Congresso 50° FIAP a Salice Terme

Pietro Amendola

Vincenzo Visco
Gaetano Arfè
Pietro Graglia
Ariane Landuyt
Mario Giovana
Valdo Spini

Cinzia Rognoni
Fotografie





   
 
Congresso di Salice Terme - Interventi al Convegno
Vincenzo Visco, Ministro delle Finanze

Amici, compagni,
devo prima di tutto ringraziarvi dell'invito a questo appuntamento, nel quale, per una volta, non mi si chiederà di parlare di tasse, bensì di valori. Le tasse non sono estranee ai valori, né i valori alle tasse: però non sempre è facile capirlo e farlo capire.
In questa occasione mi sarà permesso parlare, esplicitamente e senza retorica, di valori: cioè di quei riferimenti culturali ed etici ai quali ciascuno di noi, più o meno consapevolmente, obbedisce nel compiere le scelte, dalle più grandi, quelle che possono segnare una vita, a quelle più minute della vita quotidiana.
Personalmente, vengo da una famiglia che quei valori mi ha trasmesso come codice genetico. I miei genitori avevano conosciuto il fascismo e la guerra. Mio padre era astato allievo di Croce e attivo nella Resistenza nelle organizzazioni del Partito d'Azione. Personalmente alla tradizione familiare ho aggiunto la partecipazione diretta fin dalla prima giovinezza, alle vicende e alle esperienze del Movimento Operaio Italiano. Nella mia condizione si sono trovati in molti che oggi hanno più di 50 anni. Infatti appartengono ad una generazione una gran parte della quale è cresciuta nella convinzione che i valori ai quali doveva fare riferimento il nostro Paese - il suo popolo, le sue istituzioni, la sua politica, la sua cultura - erano quelli emersi ed esaltati nel movimento della Resistenza: la libertà di tutti, la dignità di ciascuno che impone di difenderla, la solidarietà fra i diversi che permette di essere uniti nel raggiungimento degli obiettivi comuni.
Oggi è diventato raro che questi temi riaffiorino; i ragazzi di adesso, in famiglia non ne sentono parlare; ci si riferisce alla Repubblica per dire che la prima è sinonimo di corruzione e malgoverno; si nomina la Costituzione per sottolineare quanto sia urgente cambiarla e quanti giochi politici si intrecciano attorno alla sua riforma. In queste cose si può leggere il compendio del cambiamento profondo che è intervenuto nella nostra vita collettiva e si possono traguardare gli elementi del travaglio che ormai da circa un decennio l'Italia sta attraversando, nello sforza di riconquistare una sua identità che gli eventi, non soltanto italiani ma planetari, hanno frantumato e disperso.
Eppure - che se ne sia o no consapevoli, che lo si rivendichi con orgoglio o che lo si rifiuti con rabbia - è da lì che tutti noi veniamo. E forse questo è il momento di ricordarlo ad alta voce.
I movimenti che furono protagonisti di quella fase della storia italiana, non esistono più. Il comunismo, nella sua attuazione istituzionale e politica, è crollato con una rapidità impensabile cancellando dal pianeta una delle due grandi potenze che ne avevano dominato la storia per più di mezzo secolo. E i partiti che in tutto il mondo facevano ad essa riferimento, o - essendosene da tempo distaccati assumendo una propria, distinta identità - hanno trovato in se stessi le risorse per realizzare un radicale cambiamento, o sono relegati al margine. Il fascismo ed il nazismo, dopo l'annientamento dei regimi ad essi ispirati per esito della guerra, sono oggi presenti soltanto in alcune sparute e circoscritte frange di fanatismo, mentre i partiti di destra che ne avevano in qualche modo raccolto l'eredità, hanno a loro volta compiuto una energica conversione. Altri protagonisti, come il PSI e la DC, hanno attraversato vicende che ne hanno scompaginato le file.
Quanto all'altro, importante protagonista della Resistenza, il Partito d'Azione, nato durante la Resistenza e disciolto all'indomani della fine della guerra, mi piace pensare che non sia casuale il fatto che oggi, dopo quasi 50 anni, per la prima volta l'Italia abbia un capo della Stato la cui unica e fugace appartenenza politica è stata a quel movimento.
Scrive Bobbio: "Si può dire che l'ideologia del Partito d'Azione fu l'ideologia della Resistenza, perché per esso la Resistenza fu qualcosa di più che un'occasione storica; fu la condizione stessa del suo nascere, l'orizzonte in cui si iscrisse, il limite positivo e negativo della sua efficacia".
L'esperienza di noi posteri ci ha insegnato, del resto, che ciò che la Resistenza ha prodotto è rintracciabile in quello che il Partito d'Azione indicava: non è stata soltanto, come alcuni volevano, una guerra di liberazione finita la quale l'Italia doveva tornare ad essere com'era prima del fascismo; né hanno prevalso i connotati di guerra di classe, condotta dal proletariato contro una borghesia il cui potere, complice del fascismo, sarebbe dovuto essere spazzato via. E' stata, invece, levatrice della profonda rivoluzione democratica vissuta dall'Italia postfascista, nella quale, nonostante i pesanti condizionamenti imposti dallo schieramento moderato dominante e nonostante le distorsioni prodotte dai lunghi anni della guerra fredda, si è affermata una cultura diffusa fondata sul diritto, sulle libertà individuali, sulla partecipazione attiva alle vicende nazionali.
Il pensiero contenuto nel movimento azionista, che a sua volta raccoglieva ed elaborava quello gobettiano del socialismo liberale, ma anche aspetti rilevanti del socialismo e dello stesso movimento comunista, ha di fatto fecondato la nascita dell'Italia democratica repubblicana. E lo scioglimento del Partito d'Azione ha prodotto un disseminarsi di quel pensiero in vari rivoli che hanno permeato i diversi soggetti della sinistra italiana. Sicché oggi, a distanza di così tanto tempo e dopo gli esiti sofferti da tutte le ideologie, il pensiero azionista ci permette di rintracciare in noi stessi radici profonde e ancora ricche di vitalità.
La raccolta di scritti che, in questa occasione viene presentata, è la migliore testimonianza di quanto sto dicendo. In essa sono rintracciabili spunti di attualità sorprendente, insieme agli umori di una fase di lotta decisiva e mobilitante in cui le difficoltà ed i rischi non riducevano la determinazione nel perseguimento degli obiettivi.
Proprio la consapevolezza profonda dell'importanza storica, vitale di quegli obiettivi, del resto, fu l'elemento determinante di quella straordinaria unità d'azione che a sua volta condusse la Resistenza alla vittoria. Una vittoria non solo e non tanto militare - poiché quella ha avuto bisogno di forze ben maggiori di quelle della Resistenza - ma morale e politica, poiché non solo il fascismo, ma anche la monarchia fu abbattuta, e fu edificata una democrazia che ha saputo resistere ai traumi che dagli anni '70 ad oggi hanno squassato il nostro Paese.
Ripercorrere con il pensiero gli ultimi 30 anni della nostra storia, suscita sconcerto. Il ricordo non è minimamente sbiadito, poiché quegli eventi pesano ancora tutti sulle nostre spalle: il terrorismo e lo scontro feroce che travagliò il Paese, nel quale furono poi individuate regie ed interventi di organizzazioni clandestine collegate a centrali internazionali specializzate nella destabilizzazione di regimi democratici; connivenze trasversali fra pezzi dello Stato, servizi stranieri, associazioni eversive e criminalità organizzata; i depistaggi, i silenzi, i segreti di Stato, i processi protratti per decenni, senza mai giungere a scoprire del tutto né i fatti né i responsabili primi di quei fatti.
E, intanto, tutto andava rapidamente cambiando: il modo di produrre, i rapporti fra imprenditori e forze del lavoro, l'assetto stesso del potere economico avviato alla globalizzazione e quindi protagonista di nuove logiche e soggetto di nuovi sistemi di interessi.
Infine, l'esplosione di "Tangentopoli": cioè del paese delle tangenti, in cui la connessione tra affari e politica, cresciuta negli anni, venendo finalmente svelata in tutta la sua estensione ha prodotto la crisi di tutti gli equilibri politici arrivando ad incrinare la consistenza stessa dello Stato.
Tutto questo l'Italia ha passato. E il processo di crescita democratica, ha sviluppato su radici salde e profonde, ma non ancora compiutamente svolto, ha subito un arresto. Se l'Italia ha retto, è stato proprio grazie alla vasta mobilitazione di tutte le forze democratiche, alla solidità dell'impianto istituzionale, alla saldezza dei valori sui quali era stata costruita la Repubblica. Ma le lacerazioni sono state gravi: il patto sociale è stato leso e la sfiducia si è diffusa; hanno preso corpo tendenze separatistiche e rivendicazionismi esasperati; l'ispirazione solidaristica è arretrata lasciando posto alla tendenza a far prevalere interessi privati o di singoli gruppi.
Tutto ciò è tuttora presente, ma il processo di crescita democratica è ricominciato con vigore e oggi, faticosamente ma anche molto in fretta, stiamo ricostruendo il tessuto che lega lo Stato ai cittadini e lo ricolloca nel consesso delle democrazie evolute. Il rischio - che pure abbiamo corso in modo assai pericoloso - di vedere l'Italia ridotta al rango di Paese marginale, più assimilabile a quelli cosiddetti "in via di sviluppo" che non al resto dell'Europa, è stato scongiurato e oggi, nel mondo, il nostro Paese dispone di un credito e di un rispetto che mai, in tutta la sua storia di Nazione, le era stato attribuito.
Vale la pena riaffermare queste che sono cose note anche se non sempre riconosciute con chiarezza, perché credo che per la prima volta, in questi anni, l'Italia abbia cominciato ad assumere connotati somiglianti a quelli che i "padri fondatori", i nostri costituenti - cioè principalmente gli uomini di ogni appartenenza che avevano guidato la Resistenza e che poi hanno scritto la Costituzione - immaginavano.
Ciò che da loro è stato trasmesso è la prevalenza dell'interesse generale, lo spirito di servizio che deve animare chi serve lo Stato, quei valori ispirati alla libertà di tutti, all'affermazione della giustizia, alla tensione verso una crescita che sia progressi diffuso per tutta la collettività e non arricchimento riservato ad alcuni: le forze che oggi compongono la maggioranza di governo sono le stesse che, pur nella diversità delle rispettive matrici ideologiche, seppero, allora, trovare unità di azione nel perseguire l'interesse generale del Paese.
La liberazione prima, la fondazione dell'Italia democratica poi, sono stati gli obiettivi forti per raggiungere i quali l'unità prevalesse.
L'unità capace di superare le divisioni - che, pure, nell'ambito della Resistenza furono rilevanti e, in alcuni momenti, drammatiche - è probabilmente un insegnamento che oggi è urgente recuperare. Il suo contrario -cioè la rottura dell'unità in cui le differenze prendono il sopravvento e suggeriscono comportamenti divaricanti - è ciò che lascia il campo al riemergere delle pulsioni della destra, anche le più estreme e deteriori: è ciò che accade in alcune regioni europee a noi molto vicine come la Germania e, da ultimo, l'Austria. È ciò che può accadere in Italia.
Nel nostro Paese, dopo la stagione di entusiasmo che ha permesso di vincere le elezioni del '96, il valore dell'unità si è affievolito e le diversità politiche hanno ricominciato a prendere il sopravvento, spesso marcate da fattori che poco hanno a che vedere con motivazioni alte, di ordine ideologico o culturale. È in questa fase che la destra trova lo spazio per rilanciare la propria presenza e la propria capacità di presa su un'opinione pubblica disorientata e stanca delle troppe incertezze sul futuro.
In questa fase, trova facile terreno anche la propaganda, che non esita a strumentalizzare e distorcere la storia e i fatti, utilizzando con assoluta spregiudicatezza qualsiasi occasione, anche la più estranea o la più ambigua, nel tentativo di additare all'opinione pubblica colpe presunte o inconsistenti attribuibili alla sinistra.
È un modo sciagurato di intendere la competizione politica: per questa strada, infatti, si punta ad incardinare i contrasti su basi nuovamente ideologiche, abbandonando il confronto delle ragioni e la limpidezza delle analisi, nel pericoloso tentativo di riprodurre i termini di uno scontro che lacerò il Paese nei decenni passati. Coloro che così agiscono, del resto, seguono coerentemente i percorsi che già avevano praticato assumendo contiguità con quei contesti nei quali crebbero proprio l'eversione ed il terrorismo, con aree di criminalità vera e propria, con associazioni dedite alla corruzione e al malaffare.
Il rischio che essi prevalgano non è assente. Il nostro impegno è quello di assicurare al Paese la serenità alla quale ha diritto, la fermezza nel perseguire gli obiettivi, la serietà e l'impegno necessari per mantenere salda la nostra rotta e raggiungibili le mete che abbiamo proposto al Paese. Fino ad oggi ci siamo riusciti: il piccolo risultato di cui in questi giorni parlano i giornali, cioè l'inversione di tendenza sul fronte della lotta all'evasione fiscale che, per la prima volta, ha cominciato ad arretrare, più ancora che per aver reso possibile un avvio della riduzione delle tasse, credo sia significativo perché indica che, dopo tanto disordine e tanta fatica, la cultura della legalità sta ricominciando ad avanzare.
È un segnale al quale annetto grande importanza, ma del quale avverto un limite pericoloso: per ottenerlo, infatti, sono occorsi tre anni di lavoro e temo che non sia facile per tutti coglierne pienamente il valore. Lavorare di lena, con costanza e pazienza, per i risultati di lungo periodo, è nella nostra tradizione. Ma il lungo protrarsi di situazioni di instabilità, l'insofferenza maturata fra i cittadini verso i sacrifici, la sfiducia stratificata verso la classe politica, il tutto alimentato dalla spregiudicata propaganda dell'opposizione politica, possono far velo agli occhi di molti impedendo di vedere sia l'enormità del cammino percorso in questi anni, sia l'importanza della meta da raggiungere.
E questa insofferenza, questa sfiducia, possono aprire i varchi da cui le forze della restaurazione potrebbero passare, riportando il Paese al disastro dal quale è stato salvato. La storia del nostro Paese - non dimentichiamolo - è costellata di fasi alterne, in cui la presenza di classi di governo all'altezza dei compiti è sempre stata breve e saltuaria.
La riemersione della destra, anche la più estrema, ha trovato del resto robusti appigli nell'opera di mistificazione condotta scientificamente da quello che è stato definito "revisionismo" storico, nel cui ambito è presente la tendenza ad abdicare al dovere di esprimere un giudizio di merito, ponendo sullo stesso piano aggressori e aggrediti, oppressori e ribelli contro l'oppressione.
È storia di ieri, quella di cui si parla: la distanza temporale è tale da consentire il necessario distacco dalle passioni di allora, ma non autorizza ad annullare la distinzione fra chi combatteva per la libertà e la democrazia e chi per difendere la dittatura e l'invasione straniera.
"Per dignità, non per odio", scrisse Piero Calamandrei rivolto al "camerata Kesserling" per spiegare l'irriducibile volontà di combattere contro il fascismo e il nazismo: per dignità, oggi dobbiamo conservare il ricordo e il giudizio sulla nostra storia di allora, da cui l'Italia democratica ha avuto origine.
E per la nostra dignità, per la nostra coerenza con noi stessi e con le ragioni della nostra azione politica, abbiamo il dovere di batterci perché l'unità prevalga nel segno di quei valori di libertà, giustizia e solidarietà che la gran parte degli italiani condivide ma nei quali stenta, nella confusione di oggi, ad identificare un sicuro riferimento politico.
Ritrovarsi qui, oggi, non è perciò un raduno di reduci: è un'occasione importante per ricordare a noi stessi e a tutti che quei valori sono stati difesi allora e oggi sono quelli che ispirano la nostra azione. E la difesa di quei valori, di cui portiamo con orgoglio e con decisione la testimonianza, richiede oggi, infatti, coraggio nel rinnovamento, capacità di capire la realtà in tutte le sue tumultuose trasformazioni, prontezza e decisione nell'adeguare ad essa gli strumenti della politica e quelli dell'organizzazione sociale. Si tratta, insomma, di essere capaci di abbandonare vecchi schematismi proprio per non tradire i valori che vogliamo conservare.
In questa direzione, che vuole essere ed è, nei fatti, la continuazione di un percorso cominciato allora, ci stiamo muovendo con energia e con decisione, e le difficoltà non ci spaventano, anche se sono rilevanti e numerose. Abbiamo una preziosa eredità da conservare e gestire perché i suoi frutti maturino, stagione dopo stagione.
Perché se un popolo non può che essere il prodotto della sua storia, noi, della nostra storia, dobbiamo evitare di perdere consapevolezza, trovando la capacità di assicurarne il progresso e la crescita coerente: in quella consapevolezza e in questa capacità risiede la possibilità di costruire il nostro futuro e quello dei nostri figli.