armare la mano, ma piuttosto l'animo, ed assumendo a suo motto l'esortazione a non consentire mai alla libertà di uccidere la libertà. La fermezza con cui egli condannò, da subito e senza appello, la degenerazione del terrorismo ritorna ancora oggi alla nostra mente in tutta la sua forza. E ritorna soprattutto nella sua ribellione viscerale a coloro che, quando la logica del terrore tentava di spingere il Paese nel baratro del caos, affermavano di non stare "né con le BR né contro le BR": un atteggiamento ipocrita ed agnostico, che gli ricordava quello di tanti italiani nel tempo buio del fascismo. Oggi, nel momento in cui la minaccia del terrorismo ha assunto una dimensione planetaria ed in cui nessuno può sentirsi al riparo dai suoi barbari assalti, la scelta di campo di Sandro Pertini - chiara, netta, senza riserve o tentennamenti - ci indica la via da seguire per affrontare con successo la sfida dell'odio e della disgregazione. Una sfida che si può vincere solo ne segno dell'unità del Paese e, della comunità internazionale, mettendo da parte l'illusione fragile e autolesionista di poter venire a patti con chi offende brutalmente le dignità dell'uomo ed i diritti che vi si radicano e liberandosi una volta per tutte dalle logiche di parte. Negli ultimi giorni, tra le forze politiche del nostro Paese sono emersi segnali positivi in questa direzione, che è indispensabile non disperdere ed anzi valorizzare, impegnandosi perché possano prevalere - in ore così difficili per l'Italia - il senso di responsabilità e la concordia nazionale. Per chi riveste responsabilità pubbliche, è un dovere ben preciso dimostrarsi all'altezza di quella saldezza morale del popolo italiano in cui Sandro Pertini nutriva una fiducia profonda e sincera. E' proprio questa fiducia nell'Italia e negli italiani l'elemento che lega più di ogni altro la figura di Sandro Pertini all'ultimo secolo della nostra storia nazionale, secondo la felice intuizione espressa dal titolo della mostra che andremo a breve ad inaugurare. Sta a tutti noi lavorare quotidianamente perché quella nobile ispirazione continui a sostenere il cammino del nostro Paese lungo la via della democrazia, della libertà, della solidarietà e della pace. La Repubblica non deve sostanziarsi soltanto di libertà e giustizia ma anche e soprattutto di onestà e umanità.