Congresso 50° FIAP a Salice Terme

Pietro Amendola

Vincenzo Visco
Gaetano Arfè
Pietro Graglia
Ariane Landuyt
Mario Giovana
Valdo Spini
Cinzia Rognoni

Fotografie

   
Congresso di Salice Terme - Interventi al Convegno
Cinzia Rognoni - Università di Pavia

La trasformazione in senso federale dello Stato italiano appare oggi una possibilità concreta, perché quasi tutte le forze politiche si dichiarano favorevoli a riforme sostanziali della struttura statale che, pur non essendo ancora definite in termini rigorosi, sono chiaramente riconducibili ai principi generali del federalismo interno. Tra le forze politiche non mancano, però, elementi di confusione. Federalismo è termine che viene impiegato vuoi da chi propone una mera operazione cosmetica dello Stato unitario attraverso una più accentuata decentralizzazione amministrativa, vuoi da chi, all'opposto, persegue niente meno che la secessione. E' necessario, quindi, ricondurre il dibattito a termini meno ambigui, richiamando i caratteri salienti dello Stato federale: un sistema di governi "coordinati e indipendenti", come insegnava Kenneth Wheare.
A partire da Cattaneo e attraverso Carlo Rosselli, Emilio Lussu, Altiero Spinelli, Adriano Olivetti il tema del federalismo interno è diventato patrimonio della cultura politica italiana. Lo stesso Einaudi a esso dedicò alcune tra le sue più belle pagine. Già nel 1944, con l'articolo Via il prefetto! egli si esprimeva con parole di fuoco contro l'accentramento statale. "Si potrà discutere sui compiti da attribuire a questo o a quell'altro ente sovrano - scriveva - e adopero a bella posta la parola sovranità e non autonomia, a indicare che non solo nel campo internazionale, con la creazione di vincoli federativi, ma anche nel campo nazionale, con la creazione di corpi locali vivi di vita propria originaria non derivata dall'alto, urge distruggere l'idea funesta della sovranità assoluta dello Stato".
E' certamente vero che la statualità ottocentesca appare sempre più inadeguata, con le rigidità del centralismo, a governare il mondo della complessità. Ma è ancor più vero che questa crisi, la crisi dello Stato nazionale, affonda le sue radici nella dimensione sovranazionale dei problemi della sicurezza e dello sviluppo economico. La risposta efficace si trova, dunque, nella creazione della Federazione europea e nel suo contributo all'instaurazione di un nuovo ordine mondiale capace di condurre, nel tempo, alla fondazione di un governo mondiale. Già durante la Resistenza vi era chi aveva idee chiare al riguardo. Nella Carta di Chivasso il federalismo interno è strettamente connesso e, in qualche modo, subordinato alla costruzione della Federazione europea. Proprio per questo legame che la Carta istituisce tra federalismo europeo e federalismo interno, un legame totalmente ignorato dal dibattito politico attuale in Italia, la Carta presenta uno straordinario motivo d'interesse e vale la pena di evidenziarne gli elementi fondamentali.
La Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine, più comunemente conosciuta come Carta di Chivasso, è il frutto di un convegno svoltosi a Chivasso, nella casa di Edoardo Pons, il 19 dicembre 1943, fra i rappresentanti della resistenza valdostana e quelli della resistenza valdese. Alla riunione parteciparono, in rappresentanza dei valdostani, Emile Chanoux, che era allora il più autorevole esponente del movimento autonomista e che fu torturato e ucciso dai fascisti nel 1944, ed Ernesto Page, uno dei più importanti promotori del Cln valdostano. Mancavano all'appuntamento Lino Binel, arrestato dai fascisti, e Federico Chabod, che però fece pervenire un suo documento alla riunione. A rappresentare i valdesi furono Giorgio Peyronel, Osvaldo Coisson, Gustavo Malan e Mario Alberto Rollier, che univano alla militanza nel Partito d'azione e nelle Formazioni "Giustizia e Libertà" quella nel Movimento federalista europeo.
Il contenuto della Carta di Chivasso può essere riassunto in tre punti fondamentali: 1) la parte preponderante del documento è dedicata alla rivendicazione di una forte autonomia delle Vallate alpine nel campo politico-amministrativo (il modello esplicitamente indicato è quello dei Cantoni svizzeri), in quelli della cultura e dell'istruzione (qui la rivendicazione fondamentale è quella del bilinguismo), nonché in quello dell'economia (comprendente, oltre a un controllo sulle risorse locali, forme di autonomia fiscale). In tal modo si sarebbero cancellate le conseguenze, particolarmente rovinose per le Vallate alpine, della politica di oppressione delle culture locali attuata costantemente dallo Stato nazionale centralizzatore ed esasperata dal regime fascista; 2) tale rivendicazione riguardante specificatamente le Vallate alpine viene inquadrata in quella della ristrutturazione globale dello Stato italiano in direzione "di un regime federale repubblicano a base regionale e cantonale", inteso come "l'unica garanzia contro un ritorno della dittatura"; 3) la realizzazione di un regime federale a livello italiano viene, a sua volta, inserita nella prospettiva della Federazione europea, perché il federalismo "rappresenta la soluzione del problema delle piccole nazionalità e la definitiva liquidazione del fenomeno storico degli irredentismi, garantendo nel futuro assetto europeo l'avvento di una pace stabile e duratura".
Il parallelismo tra federalismo interno e federalismo sovranazionale è il risultato di un incontro tra due visioni che, pur condividendo gli obiettivi, si distinguevano nell'individuazione delle priorità. Da una parte, l'autonomismo di Chanoux che assegnava la priorità strategica al federalismo interno e, dall'altra, la visione di Rollier, legato ai federalisti di Ventotene, che sosteneva, invece, quella del federalismo sovranazionale. Il centralismo degli Stati nazionali, secondo Rollier, aveva la sua radice fondamentale nell'anarchia internazionale, che discende necessariamente dalla sovranità assoluta. In un sistema di questo genere, la sicurezza degli Stati ai confini prevale fatalmente sulla libertà al loro interno e favorisce, perciò, le tendenze militaristiche, centralistiche e conservatrici. Ciò era particolarmente vero in Italia a causa dell'arretratezza economico-sociale del Paese, caratterizzata soprattutto dalla spaccatura fra Nord e Sud. Da questa visione discendeva la conclusione pratica che la Federazione europea costituiva il préalable rispetto alle riforme interne (quindi anche in direzione del federalismo interno, oltre che in direzione liberal-democratica, e della giustizia sociale). Solo in tal modo, infatti, si sarebbe potuta eliminare strutturalmente l'anarchia internazionale in Europa e le sue oggettive implicazioni interne e si sarebbero poste le premesse della modernizzazione economico-sociale e politico-democratica dell'Italia, attraverso un suo legame organico con i Paesi europei più avanzati. Così, quando Gustavo Malan e Osvaldo Coisson proposero a Rollier, nella primavera del '43, di battersi per l'autonomia, la risposta di Rollier fu chiara e decisa. "Mario ci ascoltò - ricorda Malan - ci guardò come se fossimo due pazzi e poi cominciò a camminare avanti e indietro e alla fine disse: "Ci sto purché sia nella Federazione europea".
L'adesione ai principi federalisti portò sia Chanoux che Rollier a ulteriori approfondimenti teorici: il primo attraverso lo scritto Federalismo e autonomie, redatto a commento della Carta di Chivasso, il secondo soprattutto attraverso Stati Uniti d'Europa, opuscoli pubblicati entrambi nei "Quaderni dell'Italia Libera" nella primavera del '44. I titoli dei due scritti, che rappresentano i più importanti lavori di Chanoux e Rollier sul federalismo, rendono ragione della diversa delimitazione del campo d'indagine e, quindi, del differente obiettivo prioritario dei due. Chanoux, pur auspicando l'unità politica dell'Europa, sottolineava che "perché possa avvenire un'unione fra i diversi popoli europei è necessario che all'interno di ciascuno di essi, quella stessa concezione / la concezione federalista / prevalga". Precisava che la difesa delle minoranze era "l'unica garanzia per la pace in Europa" e sosteneva che questa legge doveva "essere affermata dagli italiani in questo periodo storico particolarmente tragico, all'interno dello Stato italiano, perché possa essere affermata anche di fronte agli altri Stati, perché possa essere invocata contro eventuali soprusi ed ingiustizie di questi e contro un ritorno dei nazionalismi".
Nell'introduzione al suo opuscolo Rollier scriveva, invece, che lo scopo preciso del saggio era quello di dimostrare come gli Stati Uniti d'Europa fossero l'obiettivo prioritario della lotta politica; che "il problema dell'Unione europea" era quello di farla "ora e non in un indeterminato futuro", in quanto la Federazione europea rappresentava l'unica "soluzione armoniosa dei problemi europei"; che non vi erano altre vie percorribili, "poiché la sola alternativa ad essa è l'autodistruzione dell'Europa, della sua cultura e della sua multiforme civiltà in una serie infinita di guerre che prenderebbero vieppiù il carattere di guerre civili". L'autonomismo era, dunque, per Rollier un aspetto - subordinato - del federalismo, la cui prospettiva era europea e cosmopolita. Egli era evidentemente consapevole che battaglie per la valorizzazione delle "piccole patrie", non innestate in un quadro politico di più vasto respiro, rischiavano inesorabilmente di degenerare nel micro-nazionalsimo e peggio.
La Carta di Chivasso - che pure è giustamente considerata un momento importante nel processo che ha portato all'autonomia della Valle d'Aosta e delle altre ragioni a statuto speciale e all'inserimento nella Costituzione repubblicana delle disposizioni relative alle regioni a statuto ordinario, alle autonomie locali e alla tutela delle minoranze - riflette dunque in larga misura la visione che Rollier aveva del problema. Una visione profondamente radicata se è vero che egli continuò questa battaglia anche dopo la Liberazione. Il maggior impegno in questo senso lo avrebbe dispiegato all'epoca della Costituente. Allora numerosi sarebbero stati i suoi sforzi per far inserire nella Costituzione norme atte a garantire l'identità culturale e l'autonomia delle popolazioni alpine così come la loro libertà religiosa. Degna di nota è la mozione sulla questione valdostana, presentata il 4 ottobre 1944 dal Partito d'azione al Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, nella quale si può cogliere l'apporto personale di Rollier.
Occorre, per altro, precisare che la battaglia di Rollier e di quanti nel Movimento federalista europeo proseguirono questa lotta - (cfr. Sergio Pistone, Un'Italia federale in un'Europa federale, in "I problemi della lotta politica nella società moderna", Quaderno del Mfe, n.29, Pavia 1993; Unione europea subito per la pace, per la liberazione delle comunità locali, per lo sviluppo del Terzo mondo, per una nuova politica del lavoro, Atti del XII congresso Mfe Cagliari 2-4 novembre 1984, Pavia sd., ma 1985) - ha acquisito col tempo maggiori possibilità di successo grazie allo sviluppo del processo d'integrazione europea. Pur non essendo ancora giunto al traguardo della Federazione europea, il processo d'integrazione ha di fatto eliminato la politica di potenza fra i Paesi dell'Europa occidentale e, quindi, fatto venir meno - anche se con gli elementi di precarietà dipendenti dall'incompletezza dell'unificazione - le inesorabili spinte centralistiche che ne derivavano. Per quanto riguarda l'Italia, in particolare, l'integrazione europea costituisce il fattore fondamentale del processo di modernizzazione realizzatosi in questo dopoguerra e, di conseguenza, della forte attenuazione dei fattori che contribuiscono ad alimentare le spinte centralistiche. Se si ripercorre la storia dei progressi delle autonomie locali nell'Italia del dopoguerra è difficile, in effetti, non constatarne un nesso organico con l'avanzamento dell'integrazione europea. La creazione delle regioni a statuto speciale avvenne in un momento in cui all'indebolimento decisivo degli Stati nazionali e dell'Italia in modo particolare, dopo la fine della guerra, corrispondevano i primi passi dell'integrazione europea sotto l'impulso americano. L'istituzione delle regioni a statuto ordinario si colloca, d'altro canto, nella fase di forte avanzata dell'integrazione economica e del connesso avvio della modernizzazione dell'Italia che ha fatto seguito all'entrata in vigore dei Trattati di Roma. L'attuale fase, in cui è concretamente all'ordine del giorno il federalismo interno, ha, infine, un evidente rapporto con i decisivi sviluppi e le ancor più decisive prospettive di progresso dell'integrazione legati all'Atto Unico e al Trattato di Maastricht, in cui all'Art.3B viene fatto esplicito riferimento al principio di sussidiarietà (per cui si trasferiscono alla comunità territoriale più ampia - nel Trattato di Maastricht, la Comunità europea - solo le competenze e i poteri che non possono essere esercitati adeguatamente dalle comunità inferiori - in questo caso, gli Stati).
Se l'avanzamento dell'integrazione europea ha avuto un peso determinante nell'affermarsi della situazione che rende la realizzazione del federalismo interno alla portato di mano in Italia, dovrebbe, d'altra parte, essere chiaro che se il processo non prosegue rapidamente verso il traguardo della Federazione europea la situazione favorevole potrebbe rovesciarsi. Non si può affrontare la sfida della moneta unica se non si crea parallelamente un governo economico europeo in grado di affrontare in modo unitario il problema della disoccupazione strutturale, evitando una distruttiva nazionalizzazione delle politiche dell'occupazione. Dall'altra parte, il processo di balcanizzazione dell'Europa centro-orientale, che ha fatto seguito alla dissoluzione del blocco sovietico, può essere contrastato solo da un'Unione europea che abbia un'autentica politica estera e di sicurezza comune e sia capace di allargarsi verso l'Europa centro-orientale contribuendo in modo decisivo alla soluzione dei conflitti etnici, allo sviluppo economico-sociale e al progresso democratico dell'intera regione. In sostanza, senza un rapido e risolutivo avanzamento dell'integrazione la prospettiva realistica è quella di una generale balcanizzazione dell'Europa e in queste condizioni anche le migliori riforme interne italiane non servirebbero a molto.
La realizzazione del federalismo europeo appare, dunque, il quadro insostituibile entro il quale si può realizzare un radicale rinnovamento dell'Italia e, quindi, il federalismo interno, ma nello stesso tempo il realizzarsi di quest'ultimo è una condizione decisiva perché l'Italia possa partecipare efficacemente al processo d'integrazione europea e contribuire al suo avanzamento. Il Trattato di Maastricht impone, come si è visto, il risanamento economico e finanziario dell'Italia come condizione della sua partecipazione all'Unione economica e monetaria. Questo risanamento non significa, però, soltanto una serie di tagli alle spese pubbliche, bensì l'eliminazione delle distorsioni fondamentali che hanno prodotto l'attuale dissesto, vale a dire della corruzione sistematica e capillare e delle varie forme di parassitismo e assistenzialismo presenti nel sistema previdenziale e sanitario, nel sistema delle partecipazioni statali, nella pubblica amministrazione e nella politica del Mezzogiorno. Il superamento di queste distorsioni, per essere effettivo e duraturo, richiama a sua volta la necessità di eliminare le loro basi istituzionali. In questo contesto ha importanza fondamentale il superamento del centralismo, che costituisce, in generale, in una società moderna, un fattore d'inefficienza amministrativa, di mancanza di trasparenza e, quindi, di degenerazione clientelare. Ma si tratta anche di riformare il sistema delle autonomie con un vero impianto federale incentrato sul federalismo fiscale, che renda gli enti locali pienamente responsabili della politica delle entrate e non solo della spesa. Questa connessione organica che, dunque, oggi esiste tra federalismo europeo e federalismo interno rafforza nettamente le prospettive del rinnovamento interno dell'Italia, perchè la società italiana non vuole uscire dall'Europa. Ma impone, nello stesso tempo, un grandioso sforzo in direzione del risanamento economico- finanziario e del rinnovamento in senso federale dello Stato italiano.
Per tali ragioni il messaggio relativo al parallelismo tra federalismo europeo e federalismo interno lanciato dalla Carta di Chivasso è oggi di bruciante attualità e dobbiamo essere profondamente riconoscenti agli uomini che lo hanno proposto più di cinquant'anni fa.
Se "Il ruolo delle Associazioni della Resistenza nella difesa della Costituzione e degli Stati Uniti d'Europa" è il tema dell'incontro di oggi, mi pare si possa senz'altro affermare che vi è un ruolo che le Associazioni della Resistenza hanno avuto in passato nella difesa della Costituzione e degli Stati Uniti d'Europa, e di questo ruolo la ricerca storica dovrà continuare a occuparsi, apportando nuovi e più approfonditi contributi. Ma, credo anche che vi sia un altro ruolo, in sintonia con lo spirito che ha determinato la loro nascita, da svolgere nel presente e nel futuro, perché la Resistenza non è finita. Aprendo il convegno organizzato dalla Fiap il 1 ottobre 1995 a Marina di Carrara sul tema "Resistenza e Costituzione", Gianfranco Andreani ci ricordava come la Resistenza non sia soltanto un momento storico, un fatto esaltante da celebrare nel ricordo, ma una filosofia di vita che ci richiama a resistere alle prevaricazioni, alla violenza, all'ingiustizia, alla mancanza di democrazia. Ma libertà, democrazia, pace, sviluppo continuano a essere minacciati.
Esistono ancora dei muri da abbattere e sono quelli che gli uomini che hanno firmato la Carta di Chivasso ci hanno indicato: lo Stato nazionale, la sovranità assoluta. Impegnarsi sul terreno dell'azione politica per abbattere questi muri è, mi pare, il ruolo che le Associazioni della Resistenza devono assumere se vogliono continuare a difendere la Costituzione e gli Stati Uniti d'Europa.