Congresso
di Salice Terme - Interventi al Convegno
Valdo Spini, Presidente Commissione Difesa Camera dei Deputati
e Direttore dei Quaderni Rosselli
Un
grazie fraterno a Iso Aniasi per questo invito, un saluto
a tutti voi. Io ho con voi un legame ideale, ma anche molto
concreto, nel senso che mio padre era ufficiale di collegamento
dell'VIII armata britannica, quindi fece la guerra fino
al Veneto, però ad un certo punto nell'aprile '45
gli dettero una licenza per sposarsi, cosa che fu fatta
all'inizio dell'aprile '45, io sono nato nel gennaio '46,
è probabile che sia stato concepito durante quella
licenza. Innanzitutto credo che noi dobbiamo fissarci su
tre punti in questo intervento. Il primo, la biografia di
Carlo Rosselli - è stato così ben ricordato
anche prima - è cristallina intemerata di combattente
antifascista. Rosselli è un volontarista, un erede
in questo senso del pensiero mazziniano, del resto in casa
di un avo di Rosselli muore sotto falso nome a Pisa Giuseppe
Mazzini, incarna quindi questa mescolanza tra socialismo
e spirito risorgimentale che suo fratello Nello studiò
in tanti testi rimasti famosi, a cominciare da quello sul
rapporto tra Mazzini e Bakunin. In questo senso io credo
che si debba sottolineare questo aspetto. Rosselli dette
tutto se stesso fino al sacrificio della vita e dette anche
i suoi beni; recentemente è uscita una nuova biografia
di Giuseppe Fiori, che ricorda questa svolta nella vita
della famiglia Rosselli: il ritrovamento di azioni della
società che aveva il mercurio nel monte Amiata e
che trasformò la famiglia Rosselli, in crisi dopo
l'abbandono della famiglia del padre dei fratelli Rosselli,
in famoso nonno Joe, che scappa con una cantante d'opera
e lascia Amelia Pinchel Rosselli e i figlioli in una condizione
di grande povertà. Però quasi come in un romanzo
si scoprono in un cassetto queste azioni della società
del monte Amiata che faranno di Rosselli una famiglia ricca.
GL e tutte queste imprese Rosselli se le è tutte
finanziate, anche quando Nenni fece con lui il quarto stato
a Milano nel '26 uno stipendio gli fu corrisposto da Rosselli.
Quindi ha diffuso vita, patrimonio e tutto nella battaglia
antifascista. Questo conviene ricordarlo per dare un po'
di spina dorsale a questo Paese, a cui si cerca di togliere
anche gli aspetti positivi della sua vita; io dirò
solo questo sul significato dell'antifascismo e della resistenza:
noi non siamo stati capaci - e forse dobbiamo farlo ora,
almeno io come Presidente della Commissione Difesa mi sforzo
di farlo - di spiegare il carattere nazionale della resistenza.
Abbiamo spiegato il carattere politico, ce la siamo via
via anche un po' contesa tra comunisti, azionisti, cattolici
e quant'altro, ma non siamo riusciti a spiegare questo carattere
nazionale, che non può essere assolutamente tolto
dalla vita del nostro Paese, né tanto meno liquidato
sotto la veste di guerra civile. Insomma c'è una
specie di interpretazione strisciante che si cerca di accreditare,
ma se questi partigiani se ne fossero stati buoni a casa
loro aspettando l'arrivo degli alleati liberatori, non avrebbero
evitato al Paese sciagure, lutti, rovine, lotte fratricide
e quant'altro? Questa interpretazione si è cercato
in qualche modo di accreditarla e io credo che vada respinta
nel modo più fermo, proprio partendo dal carattere
nazionale della lotta e liberazione. Guardiamoci intorno,
guardiamoci all'Austria occupata dalle potenze alleate fino
al '55, alla Germania fino all'89 occupata e divisa, al
Giappone sotto il proconsolato di McArthur, ma quale sarebbe
stata la sorte dell'Italia se non ci fosse stato da poter
rivendicare che almeno una parte del nostro Paese era insorta
in armi e si era battuta per riconquistare la libertà
perduta? Ma quale credibilità avrebbe avuto nel mondo
il nostro Paese? Eppure, nonostante questo, il trattato
di pace fu duro, eppure, grazie a Stalin, noi dovemmo aspettare
il 1955 per essere ammessi alle Nazioni Unite. Ma pensate
quale sarebbe stata la sorte del nostro Paese se non ci
fosse stata la resistenza e la lotta di liberazione. Questa
è una cosa che andrebbe rivendicata alta e forte,
insieme a una cosa che io oggi rivendico forse anche per
dovere di ufficio, ma è giusto che tutti rivendichino
con grande attenzione. Se noi sommiamo i caduti delle forze
armate dopo l'8 settembre, Cefalonia e quant'altro, se noi
sommiamo i 60mila periti nei campi di concentramento tedeschi
per non aver aderito alla Repubblica Sociale, se noi sommiamo
anche quei caduti del corpo italiano di liberazione, il
raggruppamento motorizzato, insomma di quel po' di forze
armate ricostituite dopo l'8 settembre del '43 che hanno
partecipato alle lotte di liberazione, noi abbiamo una cifra
totale di cui il grosso sono i deceduti nei campi di sterminio,
ma una cifra totale che va sui 90mila caduti delle forze
armate ufficiali. E non parlo qui dell'ex appartenente a
una forza armata che diventa partigiano, parlo proprio di
forze armate ufficiali. Perché all'Italia non è
stato mai detto? Perché il nostro Paese non lo sa?
Come noto sono anche più dei caduti partigiani in
senso stretto, ma non voglio fare un paragone, perché
qualitativamente è un altro discorso, ma perché
il nostro Paese non lo sa? Perché alle nostre forze
armate non è mai stato detto? Si tratta anche qui
di rivendicare un capitolo di storia del nostro Paese che
lo può rendere più maturo, più fiero
di se stesso, più politicamente impegnato. Certo
forse è più semplice dire: 'mah, erano tutti
opportunisti', italiani badogliani e cos" via, perché
sulla base di questo si può rivendicare qualcos'altro,
si può dire che chi si è impegnato erano i
partigiani da un lato e la repubblica sociale dall'altro,
due minoranze che in un grande sfascio in fondo vanno in
qualche modo capite e giustificate ambedue. Con ciò
si apre la strada al recupero della Repubblica di Salò,
per liquidare la quale basterebbe dire che nella Carta di
Verona c'era un articolo che proclamava 'gli ebrei stranieri
in patria', aprendo loro la strada del campo di concentramento
e di sterminio. Basterebbe questo per dire che si può
capire che da giovani si sbaglia, ma per dire che non si
può rivalutare un volontariato che avveniva sulla
base di questa carta, si cerca di rivalutarlo dicendo che
in fondo era il senso dell'orgoglio nazionale, ma il senso
dell'orgoglio nazionale secondo me l'hanno avuto quelle
migliaia di militari che, messi alla scelta tra il rimanere
in quel comodo albergo che erano i campi di concentramento
tedeschi o tornare in Italia a combattere la repubblica
sociale, scelsero di rimanere quasi all'unanimità
in campo di concentramento e soffrirono 60mila caduti. Io
credo che bisogna rimettere al proprio posto la storia nazionale,
voi avete questo merito, questo riuscitissimo congresso
dà un grande contributo in questa direzione. Secondo
punto, la crucialità di Rosselli nella lotta per
l'antifascismo e la resistenza. Mussolini di assassinii
politici non ne ha poi commissionati tantissimi, certo ha
bastonato, il suo tribunale speciale disse: "non fate
funzionare questo cervello", era per Gramsci, ma proprio
l'assassinio politico ad hoc se guardate bene si svolge
nell'area del socialismo democratico e liberale, Matteotti,
Rosselli, Amendola e quant'altri. Cioè siamo di fronte
all'individuazione di un nemico particolarmente pericoloso.
E perché era particolarmente pericoloso? Certo per
l'attivismo, il volontarismo, forse gli storici ci potranno
dire che si temeva da parte di Rosselli l'organizzazione
di una legione italiana che sull'esempio di Pisacane e di
Bandiera sbarcasse in Italia dopo l'esperienza spagnola,
ma certo erano particolarmente pericolosi per la coerenza
del loro pensiero politico, che aveva questo nodo indissolubile
Giustizia e Libertà. Questo rende oggi la prospettiva
in cui si ricorda Rosselli del tutto particolare, io mi
ricordo l'emozione da ragazzo quando vedemmo apparire il
primo volume da Einaudi nel 1973, in cui era presente il
socialismo liberale. Voi sapete che l'unica altra edizione
era del 1945, le famose edizioni U, che fu accolta con una
bellissima lettera da Calamandrei a Salvè: "mandateci
le cose di Rosselli", anche questo è importante
per poi vedere i legami col liberalsocialismo, noi non li
conosciamo questi scritti, perché il socialismo liberale
era apparso in francese a Parigi nel '30. Ma dal '45 al
'73, se si eccettua che il volumetto 'Oggi in Spagna, domani
in Italia', bellissimo volumetto sulle esperienze della
Spagna, il pensiero politico di Rosselli non era stato diffuso.
Quindi pensate per quanti anni il suo pensiero politico
non era entrato in circolo, certo si ricordava il Rosselli
combattente antifascista, il Rosselli ucciso dal fascismo,
ricordo il ritorno delle salme a Firenze, con la bellissima
commemorazione di Gaetano Salvemini, ricordo che il sindaco
comunista di Firenze Mario Fabiani volle portarle a spalla
vestito da operaio, però certamente sul socialismo
liberale è stato steso un obl"o. Ricordo l'emozione
con cui chiamammo Leo Valiani a presentarlo, e ricordo che
fu un avvenimento ripresentare a Firenze queste vicende.
Oggi siamo alla situazione contraria, ricordare Rosselli,
se vogliamo usare questo termine, fa fino, perché
è un antenato rivendicabilissimo, non è mai
stato sotto l'Unione Sovietica, non ha mai avuto indulgenze
col socialismo illiberale e autoritario, né ha avuto
indulgenze verso l'attendismo socialista, verso il fatalismo
marxista e cose di questo genere. Quindi siamo di fronte
a una situazione in cui Rosselli, che era stato messo in
qualche modo nella galleria dei martiri e degli eroi ma
non nella galleria dei pensatori politici della sinistra
italiana, oggi Rosselli è tornato di grandissima
attualità. Bisogna naturalmente in questi casi evitare
che si faccia della retorica, quindi è bene precisare
fino in fondo qual è il significato dell'opera di
Carlo Rosselli, del filone socialismo liberale, Giustizia
e Libertà, e del filone parallelo liberalsocialista
non equivalente. Gervasoni lo dice bene, del resto mi ricordo
un memorabile scritto "Per qualcuno questo nome dice
molto" di Mario Delle Piane, che ho avuto la fortuna
di conoscere, in cui era spiegata la differenza tra il socialismo
liberale, che è un discorso di revisionismo rivolto
al socialismo europeo, e liberalsocialismo, che è
una emancipazione di giovani intellettuali dal pensiero
di Croce o forse anche di Gentile. Due vicende che si svolgono
in parallelo che non sono la stessa cosa. Certo che Rosselli
è un giovane che reagisce, che scrive il suo manoscritto
"Socialismo liberale" sulla spinta di dare una
spiegazione alla sconfitta del movimento socialista rispetto
al fascismo e sulla necessità di rinnovarlo e di
dargli delle nuove caratteristiche. Da questo punto di vista
Rosselli è il primo socialista italiano che si dichiara
apertamente post-marxista; fino ad allora il dibattito era
avvenuto attraverso un revisionismo interno al marxismo
che arrivava fino alla punta estrema di Bernstein, per il
quale il movimento era tutto, il fine era nulla, ma che
si muoveva all'interno di quella cultura e di quella logica.
Rosselli, che non a caso studia da giovane il pensiero economico
e sindacale del laburismo britannico, è il primo
socialista post-marxista, che dà atto a Marx di avere
interpretato correttamente una certa realtà, ma che,
dice, questa realtà sociale, economica e politica
non è più quella che abbiamo di fronte. Lo
dice con grande preveggenza, perché ci sono voluti
molti decenni per arrivarci; io noto tra l'altro che è
stato Paolo Silos Labini, allievo di Ernesto Rossi e di
Salvemini, quindi di quella costola l", che a un certo
punto ci presentò in Italia quel "Saggio sulle
classi sociali" che fu un grosso punto di riferimento
del revisionismo della sociologia marxista. Direi quindi
primo socialista post-marxista, il quale dice apertamente
'ci poniamo da un altro punto di vista', e quindi è
molto moderno, nel senso di dire che il socialismo piuttosto
che essere un deterministico risultato di un'evoluzione
economica e sociale magari come voleva Lenin da aiutare
il momento rivoluzionario con un momento volontarista -
intendiamoci, se uno va a guardarsi bene il libro di Lenin
sul rinnegato Kausky, che è molto violento contro
Kausky, si accorge che la radice culturale è quella
l", il dibattito è se occorre un'iniziativa
volontarista rivoluzionaria o se invece sarà un'evoluzione
delle cose, ma la società socialista a cui guardano
è quella l" -. Rosselli invece pone un altro
problema, propone il socialismo come erede del liberalismo,
come liberalismo in azione, come programma politico per
assicurare veramente a tutti la possibilità di usufruire
delle libertà non solo formali ma sostanziali. Qui
potremmo vederci il programma di Roosevelt, le quattro libertà.
Però Rosselli si considera socialista, dirige il
suo discorso al socialismo europeo; per la verità
il socialismo liberale più vicino a quello a cui
Rosselli aveva pensato io lo vedo nel governo laburista
del '45-'51 in Gran Bretagna, dove i laburisti e i socialisti
realizzano in realtà delle indicazioni e dei programmi
che vengono da due liberali: Lord Beveridge per quando riguarda
lo stato del benessere e John Meynard Keynes per quanto
riguarda una politica economica che riconosce il ruolo economico
del sindacato. Non tutti sanno che Lord Keynes è
stato anche candidato liberale, in genere sempre sconfitto
alle elezioni in Gran Bretagna, ma il matrimonio avviene
con la capacità del movimento operaio, sindacale
britannico di assumere grandi indicazioni di riforma di
un pensiero di matrice liberale nel senso anglosassone.
Voi sapete che è tutto un altro discorso, quando
noi andiamo a fare una distinzione di stampo crociano tra
liberismo e liberalismo, che è una distinzione valida
per la cultura italiana, all'estero non si è capiti,
questa distinzione non c'è e quindi è bene
usarla con una certa cautela. Come quando si va all'estero
a vendere flessibilità, i francesi nell'incontro
che abbiamo avuto l'altro giorno ci invitavano ad usare
il termine souplesse, dicendo che da loro flessibilità
era un termine poco di moda, ma torneremo su questo punto.
Il punto fondamentale è che Rosselli si considera
socialista. Io ho cercato di mettere in qualche modo a confronto
la lettura del famoso libro della Terza via di Anthony Giddens,
che è la bibbia della terza via di Blair e di Schroeder,
con il socialismo liberale di Rosselli. Va detto oggettivamente
che se uno mette a confronto i due testi si rende conto
che nel socialismo liberale di Rosselli sono contenute molte
delle cose che sono contenute nel libro di Giddens sulla
terza via; oserei dire che Rosselli le scrive meglio, comunque
sentiremo anche il parere degli altri. Il punto cruciale
è che Rosselli liquida l'aspetto economicista deterministico
del socialismo, allora dove si recupera questa parola socialista
rispetto a un generico democraticismo, a un liberalismo
avanzato? Questo è il punto delicato da approfondire
della nostra analisi, lui la recupera sul piano dei valori,
dei principi, dell'etica; quello di Rosselli è un
socialismo dei valori che poi porta allo schieramento con
le classi lavoratrici dell'epoca, e quindi definire il socialismo
come l'alfiere della classe oppressa. In questo senso c'è
uno schieramento sociale diverso da quello del liberalsocialismo,
capitiniano, di Calogero che invece si situa con un'evoluzione
di classi intellettuali nel nostro Paese. A questo punto
sorge la domanda: è sufficiente dire che il socialismo
è tale perché si riferisce a certi valori
o diventa in qualche modo un liberalismo filantropico o
umanistico, come si potrà vedere poi di Silone o
di altri? Questo secondo me è un grosso punto che
va discusso, e vale anche per l'attualità, anche
perché, come dicevo prima e come ha detto giustamente
Bobbio, il socialismo liberale e democratico ha vinto sul
socialismo autoritario, però ha di fronte a sé
un nemico diverso, che è il liberal-liberismo, che
anzi per un certo ciclo della vita del nostro globo - Reagan,
Thatcher e cos" via - a un certo punto è sembrato
prevalere. Ma il nemico di oggi certamente è socialismo
liberale o liberal-liberismo; in questo senso credo che
effettivamente valga la pena di approfondire questo punto.
Io penso che quando si parla di socialismo dei valori, dei
principi e si parla di questo schieramento sociale si faccia
un'operazione politicamente significativa; cioè non
credo che il socialismo liberale in quanto socialismo dei
valori e dell'etica possa essere liquidato come non socialismo,
io penso che ci sia su questo un elemento su cui ci si può
appoggiare e su cui si può lavorare. Credo che rispetto
a chi vuol partire dalla terza via per liquidare la matrice
socialista liberale e per ridurre a un democraticismo tout
court, credo si possa rivendicare questo dato del tipo di
socialismo che Rosselli prefigura, perché da questo
tipo di socialismo scaturiscono delle conseguenze di schieramento
politico e sociale che sono molto importanti e che sono
importanti anche dal punto di vista della condotta nel mondo
di oggi, dove certamente del socialismo liberale io darei
almeno tre elementi di attualità. Il primo elemento
è questo che dicevo prima di socialismo dei valori
e dei principi; noi come sinistra italiana abbiamo troppe
volte in questi anni abbandonato il campo su questo terreno,
per cui a un certo punto è sembrato che tutto sommato
in mancanza di meglio i valori li andavamo a mutuare dal
cattolicesimo italiano, il che non era francamente l'impostazione
della sinistra, l'impostazione di Rosselli. Non perché
non ci si debba incrociare con i valori del cattolicesimo
o non si debba effettuare sul piano dei valori delle convergenze,
ma l'idea che caduto il muro di Berlino la sinistra non
avesse più morale, non avesse più etica e
che quindi in qualche modo questa morale fosse o da mutuare
o da adattarsi a un nuovo rilancio del cattolicesimo italiano,
credo che questo sia stato in questi anni e sia tutt'ora
uno degli elementi di debolezza della sinistra. Da questo
punto di vista Rosselli è attuale, la sinistra deve
avere un'etica. Certo un'etica che si ferma fino a un certo
punto, perché sull'ideologia ci siamo divisi, sui
valori ci si unisce e ci può unire da varie provenienze,
ma l'idea di avere una sinistra che in qualche modo non
aveva una sua etica, credo che sia stato un elemento di
grande debolezza. Per il partito socialista il discorso
è davanti a tutti, però quando si vede qualche
degenerazione della seconda repubblica in prima repubblica,
quando si vedono per esempio elementi della classe dirigente
attuale, per fortuna solo elementi, che non sentono il problema
di un controllo sociale sui loro comportamenti, e chiunque
credo abbia qualche esempio di fronte a se, credo che ci
si rende conto che mai la sinistra deve lasciare il piede
dall'acceleratore di valori, di principi e di etica. In
questo senso noi ci ispirammo come circolo cambio cass.
... a parlare di cose certamente rispettabili ma del tutto
ininfluenti sulla politica, invece purtroppo erano cose
influenti e molto sulla politica; fossero state ritenute
influenti forse le cose sarebbero andate in un modo davvero
diverso. Quindi questo tema dell'etica, che è un
tema poi che viene da lontano, che viene dal Risorgimento,
che viene dalle influenze mazziniane, gobettiane, di un'etica
laica che non significa etica contro, mi sembra un tema
di grossa attualità; assolutamente Rosselli su questo
va ripensato. Secondo aspetto, di attualità. Il socialismo
liberale, proprio perché si occupa della libertà,
è sensibile al tema delle istituzioni, Calamandrei
alla Costituente fu presidenzialista, perfino Lombardi ebbe
un'eresia presidenzialista, poi se la rimangiò. Se
leggete la motivazione con cui Calamandrei è presidenzialista,
ci trovate degli aspetti molto moderni di critica alla possibile
involuzione del partito di massa. Da questo punto di vista
l'attenzione alle istituzioni che sono il vaso, la volontà
politica possiamo descriverla come una specie di metallo
in fusione, che prende l'uno o l'altro aspetto a seconda
del vaso in cui viene incanalato, ed è il sistema
politico istituzionale. Il socialismo liberale, su questo
- ricordiamoci poi il dibattito aperto da Bobbio sul mondo
operaio negli anni Settanta e Ottanta - è di estrema
attualità. Anche qui io potrei citare l'incontro
dell'altro giorno coi francesi, i quali ci dissero: attenzione,
noi non siamo morti, unicamente perché avevamo la
legge elettorale a doppio turno, che sia noi che la sinistra
è costretta a ricoagulare, altrimenti con tutti i
guai che abbiamo avuto ci saremmo trovati probabilmente
in una condizione di gravissima difficoltà. E' evidente
che il contenente della volontà politica, e quindi
anche la critica dell'involuzione del partito di massa,
che viene fatto da Giustizia e Libertà; certo sulla
base di altre impostazioni, Roberto Michels, però
anche questo è un punto, vi devono essere istituzioni,
regole e norme che impediscono uno stravolgimento. Il terzo
elemento di attualità lo lascerò a Visco,
che è un grande economista. Giustizia e Libertà
a suo modo affrontò il tema del rapporto pubblico-privato
nell'economia, che è il tema del momento. Come lo
affrontò? Con l'economia a due settori, che era,
per il tempo, un'elaborazione avanzata, e credo che i Quaderni
di GL valga la pena di rileggerli. Noi oggi dovremmo affrontarli
col tema di un pubblico non più impiccione nell'economia,
ma capace davvero di garantire regole e trasparenza al mercato,
contro una fuoriuscita dal limite di accettabilità
delle disuguaglianze, ma di garantire una funzione dello
Stato che possa affermare le finalità anche di interesse
comune del mercato di riuscire a contrastare le distorsioni
- un tempo si diceva monopolistiche, la nazionalizzazione,
Ernesto Rossi le giustificava contro i monopoli, per assicurare
la libertà del mercato contro i monopoli - del mercato
stesso a fini privatistici, le scorribande a fini speculativi
e l'utilizzazione scorretta degli stessi meccanismi di competizione
e di affermazione sul mercato. Qui, effettivamente, ci sono
delle tematiche di carattere nazionale, europeo, ma anche
planetario; la globalizzazione comporta che o portiamo questo
tema a livello internazionale, e già si comincia
a vedere qualche capacità di cominciare a porre questo
problema a livello internazionale, o altrimenti nemmeno
il pubblico farà grande difficoltà a giocare
questo ruolo di regolatore, di arbitro, di garante dell'interesse
pubblico. Certo questo è di grandissimo rilievo anche
nell'Italia di oggi, nell'Italia che deve fare le privatizzazioni,
in cui forse è meglio qualche visita di meno in qualche
palazzo e qualche capacità di più di garantire
determinate regole e di non sognare l'arrivo di questi famosi
nuovi capitalisti che speriamo ci siano, ma prima vanno
un pochino verificati. In questo senso io opporrei veramente
l'attualità del socialismo liberale, il problema
dell'etica nella politica, il problema dell'etica nella
sinistra, il problema dell'incidenza dell'aspetto istituzionale
e delle regole istituzionali elettorali sulla democrazia
e quindi sulla libertà, il problema del rapporto
pubblico-privato nell'economia. Forse questo è il
più bruciante, il più difficile da risolvere
nel duemila, in un mondo che si avvia nei confronti della
globalizzazione. Se condividete questi tre elementi di attualità
politica, cioè queste esigenze di ricostruzione del
socialismo liberale, ci sono grandi elementi per costruire
un programma, per dare una risposta moderna a queste esigenze
per un programma di grande attualità politica. Allora
il socialismo liberale non è soltanto l'omaggio a
dire 'grazie al cielo lui non è mai stato stalinista,
possiamo trovare una purissima coerenza di Giustizia e Libertà,
ma direi che probabilmente ci troviamo anche qualcosa che
ci parla oggi. Io ho scelto soltanto tre temi ma ne potrei
trovare altri, non parliamo dell'europeismo di Rosselli
che poi si esprime con i suoi seguaci a Ventotene, che poi
si esprime con quella grande carta dell'europeismo socialista
che è l'astensione di Riccardo Lombardi sul Mec che
fu una grande novità per la sinistra di allora. Io
ci vedrei effettivamente questi tre elementi di grande novità
a cui dobbiamo dare una risposta, allora vedete che sono
partito dal rivendicare il valore dell'antifascismo e della
resistenza nella storia nazionale italiana di cui non possiamo
accettare a cuor leggero una sorta di perdita di riferimento
e di spina dorsale, per arrivare ai problemi politici di
un socialismo moderno nel nostro tempo e nella nostra epoca.
A questo dobbiamo dare una risposta, Francois Olande ci
ha detto una cosa, io posso anche accettare il manifesto
Blair-Schroeder tranne una frase in cui si dice che l'obiettivo
della sinistra è la flessibilità, perché
la flessibilità può essere un mezzo ma non
può essere un obiettivo. Io capisco che Veltroni
scrive nella sua mozione noi siamo una nuova sinistra nata
dopo il 1989, però care compagne e compagni, io non
rinuncio a dire che forse noi siamo nati con Rosselli, non
siamo nati nel 1989. Io plaudo a lui che dice questo, dal
suo punto di vista fa bene a dirlo, però credo che
anche un contributo alla sinistra di oggi è dire:
non sei nata solo nel 1989, sei nata prima e puoi rivendicare
integralmente questo pensiero e questo filone. Lo dico anche
per evitare troppi comunisti che diventano liberali! Care
compagne e cari compagni, fermiamoci un po' a mezza strada
e troviamo in un socialismo moderno, democratico e liberale
il punto di orientamento per la sinistra di oggi. Grazie.