Congresso
di Salice Terme - Interventi al Convegno
Vincenzo Visco, Ministro delle Finanze
Amici,
compagni,
devo prima di tutto ringraziarvi dell'invito a questo appuntamento,
nel quale, per una volta, non mi si chiederà di parlare
di tasse, bensì di valori. Le tasse non sono estranee
ai valori, né i valori alle tasse: però non
sempre è facile capirlo e farlo capire.
In questa occasione mi sarà permesso parlare, esplicitamente
e senza retorica, di valori: cioè di quei riferimenti
culturali ed etici ai quali ciascuno di noi, più
o meno consapevolmente, obbedisce nel compiere le scelte,
dalle più grandi, quelle che possono segnare una
vita, a quelle più minute della vita quotidiana.
Personalmente, vengo da una famiglia che quei valori mi
ha trasmesso come codice genetico. I miei genitori avevano
conosciuto il fascismo e la guerra. Mio padre era astato
allievo di Croce e attivo nella Resistenza nelle organizzazioni
del Partito d'Azione. Personalmente alla tradizione familiare
ho aggiunto la partecipazione diretta fin dalla prima giovinezza,
alle vicende e alle esperienze del Movimento Operaio Italiano.
Nella mia condizione si sono trovati in molti che oggi hanno
più di 50 anni. Infatti appartengono ad una generazione
una gran parte della quale è cresciuta nella convinzione
che i valori ai quali doveva fare riferimento il nostro
Paese - il suo popolo, le sue istituzioni, la sua politica,
la sua cultura - erano quelli emersi ed esaltati nel movimento
della Resistenza: la libertà di tutti, la dignità
di ciascuno che impone di difenderla, la solidarietà
fra i diversi che permette di essere uniti nel raggiungimento
degli obiettivi comuni.
Oggi è diventato raro che questi temi riaffiorino;
i ragazzi di adesso, in famiglia non ne sentono parlare;
ci si riferisce alla Repubblica per dire che la prima è
sinonimo di corruzione e malgoverno; si nomina la Costituzione
per sottolineare quanto sia urgente cambiarla e quanti giochi
politici si intrecciano attorno alla sua riforma. In queste
cose si può leggere il compendio del cambiamento
profondo che è intervenuto nella nostra vita collettiva
e si possono traguardare gli elementi del travaglio che
ormai da circa un decennio l'Italia sta attraversando, nello
sforza di riconquistare una sua identità che gli
eventi, non soltanto italiani ma planetari, hanno frantumato
e disperso.
Eppure - che se ne sia o no consapevoli, che lo si rivendichi
con orgoglio o che lo si rifiuti con rabbia - è da
lì che tutti noi veniamo. E forse questo è
il momento di ricordarlo ad alta voce.
I movimenti che furono protagonisti di quella fase della
storia italiana, non esistono più. Il comunismo,
nella sua attuazione istituzionale e politica, è
crollato con una rapidità impensabile cancellando
dal pianeta una delle due grandi potenze che ne avevano
dominato la storia per più di mezzo secolo. E i partiti
che in tutto il mondo facevano ad essa riferimento, o -
essendosene da tempo distaccati assumendo una propria, distinta
identità - hanno trovato in se stessi le risorse
per realizzare un radicale cambiamento, o sono relegati
al margine. Il fascismo ed il nazismo, dopo l'annientamento
dei regimi ad essi ispirati per esito della guerra, sono
oggi presenti soltanto in alcune sparute e circoscritte
frange di fanatismo, mentre i partiti di destra che ne avevano
in qualche modo raccolto l'eredità, hanno a loro
volta compiuto una energica conversione. Altri protagonisti,
come il PSI e la DC, hanno attraversato vicende che ne hanno
scompaginato le file.
Quanto all'altro, importante protagonista della Resistenza,
il Partito d'Azione, nato durante la Resistenza e disciolto
all'indomani della fine della guerra, mi piace pensare che
non sia casuale il fatto che oggi, dopo quasi 50 anni, per
la prima volta l'Italia abbia un capo della Stato la cui
unica e fugace appartenenza politica è stata a quel
movimento.
Scrive Bobbio: "Si può dire che l'ideologia
del Partito d'Azione fu l'ideologia della Resistenza, perché
per esso la Resistenza fu qualcosa di più che un'occasione
storica; fu la condizione stessa del suo nascere, l'orizzonte
in cui si iscrisse, il limite positivo e negativo della
sua efficacia".
L'esperienza di noi posteri ci ha insegnato, del resto,
che ciò che la Resistenza ha prodotto è rintracciabile
in quello che il Partito d'Azione indicava: non è
stata soltanto, come alcuni volevano, una guerra di liberazione
finita la quale l'Italia doveva tornare ad essere com'era
prima del fascismo; né hanno prevalso i connotati
di guerra di classe, condotta dal proletariato contro una
borghesia il cui potere, complice del fascismo, sarebbe
dovuto essere spazzato via. E' stata, invece, levatrice
della profonda rivoluzione democratica vissuta dall'Italia
postfascista, nella quale, nonostante i pesanti condizionamenti
imposti dallo schieramento moderato dominante e nonostante
le distorsioni prodotte dai lunghi anni della guerra fredda,
si è affermata una cultura diffusa fondata sul diritto,
sulle libertà individuali, sulla partecipazione attiva
alle vicende nazionali.
Il pensiero contenuto nel movimento azionista, che a sua
volta raccoglieva ed elaborava quello gobettiano del socialismo
liberale, ma anche aspetti rilevanti del socialismo e dello
stesso movimento comunista, ha di fatto fecondato la nascita
dell'Italia democratica repubblicana. E lo scioglimento
del Partito d'Azione ha prodotto un disseminarsi di quel
pensiero in vari rivoli che hanno permeato i diversi soggetti
della sinistra italiana. Sicché oggi, a distanza
di così tanto tempo e dopo gli esiti sofferti da
tutte le ideologie, il pensiero azionista ci permette di
rintracciare in noi stessi radici profonde e ancora ricche
di vitalità.
La raccolta di scritti che, in questa occasione viene presentata,
è la migliore testimonianza di quanto sto dicendo.
In essa sono rintracciabili spunti di attualità sorprendente,
insieme agli umori di una fase di lotta decisiva e mobilitante
in cui le difficoltà ed i rischi non riducevano la
determinazione nel perseguimento degli obiettivi.
Proprio la consapevolezza profonda dell'importanza storica,
vitale di quegli obiettivi, del resto, fu l'elemento determinante
di quella straordinaria unità d'azione che a sua
volta condusse la Resistenza alla vittoria. Una vittoria
non solo e non tanto militare - poiché quella ha
avuto bisogno di forze ben maggiori di quelle della Resistenza
- ma morale e politica, poiché non solo il fascismo,
ma anche la monarchia fu abbattuta, e fu edificata una democrazia
che ha saputo resistere ai traumi che dagli anni '70 ad
oggi hanno squassato il nostro Paese.
Ripercorrere con il pensiero gli ultimi 30 anni della nostra
storia, suscita sconcerto. Il ricordo non è minimamente
sbiadito, poiché quegli eventi pesano ancora tutti
sulle nostre spalle: il terrorismo e lo scontro feroce che
travagliò il Paese, nel quale furono poi individuate
regie ed interventi di organizzazioni clandestine collegate
a centrali internazionali specializzate nella destabilizzazione
di regimi democratici; connivenze trasversali fra pezzi
dello Stato, servizi stranieri, associazioni eversive e
criminalità organizzata; i depistaggi, i silenzi,
i segreti di Stato, i processi protratti per decenni, senza
mai giungere a scoprire del tutto né i fatti né
i responsabili primi di quei fatti.
E, intanto, tutto andava rapidamente cambiando: il modo
di produrre, i rapporti fra imprenditori e forze del lavoro,
l'assetto stesso del potere economico avviato alla globalizzazione
e quindi protagonista di nuove logiche e soggetto di nuovi
sistemi di interessi.
Infine, l'esplosione di "Tangentopoli": cioè
del paese delle tangenti, in cui la connessione tra affari
e politica, cresciuta negli anni, venendo finalmente svelata
in tutta la sua estensione ha prodotto la crisi di tutti
gli equilibri politici arrivando ad incrinare la consistenza
stessa dello Stato.
Tutto questo l'Italia ha passato. E il processo di crescita
democratica, ha sviluppato su radici salde e profonde, ma
non ancora compiutamente svolto, ha subito un arresto. Se
l'Italia ha retto, è stato proprio grazie alla vasta
mobilitazione di tutte le forze democratiche, alla solidità
dell'impianto istituzionale, alla saldezza dei valori sui
quali era stata costruita la Repubblica. Ma le lacerazioni
sono state gravi: il patto sociale è stato leso e
la sfiducia si è diffusa; hanno preso corpo tendenze
separatistiche e rivendicazionismi esasperati; l'ispirazione
solidaristica è arretrata lasciando posto alla tendenza
a far prevalere interessi privati o di singoli gruppi.
Tutto ciò è tuttora presente, ma il processo
di crescita democratica è ricominciato con vigore
e oggi, faticosamente ma anche molto in fretta, stiamo ricostruendo
il tessuto che lega lo Stato ai cittadini e lo ricolloca
nel consesso delle democrazie evolute. Il rischio - che
pure abbiamo corso in modo assai pericoloso - di vedere
l'Italia ridotta al rango di Paese marginale, più
assimilabile a quelli cosiddetti "in via di sviluppo"
che non al resto dell'Europa, è stato scongiurato
e oggi, nel mondo, il nostro Paese dispone di un credito
e di un rispetto che mai, in tutta la sua storia di Nazione,
le era stato attribuito.
Vale la pena riaffermare queste che sono cose note anche
se non sempre riconosciute con chiarezza, perché
credo che per la prima volta, in questi anni, l'Italia abbia
cominciato ad assumere connotati somiglianti a quelli che
i "padri fondatori", i nostri costituenti - cioè
principalmente gli uomini di ogni appartenenza che avevano
guidato la Resistenza e che poi hanno scritto la Costituzione
- immaginavano.
Ciò che da loro è stato trasmesso è
la prevalenza dell'interesse generale, lo spirito di servizio
che deve animare chi serve lo Stato, quei valori ispirati
alla libertà di tutti, all'affermazione della giustizia,
alla tensione verso una crescita che sia progressi diffuso
per tutta la collettività e non arricchimento riservato
ad alcuni: le forze che oggi compongono la maggioranza di
governo sono le stesse che, pur nella diversità delle
rispettive matrici ideologiche, seppero, allora, trovare
unità di azione nel perseguire l'interesse generale
del Paese.
La liberazione prima, la fondazione dell'Italia democratica
poi, sono stati gli obiettivi forti per raggiungere i quali
l'unità prevalesse.
L'unità capace di superare le divisioni - che, pure,
nell'ambito della Resistenza furono rilevanti e, in alcuni
momenti, drammatiche - è probabilmente un insegnamento
che oggi è urgente recuperare. Il suo contrario -cioè
la rottura dell'unità in cui le differenze prendono
il sopravvento e suggeriscono comportamenti divaricanti
- è ciò che lascia il campo al riemergere
delle pulsioni della destra, anche le più estreme
e deteriori: è ciò che accade in alcune regioni
europee a noi molto vicine come la Germania e, da ultimo,
l'Austria. È ciò che può accadere in
Italia.
Nel nostro Paese, dopo la stagione di entusiasmo che ha
permesso di vincere le elezioni del '96, il valore dell'unità
si è affievolito e le diversità politiche
hanno ricominciato a prendere il sopravvento, spesso marcate
da fattori che poco hanno a che vedere con motivazioni alte,
di ordine ideologico o culturale. È in questa fase
che la destra trova lo spazio per rilanciare la propria
presenza e la propria capacità di presa su un'opinione
pubblica disorientata e stanca delle troppe incertezze sul
futuro.
In questa fase, trova facile terreno anche la propaganda,
che non esita a strumentalizzare e distorcere la storia
e i fatti, utilizzando con assoluta spregiudicatezza qualsiasi
occasione, anche la più estranea o la più
ambigua, nel tentativo di additare all'opinione pubblica
colpe presunte o inconsistenti attribuibili alla sinistra.
È un modo sciagurato di intendere la competizione
politica: per questa strada, infatti, si punta ad incardinare
i contrasti su basi nuovamente ideologiche, abbandonando
il confronto delle ragioni e la limpidezza delle analisi,
nel pericoloso tentativo di riprodurre i termini di uno
scontro che lacerò il Paese nei decenni passati.
Coloro che così agiscono, del resto, seguono coerentemente
i percorsi che già avevano praticato assumendo contiguità
con quei contesti nei quali crebbero proprio l'eversione
ed il terrorismo, con aree di criminalità vera e
propria, con associazioni dedite alla corruzione e al malaffare.
Il rischio che essi prevalgano non è assente. Il
nostro impegno è quello di assicurare al Paese la
serenità alla quale ha diritto, la fermezza nel perseguire
gli obiettivi, la serietà e l'impegno necessari per
mantenere salda la nostra rotta e raggiungibili le mete
che abbiamo proposto al Paese. Fino ad oggi ci siamo riusciti:
il piccolo risultato di cui in questi giorni parlano i giornali,
cioè l'inversione di tendenza sul fronte della lotta
all'evasione fiscale che, per la prima volta, ha cominciato
ad arretrare, più ancora che per aver reso possibile
un avvio della riduzione delle tasse, credo sia significativo
perché indica che, dopo tanto disordine e tanta fatica,
la cultura della legalità sta ricominciando ad avanzare.
È un segnale al quale annetto grande importanza,
ma del quale avverto un limite pericoloso: per ottenerlo,
infatti, sono occorsi tre anni di lavoro e temo che non
sia facile per tutti coglierne pienamente il valore. Lavorare
di lena, con costanza e pazienza, per i risultati di lungo
periodo, è nella nostra tradizione. Ma il lungo protrarsi
di situazioni di instabilità, l'insofferenza maturata
fra i cittadini verso i sacrifici, la sfiducia stratificata
verso la classe politica, il tutto alimentato dalla spregiudicata
propaganda dell'opposizione politica, possono far velo agli
occhi di molti impedendo di vedere sia l'enormità
del cammino percorso in questi anni, sia l'importanza della
meta da raggiungere.
E questa insofferenza, questa sfiducia, possono aprire i
varchi da cui le forze della restaurazione potrebbero passare,
riportando il Paese al disastro dal quale è stato
salvato. La storia del nostro Paese - non dimentichiamolo
- è costellata di fasi alterne, in cui la presenza
di classi di governo all'altezza dei compiti è sempre
stata breve e saltuaria.
La riemersione della destra, anche la più estrema,
ha trovato del resto robusti appigli nell'opera di mistificazione
condotta scientificamente da quello che è stato definito
"revisionismo" storico, nel cui ambito è
presente la tendenza ad abdicare al dovere di esprimere
un giudizio di merito, ponendo sullo stesso piano aggressori
e aggrediti, oppressori e ribelli contro l'oppressione.
È storia di ieri, quella di cui si parla: la distanza
temporale è tale da consentire il necessario distacco
dalle passioni di allora, ma non autorizza ad annullare
la distinzione fra chi combatteva per la libertà
e la democrazia e chi per difendere la dittatura e l'invasione
straniera.
"Per dignità, non per odio", scrisse Piero
Calamandrei rivolto al "camerata Kesserling" per
spiegare l'irriducibile volontà di combattere contro
il fascismo e il nazismo: per dignità, oggi dobbiamo
conservare il ricordo e il giudizio sulla nostra storia
di allora, da cui l'Italia democratica ha avuto origine.
E per la nostra dignità, per la nostra coerenza con
noi stessi e con le ragioni della nostra azione politica,
abbiamo il dovere di batterci perché l'unità
prevalga nel segno di quei valori di libertà, giustizia
e solidarietà che la gran parte degli italiani condivide
ma nei quali stenta, nella confusione di oggi, ad identificare
un sicuro riferimento politico.
Ritrovarsi qui, oggi, non è perciò un raduno
di reduci: è un'occasione importante per ricordare
a noi stessi e a tutti che quei valori sono stati difesi
allora e oggi sono quelli che ispirano la nostra azione.
E la difesa di quei valori, di cui portiamo con orgoglio
e con decisione la testimonianza, richiede oggi, infatti,
coraggio nel rinnovamento, capacità di capire la
realtà in tutte le sue tumultuose trasformazioni,
prontezza e decisione nell'adeguare ad essa gli strumenti
della politica e quelli dell'organizzazione sociale. Si
tratta, insomma, di essere capaci di abbandonare vecchi
schematismi proprio per non tradire i valori che vogliamo
conservare.
In questa direzione, che vuole essere ed è, nei fatti,
la continuazione di un percorso cominciato allora, ci stiamo
muovendo con energia e con decisione, e le difficoltà
non ci spaventano, anche se sono rilevanti e numerose. Abbiamo
una preziosa eredità da conservare e gestire perché
i suoi frutti maturino, stagione dopo stagione.
Perché se un popolo non può che essere il
prodotto della sua storia, noi, della nostra storia, dobbiamo
evitare di perdere consapevolezza, trovando la capacità
di assicurarne il progresso e la crescita coerente: in quella
consapevolezza e in questa capacità risiede la possibilità
di costruire il nostro futuro e quello dei nostri figli.