Congresso
di Salice Terme - Interventi al Convegno
Cinzia Rognoni - Università di Pavia
La trasformazione in senso federale dello
Stato italiano appare oggi una possibilità concreta,
perché quasi tutte le forze politiche si dichiarano
favorevoli a riforme sostanziali della struttura statale
che, pur non essendo ancora definite in termini rigorosi,
sono chiaramente riconducibili ai principi generali del
federalismo interno. Tra le forze politiche non mancano,
però, elementi di confusione. Federalismo è
termine che viene impiegato vuoi da chi propone una mera
operazione cosmetica dello Stato unitario attraverso una
più accentuata decentralizzazione amministrativa,
vuoi da chi, all'opposto, persegue niente meno che la secessione.
E' necessario, quindi, ricondurre il dibattito a termini
meno ambigui, richiamando i caratteri salienti dello Stato
federale: un sistema di governi "coordinati e indipendenti",
come insegnava Kenneth Wheare.
A partire da Cattaneo e attraverso Carlo Rosselli, Emilio
Lussu, Altiero Spinelli, Adriano Olivetti il tema del federalismo
interno è diventato patrimonio della cultura politica
italiana. Lo stesso Einaudi a esso dedicò alcune
tra le sue più belle pagine. Già nel 1944,
con l'articolo Via il prefetto! egli si esprimeva con parole
di fuoco contro l'accentramento statale. "Si potrà
discutere sui compiti da attribuire a questo o a quell'altro
ente sovrano - scriveva - e adopero a bella posta la parola
sovranità e non autonomia, a indicare che non solo
nel campo internazionale, con la creazione di vincoli federativi,
ma anche nel campo nazionale, con la creazione di corpi
locali vivi di vita propria originaria non derivata dall'alto,
urge distruggere l'idea funesta della sovranità assoluta
dello Stato".
E' certamente vero che la statualità ottocentesca
appare sempre più inadeguata, con le rigidità
del centralismo, a governare il mondo della complessità.
Ma è ancor più vero che questa crisi, la crisi
dello Stato nazionale, affonda le sue radici nella dimensione
sovranazionale dei problemi della sicurezza e dello sviluppo
economico. La risposta efficace si trova, dunque, nella
creazione della Federazione europea e nel suo contributo
all'instaurazione di un nuovo ordine mondiale capace di
condurre, nel tempo, alla fondazione di un governo mondiale.
Già durante la Resistenza vi era chi aveva idee chiare
al riguardo. Nella Carta di Chivasso il federalismo interno
è strettamente connesso e, in qualche modo, subordinato
alla costruzione della Federazione europea. Proprio per
questo legame che la Carta istituisce tra federalismo europeo
e federalismo interno, un legame totalmente ignorato dal
dibattito politico attuale in Italia, la Carta presenta
uno straordinario motivo d'interesse e vale la pena di evidenziarne
gli elementi fondamentali.
La Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine,
più comunemente conosciuta come Carta di Chivasso,
è il frutto di un convegno svoltosi a Chivasso, nella
casa di Edoardo Pons, il 19 dicembre 1943, fra i rappresentanti
della resistenza valdostana e quelli della resistenza valdese.
Alla riunione parteciparono, in rappresentanza dei valdostani,
Emile Chanoux, che era allora il più autorevole esponente
del movimento autonomista e che fu torturato e ucciso dai
fascisti nel 1944, ed Ernesto Page, uno dei più importanti
promotori del Cln valdostano. Mancavano all'appuntamento
Lino Binel, arrestato dai fascisti, e Federico Chabod, che
però fece pervenire un suo documento alla riunione.
A rappresentare i valdesi furono Giorgio Peyronel, Osvaldo
Coisson, Gustavo Malan e Mario Alberto Rollier, che univano
alla militanza nel Partito d'azione e nelle Formazioni "Giustizia
e Libertà" quella nel Movimento federalista
europeo.
Il contenuto della Carta di Chivasso può essere riassunto
in tre punti fondamentali: 1) la parte preponderante del
documento è dedicata alla rivendicazione di una forte
autonomia delle Vallate alpine nel campo politico-amministrativo
(il modello esplicitamente indicato è quello dei
Cantoni svizzeri), in quelli della cultura e dell'istruzione
(qui la rivendicazione fondamentale è quella del
bilinguismo), nonché in quello dell'economia (comprendente,
oltre a un controllo sulle risorse locali, forme di autonomia
fiscale). In tal modo si sarebbero cancellate le conseguenze,
particolarmente rovinose per le Vallate alpine, della politica
di oppressione delle culture locali attuata costantemente
dallo Stato nazionale centralizzatore ed esasperata dal
regime fascista; 2) tale rivendicazione riguardante specificatamente
le Vallate alpine viene inquadrata in quella della ristrutturazione
globale dello Stato italiano in direzione "di un regime
federale repubblicano a base regionale e cantonale",
inteso come "l'unica garanzia contro un ritorno della
dittatura"; 3) la realizzazione di un regime federale
a livello italiano viene, a sua volta, inserita nella prospettiva
della Federazione europea, perché il federalismo
"rappresenta la soluzione del problema delle piccole
nazionalità e la definitiva liquidazione del fenomeno
storico degli irredentismi, garantendo nel futuro assetto
europeo l'avvento di una pace stabile e duratura".
Il parallelismo tra federalismo interno e federalismo sovranazionale
è il risultato di un incontro tra due visioni che,
pur condividendo gli obiettivi, si distinguevano nell'individuazione
delle priorità. Da una parte, l'autonomismo di Chanoux
che assegnava la priorità strategica al federalismo
interno e, dall'altra, la visione di Rollier, legato ai
federalisti di Ventotene, che sosteneva, invece, quella
del federalismo sovranazionale. Il centralismo degli Stati
nazionali, secondo Rollier, aveva la sua radice fondamentale
nell'anarchia internazionale, che discende necessariamente
dalla sovranità assoluta. In un sistema di questo
genere, la sicurezza degli Stati ai confini prevale fatalmente
sulla libertà al loro interno e favorisce, perciò,
le tendenze militaristiche, centralistiche e conservatrici.
Ciò era particolarmente vero in Italia a causa dell'arretratezza
economico-sociale del Paese, caratterizzata soprattutto
dalla spaccatura fra Nord e Sud. Da questa visione discendeva
la conclusione pratica che la Federazione europea costituiva
il préalable rispetto alle riforme interne (quindi
anche in direzione del federalismo interno, oltre che in
direzione liberal-democratica, e della giustizia sociale).
Solo in tal modo, infatti, si sarebbe potuta eliminare strutturalmente
l'anarchia internazionale in Europa e le sue oggettive implicazioni
interne e si sarebbero poste le premesse della modernizzazione
economico-sociale e politico-democratica dell'Italia, attraverso
un suo legame organico con i Paesi europei più avanzati.
Così, quando Gustavo Malan e Osvaldo Coisson proposero
a Rollier, nella primavera del '43, di battersi per l'autonomia,
la risposta di Rollier fu chiara e decisa. "Mario ci
ascoltò - ricorda Malan - ci guardò come se
fossimo due pazzi e poi cominciò a camminare avanti
e indietro e alla fine disse: "Ci sto purché
sia nella Federazione europea".
L'adesione ai principi federalisti portò sia Chanoux
che Rollier a ulteriori approfondimenti teorici: il primo
attraverso lo scritto Federalismo e autonomie, redatto a
commento della Carta di Chivasso, il secondo soprattutto
attraverso Stati Uniti d'Europa, opuscoli pubblicati entrambi
nei "Quaderni dell'Italia Libera" nella primavera
del '44. I titoli dei due scritti, che rappresentano i più
importanti lavori di Chanoux e Rollier sul federalismo,
rendono ragione della diversa delimitazione del campo d'indagine
e, quindi, del differente obiettivo prioritario dei due.
Chanoux, pur auspicando l'unità politica dell'Europa,
sottolineava che "perché possa avvenire un'unione
fra i diversi popoli europei è necessario che all'interno
di ciascuno di essi, quella stessa concezione / la concezione
federalista / prevalga". Precisava che la difesa delle
minoranze era "l'unica garanzia per la pace in Europa"
e sosteneva che questa legge doveva "essere affermata
dagli italiani in questo periodo storico particolarmente
tragico, all'interno dello Stato italiano, perché
possa essere affermata anche di fronte agli altri Stati,
perché possa essere invocata contro eventuali soprusi
ed ingiustizie di questi e contro un ritorno dei nazionalismi".
Nell'introduzione al suo opuscolo Rollier scriveva, invece,
che lo scopo preciso del saggio era quello di dimostrare
come gli Stati Uniti d'Europa fossero l'obiettivo prioritario
della lotta politica; che "il problema dell'Unione
europea" era quello di farla "ora e non in un
indeterminato futuro", in quanto la Federazione europea
rappresentava l'unica "soluzione armoniosa dei problemi
europei"; che non vi erano altre vie percorribili,
"poiché la sola alternativa ad essa è
l'autodistruzione dell'Europa, della sua cultura e della
sua multiforme civiltà in una serie infinita di guerre
che prenderebbero vieppiù il carattere di guerre
civili". L'autonomismo era, dunque, per Rollier un
aspetto - subordinato - del federalismo, la cui prospettiva
era europea e cosmopolita. Egli era evidentemente consapevole
che battaglie per la valorizzazione delle "piccole
patrie", non innestate in un quadro politico di più
vasto respiro, rischiavano inesorabilmente di degenerare
nel micro-nazionalsimo e peggio.
La Carta di Chivasso - che pure è giustamente considerata
un momento importante nel processo che ha portato all'autonomia
della Valle d'Aosta e delle altre ragioni a statuto speciale
e all'inserimento nella Costituzione repubblicana delle
disposizioni relative alle regioni a statuto ordinario,
alle autonomie locali e alla tutela delle minoranze - riflette
dunque in larga misura la visione che Rollier aveva del
problema. Una visione profondamente radicata se è
vero che egli continuò questa battaglia anche dopo
la Liberazione. Il maggior impegno in questo senso lo avrebbe
dispiegato all'epoca della Costituente. Allora numerosi
sarebbero stati i suoi sforzi per far inserire nella Costituzione
norme atte a garantire l'identità culturale e l'autonomia
delle popolazioni alpine così come la loro libertà
religiosa. Degna di nota è la mozione sulla questione
valdostana, presentata il 4 ottobre 1944 dal Partito d'azione
al Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, nella
quale si può cogliere l'apporto personale di Rollier.
Occorre, per altro, precisare che la battaglia di Rollier
e di quanti nel Movimento federalista europeo proseguirono
questa lotta - (cfr. Sergio Pistone, Un'Italia federale
in un'Europa federale, in "I problemi della lotta politica
nella società moderna", Quaderno del Mfe, n.29,
Pavia 1993; Unione europea subito per la pace, per la liberazione
delle comunità locali, per lo sviluppo del Terzo
mondo, per una nuova politica del lavoro, Atti del XII congresso
Mfe Cagliari 2-4 novembre 1984, Pavia sd., ma 1985) - ha
acquisito col tempo maggiori possibilità di successo
grazie allo sviluppo del processo d'integrazione europea.
Pur non essendo ancora giunto al traguardo della Federazione
europea, il processo d'integrazione ha di fatto eliminato
la politica di potenza fra i Paesi dell'Europa occidentale
e, quindi, fatto venir meno - anche se con gli elementi
di precarietà dipendenti dall'incompletezza dell'unificazione
- le inesorabili spinte centralistiche che ne derivavano.
Per quanto riguarda l'Italia, in particolare, l'integrazione
europea costituisce il fattore fondamentale del processo
di modernizzazione realizzatosi in questo dopoguerra e,
di conseguenza, della forte attenuazione dei fattori che
contribuiscono ad alimentare le spinte centralistiche. Se
si ripercorre la storia dei progressi delle autonomie locali
nell'Italia del dopoguerra è difficile, in effetti,
non constatarne un nesso organico con l'avanzamento dell'integrazione
europea. La creazione delle regioni a statuto speciale avvenne
in un momento in cui all'indebolimento decisivo degli Stati
nazionali e dell'Italia in modo particolare, dopo la fine
della guerra, corrispondevano i primi passi dell'integrazione
europea sotto l'impulso americano. L'istituzione delle regioni
a statuto ordinario si colloca, d'altro canto, nella fase
di forte avanzata dell'integrazione economica e del connesso
avvio della modernizzazione dell'Italia che ha fatto seguito
all'entrata in vigore dei Trattati di Roma. L'attuale fase,
in cui è concretamente all'ordine del giorno il federalismo
interno, ha, infine, un evidente rapporto con i decisivi
sviluppi e le ancor più decisive prospettive di progresso
dell'integrazione legati all'Atto Unico e al Trattato di
Maastricht, in cui all'Art.3B viene fatto esplicito riferimento
al principio di sussidiarietà (per cui si trasferiscono
alla comunità territoriale più ampia - nel
Trattato di Maastricht, la Comunità europea - solo
le competenze e i poteri che non possono essere esercitati
adeguatamente dalle comunità inferiori - in questo
caso, gli Stati).
Se l'avanzamento dell'integrazione europea ha avuto un peso
determinante nell'affermarsi della situazione che rende
la realizzazione del federalismo interno alla portato di
mano in Italia, dovrebbe, d'altra parte, essere chiaro che
se il processo non prosegue rapidamente verso il traguardo
della Federazione europea la situazione favorevole potrebbe
rovesciarsi. Non si può affrontare la sfida della
moneta unica se non si crea parallelamente un governo economico
europeo in grado di affrontare in modo unitario il problema
della disoccupazione strutturale, evitando una distruttiva
nazionalizzazione delle politiche dell'occupazione. Dall'altra
parte, il processo di balcanizzazione dell'Europa centro-orientale,
che ha fatto seguito alla dissoluzione del blocco sovietico,
può essere contrastato solo da un'Unione europea
che abbia un'autentica politica estera e di sicurezza comune
e sia capace di allargarsi verso l'Europa centro-orientale
contribuendo in modo decisivo alla soluzione dei conflitti
etnici, allo sviluppo economico-sociale e al progresso democratico
dell'intera regione. In sostanza, senza un rapido e risolutivo
avanzamento dell'integrazione la prospettiva realistica
è quella di una generale balcanizzazione dell'Europa
e in queste condizioni anche le migliori riforme interne
italiane non servirebbero a molto.
La realizzazione del federalismo europeo appare, dunque,
il quadro insostituibile entro il quale si può realizzare
un radicale rinnovamento dell'Italia e, quindi, il federalismo
interno, ma nello stesso tempo il realizzarsi di quest'ultimo
è una condizione decisiva perché l'Italia
possa partecipare efficacemente al processo d'integrazione
europea e contribuire al suo avanzamento. Il Trattato di
Maastricht impone, come si è visto, il risanamento
economico e finanziario dell'Italia come condizione della
sua partecipazione all'Unione economica e monetaria. Questo
risanamento non significa, però, soltanto una serie
di tagli alle spese pubbliche, bensì l'eliminazione
delle distorsioni fondamentali che hanno prodotto l'attuale
dissesto, vale a dire della corruzione sistematica e capillare
e delle varie forme di parassitismo e assistenzialismo presenti
nel sistema previdenziale e sanitario, nel sistema delle
partecipazioni statali, nella pubblica amministrazione e
nella politica del Mezzogiorno. Il superamento di queste
distorsioni, per essere effettivo e duraturo, richiama a
sua volta la necessità di eliminare le loro basi
istituzionali. In questo contesto ha importanza fondamentale
il superamento del centralismo, che costituisce, in generale,
in una società moderna, un fattore d'inefficienza
amministrativa, di mancanza di trasparenza e, quindi, di
degenerazione clientelare. Ma si tratta anche di riformare
il sistema delle autonomie con un vero impianto federale
incentrato sul federalismo fiscale, che renda gli enti locali
pienamente responsabili della politica delle entrate e non
solo della spesa. Questa connessione organica che, dunque,
oggi esiste tra federalismo europeo e federalismo interno
rafforza nettamente le prospettive del rinnovamento interno
dell'Italia, perchè la società italiana non
vuole uscire dall'Europa. Ma impone, nello stesso tempo,
un grandioso sforzo in direzione del risanamento economico-
finanziario e del rinnovamento in senso federale dello Stato
italiano.
Per tali ragioni il messaggio relativo al parallelismo tra
federalismo europeo e federalismo interno lanciato dalla
Carta di Chivasso è oggi di bruciante attualità
e dobbiamo essere profondamente riconoscenti agli uomini
che lo hanno proposto più di cinquant'anni fa.
Se "Il ruolo delle Associazioni della Resistenza nella
difesa della Costituzione e degli Stati Uniti d'Europa"
è il tema dell'incontro di oggi, mi pare si possa
senz'altro affermare che vi è un ruolo che le Associazioni
della Resistenza hanno avuto in passato nella difesa della
Costituzione e degli Stati Uniti d'Europa, e di questo ruolo
la ricerca storica dovrà continuare a occuparsi,
apportando nuovi e più approfonditi contributi. Ma,
credo anche che vi sia un altro ruolo, in sintonia con lo
spirito che ha determinato la loro nascita, da svolgere
nel presente e nel futuro, perché la Resistenza non
è finita. Aprendo il convegno organizzato dalla Fiap
il 1 ottobre 1995 a Marina di Carrara sul tema "Resistenza
e Costituzione", Gianfranco Andreani ci ricordava come
la Resistenza non sia soltanto un momento storico, un fatto
esaltante da celebrare nel ricordo, ma una filosofia di
vita che ci richiama a resistere alle prevaricazioni, alla
violenza, all'ingiustizia, alla mancanza di democrazia.
Ma libertà, democrazia, pace, sviluppo continuano
a essere minacciati.
Esistono ancora dei muri da abbattere e sono quelli che
gli uomini che hanno firmato la Carta di Chivasso ci hanno
indicato: lo Stato nazionale, la sovranità assoluta.
Impegnarsi sul terreno dell'azione politica per abbattere
questi muri è, mi pare, il ruolo che le Associazioni
della Resistenza devono assumere se vogliono continuare
a difendere la Costituzione e gli Stati Uniti d'Europa.
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