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PIERLUIGI MANTINI RICORDA VITTORIO CIMIOTTA

pubblicato 22 gen 2018, 05:46 da Fiap Presidenza   [ aggiornato in data 22 gen 2018, 07:36 ]
Cimiotta Vittorio
"Vittorio è stato, anche per me, che certo non ero bambino, un Maestro: per la fermezza del Suo pensiero, la trasparenza dei valori, l’umanità disincantata del Suo tratto.

Mi ha accompagnato e guidato, nella metà degli anni Novanta, quando ebbi l’onore di essere con Lui il più giovane componente del Consiglio Direttivo del Movimento d’Azione Giustizia e Libertà, sotto la presidenza di Aldo Garosci e dei vicepresidenti Giorgio Parri e Aldo Visalberghi, e la vigorosa segreteria di Nicola Terracciano.

Non avevo meriti storici e forse neanche di altro genere: portavo però con me un’ansia di cambiamento, in quell’avvio di Seconda Repubblica, che deve essere apparsa convergente con il tentativo perenne di rinnovare l’utopia azionista nell’Italia di quegli anni. Un certo mio furore, proteso al futuro, si mescolava con la testimonianza della storia passata e da essa veniva filtrata.

Abbiamo insieme riscoperto, nel desiderio di attualizzarli nel tempo allora presente, i valori fondativi dell’azionismo, perseguendo ancora una volta una realistica e felice illusione: il pragmatismo dell’agire politico, a pochi anni dalla caduta del muro di Berlino e delle ideologie del Novecento e nell’incipiente progresso del “pensiero unico” della globalizzazione;

l’Europa Federale, idea forte dei precursori, ieri, allora, oggi; i valori dell’etica pubblica, da coltivare con intransigenza ieri, allora, oggi; la dimensione dell’«individualismo democratico», che fu dei primi pensatori socialisti-liberali nell’America del primo Novecento, Emerson, Whitman, Dewey, il motto «sii te stesso», «diventa te stesso», nel pendolo fatale tra solitudine e società, così ben espressiva dell’attuale condizione delle giovani generazioni perennemente «on-line»; l’idea del «partito che pensa», che fu di Calamandrei cui pure dedicammo un Convegno a Pavia e un quaderno in quegli anni, a fronte di un bipartitismo che si mostrava vuoto di pensiero e guidato dalle televisioni; la necessaria laicità della politica e dello Stato, nel tempo del successo delle moral issues di George Bush; l’idea fondamentale di una «democrazia governante », così necessaria anche nel tempo presente.

Insomma ci illudemmo ancora, avendo una ragione che ancora una volta non ci sarebbe stata riconosciuta, che i valori e i materiali del pensiero azionista e di Giustizia e Libertà fossero i migliori per interpretare quella stagione di cambiamenti nel nostro Paese.

Non mancò neppure chi, indomito e naturalmente settario, pensò che fosse opportuno rialzare le insegne nell'agone politico, presentare una propria lista alle elezioni politiche, «rifare il partito».

Suggestioni che crearono divisioni ed anche qualche personale diverbio, archiviati nelle cronache, a dimostrazione che avevamo ragione, sì, quei valori e quei materiali erano utili ed attuali, come lo sono oggi, ma per sorreggere l’agire politico e la «fede civile», come un ricco patrimonio da offrire a tutti, non per vincere le elezioni politiche con un proprio partito. Qualcuno, come me, pensò che fosse ancora possibile coniugarli con la vicenda politica in atto, nell’Ulivo, nel meticciato delle culture democratiche e riformatrici. Lo penso ancora, con ostinazione.

Certo viviamo tempi poco accoglienti, addirittura ostili, distanti dal desiderio di Vittorio che ha proseguito la Sua azione negli anni che seguirono con tutte le forze di cui disponeva, con la radicalità gentile del Suo carattere, soprattutto contro il cesarismo berlusconiano di quegli anni.

Scrivemmo un libro insieme, nel 2005, quando ero parlamentare, con Antonio Maccanico ed Edmondo Paolini, dal titolo eloquente: «Il Nuovo Ircocervo. Cultura azionista e liberalsocialista tra Ulivo e Partito Democratico». Come ben si intende, vedevo in quel campo la possibilità, o l’illusione, di riprendere la coltivazione di quei principi e valori.

Vittorio Cimiotta nel suo scritto, intitolato «Giustizia e Libertà e Partito d’Azione: dalla tradizione al futuro», fu chiaro già nelle Sue prime parole, che voglio ora ricordare, nel tempo del rancore e dei populismi.

«Per comprendere il carattere culturale ed etico dell’azionismo, vale a dire i principi basilari del Partito d’Azione, si potrebbe formulare la seguente caratterizzazione: in una società in cui predomina il principio dei diritti, noi proclamiamo la priorità dei doveri; in una civiltà dei consumi noi proponiamo l’austerità. Siamo i calvinisti della politica, i fanatici dell’onestà, gli eretici in una società bigotta. Perseguiamo la filosofia del dubbio, la ricchezza della diversità, del pluralismo e del dialogo. Respingiamo l’asserzione vox populi, vox Dei e rispondiamo solo alla nostra coscienza. La nostra presenza è una trasgressione in una società acritica e conformista.

È questo il senso del nostro pensiero».

Un pensiero fertile ed orgoglioso che, come Vittorio, non morirà mai."

Gennaio 2018

Pierluigi Mantini
Vice 
Presidente del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa

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